il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

I LUOGHI COMUNI
del cinema italiano
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269722 commenti | 8971 papiri originali | 47858 titoli | 19658 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Mariti in città (1957)
  • Luogo del film: La stazione ferroviaria dove di mattina i mariti salgono sul "treno dei mariti"
  • Luogo reale: Stazione ferroviaria di Anzio, Piazza Raffaele Palomba, Anzio, Roma
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  • Film: Le giraffe (2000)
  • Luogo del film: Il cimitero nel quale viene seppellita la bara vuota del padre di Michela (Pivetti) e Roberta (Feril
  • Luogo reale: Cimitero di Monte Porzio Catone, Via del Cimitero 14, Monte Porzio Catone, Roma
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Cinecologo
Lee Chang-dong fu scrittore prima ancora che regista, tanto che la sua capacità di raccontare storie emerge in ogni suo film. In questo Poetry la ricerca della scrittura è peraltro elemento centrale del film: protagonista è infatti un'anziana signora, che comincia a manifestare i primi segni di alzheimer e cerca - in lotta con la malattia - di caratterizzare di bellezza e liricità gli ultimi anni della propria vita. Solo alla fine di un lungo percorso di sofferenza riuscirà a trovare la vena poetica, in contrasto con gli orrori che la circondano. Cinema lento e profondo.
Commento di: Il ferrini
Curioso ibrido fra il noir e l'action che finisce per non distinguersi in nessuno dei due campi ma comunque intrattiene, se non altro per il cast stellare che mette in campo. Su tutti si distingue Harrelson, che pur vedendosi poco ha il personaggio meglio caratterizzato. Regia e fotografia di ottimo livello, montaggio invece un po' epilettico che coi minuti rischia di assuefare facendo calare la tensione. La vicenda non è particolarmente originale (poliziotti corrotti, mafia russa, rapine e ricatti) ma può contare su alcuni interessanti colpi di scena. Non male. 
Commento di: Pumpkh75
Troppo demenziale per accontentare gli adolescenti, troppo romantico per gli oltranzisti dell’horror, troppo splatter per non turbare qualche marmocchio sghignazzante. Eppure, tra tante battutine sciocche e teste maciullate, sono proprio la mancanza di appartentenza e l’attrazione per il diverso a rendercelo simpatico, con quell’assoluta scemenza dell’opera che risulta a tratti contagiosa. Cast adorabile, dal “Bernie” Terry Kiser al Sean Whalen de La casa nera, ma effetti speciali, perlomeno quelli del dinosauro, desolatamente infantili. Traballante ma con lode.
Commento di: Tersilli
Una autentica full immersion negli anni Sessanta: dalla bellissima fotografia alla musica d'epoca, fino all'abbigliamento e ai tagli di capelli. Come sempre grandissima interpretazione di Enrico Maria Salerno e splendida la Medici (che tra l'altro, in seguito si fidanzerà con Califano). Simpatico il cameo di Gordon Mitchell nel ruolo di sé stesso. Per certi versi è simile (e opposto) a La voglia matta di Salce. Un po' sbrigativo il finale ma efficace.
Commento di: Siska80
Davvero colossale; il flop, si intende. Difficile riuscire a battere l'epic fail di Troy, eppure Stone ci è riuscito, offrendo allo spettatore tre ore di noia e smarrimento, nonostante le imponenti scene di battaglia e il cast di alto livello (almeno sulla carta): il protagonista è poco convincente, la Jolie incanta con la sua bellezza ma non basta (come si fa a spacciarla per la madre di Farrell?). La tanto decantata relazione con Efestione (un bravo Leto) si riduce a poca roba (visivamente parlando), la trama non ha uno snodo lineare e il finale non è per nulla emozionante.
Commento di: Siska80
Nonostante i buchi nella sceneggiatura e certe scene che volutamente si ripetono finendo con l'annoiare (come quella del povero tizio sulla Cinquecento costretto a rocamboleschi inseguimenti dal protagonista), Franchi riesce a strappare delle risate (sia per la buffa mimica facciale, sia per certe situazioni in cui il suo personaggio strampalato rimane coinvolto) dimostrando ancora una volta di non avere bisogno della spalla Ingrassia; simpatico anche il cast di contorno (soprattutto Andronico e Anatrelli).

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Comincia anche discretamente, con Lorenzo bambino che al cinema s'innamora dei film di arti marziali di Ceccke Lin (Ceccherini), idealmente concepiti guardando al KU-FU con Franchi. Purtroppo lo spunto si esaurisce presto, limitandosi in seguito a trasformare Cekke Lin in una sorta di idolo fantasmatico che di tanto in tanto compare di fronte al protagonista per consigliarlo (si fa per dire, i suoi suggerimenti riguardano sempre “la topa” come obiettivo ultimo di ogni pensiero). Cresciuto, Lorenzo (Paci) sbarca il lunario lavorando in fabbrica; una sera, incontrata davanti a un...Leggi tutto distributore di sigarette la bella Song Lee (Tempesta), prostituta che si spaccia per modella, si finge ricchissimo per attrarla. Un doppio inganno che proseguirà a lungo, fonte inesauribile di equivoci facilmente intuibili. Nel frattempo, per arricchire la storia, si dà una sguardo alla famiglia di Lorenzo, in cui la nonna “petomane”, sposata al nonno “abbronzato” (Monni), vivono con la figlia e i nipoti, che diventano il centro dell'attenzione: oltre a Lorenzo ci sono il fratello fanatico dei quiz televisibi (che resta sullo sfondo) e le due sorelle poppute. La prima, Vanessa (Del Basso), sogna di diventare un tenore e passa il tempo davanti a un bicchiere decisa a romperlo con un acuto, la seconda, Giovanna (Del Piano), è colei che il principale cinese di Lorenzo vorrebbe da sempre conquistare. Così, mentre prosegue la storia del protagonista con Song Lee tra reciproche, mitraglianti bugie, i caratteristi intorno cercano di dare varietà alla vicenda inserendosi saltuariamente per qualche blanda gag. Colpisce tuttavia che l'idea del kung-fu non sia supportata solo da un Ceccherini tutto sommato piuttosto spassoso nel ruolo di copia sbiadita e volgare di Bruce Lee (per quanto poco in scena) ma anche da una serie di combattimenti nemmeno mal coreografati tra il principale di Lorenzo e il braccio destro del pappone di Song Lee, da lei spacciato come stilista: calci e pugni conditi da un atletismo non indifferente. Il resto è la solita commedia alla Paci, che punta sulla simpatia del cast, l'avvenenza delle attrici e qualche battutina inserita qua e là accompagnata dalle inconfondibili espressioni del protagonista. Uno spunto vetusto e il rimpianto per non aver potuto vedere un film più centrato sul personaggio di Cekke Lin (che avrebbe avuto comunque bisogno di una sceneggiatura virtuosistica per reggere un intero lungometraggio). Relativamente frequente il ricorso ai sottotitoli (le cinesi amiche di Sung Lee non sono quasi mai doppiate), relegati a due o tre interventi al massimo Carlo Monni e Sergio Forconi (un collega in fabbrica), ultimo quarto d'ora prolungato senza un perché con un epilogo in Cina (vabbé, Cina...) tremendamente stiracchiato e favolistico nel senso più deteriore del termine.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Si sale di un piano e l'inquilino cambia sesso, ma di Polanski resta poco o niente. Allora dalla finestra si guarda sul cortile e si trova in Tobin Bell un dirimpettaio che pare più losco di quello che osservava James Stewart; ma William Hurt fare il Grace Kelly proprio non può... Per quanto la si giri salta sempre fuori qualcosa che stona. Gli strani tipi che abitano la palazzina ci provano anche a fare i cupi replicanti dei sinistri vicini...Leggi tutto polanskiani, ma davvero non c'è partita. Tranne per uno, quello che non a caso non si vede. Allora lì sì, il mistero tiene e da lì cresce. Come si era partiti? Jane (Lewis) decide di andare ad abitare nell'appartamento della vecchia zia morta cadendo dalle scale. Il suo compagno (Hurt) non la prende troppo bene visto che stavano progettando di vivere insieme altrove, ma i problemi sono altri: basta fare qualche piccolo rumore e quello del piano di sotto insorge. Chi è? Dovrebbe essere un'anziana ottantenne, ma se bussi o suoni non risponde mai. Cosa poi ci faccia poi tutta quell'immondizia fuori dal suo portone non si capisce. Dapprima fa trovare a Jane fogli in cui minaccia rappresaglie se non se ne starà in silenzio, successivamente addirittura un vademecum di pagine e pagine da seguire per ottenere il suo benestare... Bizzarro, se non altro, ma a questo punto la guerra è aperta e sappiamo tutti che in questi casi quella matta di Juliette Lewis non si fa pregare: salta sul pavimento, alza la musica, grida... Nel frattempo conosce qualcuno del palazzo e quando resta chiusa fuori di casa chiama a sistemarle la serratura proprio il dirimpettaio con la faccia equivoca (che è poi quella di Tobin Bell, già bello obliquo anni prima di “trasformarsi” in Jigsaw). Però - colpa anche di una fotografia piatta paratelevisiva poco indicata per un clima così opprimente - la tensione pare artificiosa, monta a fatica e gli inserimenti misterici che potevano dare inatteso senso al tutto arrivano un po' troppo tardi per caratterizzare il film in quella direzione (mappe, suggestioni egizie buttate lì). E così, se da una parte la lotta coll'enigmatico vicino almeno all'inizio trova spunti efficaci, dall'altra il solito clima di diffidenza che circonda la protagonista, cui amici e conoscenti danno ripetutamente della visionaria, è stantio. Quanto al mestiere di metereologo clownesco affibbiato a Hurt, che fa a pugni col suo aplomb al contrario serissimo - pare aggiunto giusto per sdrammatizzare di tanto in tanto, ma il suo è un personaggio grigio e totalmente anonimo. Il peso della pellicola ricade quindi quasi interamente sulla Lewis, che all'epoca se lo poteva permettere, mentre la regia azzecca qualche trovata d'effetto (il polistirolo, le maioliche che saltano, il finale con sorpresa) ma non riesce mai a stupire con impennate stilistiche che possano scuotere il film dalla sua traversata tranquilla nei mari del già visto. Anche le musiche non lasciano alcun segno e la cara vecchia Wendy ridotta a scialba portinaia dà la misura della distanza col superbo modello polanskiano. Oltre alla Lewis qualcosa di sfizioso e curioso si trova, comunque.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Caotico thriller australiano che cerca di valorizzare l'ambientazione desertica per caratterizzarsi in direzione di un pulp estetizzante in cui domina il non detto lasciando che la storia vada a comporsi un po' alla volta lasciando qualche buco. Si parte subito con un incontro nell'assolatissimo deserto: scambio di valigette, denaro per droga, ma l'orientale che sgomma via con quest'ultima salta in aria. Sorte poco diversa coglie il killer col denaro: pochi istanti dopo, per evitare un frontale con l'attraente Jina (Booth), esce di strada e ci resta secco. Arrivato giusto...Leggi tutto in tempo per assistere al cappottamento, il giovane Colin (Lyons) fa salire la bella bionda ancora sconvolta sulla sua auto e consegna la valigia coi soldi al poliziotto locale, Frank (Clarke), per coincidenza marito di lei. Si capisce che la storia comincerà a girare intorno ai tre divi e ai soldi, perché naturalmente i proprietari degli stessi non tarderanno a farsi sentire e a eliminare brutalmente chi si frapporrà sulla strada del recupero. Ma l'ambiguità dei protagonisti farà sì che le zone d'ombra aumentino esponenzialmente e che il film si trasformi in un classico noir moderno dalle forti tracce pulp. La fotografia dai colori sparati, che mette in risalto l'ocra del deserto e l'azzurro del cielo, comunica calore e una solitudine che la casa con piscina di Frank e Gina, situata in fondo a uno sterrato, circondata dal nulla, accresce. L'azione è spesso concitata (pur senza le estremizzazioni in cui spesso film così incorrono), ci si sposta dalla centrale di polizia al “Neverest”, il bar di fronte dove il trafficante morto nell'incidente iniziale aveva appuntamento con qualcuno alle 12.30, a giudicare dal foglio trovatogli in tasca da Colin; quindi sulle strade desolate, tra la terra riarsa e una piccola miniera. Emma Boothe è chiamata al ruolo di femme fatale e appena il marito la lascia in piscina con Colin fa scivolare via il costume e lo invita a tuffarsi mentre in paese si svolge una sfida tra bande musicali tanto per cercare di infilare qualcosa di orginale. Il sangue scorre parco, la violenza è contenuta rispetto ai canoni del genere. Si punta a raccontare prima di tutto una storia, ma lo si fa inciampando in una sceneggiatura zoppicante che la regia di Craig Lahiff non aiuta ad articolare meglio. I personaggi invece sono tutti piuttosto azzeccati, anche per merito di un cast ben scelto che vede imporsi il bravo Jason Clarke, indubbiamente adeguato al genere. Più si procede, tuttavia, più quei tratti singolari che parevano intrigare si fanno sempre più deboli andando via via a spegnersi in un'azione di maniera, con tanto di soluzione telefonata che convince poco... Si punta vanamente a stupire con veloci colpi di scena e imprevisti ribaltamenti di situazione, ma a soddisfare è semmai la discreta mano del regista – che ben sfrutta le location - all'interno di una perfetta aderenza agli stilemi noir/pulp del momento.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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