il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

LA MESSA È FINITA
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318794 commenti | 59111 titoli | 23521 Location | 10104 Volti

Location Zone

  • Film: Il grande sogno (2009)
  • Multilocation: Via della Tribuna di Campitelli 9
  • Luogo reale: Via della Tribuna di Campitelli, Roma, Roma
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  • Film: Anni facili (1953)
  • Luogo del film: Il bar dove si incontrano il barone La Prua (Gino Buzzanca) e il prof. De Francesco (Taranto)
  • Luogo reale: Via Monsignor Giovanni Blandini, Noto, Siracusa
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ULTIMI VOLTI INSERITITUTTI I VOLTI

  • Simona Patitucci

    Simona Patitucci

  • Katie McGovern

    Katie McGovern

Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Teddy
Il male assoluto, ideato da King e portato sullo schermo da Hooper, si rifugia in città che sembrano l’anfiteatro di un obitorio, si nutre di sangue e resti di cadaveri e acquista la propria forza dalle nevrosi di massa annidate nel retrogrado sottobosco provinciale. Una delle più suggestive derive vampiresche del genere horror, famosa per il suo clima di malato misticismo e per l’assoluta visionarietà della messinscena. Maestosa e delirante la magione che sovrasta la cittadina di Salem’s Lot; ottimo il terrifico make up del vampiro. Da riscoprire.
Commento di: Cotola
Una figlia e un padre instaurano un nuovo rapporto, precedentemente non buono, dopo che l'uomo si ammala gravemente. Lo spunto narrativo non è per nulla nuovo, ma è trattato con una meritoria sobrietà che lo porta a evitare scene madri, lacrimose e ricattatorie ma che riesce a emozionare profondamente. Duro ma anche dolce, tagliente e delicato, merita assolutamente la visione per godersi il graduale riavvicinamento tra i due protagonisti. Ben caratterizzati i personaggi - agghiaccianti gli altri familiari - e bella prova di tutto il cast, con Georgakopulos e la Kokkali su tutti.
Commento di: Galbo
Un'importante agenzia di spettacolo romana con quattro soci ha come clienti celebri attori. Remake di una celebre serie francese, rappresenta un esempio di un buon adattamento italiano. Merito del cast di base, con attori aderenti ai propri personaggi di celebri "talent" italiani che interpretano una versione ironica di se stessi. Tra i migliori episodi quello con Sorrentino, che rappresenta una vera rivelazione come attore e quello con Favino che nel suo episodio non riesce a uscire dal personaggio di Che Guevara che ha interpretato. Buon ritmo e sceneggiature ben scritte.
Commento di: Cerveza
Ciò che non è vero dovrebbe essere perlomeno proposto con i crismi della verosimiglianza per stimolare un minimo coinvolgimento del pubblico. Purtroppo qui le verosimiglianze scarseggiano: solo assurdità emesse a raffica che spingono continuamente lo spettatore fuori dallo schermo. Curioso però come vengano bypassati decine di cadaveri, sanguinari squartamenti umani, cannibalismo, per poi rimanere scioccati dalla macellazione di una cagnetta. Da segnalare un cast mitologico (Arthur Kennedy, Carroll Baker, Lionel Stander, Olga Karlatos) buttato nel gruppone come dei qualunque.
Commento di: Pesten
La vendetta senza lasciare prigionieri è la base di questo film che, nonostante sia caratterizzato da una confezione e un lato tecnico sicuramente di buon livello, non possiede spunti che riescono ad accendere la fiamma dell'interesse dello spettatore. Si passa da momenti nei quali si vuole intraprendere la strada comica del genere, ad altri in cui l'intenzione sembra essere quella di creare qualcosa di più criptico e ragionato, ma in entrambi i casi il film soffre di una sorta di diluizione che lo porta a essere quasi tedioso.
Commento di: Giùan
Altro tassello della filmografia soderberghiana, tanto apparentemente eclettica per generi e tecnica (qui gira nuovamente con iPhone), quanto vieppiù concentrata sul disvelamento politico-economico del dietro le quinte della società dello spettacolo (qui quello dell'Nba). Il risultato è "obbligatoriamente" opaco e piatto, teso a occultare e neutralizzare appunto lo show per concentrarsi su luoghi (sterili) e discorsi (ricattatori) in cui lo sfruttamento viene deciso, prodotto e venduto. Un film saggio, importante ma eminentemente programmatico. Bravo Holland, splendido coach Duke.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Ricostruzione in forma di docufiction degli anni successivi alla scomparsa di Manuela Orlandi, la quindicenne che il 22 giugno 1983 non fece ritorno a casa dopo una lezione di musica alimentando ogni teoria complottistica possibile. I presunti coinvolgimenti riguardano innanzitutto lo stato del Vaticano (dove la ragazza viveva con la sua famiglia) e conseguentemente i servizi segreti di mezzo mondo, la mafia, la banda della Magliana fino allo Ior e il Banco Ambrosiano. Sembra impossibile che intorno a un caso di scomparsa apparentemente comune siano potute ruotare negli anni ipotesi tanto complesse...Leggi tutto e stratificate, insieme a testimoni spesso di dubbia credibilità, svelamenti improvvisi e parziali di verità fino ad arrivare a immaginare Emanuela (che oggi avrebbe più di cinquant'anni) ancora viva in qualche parte del mondo, dal momento che il corpo non è mai stato trovato...

L'abilità, in una serie che ha dalla sua un'ampissima gamma di fonti da cui attingere e di fantasiose tesi per alzare la posta, è stata quella di aver saputo raccontare quanto accadde riuscendo ad appassionare lo spettatore, spiegando molto di quanto noto agli inquirenti con la maggiore chiarezza possibile. E' il primo gran merito del lavoro del regista Mark Lewis, che organizza le decine di diversi indizi affidandosi a una ricostruzione di grande effetto, che con montaggio serrato, musiche accattivanti e ricerca di immagini in grado di evocare in modo anche indiretto quanto descritto, conferisce alla serie la forma dell'inchiesta da seguire come un giallo (la cui soluzione può al momento essere solo teorizzata). Avvalendosi dell'aiuto di collaboratori come Andrea Purgatori, che da anni segue il caso riportandone le tappe nella sua trasmissione "Atlantide", la coproduzione anglo-italiana mette sul piatto (in quattro puntate di un'ora ciascuna) molte delle piste vagliate durante gli anni, facendo ordine in una galassia in piena entropia e arrivando a un'unica conclusione, quella a cui tutti sembrano tendere con decisione: al Vaticano sono in molti a sapere che fine abbia fatto Emanuela.

Con la presenza forte di Piero Orlandi, il fratello di Emanuela che dal 1983 a oggi ha dimostrato più di tutti di avere seguito ogni fase, di avere cercato ad ogni costo la verità pur rischiando di finire col credere a parziali bluff e testimonianze dubbie, l'indagine si apre a ventaglio agganciando alcuni punti fermi come la testimonianza resa da Sabrina Minardi, al tempo compagna di De Pedis (il "Renatino" boss della Banda della Magliana), la quale afferma di aver preso parte al rapimento e di aver custodito per una settimana Emanuela a Torvaianica. Si incontra poi una breve ricostruzione del caso Calvi e degli altri Banchieri di Dio (Marcinkus in primis), si ascoltano figure a loro modo importanti per quanto decisamente controverse come Marco Accetti (che dimostrò di avere con sé il flauto di Emanuela) e il cui relativo coinvolgimento nel caso è accertato. E' davvero possibile, come viene detto da Purgatori, che ogni ipotesi contenga un frammento di verità? E cosa c'entra Ali Agca, la cui liberazione fu sulle prime richiesta come riscatto per la restituzione della Orlandi?

Il successo della serie è dovuto all'efficacia della narrazione, perfetto esempio di docufiction moderna, e alla grandiosità degli scenari che apre per un caso a suo modo unico (come mai più ripetutasi è la scomparsa di un cittadino del Vaticano). Seguire le suggestioni indicate dalla serie significa rituffarsi in una ragnatela fitta di rapporti mai chiariti tra poteri in apparenza distanti e invece interconnessi, spiare all'interno d'un vaso di Pandora che la stessa Santa Sede ha deciso anche in seguito al successo della serie di riaprire. Qualche inevitabile furbizia per aumentare il tasso spettacolare dell'inchiesta è inevitabile, molto del caso è stato colpevolmente tralasciato per arrivare a conclusioni più facili da comprendere, ma, come parziale compendio di quanto al momento è dato sapere sul caso (compreso di scoop inattesi come l'intervista fondamentale all'amica di Emanuela), VATICAN GIRL è notevole ed esemplarmente limpido nel disvelamento progressivo dei fatti. Da seguire come un autentico giallo politico di dimensioni internazionali, senza pretendere comunque che esaurisca in quattro ore l'enorme mole di informazioni raccolte in quarant'anni.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Paolo Genovese trae dal proprio omonimo romanzo un film piuttosto insolito che, nonostante la presenza nel cast di due attori brillanti come Mastandrea e Servillo, sceglie la strada del dramma a tinte surreali e una Roma prevalentemente notturna e piovosa come teatro per un'avventura dai tratti sospesi. La domina un Servillo che con fare sornione imperscrutabile interpreta una sorta di Caronte in missione recupero: un istante prima che un suicida commetta l'insano gesto lo prende con sé e lo conduce come un fantasma a scoprire come si comporteranno le persone che conosceva e cosa...Leggi tutto accadrà dopo la sua morte. Un po' quello che Dickens aveva immaginato nel suo “Canto di Natale”, insomma, e che permette uno sviluppo tendenzialmente favolistico qui reso più immanente dal profondo realismo degli scenari e da un approccio che si vorrebbe più adulto.

Genovese riveste di un alone misterioso l'operato dell'accompagnatore senza nome (Servillo), il quale fin dall'inizio non si capisce come agisca, che intenzioni abbia e perché scelga di comportarsi in modo tanto enigmatico. Diciamocelo: si gioca sulla sua ambiguità perché il film possa far nascere in chi guarda la curiosità, la spinta a farsi molte domande (talvolta destinate a rimanere senza risposta); le stesse che si pongono i quattro suicidi che l'uomo "salva" portandoli in una terra di mezzo nella quale non sono né morti né vivi, o meglio morti in attesa di verificare se, anche alla luce di quanto vedranno, desidereranno poi ancora uccidersi. Il loro destino si compie, in pratica, ma per un certo numero di giorni avranno la possibilità di riconsiderare la loro decisione.

Perché si sono suicidati? Napoleone (Mastandrea) per aver perso interesse dopo una vita passata a motivare gli altri a ripartire, Arianna (Buy) perché non riesce a dimenticare la morte improvvisa della figlia sedicenne, Daniele (Cristini) per la disistima in se stesso, youtuber da 900.00 follower guadagnati abboffandosi di enormi quantità di cibo in diretta, Emilia (Serraiocco) perché ossessionata dall'idea di arrivare sempre seconda in una carriera da ginnasta che l'ha costretta sulla sedia a rotelle dopo una sfortunata caduta. Naturalmente apatici, poco invogliati a seguire le criptiche indicazioni dell'uomo che li accompagna per la città, li vedremo uniti da un anomalo senso di amicizia e comunione. Nel frattempo, tuttavia, la loro comprensibile, scarsa vivacità si traduce in una evidente perdita di agilità del film, che procede lento, talora troppo compiaciuto di frasi artefatte rese più naturali solo dalla bravura del cast. Il clima rarefatto in cui si muovono i protagonisti si riflette insomma in una forma cinematografica attendista e fiacca, che per riemergere avrebbe bisogno di una sferzata decisa che non arriva mai.

E così, se pure è apprezzabile la relativa originalità del progetto, se nulla si può rimproverare a un cast adeguato e ottimamente diretto, se la scelta delle location e di una colonna sonora di qualità indica l'eccellente fattura di un film che riconferma peraltro l'abilità tecnica di Genovese, in più di un momento si desidererebbe una forte accelerata che lo smuova da quell'atmosfera sì accattivante ma anche penalizzata da un incedere troppo compassato, privo di notazioni ironiche rimaste a presenziare solo nei tratti somatici della consueta, impagabile espressività di Servillo. Il finale, che inizialmente sembra indirizzato verso una moraletta scontata e povera, recupera un po' con un colpo di scena telefonato ma che un suo senso indubbiamente ce l'ha.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Sui brevi versi della poesia di Quasimodo citata dal titolo, declamati da Franco Nero nel suo studio, il film si chiude, mostrando poi solo una serie di filmati d'epoca che riguardano l'infanzia di un ragazzo ucciso dalla camorra per un futile scambio di persona. Perché questa è (anche) la storia di quel ragazzo, realmente accaduta, una delle tante che ci ricordano come la camorra non necessariamente risparmi chi in fondo nulla c'entra con i suoi traffici. Basta un errore, appunto, qui compiuto con una sufficienza e una noncuranza che agghiaccia e che simboleggia alla...Leggi tutto perfezione l'inumanità del crimine organizzato.

Due clan in guerra si fronteggiano per il controllo delle piazze dello spaccio (la zona "delle palazzine", nel film); dall'altra la vita normale di chi vorrebbe provare a non confondersi nel nero pece della camorra facendo quello che tutti i giovani fanno: le ragazze, il torneo di calcetto, una serata con gli amici... Roberto (Caretta) è figlio di un magistrato (Nero) che sulla malavita locale sta indagando, Dario (Di Gennaro) del proprietario di un'autoscuola (Cantalupo). Si frequentano, passano le giornate insieme tra gli esami universitari, qualche minima frizione coi genitori, due ragazze conosciute da poco... Ma intanto i giovani muoiono, i boss sparano e tra gli emergenti si mette in luce Carlo "O muccuso" (De Rosa), “il moccioso", che sta con "O' Talebano" e nonostante non mostri particolare personalità o coraggio non si fa scrupoli a usare la pistola.

Storie di ordinaria delinquenza che il film non riesce a organizzare al meglio: un'impostazione troppo frammentaria, una scarsa capacità nel focalizzare i drammi, una messa in scena modesta che evidenzia i limiti tecnici dell'operazione, a cominciare da una fotografia che non dà profondità all'azione, a musiche anonime e a una recitazione complessivamente non proprio impeccabile. A convincere di più peraltro sono i giovani: Caretta e Di Gennaro, pur senza brillare eccessivamente, restituiscono discretamente la normalità dei caratteri interpretati, smorzano gli entusiasmi senza abbandonare comunque la voglia di vivere. E se Cantalupo e l'autoscuola restano più sullo sfondo, un po' più di spazio se lo guadagna ovviamente il magistrato cui dà il volto Franco Nero. Primo nome in cartellone, Nero è solo uno dei protagonisti di un'opera sostanzialmente corale. Non fa che mostrarsi preoccupato, tormentato dall'inizio alla fine dall'idea di poter perdere il figlio, e non incide, alle prese con un personaggio di rara inconsistenza e della cui sfera personale ben poco si sa. Parla con fare sostenuto, sembra voler volare alto coi pensieri ma si rivela cinematograficamente inconcludente: non molto fisicamente addentro alla vicenda principale, vi rientra solo per salutare il figlio e dare l'impressione di dirigere qualche retata...

Al regista Claudio Insegno (fratello del più noto Pino) pare che il film scivoli via inafferrabile, tra cronaca di delitti raccontati in diretta televisiva da Sandro Ruotolo (celebre giornalista Rai) e dialoghi tra camorristi rigorosamente in napoletano stretto; i sottotitoli, molto presenti, non si attivano tuttavia solo per loro perché la lingua utilizzata, salvo rari casi, è il dialetto stretto, forse l'unico autentico ponte che ci porta a immergerci in una realtà che per altri versi si fatica a percepire, tra esterni anonimi e la sensazione di un film indipendente che, per raccontare un mondo tanto duro, avrebbe avuto bisogno di un respiro più cinematografico e trasporto ben maggiore. Dispiace perché, ovviamente, non si può che provare infinita compassione per chi ha dovuto sopportare l'atroce dramma sul quale il film si chiude. Inutile, una volta di più, l'incipit che ci mostra una breve scena dopo la quale scatta l'immancabile "una settimana prima".
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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