"L'ORA DEL MISTERO" EPISODIO PER EPISODIO

18 settembre 2015

LA PAGINA DEGLI ESPERTI

In questa pagina sono raccolti i commenti pervenuti sui singoli episodi di "L'ora del mistero". Chi volesse contribuire commentando un unico e preciso episodio non ha che da CLICCARE QUI e farlo, scrivendo nel forum il proprio commento e facendolo anticipare dal titolo dell'episodio e dal relativo pallinaggio (cercando di stare più o meno, a occhio, nei caratteri di un commento standard). Il commento verrà prelevato “automaticamente” (per via umana, cioè da me) dal forum e trasferito in questa pagina nel punto esatto.


1. IL MARCHIO DEL DIAVOLO (Mark Of The Devil)
** Dirk Benedict, ovvero lo Sberla dell'A-Team (che lascia quindi momentaneamente il set americano della serie per trasferirsi in Inghilterra), è il protagonista del primo episodio di questa "Ora del mistero", non tra i migliori. Per pagare chi gli ha prestato dei soldi e ora lo bracca spietatamente, decide di rapinare un tatuatore cinese che fa pure da banco dei pegni (Burt Kwouk, l'indimenticato Cato della "Pantera Rosa"). Nella lotta per difendersi questi però, prima di morire, lo punzecchia con un ago del mestiere facendogli nascere sul torace un tatuaggio che col tempo si espande sempre più. L'azione ricoprente dello stesso diventa il tema dell'episodio, con il crescente terrore del protagonista, oltretutto sul punto di sposarsi. E' evidente che non basta una buona idea per riempire un'ora e dieci, e infatti tutto ciò che ruota attorno alla stessa lascia alquanto a desiderare. E' ben realizzato il tatuaggio e il finale al negozio ha un suo fascino, ma i riempitivi (a cominciare dai riti voodoo iniziali per continuare con personaggi inutili come il padre della sposa) divagano annoiando e anche Benedict non sembra proprio il massimo, come interpretazione. Da un veterano come Val Guest in regia ci si aspettava di più. (Zender)

*! Episodio d'apertura tutt'altro che esaltante ma forte di un'idea piuttosto memorabile e cronenberghiana: dopo aver ucciso un tatuatore cinese, un mafiosetto vede spuntarsi dal nulla un tatuaggio che, sequenza dopo sequenza, cresce sempre più. Purtroppo per arrivare al dunque bisogna sorbirsi quasi mezz'ora di sottoboschi criminosi, pestaggi alla Femmine insaziabili e sciapi riti voodoo, che torneranno dello scontato finale. Notevole occasione sprecata, location londinesi assolutamente mal utilizzate. (Deepred89)

**! La guasconeria piacionica di Benedict si mette al servizio di una storiella di magia nera abbastanza banale. Il vecchio Val Guest, tuttavia, nonostante alcuni punti superflui, la dirige con mestiere consumato accendendo alcuni punti di bella tensione (l'omicidio dell'usuraio, il finale, il tatuaggio che divora il corpo) e un'aria di maledizione incombente grava su tutto il film. Una maggiore asciuttezza avrebbe giovato, ma è un buon esordio. (Rufus68)


2. IL VIDEOTESTAMENTO (Last Video and Testament)
** A capo di un'azienda tecnologica, l'attempato Victor Frankham (David Langton) scopre che la sua giovane moglie (Deborah Raffin) se la fa con un importante manager del gruppo col quale progetta di far morire il ricco marito per una crisi di angina pectoris, di cui soffre. Questi però, prima di sottoporsi a un'operazione "a rischio", le invia una videocassetta col proprio testamento: si farà ibernare per farsi risvegliare quando avrà la stessa età di lei in modo da poter godere assieme, da anziani, dei loro soldi. Lei e l'amante ci restano naturalmente malissimo, ma non è certo finita... La chiave sta nel mestiere si lui: chiuso nella sua "stanza degli hobbies", progetta una vendetta "a distanza" piuttosto ben congegnata. Scritto al solito sufficientemente bene a dispetto di un soggetto che col mistero e il soprannaturale nulla hanno a che vedere (se non per una breve persecuzione telefonica "dall'aldilà"), l'episodio diretto dal veterano della Hammer Peter Sasdy punta giustamente sul placido sadismo del protagonista e ci fa idealmente sedere al suo fianco per assistere a divertenti macchinazioni. Modesto ma godibile. (Zender)

*! Poco più che una piatta storiella di corna, soldi e vendette (con macchinazioni degne di un Diabolik mediamente contorto), salvata dal baratro da un cast non disprezzabile (simpatico il protagonista) e da un finale cattivello di indubbia simpatia. Confezione nella media nella serie: pura tv anni ottanta, ma con abbastanza ritmo da evitare la monopalla. Per chi si accontenta... (Deepred89)

**! La storia è sempre quella, trita e ritrita: corna e vendetta. Ciò non toglie che abbia sempre una inspiegabile presa sullo spettatore soprattutto se il protagonista riesce simpatico (e Langton lo è) tanto da indurci a tifare spudoratamente per lui. E il balletto finale (che vale il mezzo pallino in più) diverte parecchio dimostrando che il cinismo può anche manifestarsi con garbata crudeltà. Per i cultori dell'elettronica c'è un apprezzabile bagno vintage. (Rufus68)


3. ACCADDE A PRAGA (Czech Mate)
** Reinnamoratasi del suo ex marito (Patrick Mower), Vicky Duncan (Susan George) accetta di partire con lui per Praga dove questi dice di doversi recare per affari. Appena arrivati in albergo, l'uomo esce subito per affari (per l'appunto) senza più fare ritorno. Vicky si ritrova da sola in un paese che non conosce e perdipiù oltrecortina; dopo estenuanti ricerche e telefonate a vuoto in reception si ritrova pure un cadavere in camera, la polizia addosso e un ambasciatore che sa tanto di agente segreto... La prima mezz'ora o quasi se ne va via in una banale storiella d'amore ritrovato che ad accorciarla saremmo stati tutti più contenti; poi invece, giunti in un Praga deserta e ripresa con un certo gusto, la vicenda d'improvviso s'attorciglia e c'infila dentro un po' di tutto (quando si parla di spionaggio nell'Europa dell'Est è quasi inevitabile). Gli spunti per cui non mancano, ma la regia di John Hough è debolissima e ci si trascina a fatica verso un finale poco convincente e scarsamente credibile. A ben vedere sembra più una puntata di Derrick che altro, visto anche il grigiore generale. Solo che al posto del carismatico ispettore ci sono altri personaggi, del tutto anonimi. (Zender)

*! Marito infedele torna alla carica con la moglie e tutto sembra andare per il meglio. Durante un viaggio a Praga però lui sparisce improvvisamente e lei (in stile Frantic) si ritrova sola in un paese straniero ed ostile. Terribile episodio della serie in cui dopo venti minuti di nulla, finalmente succede qualcosa. Ma prima che si verifichino altri eventi significativi bisognerà attendere ancora. La soluzione tra l'altro viene incredibilmente scodellata allo spettatore con 15-20 minuti di anticipo, per arrivare poi ad un finale francamente deludente poiché manca il colpo di scena "ribaltatore" che ci si aspetterebbe in questi casi. Attori monocordi. Uno dei punti più bassi. (Cotola)

*! Un episodio assai debole, in cui prevale il versante giallo più che quello fantastico. Sarà che è finita la Guerra Fredda e certe atmosfere da spy story lasciano il tempo che trovano. La vicenda non è complessa bensì solo ingarbugliata; la confusione, perciò, depotenzia anche il breve fascino delle ambientazioni est-orientali. Attori dignitosi; la George non riesce a liberare il suo insidioso erotismo (nonostante, come consiglia giustamente il marito, si sciolga i capelli). (Rufus68)


4. UN GRIDO LONTANO (A Distant Scream)
*** Rosemary Richardson (Stephanie Beacham) è in vacanza con l'amante (David Carradine) in un villaggio sul mare quando si accorge che un vecchio la spia. Pare vederlo solo lei, ma non ci mette molto a scoprire che l'uomo è il suo stesso amante invecchiato, il quale le annuncia di essere giunto lì dal futuro per scoprire chi la ucciderà, dal momento che per quell'omicidio proprio lui verrà accusato e incarcerato per vent'anni. Un intreccio affascinante, un giallo fantascientifico che trova nella ventosa, plumbea ambientazione tra le scogliere uno dei suoi punti di forza. Naturalmente sulla scena sono presenti molti possibili indiziati, ma il rapporto tra i due amanti, la presenza incombente del marito da cui lei non pare abbia intenzione di staccarsi, la figura inquietante del viaggiatore temporale concorrono alla riuscita di un episodio che ha solo nella regia un po' troppo compassata di John Hough un punto di debolezza (peraltro comune all'intera serie). Ma la storia è indubbiamente intrigante, incuriosisce ed è messa in scena con lodevole maturità, sceneggiata da Martin Worth con l'abilità di chi sa come dosare  la suspense senza svelare troppo subito né incappare nei luoghi comuni tipici della fantascienza. (Zender)

**! Nella fascia alta della serie: una bella ambientazione tra le scogliere inglesi fa da sfondo a un "whodunit dal futuro", con lo spirito del condannato a morte che torna sul luogo del delitto (quando ancora doveva avvenire) per far luce sui fatti. Certe soluzioni sono di una banalità disarmante (il fantasma nella foto) e i tentativi di dar spessore al personaggio della moglie falliscono, ma il racconto tiene botta fino alla resa dei conti finale, pure riuscita al di là di qualche forzatura (inciampano in troppi). Postilla giustizialista inutile ma nemmeno rovinosa. (Deepred89)

**! Altra puntata di discreto livello, a conferma del carattere compiuto della serie, superiore al precedente "I racconti del brivido". La regia non inventa mai nulla, ma la sceneggiaura è ben costruita, le musiche sottolineano con proprietà lo svolgimento e il parco attori è degno d'ogni rispetto. Le location marine aggiungono un tocco metafisico alla vicenda; la struttura, a tratti, sembra vacillare (tutta la logica del revenant temporale non sembra apparentemente perspicua) sebbene il finale riaggiusti con cura tale presunte crepe. Ennesima variazione dell'Impiccato sull'Owl Creek di Ambrose Bierce. (Rufus68)


5. LA DEFUNTA NANCY IRVING (The Late Nancy Irving)
**! Una campionessa di golf (Christina Raines) si trova coinvolta in un incidente stradale e di conseguenza internata in una misteriosa clinica dalla quale sembra non poter uscire. Tutti sono gentili e compiacenti, ma - per il suo bene - pare siano "costretti" a lasciarla languire in un letto. Cominciano strane operazioni, comprese trasfusioni di sangue per curarle una supposta anemia (il suo è un sangue rarissimo, ma dicono di aver trovato un donatore). Cosa si nasconde dietro alla cilinica? L'idea non sarebbe nemmeno male, ma prima di entrare nel vivo ci si mette davvero troppo. Fortunatamente la confezione è professionale, gli attori decenti (lei molto affascinante) e il clima di mistero è gestito discretamente. Ci si incuriosisce per il finale, spiegato con chiarezza e che dà un po' di senso al tutto. (Zender)

**! Ancora un piccolo colpo a segno. Come accade con i migliori prodotti del perturbante non è il sangue o l'orrore fisico ciò che più mette a disagio, ma la irresistibile discesa in una situazione senza uscita che evoca atmosfere di claustrofobia psicologica. In tal caso si pensa alle ambientazioni di Buzzati dove il mistero si addensa lentamente senza una vera spiegazione razionale sino alle conseguenze estreme; stavolta il finale è sin troppo chiaro, ma la forza del racconto permane egualmente. Brava la Raines nel ruolo di vittima. (Rufus68)

6. SALTO NEL TEMPO (In Possession)
**! Una coppia felice (Christopher Cazenove e Carol Lynley) scopre di vedere cose che gli altri non vedono: nella casa che hanno appena sgomberato per trasferirsi in Botswana (causa lavoro di lui) si accorgono ad esempio che ogni tanto il mobilio si ripresenta da solo e con quello compaiono in casa un cadavere in una stanzina e un uomo che scambia la donna per la propria moglie. Com'è possibile? Il titolo italiano tradisce in parte la sorpresa, ma è comunque interessante vedere i due coniugi alle prese con persone e cose di cui non capiscono l'origine (fin dall'inizio, quando nella loro stanza d'albergo si ritrovano davanti una vecchia malata con la figlia che la veglia). La camera che "cambia" è piuttosto frequente nei telefilm del mistero (si ricorda ad esempio il bel "Nell'aria rarefatta" tra gli Hitchcock presenta), ma qui l'idea viene trattata in chiave soprannaturale. Il vero colpo di scena arriva nel finale, tuttavia anche prima Val Guest riesce a mantenere una discreta suspence (pur girando sempre intorno allo stesso spunto ripetendosi) confezionando un episodio piuttosto piacevole. (Zender)

**! Ghost story con incipit piuttosto efficace, prima parte con qualche evitabile lentezza e secondo tempo decisamente buono, tutto visioni distorte e sinistre, con pure una sequenza molto cinematografica (forse un po' tirata per le lunghe) che cerca di fare il verso a Repulsion. Soluzione finale magari non geniale, ma nel complesso onesta e soddisfacente. Cast così così. (Deepred89)

**! Parte lentamente segnalandosi solo per un paio di spunti qua e là. Quando finalmente i due coniugi vanno a dormire, inizia a crearsi un interessante clima di mistero che dura per tutto il resto dell'episodio riuscendo a coinvolgere ed anche un po' ad inquietare, pur non utilizzando alcun tipo di effettaccio splatter. Molto bene la chiusa con immancabile e riuscito colpo di scena beffardo. Tra il non male e il buono. (Cotola)

*** Un'ora di mistero alimentata con misura, passo dopo passo. Pure qui il finale forse spiega troppo, togliendo la sottile aria di incertezza quasi metafisica; lo svolgimento, tuttavia, è di bella fattura. Momenti in cui nulla accade, apparentemente banali, accanto ad altri in cui il presagio appare improvviso e casuale (la gabbia per uccelli, sono sfruttati per dare risalto alle scene maggiori in cui i piani temporali vengono abilmente mescolati. Pregevole l'economia di mezzi (un paio di location), apprezzabile la coppia protagonista. (Rufus68)


7. CHE FINE HANNO FATTO I FAVOLOSI VERNE BROTHERS? (Black Carrion)
**! Su incarico di un imprenditore discografico, uno scrittore (Leigh Lawson) e una bella giornalista musicale (Season Hubley) partono alla ricerca del favoloso duo rock che spopolò negli Anni Sessanta e di cui si sono totalmente perse le tracce. Le indagini li condurranno in quello che è a tutti gli effetti un villaggio fantasma, Briars Frome (inevitabile, in auto, la citazione a "Brigadoon"), nei cui pressi sta il castello ora abbandonato dove i due vivevano. La giornalista, attraverso alcuni flashback, capisce però di aver già visto il posto quand'era bambina, e addirittura di aver vissuto lì con sua madre! Il clima di mistero che il regista John Hough riesce a far aleggiare sulla vicenda è centrato: i Verne brothers hanno la carica giusta, li vediamo e li sentiamo più volte in tv, nei juke box (la loro hit era una cover di "Rock,n,roll Music!", ma anche gli altri brani non sono niente male) e pure le figure dei due protagonisti non dispiacciono. Peccato per le solite lungaggini tipiche della serie e una conclusione che smorza le aspettative soprattutto a causa di un make-up piuttosto ridicolo e di un "rooftop concert" in solitaria assai patetico. Sempre a proposito di Beatles gustosa la visita agli studi di Abbey Road mentre diverte l'idea che alcuni vecchietti trasandati vengano descritti alla polizia da due camionisti di passaggio come "zombi": in base a cosa??? (Zender)

** Interessante nei primi venti minuti grazie all'efficace costruzione della storia (un pregio comune agli episodi), si perde poi a metà d'essa per una serie di lungaggini che ne depotenziano la tensione. Anche la rappresentazione della misteriosa coppia di fratelli rock'n'roll dapprima funziona (anche grazie alla buona colonna sonora di cover) quindi sbraca in un maledettismo già visto (e in colpo di scena non proprio all'altezza). (Rufus68)


8. IL DOLCE PROFUMO DELLA MORTE (The Sweet Scent of Death)
** In procinto di diventare un politico importante grazie all'appoggio dello suocero, Greg Denver (Dean Stockwell) decide di prendersi un periodo di riposo con la moglie (Shirley Knight) e si trasferisce in una bella villa in campagna. Qui però proprio la donna viene perseguitata da qualcuno che la segue, entra nel giardino di notte, le regala rose...  Potrebbe trattarsi di Terry (Michael Gothard), un fioraio che probabilmente la odia perché quando era avvocatessa aveva fatto assolvere l'omicida della sua fidanzata. Ma è davvero lui? E le due giovani segretarie che ronzano attorno a Greg sono davvero così innocenti come sembrano? Un episodio dedicato allo stalking, che si sviluppa seguendo le abituali direttive del genere per concludersi con un colpo di scena ahinoi assai prevedibile. Stockwell è un ottimo attore, la Knight lo spalleggia bene ma la ripetitività del copione non riesce a renderlo granché interessante. Solo nel finale, quando ci si avvicina alla soluzione, le cose cambiano. Condotto svogliatamente da Sasdy, un episodio non brutto ma rapidamente dimenticabile, che si apre con l'omicidio a Central Park compiuto dieci anni prima ma che si ritrasferisce quasi subito a Londra nel presente. Professionalmente corretto ma piatto. (Zender)

*! Il mistero, purtroppo, è telefonato come una ciabattata da metà campo. E se la storia rimane prevedibile, almeno per i più smaliziati nel genere, anche la maniera di condurla non si spinge al di là d'un anonimo e modesto artigianato. Il contesto (l'alta politica che stimola l'ambizione alla Macbeth), potenzialmente interessante, non viene, invece, mai adeguatamente sfruttato. Figurativamente accettabile la coppia maledetta, meno la protagonista (la vittima), assai poco fascinosa. Uno dei nadir della serie. (Rufus68)


9. L'UOMO CHE DIPINSE LA MORTE (Paint Me A Murder)
*** Luke Lorenz (James Laurenson), un pittore fallito, organizza assieme alla moglie Sandra (Michelle Phillips) la propria finta morte in barca per poter godere in vita di una rivalutazione che infatti puntuale arriva (anche se il cadavere non è stato ovviamente mai trovato). Un importante gallerista dà il via al rilancio del pittore e i quadri di Lorenz cominciano a valere una fortuna. E' la moglie a gestire la situazione, mentre Luke resta segregato in casa a dipingere i quadri che lei poi rivenderà a peso d'oro fingendo di non averli voluti esibire e cedere subito tutti. Poi però il gallerista flirta con la donna e Luke comncia a capire che qualcosa non va... Un giallo purissimo senza alcun coinvolgimento del soprannaturale, scritto molto bene e condotto diligentemente da Alan Cooke. Più che i quadri son ben dipinti i personaggi, con un intreccio che si complica ma sempre nell'ambito di una buona credibilità. E' solo il finale che lascia un po' perplessi per l'eccesso di prevedibilità e una suspence relativa, ma il dramma del pittore costretto a vivere nell'oscurità pur di raggiungere la fama è ben bilanciato dall'ambiguità manageriale di sua moglie, ex modella che naturalmente sogna prima di tutto i soldi. Certo la polizia qualcosa di più poteva fare... (Zender)

**! Un altro episodio privo di elementi davvero soprannaturali (con l'eccezione, forse, del finale) e che gioca, invece, col mistero delle psicologie umane. La parabola dell'artista senza talento che cerca il riscatto con il sotterfugio ha larga parte nel fantastico inglese, soprattutto vittoriano. Siamo, perciò, in presenza di un apologo sull'ambizione umana frustrata che trae vita, più che dallo svolgimento (non troppo coinvolgente), dal duello fra i vari caratteri (notevole, peraltro, la coppia di artisti contestatori, sorta di alleggerimento "comico" tipico del teatro maggiore). Originale anche la struttura narrativa che inizia dove la storia sembra finire. (Rufus68)


10. L'EREDITA' CORVINI (The Corvini Inheritance)
**! Frank (David McCallum) lavora alla sicurezza di una casa d'aste. Specializzato nell'impiantare telecamere e seguirne le registrazioni, decide di aiutare una sua vicina di casa (Jan Francis) minacciata da un tizio col passamontagna installandogliene una anche sul pianerottolo. Nel frattempo all'asta arriva l'eredità Corvini, una collezione da 3 milioni di sterline che comprende un medaglione che si dice maledetto. La storia si divide tra il lavoro di Frank e la sua accennata relazione con la vicina, la quale vuol tuttavia tenerselo solo come amico e amoreggiare coi primi che passano (tutti quelli che la vedono pare se ne innamorino...). Una storia duplice piuttosto interessante, con un protagonista dal carattere molto ben tratteggiato che ricorda un po' (negli atteggiamenti, nella passione per le telecamere e persino nelle fattezze) il protagonista della puntata "Playback" di Colombo. La sua relazione con la vicina è raccontata con gusto e la regia di Gabrielle Beaumont sa cogliere argutamente lo spirito della vicenda. Come sempre non tutto funziona (le danze in costume che accompagnano la presentazione della collezione Corvini sono solo un brutto riempitivo e in generale le scene alla casa d'aste rallentano i ritmi), ma il colpo di scena finale è coerente e non troppo prevedibile. (Zender)

***!
La storia gioca continuamente su due livelli che viaggiano paralleli: realtà e finzione filmica (le riprese); la colpa del passato che si riproduce nel presente; la confusione fra vita vissuta e fallacia del desiderio; verità oggettiva e falsità soggettiva. McCallum è bravissimo nell'interpretare un personaggio malinconico e psicologicamente controllatissimo (sin alla repressione), e, alla lunga, travolto dallo svolgersi di tali inarrestabili dialettiche. Una sorta di "La conversazione" in versione televisiva. Il finale non è intaccato dalla prevedibilità dato che la sua forza riposa non sulla sorpresa bensì sull'intensità dello scavo interiore e metacinematografico. Una delle cose migliori della Hammer postrema. (Rufus68)


11. LA PARETE MALEDETTA (And the Wall Came Tumbling Down)
** In un quartiere in demolizione si progetta di abbattere un'antica chiesa, all'interno della quale tuttavia si verificano misteriosi incidenti mortali. Nel frattempo scopriamo che alcuni personaggi legati a un affresco demoniaco lì dipinto nel 1600 (e in parte condannati al rogo) si sono reincarnati in coloro che ruotano attorno alla vicenda. Delle indagini si occupa una bella funzionaria dei Lavori Pubblici con passioni occultiste (Barbi Benton), che prima in contrasto col capocantiere si unirà poi a lui per risolvere l'enigma. Al centro della vicenda anche un ragazzo che ha le stesse sembianze del pittore di allora e molti altri personaggi, ma l'intreccio (per certi versi simile a quello di "La chiesa", il film di Soavi di 5 anni dopo) si fa presto farraginoso e scarsamente avvincente. I continui rimandi al passato medievale appesantiscono oltremodo il tutto mentre troppo spazio viene lasciato a figure secondarie e inutili come quello della nonna del ragazzo. Simpatica l'idea dell'affresco astratto dai colori cangianti, ma anche il finale delude a contorno di un episodio che brucia qualche discreto spunto per colpa pure della regia troppo statica di Paul Annett. (Zender)

*! Episodio non privo di una certa atmosfera (la maledizione che origina da un lontano passato), seppur svolto troppo meccanicamente (i continui rimandi fra le serie temporali). Ciò non permette lo sviluppo di una vera progressione drammatica riposando il tutto su tale pedestre parallelismo fra attualità e tempo remoto. Anche il cast, parecchio ordinario, non eleva il livello, già blando e prevedibile, della narrazione. (Rufus68)


12. UN GIOCO DA BAMBINI (Child's Play)
*** Svegliarsi la mattina e scoprire che fuori dalle porte e finestre di casa c'è un muro. Che non ti è possibile uscire, che il muro è inscalfibile e che altri piccoli fenomeni di minore importanza (un marchio impresso su troppi oggetti, un liquido verdastro che esce come un blob dal caminetto) contribuiscono a far impazzire te e la tua famiglia. E' il dramma di una coppia con bambina, murati in casa senza riuscire a darsi una spiegazione ragionevole (lui ne inventa di incredibili!). Ben diretto da un ottimo regista come Val Guest, un episodio intrigante con finale a sorpresa, persino credibile nella sua relativa accuratezza. Televisione fatta con gusto, claustrofobici orrori domestici che il cast non esalta ma nemmeno “deprezza”. Godibile e da seguire con curiosità. (Zender)

***! Pronti, via e si è subito nel pieno "dell'azione" e nel vivo della tensione. Essa si mantiene costante per tutta la durata dell'episodio, che viene ogni tanto ravvivato da nuovi spunti e imprevisti. Il finale beffardo non lascia delusi anche se forse, nonostante la breve durata (70 minuti), qualche "ripetizione" e minuto in meno l'avrebbe reso persino migliore. (Cotola)

*** Il finale, memorabile, ha pregi e difetti. Chiude con perfetto cinismo (e una certa vertigine metafisica: chi può dire di essere veramente libero?). Esso, tuttavia, spiegando "razionalmente" i fatti irrazionali di poco prima, sottrae inevitabilmente spessore all'aura del mistero. Rimane l'ingegnosità della trama e un costante tono beffardo, da apologo morale o, addirittura, forzando la metafora, da divertissement teologico. Azzeccato il personaggio della bimba, sottilmente inquietante. (Rufus68)


13. IL CAMPO DA TENNIS (Tennis Court)
** Una coppia va a vivere nella grande villa della madre di lei, in piena campagna inglese. La proprietà comprende anche un campo da tennis sotto un capannone che fin da subito dimostra di possedere strani poteri malefici (la figlia del vicario, giocando, prende a pallate un suo coetaneo fino a farlo sanguinare!). E' solo l'inizio di una serie di strani fenomeni che constringono la donna a chiamare un esperto del paranormale: questi ci piazza dentro i suoi strumenti ma finisce di notte strozzato dalla rete, che si anima (!). Intanto il vicario (Peter Graves, l'esilarante capitano Oveur degli Aerei più pazzi del mondo) comincia a portare alla luce una vecchia storia che coinvolgeva lui stesso e il padre della proprietaria. Si apprezza come sempre la capacità della serie di cavar sangue dalle rape (o dalle palline da tennis, in questo caso): un'idea da quattro soldi viene arricchita da un bel numero di sottotrame che riescon quasi a renderla intreressante, con frequenti flashback che spezzano il racconto, una puntata al manicomio locale e svariate trovate che rendono il tutto sopportabile. Certo, la credibilità è nettamente al di sotto della media della serie (pure quella fisica della "madre sgualdrina", implausibile come giovane e pure come anziana, è chiaramente una donna di mezza età!) e la regia non aiuta... (Zender)

*! Episodio di chiusura della serie che fa registrare i livelli (molto bassi, purtroppo) degli altri. Qui si parla addirittura di un campo da tennis maledetto: capiremo poi perché. Alcuni spunti sono già visti mille volte e la situazione purtroppo peggiora malamente a causa di ritmi che come al solito sono soporiferi (anche se leggermente meno di altre occasioni) nonostante la usuale breve durata (una settantina di minuti). A mio avviso è meglio passare oltre per non perdere tempo. (Cotola)

** La chiusa, non certo uno dei picchi della serie, tira avanti a fatica, ma, se non altro, armeggia con mestiere con la variazione dello spirito della colpa. La regia si limita a bofonchiare spezzone dopo spezzone senza nessuno stile o qualche impennata che possa scuotere la vicenda (a parte la morte del ghostbuster, non malaccio). Flashback e fantasmi del passato tentano di movimentare il tutto; difficile, tuttavia, prendere sul serio palle da tennis, reti e racchette killer. (Rufus68)

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