il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

IVAN ZUCCON
l'intervista
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289038 commenti | 9300 papiri originali | 52040 titoli | 21082 Location

Su Disney +I MIGLIORI

LOCATION ZONE

  • Film: Chi salverà le rose? (2017)
  • Luogo del film: L'hotel nel quale si rifugia Giulio (Delle Piane) e nel quale ha l'ultimo drammatico confronto con l
  • Luogo reale: Hotel Carlos V, Lungomare Valencia 24, Alghero, Sassari
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  • Film: Ultras (2020)
  • Luogo del film: La strada dove un ultras seduto sul muretto chiama al telefono gli altri ultras che poi arrivano in
  • Luogo reale: Via Carlo Carrà, Monterusciello, Pozzuoli, Napoli
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

The blow out (1936) di Tex Avery con (animazione)
Commento di: Giùan
Sadico "bombarolo" semina il panico piazzando ordigni in edifici pubblici: sulla sua strada troverà però il buon Porky, impegnato a raccattar cent per comprare un gelato alla soda. Tra i primissimi corti diretti da Avery, si connota per originalità e audacia dello storyboard. Ottimo poi il design dei personaggi, con l'"una bomber" che assomiglia vagamente al futuro Macchia nera, mentre l'idea di Porky che raggranella nichelini restituendo oggetti perduti a chi gli passa a tiro, trova nello "smarrimento" del congegno ad orologeria esilaranti conseguenze di rovesciamento delle parti.
Commento di: Ira72
Non è affatto male, questo film di Lodovichi. Merita una visione anche per la location, coprotagonista del film insieme ai tre bravi interpreti che non hanno altre stampelle a cui appoggiarsi se non il proprio talento. Discreta la trama che parte da un'idea accattivante ma pecca, però, nello svelare fin dall'inizio quello che avrebbe potuto restare misterioso ancora un po'. Toccante anche il messaggio finale della sceneggiatura, che non punta a sfornare un thriller fine a se stesso. Mezzo pallino in più perché è un prodotto nostrano che va incoraggiato e supportato.
Commento di: Siska80
Dopo un inizio promettente, la commedia accumula una serie di citazioni palesi, non solo da altri film del genere (come L'allenatore nel pallone o Il tifoso, l'arbitro e il calciatore), ma anche da noti film di Totò (il triangolo di Letto a tre piazze su tutti). Ciononostante, il terrunciello fa ancora sorridere e Abatantuono appare in gran forma, coadiuvato da una simpaticissima Ferilli in versione "burina". Peccato perché lo sport rimane in secondo piano rispetto a inutili beghe familiari che servono solo da riempitivo a una sceneggiatura piena di evidenti lacune.
Commento di: Herrkinski
Due giovani che devono consegnare una Porsche se la fanno rubare e viene messa in premio a un contest di bellezza. Commedia degli equivoci mista a film balneare/da spiaggia che funziona a corrente alternata; alcune gag sono di discreta fattura mentre in altri momenti si tergiversa e risulta vagamente noioso. Partecipazioni "straordinarie" di Nielsen e Ashley (che comunque incidono ben poco) e un paio di protagonisti tutto sommato accettabili, pur senza la verve di loro colleghi teen più famosi; tante bellezze da spiaggia ma i nudi scarseggiano, restando perlopiù un lavoro innocuo.
Commento di: Keyser3
Uno dei migliori lavori firmati da Ettore Scola. Evidenti i rimandi al Signore & signori di Germi, dalla tematica all'ambientazione veneta, ma il film brilla di luce propria: se nel capolavoro germiano era più spiccato l'accento comico/godereccio, qui c'è una vena malinconica e di solitudine di fondo resa magistralmente da Tognazzi (che in questo aveva pochi rivali). Splendide la Dionisio e la Vendell, mentre indimenticabile è il commento musicale di Trovajoli ("A Lonely Man" è il titolo di uno dei temi, a proposito di solitudine).
Commento di: Noodles
Grande classico del cinema di tutti i tempi, uno dei migliori film di Charlie Chaplin. Questa volta il suo personaggio è alla ricerca del tanto agognato oro dell'Alaska, ma incontra altre due persone altrettanto interessante al prezioso metallo. Da qui gag a non finire, alcune celeberrime (la danza dei panini, il pranzo con la scarpa), con numerosi sprazzi di tenerezza e amarezza. Si sorride amaramente e si riflette. Bello il finale, con uno Charlot fedele al suo personaggio pur avendo trovato la ricchezza. Buona la ricostruzione in studio. Un grandissimo film, da vedere.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Quanto accadde il 2 ottobre 2018 all'interno dell'ambasciata saudita di Istanbul ha dell'incredibile, e se non si avessero le prove che le cose si svolsero esattamente come viene qui ben spiegato, non ci si crederebbe: il giornalista arabo del Washington Post Jamal Khashoggi entra nell'edificio da solo per ritirare i documenti necessari al suo matrimonio con Hatice Cengiz e viene lì ucciso in un agguato, quindi letteralmente smembrato seduta stante per esser poi fatto sparire senza lasciare tracce. Hatice, che lo aspettava fuori dall'ambasciata, non lo vede uscire e resta...Leggi tutto lì fino a notte inoltrata inutilmente, capendo infine come da lì Jamal non sarebbe uscito più. Khashoggi, fuggito dal suo paese a causa di chiari indizi che portavano in direzione di un suo arresto (nella migliore delle ipotesi), aveva scelto di vivere negli Stati Uniti e di continuare da dissidente la sua battaglia contro la monarchia di Mohammad Bin Salman, a suo giudizio responsabile della situazione di arretratezza culturale del Paese nonché delle evidenti limitazioni riguardanti la libertà di pensiero e di stampa. Un nemico dello Stato, di fatto, dallo Stato brutalmente eliminato con chiara premeditazione: dimostrato che il team selezionato per ucciderlo convenne lì con ordini precisi e voli governativi, è sufficiente ascoltare le agghiaccianti, grottesche registrazioni audio "in diretta" di quanto avvenuto, trascritte in pagine che grondano sangue e testimoniano di uno smembramento selvaggio degno di NON APRITE QUELLA PORTA, per capire quanto accadde. Di fronte a prove tanto evidenti (che in America il solo Trump ha avuto l'ardire di confutare per non compromettere le buone relazioni economiche con l'Arabia Saudita) non si è riusciti comunque a fare pressoché nulla, e questo è quanto il documentario di Bryan Fogel sembra voler sottolineare primariamente. Dell'attività giornalistica di Khasshoggi il film se ne occupa solo molto marginalmente, dando per assodato che i suoi fossero articoli decisamente "scomodi" per il Principe saudita e i suoi accoliti. Si racconta invece il modo con cui l'Arabia intervenne hackerando i dispositivi dei dissidenti e negando recisamente ogni coinvolgimento nel delitto senza portare nessuna prova a discolpa a fronte di elementi lampanti che dimostravano fin da subito il contrario. Permettendosi anzi, 19 giorni dopo l'omicidio, di precisare che Khasshoggi era morto all'interno dell'ambasciata in seguito a una rissa (!). Forse due ore sono troppe per ripetere concetti tutto sommato facilmente sintetizzabili, le interviste non sono sempre interessanti e lo è solo parzialmente la testimonianza del dissidente di Montreal che funge da “narratore indiretto”. Ciononostante va lodata la chiarezza espositiva e definita necessaria l'operazione in sé, tesa a non permettere che si dimentichi un delitto "di stato" emblematico nella sua realizzazione e nella condanna in Arabia dei colpevoli (un processo condotto non si sa come producendo arresti di non si sa bene chi, con i chiarissimi responsabili graziati). Ci fa bella figura Erdogan, l'unico a detta di Hatice Cenzig ad averla sostenuta mostrando di aver voluto ricostruire fin da principio con precisione l'accaduto. Se si esclude l'intervista più lunga, “dinamica” e articolata con l'amico di Jamal, che da Montreal lottava a distanza come lui contro Bin Saman, il resto sono testimonianze della moglie, di chi Jamal conosceva o filmati di repertorio con lui stesso a spiegare il proprio punto di vista. Un uomo solo a combattere in prima linea, morto sul campo nel modo più assurdo immaginabile. Nessuna ricostruzione particolare, solo testimonianze video (anche del 2 ottobre, naturalmente) e una buona capacità di illustrare il piano dei killer e le reazioni internazionali (blande), con l'imbarazzo di chi non sa (neanche alle Nazioni Unite) come affrontare una situazione tanto paradossale. Semplice, immediato, un po' prolisso, qua e là acuto, ottimo compendio di un momento altamente significativo nella storia contemporanea. Come associare il termine civiltà a quanto ci viene mostrato, non solo sul versante arabo?
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Alla luce dell'autobiografia di Asia Argento (successiva al film di sette anni), è impossibile non ritrovare in INCOMPRESA buona parte degli spunti destinati a comporla. E' innanzitutto evidente il desiderio, da parte dell'autrice, di raccontarsi con la convinzione di portare sotto i riflettori una figura insolita di bambina, ribelle senza la precisa volontà di esserlo (almeno all'inizio), inserita in un mondo familiare eccentrico da seguire tra il sorriso e la compassione. Sentimenti che si accentuano soprattutto nell'osservare le giornate di lei, Aria (non a...Leggi tutto caso il vero nome di Asia), stretta in una casa dove convive con una madre (Gainsbourg, somigliantissima anche nel look alla Nicolodi) lunatica, estrosa e un po' pazza, un padre (Garko, fisicamente all'opposto di Dario) isterico, superstizioso fino a sconfinare nella macchietta (e qui si poteva sicuramente calcare meno la mano) e due sorelle maggiori dal carattere molto diverso: superficiale e bisbetica Lucrezia (Poccioni); più vicina a lei, anche come età, Donatina (Anna Lou Castoldi, la vera figlia di Asia e Morgan). Se quindi certifichiamo come autentica l'autobiografia "Anatomia di un cuore selvaggio" (e perché non dovremmo farlo?), quanto vediamo nel film ne discende per logica, pur anticipandola: la difficile convivenza di Asia con i genitori che la trascurano, i rapporti con le sorelle Fiore e Anna e l'amica del cuore (Pea, nel film), la separazione, il concerto dei Tears for fears (qui diventati “Penelopes”) al quale Dario l'accompagnò, i premi da lei vinti a cui i genitori mai presenziano, l'inseparabile gatto Dac, i bizzarri fidanzati di mamma che in successione transitano per casa... Asia prende ampio spunto dalle proprie esperienze caricandone gli aspetti più singolari per ottenere un risultato che sfocia spesso volontariamente nel grottesco, infilando se stessa al centro tramite un alter ego assolutamente perfetto: Giulia Salerno - meno graziosa di quanto lo fosse Asia a quell'età (la si riveda in DEMONI 2 o ZOO, quando aveva circa tredici anni e già recitava) - è dotata di un'espressività commovente, di uno sguardo che scioglie il cuore. Seguirla mentre migra senza sosta da una casa all'altra col suo gatto nella gabbietta (mentre la colonna sonora fa bella mostra di sé, scelta con ottimo gusto) o si muove a scuola impacciata, con aria indifesa eppure la voglia di proclamarsi indipendente, autonoma, "diversa", tagliandosi i capelli da maschaccio, fa capire quanto l'identificazione con Asia sia totale. E con una protagonista tanto centrata era difficile che il film riuscisse male, anche perché la regia della Argento (a proposito, compare in un veloce cameo, quasi irriconoscibile, nel ruolo della vicina di casa) si è fatta con gli anni più sicura e matura, meno ingenuamente trasgressiva rispetto a lavori come SCARLET DIVA, capace di comunicare bella autenticità nei sentimenti. Così il film, che magari qua e là zoppica, che tradisce qualche imbarazzo nella direzione del cast più giovane (mentre è impagabile Gianmarco Tognazzi gigionissimo nel ruolo di uno degli amanti della madre), conserva un'invidiable omogeneità, soprattutto nei comportamenti di Aria, e ci restituisce un ritratto dolce e compassionevole di un'adolescenza vissuta ai margini di un mondo ancora tutto da decodificare, respingente, incapace di comprenderla. Incompresa per l'appunto, come il titolo del celebre film di cui ci viene mostrato un spezzone in tv. E allora è impossibile non leggere nella frase che Aria rivolge direttamente a noi nel finale (“Se vi ho raccontato tutto questo non è per fare la vittima ma perché mi conosciate meglio, e magari sarete un po' più gentili”) una chiara richiesta: cercate di interpretarmi, di capirmi, non di sparare sempre a zero su di me aprioristicamente.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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I giovani dell'Italia fascista, durante la guerra, alle prese con la vita di ogni giorno in una Roma solare e sommariamente ben ricostruita; dichiarano a più riprese il loro amore per le due squadre di calcio della Capitale con naturale preferenza per la Roma, da sempre in città la più tifata (proprio in quel 1942 vincerà il suo primo scudetto), ma non è questo che il film racconta. Pur tuttavia il calcio viene inquadrato come importante momento di comunione tra amici, naturale sfogo di passione popolare mentre la vita procede tra i primi incontri amorosi,...Leggi tutto la ricerca di un lavoro (il padre di uno di loro è costretto a prendere la tessera del fascio per trovare un posto da ferroviere al figlio), le confessioni tra fratelli, i sogni, l'attesa di una chiamata alle armi che non potrà non arrivare. Ecco allora che come punto di incontro, sintesi del desiderio di guadagnare il proprio spazio e di vivere l'avventura, si individua il viaggio che sei amici (cinque ragazzi e una ragazza) intraprendono per raggiungere Torino e seguire la Roma in trasferta contro i granata. Niente treno come ci si aspetterebbe ma un camioncino lanciato lungo l'Aurelia e le strade di campagna a scoprire un'Italia ancora verde, parzialmente desolata. Dopo una prima parte in città con la presentazione dei personaggi, sintetizzata senza particolari voli di fantasia ma evidenziando mano felice nel descrivere gli ambienti e tutto sommato anche i sentimenti, il film prende le sembianze di un road-movie d'epoca, con tanto di incontri inattesi (Carlo Monni contadino cui rubare carni e formaggi, Sal Borgese in sella a un cavallo che suggerisce di guadare il fiume col camioncino per tagliare la strada), bagni al mare, partita di calcio tra l'erba e occhi a osservare il cielo per sognare e riflettere sul mondo. I costumi e la recitazione complessiva sostengono bene le ambizioni del film, né si può dire che la recitazione nel complesso non sia quantomeno discreta (sorretta da un forte uso del romanesco). E così, pur non in presenza di grandi svolte che possano elevare il film colpendo, i registi Bruno Garbuglia e Roberto Ivan Orano sottolineano con gusto quell'intima educazione e gentilezza d'animo che era più facile cogliere nei giovani d'un tempo, capaci sì di urlare per sostenere la propria squadra ma allo stresso tempo consci delle differenze tra una manifestazione del proprio tifo e il comportamento da tenere nel quotidiano. E' nella delicatezza del tocco, d'ispirazione avatiana, che si ravvisano le migliori qualità del film, per il resto non troppo entusiasmante, limitato nell'aggancio a inattesi intermezzi politici (la consegna di un prezioso documento a un docente antifascista), più attento a lavorare sugli stati d'animo, sulle esplosioni di felicità e le aspirazioni dei ragazzi (Capone, Fontannaz, Guibert, Pio, Tirabassi e Marzia Aquilani, l'irriverente e dolce "maschiaccio" del gruppo), tra loro piuttosto intercambiabili come se tutto concorresse a un ritratto corale solo in minima parte focalizzato sulle differenze tra i caratteri. Il cameratismo è sufficientemente ben reso, gli scherzi di ingenua matrice goliardica si fanno strada senza mai invadere spazi eccessivi. Il tentativo - parzialmente riuscito - è quello di raccontare l'Italia in guerra attraverso gli occhi dei giovani mostrando tradizioni oggi difficilmente comprensibili nella loro vera essenza (il matrimonio a distanza "via radio" tra le mogli e i mariti al fronte, lo spulciamento delle folte chiome di capelli tagliati per ricavarne parrucche, lo show improvvisato delle due ballerine dell'Ambra Jovinelli). Nulla di nuovo nell'insieme, semplicemente l'ennesima testimonianza di un periodo storico unico del nostro Paese in cui il calcio viene utilizzato come fragile chiave di lettura, passione lasciata sullo sfondo pronta a rianimarsi quando c'è necessità di ritrovare unità e amicizia. Toni sfumati e musica che va di conseguenza per un approccio un po' facile e superficiale che tuttavia può coerentemente associarsi alla visione del mondo dei giovani protagonisti.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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