il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

LA MESSA È FINITA
le location esatte
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275386 commenti | 9069 papiri originali | 48969 titoli | 20007 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Sottovento! (2001)
  • Luogo del film: Il molo dove Francesca (Valle) dice a Paolo (Amendola) che vuole lasciare la barca
  • Luogo reale: Via Molo Musco, Ponza, Latina
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  • Film: Caldo soffocante (1991)
  • Luogo del film: Il circolo canottieri dove Marie Christine (Boisson) incontra il cav. Castelli (Ferzetti) per chiede
  • Luogo reale: Via Capoprati, Roma, Roma
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Fedeerra
Senza dubbio uno dei migliori horror nostrani degli anni Ottanta, nonostante una sceneggiatura travagliatissima e una produzione sempre sull’orlo del precipizio. Soavi infatti partorisce un horror molto personale, visionario e suggestivo, con momenti eterei e delicati che vanno in contrasto con la visceralità delle scene splatter. Straordinaria la location gotica (fulcro del film), ottimo l’uso del sonoro ed efficaci le musiche (Goblin, Emerson, Glass). Asia Argento perfettamente (e stranamente) in sintonia col personaggio.
Commento di: Lupus73
Bava torna al thriller; ma è un thriller con elementi introspettivi, psicologici e ambiguamente soprannaturali. La pellicola fatica a decollare nella sua prima parte ma poi diventa delirante, visionaria e sanguinaria (un grosso trincetto è al centro dell'attenzione). Ottima l'interpretazione di Daria Nicolodi nei panni di una madre e compagna psicotica con espressioni che descrivono follia e delirio. La pellicola non è invecchiata benissimo ma ha tutte le caratteristiche del thriller nostrano del periodo (nel bene e nel male), compresa la OST a base di prog rock adrenalinico.
Commento di: Buiomega71
Frank in modalità esoticoerotica massaccesiana, curiosamente con pruriginosità ben sotto la media per questo genere di film (almeno nella versione visionata), con qualche accenno lesbo (il fiore appogiato sulla vulva), splendidi nudi integrali femminili e una ricercatezza visiva piuttosto elegante e quasi mai volgare (si prestano molto le incantevoli location orientaleggianti filippine), tanto da farlo sembrare una softissima cartolina sentimentale alla Sesso nero ma senza estremismi exploitativi di sorta (escludendo un pagliaccesco rito tribale da operetta). Notevole la OST.
Commento di: Il Dandi
Vortice pop-art di Tinto Brass che infila nel frullatore Crepax, Antonioni, Truffaut, Godard, Warhol, Lichtenstein e il Batman di Adam West. Se dovesse essere giudicato da un punto di vista freddamente tecnico sarebbe un capolavoro; a guastare non è tanto l'ombra ingombrante degli illustri predecessori, in un citazionismo programmatico più che esplicito e tanto forsennato da sfociare nel montaggio subliminale, quanto la mancanza di una trama capace di giustificare (sia pure nell'ambito del voluto fumettistico) lo spessore dell'operazione. Comunque un'esperienza lussuosa per gli occhi.
Commento di: Gabrius79
Francesco Bruni dirige strepitosamente una pellicola che emoziona e a tratti diverte grazie a un ottimo e intenso Kim Rossi Stuart, ma anche al resto del cast che svolge egregiamente il proprio lavoro con mestiere (da citare Raffaella Lebboroni nel ruolo della dottoressa). Il tema centrale è la malattia del protagonista (una sorta di biografia dello stesso Bruni) e se ne parla talvolta col sorriso e talvolta con una sorta di crudezza positiva. Ottima la colonna sonora, ben innestata; anche la fotografia fa la sua bella figura.
Commento di: Lupus73
Una ragazza vive sola col fratello malato e trova l'occasione della "vita": un gioco (imbandito da un facoltoso tizio) con succulento premio per "l'unico" vincitore. Ambientazione serale con cena in un'elegante villa retrò tanto che pare di trovarsi in uno dei vari "inviti a cena con delitto" usciti dai gialli della Christie; poi inizia il gioco "al massacro" (con fantasiose trovate) in un crescendo spietato che riesce nell'intrattenimento. Ottima confezione, tempi scevri da facili iperattivismi. Horror beffardamente cattivo che non lascia spazio a nessun tranquillizzante ottimismo.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Edificante parabola d'una ragazza (Deschanel) che ha sofferto per due genitori incapaci di trasmetterle l'affetto necessario e che raggiunge dopo anni di lontananza il padre (Harris) all'indomani della morte della madre. Reese vive da sola a New York, sta faticosamente cercando una strada come attrice e nel frattempo sbarca il lunario lavorando al bancone d'un bar, ma quando viene a conoscenza della triste notizia decide di tornare lì dove ancora risiede il padre, scrittore di grande successo così come lo era sua moglie, anche se in un ambito letterario molto diverso....Leggi tutto Potrebbe guadagnare centomila dollari se passasse, a una giornalista che gliele chiede insistentemente, le lettere che i suoi celebri genitori si scrivevano molto tempo addietro e di cui lei è di fatto proprietaria, ma Reese sulle prime nicchia. Non troppo a lungo però, perché il motivo per cui s'incammina verso la casa di papà è anche quello di recuperare proprio quelle lettere. Una volta lì si accorge che nella casa non abita lui ma uno strano tipo (Ferrell) con una ragazza più giovane (Warner). Non sembrano nemmeno stare insieme i due, visto che il primo è un sedicente rocker "cristiano" un po' tardo e lei una ex alunna dei corsi del padre. Quest'ultimo si scopre vivere nella dépendance, seppellito tra i libri e decisamente invecchiato (si riconosce che è Ed Harris solo osservando le foto sul retrocopertina dei suoi romanzi, quando non era ancora coperto da barba e capelli arruffati). Presentatasi con atteggiamento cinico e strafottente (non è nemmeno andata al funerale della madre), la malinconica Reese scoprirà una sconosciuta profondità di sentimenti e un affetto che non sospettava di avere nei confronti del genitore. E Will Ferrell? Se ne sta in casa a provare la chitarra, a organizzare meticolosamente i pranzi e le cene, a discorrere con la coinquilina e a cercare di instaurare un qualche tipo di rapporto con la nuova venuta. Per il suo personaggio stralunato sarebbe anche perfetto, solo che è un ruolo marginale: al centro sta in tutto e per tutto la Deschanel, perché è sulla maturazione del suo carattere che il film di Adam Rapp (anche autore unico della sceneggiatura) si fonda usando il linguaggio tipico degli autori americani che cercano di comunicare dirigendo film di spessore; la delicatezza e il tocco soave trovano la sponda perfetta in musiche mai fuori luogo, in una misura che vuol essere eleganza (pure formale) ma si traduce quasi sempre in un'inconsistente inconcludenza di fondo, in passaggi di prevedibile comunione sentimentale e altri di altezzoso scontro tra la protagonista e l'ex studentessa. Non si può non riconoscere a WINTER PASSING una gradevolezza data dalla professionalità della confezione e dalla buona interpretazione del cast, ma gli manca un'accettabile capacità di coinvolgimento: tutto appare freddo, distaccato, un po' come l'inverno che il titolo sottolinea e che bene la fotografia riprende nei suoi corretti toni decadenti. Alla fine, però, poco resta in mano e ci si accorge di quanto sia artificialmente resa la figura di Harris, che si vorrebbe cardine, e quanto ruffianamente quella di sua figlia (comunque ben inserita nel contesto dalla brava Deschanel). L'unico personaggio realmente interessante e originale è forse proprio quello di Ferrell, e più per merito del suo interprete che non della sceneggiatura.  
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Ritratto di una tipicissima famiglia americana Anni Cinquanta: Joe (Whitmore), Mary (Nancy Davis, che il mondo conosce ormai come l'ex first lady Nancy Reagan) e il figlio Johnny (Gray). Nelle prime fasi il film sembra semplicemente raccontarne il quotidiano soffermandosi sull'irritabilità del padre, la bonaria comprensione di sua moglie (sul punto di partorire un secondo figlio) e sulla simpatia del piccolo; ma è chiaro che si sta invece preparando il terreno per quella che è la vera idea chiave del film, suggerita fin dal titolo: una sera Joe sente in radio una strana...Leggi tutto voce che s'intromette nei programmi annunciando di essere nientemeno che... Dio! Sulle prime nessuno ci fa troppo caso, ma quando il fenomeno si ripete il giorno successivo senza che ci si riesca a spiegare l'origine della voce, qualcuno inizia a farsi due domande... Ciò che dispiace, purtroppo, è che noi quella voce non la sentiamo mai! Per un motivo o per l'altro, quando arriva l'ora del messaggio divino succede qualcosa che ci impedisce l'ascolto. Possiamo solo sentire la riproposizione dei concetti espressi dalla stessa riportati da chi in radio li ha trascritti (perché di riuscire a registrare “in diretta” non se ne parla, pare impossibile!). Non che poi siano comunicazioni tanto particolari, quelle che Dio ci fa pervenire, tanto che l'attenzione è posta sul fenomeno in sé, non sui contenuti delle frasi divine, fondamentalmente rimasticature di principi cristiani elementari adattate al momento storico, con insegnamenti positivi che si rifletteranno sui comportamenti delle persone con qualche piccolo miracolo non troppo impegnativo. L'evento viene vissuto attraverso la percezione che ne ha la famiglia di Joe, alle prese coi problemi di un prossimo parto, di un lavoro in cui il superiore (Smith) poco concilia l'armonia tra colleghi e un'auto che non ne vuol sapere di accendersi al primo colpo. Il clima tipico della periferia americana disegnata dalle villette con steccati bianchi risalta bene nel bianco e nero di William Mellor, mentre poco si può rimproverare alla coppia protagonista, anche se la caratterizzazione di gran lunga più importante è quella di Whitmore (la Reagan è costantemente chiusa in casa e quasi sempre in cucina), divertente soprattutto negli scambi col poliziotto che pare accanirsi con lui (spassosa la gag della doppia multa consecutiva). Permeato da uno spirito cattolico evidente, che sciorina citazioni dalla Bibbia e introduce i diversi giorni della settimana con didascalie ispirate alla creazione del mondo, un innocuo film in bilico tra commedia e dramma, realizzato professionalmente ma che poco sfrutta l'insolito spunto di base. Funziona comunque come preciso spaccato familiare d'epoca (la mamma che compra i cereali per i concorsi a punti, il figlio reclutato per la consegna dei giornali a domicilio, le scaramucce sul lavoro...) e si lascia vedere senza gran rimpianti.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il principale difetto del seguito di uno dei film più geniali della scorsa decade è quello di riprendere in pieno la formula del predecessore (inevitabilmente, si dirà, dal momento che era essa stessa parte di un progetto ben preciso e immodificabile se non a costo di stravolgerne il particolarissimo impatto), rendendo quest'appendice in definitiva superflua, ridondante. Si recupera la singolare mescolanza di mockumentary, metacinema, riprese in (presunta) candid-camera, commedia demenziale totalmente folle e politicamente...Leggi tutto scorrettissima con lo scopo di ottenere il medesimo effetto straniante di allora. Qui però, benché l'originalità e la follia dell'umorismo a cui si ricorre permetta ancora di staccarsi nettamente e con facilità da tutto ciò che circola nel genere, la qualità delle gag e della sceneggiatura fatica a mantenere gli alti livelli dell'esordio. Tornato in Kazakistan dopo il successo del suo film, Borat (Cohen) viene condannato ai lavori forzati per aver trasformato la sua nazione nello zimbello del mondo causando il crollo delle loro esportazioni di potassio e pubi (!). Ora, però, viene convocato per una missione speciale: dovrà tornare in America e consegnare in dono al vicepresidente “sessuomane” Mike Pence la scimmia pornostar idolo del Kazakistan per poter rientrare nelle grazie di Trump e affiliati. Peccato che, una volta negli States, Borat si accorga, aprendo la cassa, che la scimmia è stata divorata da sua figlia quindicenne Tutar (Bakalova), in viaggio con papà. Come si può capire siamo nella follia più pura e sganciata da ogni logica, caricata a pallettoni contro il potere trumpiano e pronta, di nuovo, a portare alla luce gli aspetti più popolari (talvolta beceri) della cultura nordamericana. Ma naturalmente Borat non può più permettersi di girare col look di sempre, lo riconoscerebbero subito! Per questo decide di travestirsi in più modi per poter entrare da uomo qualunque nei negozi, nelle sedi politiche, ai convegni di negazionisti del covid comportandosi come d'abitudine da perfetto deficiente! Purtroppo la presenza di un partner al fianco (la figlia) depotenzia il personaggio e affolla il film di indispensabili sottotitoli (tra loro i due parlano in kazako). E' vero che la ragazzina accende un gioco di azioni e reazioni di esilarante, parossistico maschilismo (una delle trovate migliori è il "manuale per proprietario di figlia", libello in cui sono illustrate e riportate spiegazioni improbabili sul parto, sul ruolo inferiore della donna nella società e altre imperdibili amenità), ma spesso i loro dialoghi rallentano il ritmo. Più in generale molte fasi di raccordo lasciano interdetti evidenziando un film poco omogeneo, che già parte svantaggiato nei confronti di chi questo tipo di comicità volgare (indimenticabile il balletto con mestruazioni alla serata delle debuttanti) faticherà sempre e comunque ad accettarlo. Pensiamo alla seconda parte, occupata parzialmente dal covid con tanto di delirante chiarimento sulle “reali”origini dello stesso in uno slancio illuminante della volontà di non arretrare di fronte a nulla. Sforzo lodevole, a suo modo unico, ma nel complesso il film è molto meno divertente del numero uno. Il personaggio resta strepitoso e associato a una formula inimitabile, ma per dare un vero senso al sequel era necessario innovare o in alternativa azzeccare una sequela infallibile di situazioni in cui inserire il protagonista (in una delle meno significative il nostro incontra Tom Hanks, presente in un fugacissimo cameo). Di nuovo fenomenale il lavoro di Pino Insegno al doppiaggio.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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