il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

ROBERTO LEONI
l'intervista
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294686 commenti | 9412 papiri originali | 53416 titoli | 21524 Location

Location Zone

  • Film: Paolo Barca, maestro elementare praticamente nudista (1975)
  • Luogo del film: L’hotel in cui alloggia Paolo Barca (Pozzetto)
  • Luogo reale: Principe Hotel Catania, Via Alessi a Catania, Catania, Catania
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  • Film: Lontano lontano (2019)
  • Luogo del film: La villetta di Attilio (Fantastichini)
  • Luogo reale: Via Carpineto, Roma, Roma
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI VOLTI INSERITITUTTI I VOLTI

  • Andrea Calligari

    Andrea Calligari

  • Daniela Piazza

    Daniela Piazza

Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Nick franc
Secondo lungometraggio del leggendario gruppo comico inglese, i cui componenti come al solito si dividono in molti ruoli. In questo caso il bersaglio dei Monty Python è Il mito di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, che viene messo alla berlina attraverso una serie ininterrotta di gag di buona qualità e di varia tipologia tra anacronismi, nonsense e metacinematografia. Molto fantasiose le animazioni di Gilliam a supporto della narrazione. A tratti può risultare frammentario, ma sovente si ride di gusto; visto il brutto doppiaggio italiano, da guardare in lingua originale.
Commento di: Herrkinski
Interessante thriller teutonico che parte da uno spunto oggi forse non tanto originale ma all'epoca mai portato sullo schermo, in una sorta di anticipazione del genere survival/captive; i quattro personaggi intrappolati nell'ascensore, con le loro personalità differenti, sono ovviamente pedine di un puzzle drammatico che dà vita a un'escalation di violenza, incomprensioni e momenti di solidarietà, in una metafora della società e dell'essere umano efficace. Tensione ben gestita e scenografie claustrofobiche ricostruite con stile per questo piccolo, tetro cult urbano degli 80s.
Commento di: Kinodrop
Alla periferia di un villaggio agricolo in Argentina si è creata un'atmosfera di ambiguità e tensione a causa di effetti collaterali dovuti alla contaminazione da pesticidi che hanno provocato malformazioni e morte. Un dramma tutto al femminile, sospeso tra presagi e inquietudini, realtà e falsi ricordi, con incursioni oniriche e misteriche che legano le due protagoniste in uno stato ansiogeno di protezione per i figli, e ciò fa sì che la narrazione sia artificiosamente molto criptica e di difficile condivisione. I dettagli vanno bene, ma anche l'insieme ha il suo peso.
Commento di: Lupus73
Casa sul lago, una donna scopre una doppia vita del defunto marito suicida. Suggestioni soprannaturali si intrecciano ad una psicologia visionaria, il noir si mescola a ritualità magiche, il senso generale è chiaro ma nei dettagli è nebuloso ed enigmatico, nello stile di certo horror orientale in cui il prodotto necessita di libretto di istruzioni. Ma noi occidentali siamo abituati al plug & play: guardi il film che in qualche modo si spiega da solo senza bisogno di studiare libri o farsi la settimana enigmistica. Tuttavia confezione e regia sono buone e l'effetto generale intenso.
Commento di: Fedeerra
Messi da parte gli intrecci etici e morali dei primi due film la base narrativa si fa più asciutta, con un mood avventuristico più calcato e un sottofondo più cupo che sfiora addirittura l’horror. Un occhio di riguardo va alle scenografie forestali e alla caratterizzazione dei dinosauri, che in questo caso più che predatori sono dei veri e propri villains. Ottimo il sound design, evitabilissima la favola della bella famiglia ricongiunta.
Commento di: Anthonyvm
Il meta-horror secondo Marian Dora è una specie di personalissimo campionario di oscenità in cui il regista dà libero sfogo alle proprie ossessioni (fluidi corporei di ogni sorta, defecazione, animali morti e putridi, sevizie sessuali riprese in dettaglio). L'aspirazione al puro shock è così palese che lo spettatore finisce per ridere come faceva durante i "freak show" del primo John Waters. Chi è curioso di assistere a una merenda a base di sudiciume dei piedi può anche dare un'occhiata. Simpatici i camei (Ulli Lommel sul set di Zombie nation, David Hess e la voce di Jess Franco).

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

L'amore "diverso" al centro di una storia che dalla Francia si ramifica fino a raggiungere l'Africa in un turbinio di incastri ben congegnati secondo uno schema che, come d'abitudine oggi, avanza e retrocede nel tempo per comporre lentamente il contorto mosaico degli eventi. La prima a raccontarci una parte della storia è Alice (Calamy), che raggiunge la casa persa nella neve di un sociopatico che vorrebbe aiutare e che nel frattempo approfitta per portarsi a letto (in realtà l'amplesso viene consumato sulla sedia, ma il concetto è quello). Joseph...Leggi tutto (Bonnard), così si chiama l'uomo, pare però abbia la testa altrove e si comincia a ipotizzare che possa avere qualcosa a che fare con la scomparsa in zona di una donna (Bruni Tedeschi) di cui si è ritrovata solo l'auto. Giunto a un punto determinato, che non è necessariamente lo stesso in cui si interrompono gli altri diversi frammenti di storia (ognuno introdotto dal nome di uno dei protagonisti), il film ritorna indietro nel tempo per ricominciare ponendo al centro questa volta Joseph, in modo da capire se davvero l'uomo avesse qualcosa da nascondere, il giorno in cui ha incontrato Alice. Progressivamente si scoprono nuove zone d'ombra della vicenda, mettendo in luce nel contempo l'assoluto bisogno d'amore dei protagonisti, solitari alla ricerca di un modo in cui soddisfare i propri desideri, siano essi dovuti a un marito ormai lontano da ogni affetto o alla scoperta di un amore saffico irrefrenabile (relazione travolgente i cui contorni restano sfumati, non un caso la scelta di un'attrice come la Bruni Tedeschi, capace di comunicare la giusta ambiguità recando con sé un timido alone di mistero). Se quindi la struttura può ricordare la forma del giallo (la presenza di una vittima che inizialmente non si sa come sia stata uccisa), sono più ingombranti e caratterizzanti i toni drammatici, che portano a riflettere sulle diverse forme di attrazione fisica e su quella solitudine comunicata anche dalla precisa collocazione ambientale della storia, che saltuariamente devia tra le affollate vie d'un paese africano ma che per la maggior parte del tempo si sofferma a inquadrare strade di montagna riprese dall'alto, paesaggi innevati e stalle (il titolo doveva pur avere un qualche senso...) come quella della fattoria di Joseph. Dialoghi rarefatti e tempi dilatati non aiutano a rendere agile il racconto, che una fotografia piuttosto spenta ingrigisce ulteriormente. Buona invece l'interpretazione complessiva, che permette di bilanciare con discreta credibilità un'impostazione votata soprattutto a curare l'incastro tra le parti e che svela una certa forzatura dell'insieme, come se ogni approfondimento fosse secondario al ludico virtuosismo su cui il film si basa. Se però da questo punto di vista non si può che lodare il lavoro di Dominik Moll, resta la sensazione di una superficialità che cozza con le ambizioni di mescolare dramma e meccanismo giallo per trovare una forma espressiva matura. La liaison omosessuale non esce dalle maglie della banalità e si fatica a trovare grande interesse, a dire il vero, nelle diverse storie, se analizzate singolarmente; come se il film restasse distante, ricco di notazioni aggiunte per cercare di insufflare artificialmente una qualche personalità in ciò che in realtà non molta ne dimostra. Musiche anonime, regia corretta ma che non lascia il segno.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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La prima serie tratta da un romanzo di quel geniaccio di Harlan Coben è francese, come lo era il primo film, NON DIRLO A NESSUNO. Dietro a un titolo italiano tremendamente anonimo si nasconde un thriller coi fiocchi, caratterizzato come prevedibile (considerato l'autore) da un intreccio assai complicato che prevede una bella serie di colpi di scena nel finale e divagazioni solo apparentemente estranee al filo principale. Una storia che comincia con la protagonista, Alice Lambert (Lamy), centrata da un colpo di pistola alla...Leggi tutto schiena mentre sta preparando il biberon alla figlia. Crollata a terra, si risveglia in ospedale dopo un coma di otto giorni scoprendo che suo marito (a casa con lei nel momento dello sparo) è stato ucciso e la bambina presumibilmente rapita, di certo scomparsa. Il tema immancabile, in Coben, della scomparsa, riguarda quindi qui una bimba e ossessiona la madre senza sosta nei mesi a venire: Alice dovrà capire cosa sia successo quel giorno senza poter contare troppo sull'aiuto della polizia, al solito inconcludente o quasi. Le sta vicino Richard (Elbé), agente della finanza con qualche scheletro nell'armadio, mentre quando salta fuori il riscatto da pagare (un milione di dollari!) gli unici a poterle dare una mano saranno i genitori del marito defunto, non certo entusiasti della piega presa dalla vicenda dopo la morte del loro figlio. Niente polizia, è la ovvia richiesta dei rapitori, ma viene invece allertata una task force che all'ombra della Tour Eiffel si prepara a bloccare i responsabili. Non sarà così facile, però, e infatti siamo solo all'inizio di una vicenda che tuttavia, nelle prime due puntate, mostra una sorprendente linearità, al punto che si rischia quasi di scambiare UNE CHANCE DE TROP per un tradizionale giallo televisivo appena qualitativamente superiore. Sbagliato, perché si arriverà poi a un punto in cui ogni ipotesi verrà ribaltata e la traccia principale sarà stravolta con l'inserimento di spunti provenienti da ogni direzione nonché personaggi che s'inseriranno a movimentare il tutto. Alexandra Lamy, scelta espressamente da Coben che pur di averla (l'aveva apprezzata in J'ENRAGE DE SON ABSENCE) ha riscritto il soggetto cambiando il sesso del protagonista, è effettivamente molto credibile nel ruolo e uno dei punti di forza della serie. Alice lavora in ospedale ma capisce che non potrebbe vivere senza essere certa di avere fatto tutto ciò che era in suo potere per capire almeno se sua figlia è ancora viva o meno. Non tutto nell'insieme centra il bersaglio, si divaga talvolta appesantendo il ritmo (che comunque rimane sostenuto per le intere sei puntate, di quasi un'ora ciascuna), la fotografia smunta non si presenta come valore aggiunto, ma ad esempio il lungo finale è umanamente molto coinvolgente e interessante, per le riflessioni a cui porta. Anche se poi è naturale che la riuscita dell'operazione poggi sul virtuoso gioco a incastri di cui Coben è maestro. Si rileva una certa superficialità nell'approccio, ma forse anche per questo la serie fluisce bene, può contare su interpretazioni sufficienti quando non eccellenti ed è ripresa classicamente, senza troppi fronzoli. Attanagliante, pur con qualche cedimento nella parte centrale e qualche passaggio un po' forzato che in Coben è una costante, dovendo gestire una tale mole di incroci improbabili, la serie già mette in mostra le qualità che promuoveranno il suo creatore a figura tra le più importanti nel campo del giallo-thriller moderno portato su schermo.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Argomento "facile", in un'Italia che resta tra le nazioni più colpite dalla rovinosa pandemia. Nel 2020, dopo mesi chiusi in casa e un'estate di parziale libertà trascorsa con la convinzione che l'emergenza sia rientrata, arriva la seconda ondata, che mette il paese in ginocchio e fa esplodere, in una popolazione sempre più allo stremo, una rabbia che inevitabilmente si riversa sul governo, su chi ha gestito una fase difficilissima tra titubanze inevitabili, errori e restrizioni dettate dall'espandersi irrefrenabile del virus. E' in questo preciso...Leggi tutto momento storico che si colloca il film di Calvagna. Il punto di vista è quello piuttosto insolito di un adolescente (Niccolò Calvagna, figlio di Stefano), che conserva l'ingenuità di chi ancora si muove nel mondo con il desiderio di apprendere, l'animo disincantato di chi umilmente non pretende di dare o avere risposte ma si limita ad osservare, interagendo da spalla in un corretto processo di progressivo inserimento nel mondo adulto. Vicino a lui, seduto a una fermata del bus, un ragazzo (Capoccetti) dice di essere nientemeno che il Covid-19, incarnazione stessa del virus: racconta per sommi capi dove e come agisce. Nessuno lo vede tranne Niccolò; e il nonno (Mattioli) di quest'ultimo, a dire il vero. Curioso come né Niccolò pretenda di convincere gli altri di aver visto realmente Covid, né chi gli parla si accanisca nel dargli del visionario: tutto rientra nell'assurdo di un mondo quasi alieno, distorto, diverso da quello che avevamo fin lì conosciuto. E in fondo Covid-19 è solo di passaggio (un po' come ogni pandemia nella storia dell'uomo): sporadicamente rispunta, aggiunge qualche bislacco resoconto, spiega come a Palazzo Chigi dove vorrebbe agire non riesca a passare attraverso le mascherine... Ma intanto la vita continua e Niccolò conosce Claudio (Vanni), sui cinquanta, che lo tratta come un vero amico stabilendo una relazione fatta di confessioni, di considerazioni un po' qualunquiste sulla pandemia e sui gravi effetti che ha sulla società gravando sulle spalle della povera gente; come lui, che ha perso il posto di cameriere e ora accetterebbe qualsiasi lavoro pur di guadagnare qualcosa. Finiscono all'ippodromo delle Capannelle (la zona di Roma intorno alla quale gravita il film), si salutano e si rivedono mentre nella storia s'inserisce anche Stefano (Calvagna sr.), uno di quelli convinti che per far capire a chi sta in alto che la strategia adottata per combattere la pandemia è sbagliata pensa addirittura al delitto di stato ("Colpirne uno per educarne cento!"); un agguato da studiare, magari con l'aiuto di un teatrante (Cerman) ridotto a recitare per se stesso davanti alla platea deserta. Modi diversi di reagire all'ineluttabile diffondersi del Covid, punti di vista che riflettono i sentimenti di molti, un tentativo di testimoniare convinzioni incanalate in correnti di pensiero ben precise: le eccessive certezze degli adulti da una parte, la rassegnazione attendista e prudente dei giovani dall'altra. Le buone intenzioni ci sono, ma questa volta Calvagna sembra aver perso la graniticità del suo stile, la capacità di raccontare le periferie con la crudezza e l'urgenza degli ultimi lavori abbandonandosi a uno spaccato di vita meno centrato, con personaggi fuori fuoco o non del tutto comprensibilmente svagati come lo stesso Covid-19 di Capoccetti. Meglio la contenuta disperazione neorealista di Vanni, meglio i consueti toni bassi con punte trucide del Calvagna attore, mentre suo figlio Niccolò mostra il giusto sguardo liquido di chi non è chiamato a giudicare ma a osservare, formandosi lentamente un'opinione. Si avverte tuttavia una certa sciatteria nell'insieme (dovuta principalmente allo scarso budget a disposizione) che in precedenza Calvagna aveva saputo dissimulare meglio. Si fatica a individuare un filo conduttore forte, con un Mattioli nel ruolo del nonno disilluso e irritato (solo un cameo, purtroppo) che svetta per autenticità. Si apprezza una buona colonna sonora a nobilitare molte scene altrimenti poco significative prima che il film chiuda con un lungo finale ahinoi deludente, tra muti, banali flashback in bianco e nero che non fanno troppo onore a chi in passato ha saputo aprirsi una via personale al cinema di genere attraverso film spesso sottovalutati e veraci, sanguigni e a tratti interessanti. Un lavoro interlocutorio in attesa di ritrovare il Calvagna più efficace e ficcante.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

SFOGLIA PER GENERE