il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

ROCKY vs DRAGO vs ROCKY IV
confronto tra le due versioni
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296939 commenti | 9454 papiri originali | 53946 titoli | 21699 Location

Location Zone

  • Film: L'uomo senza gravità (2019)
  • Luogo del film: Il bar dove Oscar (Germano) invita Agata (D'Amico) appena rincontrata a prendere qualcosa
  • Luogo reale: Bar Carini, via Roma 10, Treviglio, Bergamo
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  • Film: I soliti idioti - il film (2011)
  • Multilocation: Castello di Torre in Pietra
  • Luogo reale: Piazza Torrimpietra 2, Torrimpietra, Fiumicino, Roma
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI VOLTI INSERITITUTTI I VOLTI

  • Claudio Biava

    Claudio Biava

  • Stella Monclar

    Stella Monclar

Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Pumpkh75
I riscontri positivi su Ovredal (anche qui, in verità, non è che diriga poi così male...) e quei paesaggi mozzafiato di fiordi e boschi che si intravedono già dal trailer sono luccicanti specchietti per allodole, ma con un vetro fragilissimo che va subito in mille frantumi: un fiume di scene già viste, di sbocchi già percorsi e di scelte già fatte, con un protagonista che dovrebbe collocarsi tra Thor e il Nazareno e invece ha skill perfetti per commedie alla Porky’s. Più che un racconto su un Supereroe, è il racconto di un super errore. Che non vi venga voglia...
Commento di: Giufox
"Opera aliena", citando gli stessi autori, più facilmente collocabile in avanguardie precedenti che nel panorama cinematografico italiano di fine secolo, tra falli, macerie e grafismi. Allegoria sporca e grottesca, abitata da meccanismi già collaudati nel film precedente e qui spinti oltre, verso quel dissacrante punto di non ritorno che lo ha reso l'ultimo film italiano censurato. A suo modo un capolavoro, che vive di tante inquadrature che potrebbero figurare degnamente in un volume di Klein o Cartier-Bresson; per tessuto umano e chirurgica intelligenza compositiva.
Commento di: Sbiriguda
Piacevole trasposizione cinematografica della vita del creatore dell'orsetto Winnie Pooh e dei suoi rapporti con il figlioletto, non a caso fatta uscire a suo tempo a ridosso del periodo natalizio. Molto curate le ambientazioni e la regia, che spesso indugia sui primi piani dei protagonisti. Buone le prestazioni del cast, in primis l'ottima Macdonald (nel ruolo della tata) e la Robbie. Nel complesso un prodotto ben confezionato per famiglie che, pur senza essere un capolavoro, si lascia guardare con piacere.
Commento di: Silvestro
Il confronto tra questo film e Strappare lungo i bordi è inevitabile, considerando le forti similitudini tra i due lavori. Se nel caso della serie tv possiamo parlare di un'opera riuscita, in questo caso invece dalla penna di Zerocalcare esce qualcosa di  interessante e con discreti spunti; ma  ancora acerbo, frammentario e privo della necessaria maturità stilistica.
Commento di: Mco
Gli echi di Nakata dal Giappone raggiungono Torino. Qui il trio di registi mette in scena una storia di maledizioni e morte virali, legate a quella tecnologia sempre più pressante e esiziale. La giovane e spaventata protagonista (Erica Landolfi) tenta in ogni modo di resistere alla tentazione di dar prosecuzione alla catena, cedendo poi alla consapevolezza della debolezza dell'essere umano, oramai incapace di lottare contro qualsiasi minaccia. Buono il corredo musicale e qualche salto procurato, glaciale la Piano e impeccabile nella sua piccola parte l'aretino Marmi. Gradevole.
Commento di: Straffuori
Un road/truck movie praticamente perfetto per i primi 30 minuti, fino a quando non precipita nella (assolutamente stucchevole, inutile e forzata) denuncia sociale e nell'hippysmo d'accatto con tanto di giornalisti beceri al seguito dell'allegra carovana. Ali McGraw è divinamente stupenda, Kristofferson affascinante e piacione. Burt Young in una delle sue migliori interpretazioni.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

E arriva anche per Carlo Verdone, da sempre legato al formato cinema, il momento della serie televisiva. Senza azzardare nulla di particolarmente originale, VITA DI CARLO entra nella vita del protagonista e racconta il suo quotidiano in una fiction che tende - almeno a livello ideale e di percezione nello spettatore - a rispecchiare quelle che sono (o potrebbero essere) le vere giornate di un attore, ormai notissimo, nella città in cui da sempre abita e lavora. Verdone, infatti, recita qui nella parte di stesso (nome e cognome compresi), attorniandosi di attori e caratteristi che con lui...Leggi tutto interagiscono nei ruoli naturali presenti nella vita di ognuno di noi: l'amico (ortora), l'ex moglie (Guerritore), i figli (la De Angelis, in realtà figlia di Margherita Buy, cui somiglia davvero tanto, e Contri), la domestica (Paiato), la nuova fiamma (Caprioli), il produttore cinematografico (Ambrogi)... I principali, tra loro, tornano in più puntate (delle dieci di cui è composta la prima serie), altri vi entrano come "guest star" (Calabresi, Ferrero, Papaleo, Haber, Morgan...). In ogni episodio c'è un evento principale attorno al quale ruota la storia, spezzato dall'intervento delle presenze fisse che aiutano a riempire i vuoti. Così strutturata la serie - che procede di mezz'ora in mezz'ora - difficilmente annoia e, per quanto non sempre brillantissima, si lascia vedere. Verdone trascorre il tempo a riflettere sulla sua situazione di stress costante sognando almeno una giornata di piena tranquillità, di felicità autentica, ritrovandosi spesso preda della malinconia mentre magari osserva lo splendido panorama dalla sua terrazza con vista (che non è quella della sua vera casa, come noto, tutto è ricostruito). Il tema ricorrente, e che segna in qualche modo l'intera serie, è la sua candidatura a sindaco di Roma: Carlo non è affatto deciso ad accettarla, ma in molti lo spingono a provarci finendo col convincerlo. Ecco allora che i fan che lo fermano per strada chiedendo autografi e selfie non si limitano a fargli i complimenti ma cominciano a informarsi sulle sue reali intenzioni politiche, mentre sullo sfondo si profila un'avversaria già pronta a sfidarlo negli immancabili salotti televisivi. Più curiosa la figura dell'ex fidanzato (Bannò) di sua figlia, lasciato nelle primissime puntate ma che rimane a dormire in casa di Carlo per non dover tornare da suo padre (capiremo in seguito il perché); con il giovane si stabilirà un rapporto quasi paternalistico, di sofferta comprensione nei confronti di chi non sembra proprio sapere dove sbattere la testa. Diretti da Verdone con Alberto Catineri, gli episodi si stabiliscono più o meno tutti sullo stesso livello, senza raggiungere grandi vette ma nel complesso dimostrando di essere confezionati con una certa eleganza, premiati da un Verdone che riprende il suo personaggio di sempre riuscendo ancora a far sorridere. La scelta di chiudere in breve tempo permette di ottenere una mirabile concisione, con qualche momento che lascia abbastanza interdetti (la breve permanenza nel convento di clausura) e altri che invece meglio si integrano con il mondo dello spettacolo che Verdone mostra naturalmente di conoscere bene (il produttore burino che insiste per un nuovo film "coi personaggi" alternato al suo opposto, lo sceneggiatore che punta invece al cinema d'autore che lo invita a sganciarsi dalla ripetitività...). Spassoso Max Tortora come amico costantemente in crisi con la compagna, più classicamente caratterizzata la domestica di Maria Paiato. E' vero che non ci si fanno grandi risate, ma il ritratto dell'attore ripreso nella sua vita di tutti i giorni risulta piuttosto attendibile e comunque si sorride.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il primo film americano del quotato regista di INFERNAL AFFAIRS non pare assolutamente all'altezza del suo talento, e anzi già dalle prime scene si avverte la fastidiosa sensazione di un'opera che vuole stupire sfoggiando ad ogni costo uno stile moderno col risultato di ottenere una narrazione spezzettata e caotica, con immagini che si sovrappongono, scene frammentate... Il tutto senza alcun motivo; un semplice annacquamento del campo visivo che tenta vanamente di coprire i difetti di una storia scarsa, che frulla i classici...Leggi tutto del thriller a stelle e strisce (il solito SEVEN in primis) per proporre Richard Gere negli sgradevoli panni di un funzionario pubblico che ha il compito di seguire il reinserimento nella società di individui da poco usciti di galera resisi in passato responsabili di stupri e delitti assortiti. Lavora con antipatica ruvidezza, al punto che i suoi colleghi (capitanati dall'ex padre di Laura Palmer Ray Wise) decidono di anticipargli la pensione e cacciarlo, anche perché l'uomo sta cominciando a perdere la testa e fatica sempre di più a controllarsi. Gere è bravo a interpretare un ruolo singolare, parzialmente negativo, e rappresenta forse l'unica vera qualità del film, per il resto ostaggio di una sceneggiatura fumosa e contorta, mai capace di procedere sensatamente, che accumula assurdità in sequenza, coincidenze improbabili e che di rado sfrutta qualche buon dialogo degno di miglior sorte. Il suo Errol Babbage, agendo in opposizione all'indole bonaria cui Gere ci ha abituati, si muove all'interno di uno strano registro che non ci permette facilmente di inscriverlo tra i buoni o i cattivi; sta nel mezzo, chiamato a istruire la donna (Danes) che prenderà il suo posto la quale ancora non sa come reagire all'altalenante comportamento del collega. Perché l'approccio di Babbage con le persone da sorvegliare è sprezzante, cinico, al punto che a noi sembra quasi di dover solidarizzare con loro, più che con lui. Poi c'è la ricerca di una ragazza scomparsa, che si affianca al tran tran lavorativo e che assorbe più di ogni altra cosa le attenzioni del protagonista (sempre seguito come un'ombra dal suo futuro rimpiazzo biondo). Lui è convinto sia ancora viva e attraverso interrogatori pressanti e qualche intuizione non da poco si avvicina lentamente all'obiettivo. Zeppo di divagazioni superflue (si veda tutta la lunga scena in cui uno dei sorvegliati speciali se ne fugge da una specie di antro dove si pratica del sadismo a buon mercato), montato furiosamente senza un perché rallentando poi qua e là, THE FLOCK è un thriller che non vien proprio voglia di seguire nelle sue banali evoluzioni, specialmente quando si arena definitivamente in un lungo finale nel deserto vuoto come pochi. Una volta di più l'importazione americana forzata di registi di indubbie qualità non produce buoni frutti. Tutto sa di fasullo, nonostante la valida interpretazione del cast.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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A trent'anni di distanza dal capolavoro che seppe riaprire gli occhi all'America, Oliver Stone ritorna sul tema dell'omicidio Kennedy per raccontare dei passi avanti fatti da allora grazie soprattutto alla desecretazione di importanti documenti dell'epoca e per chiarire quanto non si possa più parlare di semplici teorie cospirative: chi sparò quel 22 novembre 1963 a Dallas non fu un killer solitario (Lee Harvey Oswald) ma chi partecipò a un complotto ordito quasi certamente dalle forze conservatrici...Leggi tutto americane per invertire drasticamente la rotta politica del governo, che "pericolosamente" deviava in direzione della pace, del ritiro del contingente americano dal Vietnam, di un rinnovato dialogo con l'Unione Sovietica e con Castro... Diversamente da JFK non siamo tuttavia di fronte a un'opera di fiction, di drammatizzazione, di ricostruzione attraverso (grandissimi) attori di una vicenda triste e complessa. No, questa volta Stone abbandona i grandiosi orizzonti di un lavoro cinematografico che dimostrò allora potenza evocativa inarrivabile per cimentarsi con la forma più tradizionale del documentario, naturalmente montato ad arte e costruito con grande attenzione nei confronti di chi potrebbe non conoscere affatto tutto ciò che si nasconde dietro all'omicidio Kennedy. Ritorna in scena la famosa "pallottola magica" (quella che dal corpo del Presidente perforò la coscia dell'autista passando per il suo polso), qui ancor più ridicolizzata nelle sue folli traiettorie di quando la incontrammo sulla lavagna di Kevin Costner/Jim Garrison. Ma altre parti importanti riguardano ad esempio il foro d'entrata della stessa, che si volle ad ogni costo far credere fosse d'uscita impedendo in tal modo di credere a un killer che avesse sparato da davanti rispetto all'auto (annullando la possibilità che l'avesse fatto Oswald dall'alto della libreria in Dealey Plaza). Così come colpisce molto la vicenda relativa alle foto scattate al cervello di Kennedy prima e dopo l'autopsia. Particolari inquietanti che fanno chiaramente comprendere quanto fosse necessaria un'ampia copertura dei servizi segreti (la CIA, of course, che riuscì a piazzare uno dei suoi tra i membri della Commissione Warren), per nascondere una teoria che grondava particolari più impossibili che improbabili. Stone insomma porta alla luce ulteriori contraddizioni che gettano facile discredito sull'operato di chi era deputato a indagare sul delitto e si preoccupò invece di insabbiare, arrivando a negare l'evidenza in più occasioni. Interviste, documenti filmati, materiale indubbiamente di enorme interesse storico riportano Stone di nuovo al centro del caso Kennedy, divulgatore massimo in possesso di una tecnica notevole per  gestire e montare al meglio il materiale a disposizione. Eppure, al di là del valore intrinseco dell'opera, è difficile pensare a questo documentario diversamente da un'appendice doverosa a un film che resta su un'altro pianeta, dal punto di vista artistico e del coinvolgimento. JFK REVISITED non è in fondo molto diverso da quanto potrebbe realizzare una qualsiasi altra buona produzione esperta del campo, aggiungendo molto senza poter arrivare a dare risposte definitive. Non può insomma fornirci il "perché" a cui nel film alludeva il "mister X" di Sutherland. Le inchieste analizzano da sempre il "come", ma resta il movente dell'omicidio a insinuare i dubbi più angosciosi e ancora sospesi nel vuoto. Fu davvero un attentato studiato per cambiare il corso della politica estera ancor prima che interna del governo Kennedy? Le decisioni prese in seguito (e conservativamente) dalla presidenza Johnson parrebbero rispondere affermativamente, ma manca la pistola fumante. O il fucile, meglio, il Mannlicher-Carcano che Oswald avrebbe imbracciato per sparare ma che sembra diverso da quello che aveva comprato per corrispondenza. Le colossali menzogne che ancora si nascondono tra le righe della pagina più nera dell'America non permettono ancora di chiuderla e Stone non manca di ricordarcelo con la consueta schiettezza.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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