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TITOLO INSERITO IL GIORNO 28/10/12 DAL BENEMERITO COTOLA
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Cotola 28/10/12 01:16 - 8190 commenti

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Il titolo non inganni: il film è, infatti, hanekeniano al 100%. La storia di un amore e di una malattia che il regista austriaco racconta con stupefacente sobrietà, rigore, pudore e delicatezza. Eppure il suo sguardo non arretra, non edulcora ma colpisce duro e si dimostra ancora una volta "crudele" e "spietato". Coinvolgente e di rara bellezza ma non per tutti: un "calvario" emotivo e visivo che evita scene madri ed emozioni a buon mercato, ma coinvolge nel profondo. Trintignant e la Riva sono bravissimi. Semplice, splendido e bellissimo come il suo titolo. Meritatissimo trionfo a Cannes.

Xamini 31/10/12 21:41 - 1093 commenti

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Dramma recitato, teatrale, con inquadrature semplici, intime. La staticità ha il predominio e così il senso di claustrofobia di questo appartamento (anche le inquadrature in movimento sono su mezzi busti o primi piani), che diventa insostenibile con il procedere della vicenda. Ci sono intuizioni poetiche di quelle che non si possono raccontare, c'è una recitazione superba dei protagonisti, è raffinato, senza difetti di forma. Eppure quest'assenza di slanci veri, di dinamiche, di invenzioni oltre ciò che è facile prevedere (e a cui, effettivamente, si ha la sensazione di non avere scampo), me lo ha reso pesante più del necessario. Di difficile digestione.
MEMORABILE: Il momento clou e tutti i minuti seguenti.

Nancy 28/10/12 15:53 - 774 commenti

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Un film semplice ed emozionante come il suo titolo: Haneke indaga sul limite ultimo dell'amore, la malattia degenerativa, la vecchiaia e lo fa col suo sguardo pesante ma non insistente, con una drammaticità da leggere tra le righe, quasi in totale assenza di colonna sonora. Un amore che si chiude in se stesso, quello di Trintignant e Riva (eccezionali entrambi, ma anche Isabelle Huppert dà il meglio), che si consuma in tutta la sua struggente bellezza tra le mura di un appartamento, dal quale non si esce mai, se non nel sogno, speranza e paura.

Mickes2 6/11/12 19:17 - 1668 commenti

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Distaccandosi dalla coralità del Nastro bianco, Haneke compone un’intensa tragedia da camera; una storia d’amore - romantica e dolente – scrutandone la ricchezza e il limite e sviscerando prima di tutto gli stati d’animo, le derive – fisiche, psichiche e morali – nel quotidiano di due anziani coniugi. La glacialità e l’acutezza dello sguardo permettono all’autore di partecipare con fare schivo ma non spietato e di arrivare in profondità descrivendo solo l’amara realtà tra angosce, disperazione e gesti solenni. E il sogno è una liberazione.
MEMORABILE: e l’amore racchiuso, conservato per l’eternità nei propri ricordi vivrà per sempre senza rimpianti forte della sua simbolica, serena consapevolezza.

Myvincent 6/11/12 12:07 - 3051 commenti

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Grandi e "decrepiti" interpreti raccontano con spietato realismo la soluzione possibile all'ultimo capitolo esistenziale, quello relativo alla terza età, la malattia, la vulnerabilità, il rapporto con i figli, la nuova forma d'amore a cui si può ancora drammaticamente accedere. C'è qualcosa di banale però nel fondo, nel raccontare cioè una storia dentro agli occhi di tutti, freddamente e senza quello slancio poetico che avrebbe potuto insegnare al pubblico qualcosa di ancora più stupefacente.

Didda23 6/11/12 16:34 - 2343 commenti

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La totale assenza di una costruzione narrativa antecedente al calvario subito dalla Riva non permette allo spettatore una visione empatica rendendo il girato un'inutile sequela di pugni nello stomaco (in questo caso il cinema di Haneke lavora per addizione) fine a se stessa. La tematica è lodevole e dolorosa, ma da sola non basta. Haneke non risparmia nulla e fa sentire lo spettatore un sadico voyeur, perché con la sofferenza umana (non romanzata) bisogna avere un minimo di pudore. Ricattatorio.

Rebis 1/12/12 19:16 - 2164 commenti

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Spettatori. Confinati oltre le immagini. Testimoni impotenti, infestati dalla soggettività. Una successione di quadri che ottunde l'eco della morte. Georges è l'unico ponte fra noi e il dolore; fino, almeno, a quel gesto estremo che ci scaraventa definitivamente "fuori": estranei all'amore, ai corpi amanti, oltre la parete acquario di un appartamento in cui il presagio si addensa e ordisce (i segni di effrazione sulla maniglia: chi ha "osato entrare"?). Il limite dello sguardo innanzi all'altro da sé. Trintignat in silenziosa, devastante implosione. Da brividi Emmanuelle Riva. Haneke assoluto.
MEMORABILE: L'incubo.

Saintgifts 4/12/12 09:14 - 4098 commenti

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Un argomento poco trattato nel cinema, perchè "scomodo", che intristisce proprio perchè e in questo caso molto concretamente e in modo particolareggiato ci mette di fronte a una realtà inevitabile, la fase finale della nostra vita. Ci sono due grandi interpreti (la Riva ha il ruolo più difficile) che mediano bene e ci fanno digerire le tante scene "brutali"; le mediano attraverso l'amore appunto, un amore che non ha paura di niente, vero fino in fondo. Ci sono però anche cose incomprensibili, che non aggiungono nulla al bello dell'opera.

Deepred89 6/12/12 03:06 - 3458 commenti

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Vecchiaia e malattia (e amore, ma scordatevi Douglas Sirk) con stile alla Funny games. Il risultato? Una claustrofobica discesa negli inferi narrata con freddezza e distacco, con un'attenta omissione dei particolari più strazianti e una scelta delle inquadrature tanto rigorosa (messa a quadro studiatissima, prevalenza di pianisequenza e longtake) quanto glaciale. Si filtrano le emozioni in favore della forma, ma in mezzo a tanto raziocinio spunta pure qualche non esaltante intoppo nella progressione narrativa. Stupenda la Riva. Interessante.

Greymouser 10/12/12 22:00 - 1458 commenti

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In perfetto realismo, Haneke mostra l'inesorabile epifania di una morte lenta, un'anima che si spegne e un cuore che si ghiaccia. Schivando con classe assoluta ogni concessione al patetismo e ai buoni (ma falsi) sentimenti, il regista austriaco disegna una parabola amara e delicata, ma anche incanalata nella durezza inevitabile della sofferenza fisica e psichica che ogni tipo di male degenerativo porta con sé. Eppure, l'amore vince davvero sul tramonto e sul disfacimento, ed anche su ogni finzione edulcorante. Interpretazioni immense.

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Mtine 29/12/12 00:04 - 224 commenti

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Per trattare un tema così controverso e delicato non basta la sola contemplazione di ciò che avviene e del decorso della malattia. Haneke insiste su primi piani dei protagonisti e inquadrature fisse della casa dove vivono, pensando che per fare scalpore basti mostrare immagini crude. Ma un film non è solo questo: servirebbe dare un po' di tridimensionalità ai personaggi, spiegare perché si comportano in un determinato modo, magari arricchendo i dialoghi e fornendo una storia più complessa. Il regista non fa niente di tutto ciò. E sbaglia.

Cloack 77 17/01/13 20:58 - 547 commenti

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L'amore è un'aura delicatissima, semplice e meravigliosa che ovatta una casa e il rapporto di una vita, che vira nella malattia e poi nel gesto. Haneke mostra tutto: i tentativi di umiliazione che il destino non lesina, il sentimento che muta in "odio" d'amore, l'amante che diviene padre, custode e protettore. Due attori che trascendono il senso stesso della recitazione, una regia invisibile, rispettosa e "orgogliosa" del proprio racconto e dei suoi protagonisti, una sceneggiatura dai tempi "dovuti". Bellissimo.

Pigro 19/01/13 10:30 - 8629 commenti

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Suona ambiguamente il titolo di un film in cui la dedizione di un anziano per la moglie gravemente malata sembra amore ma ne è solo l’ultimo stadio: un glaciale e routinario senso del dovere scaturito dalla sola memoria del passato. Il rapporto di coppia, la famiglia, per Haneke, è ancora una volta la freddezza claustrofobica di un appartamento-prigione, in cui si aggirano come ombre di sé stessi i protagonisti (magnificamente interpretati). Un film amaramente sordo sul baratro di vite al capolinea, che non meritano di essere vissute?

Puppigallo 20/01/13 11:10 - 4765 commenti

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E' un grande, devastante esempio di vita vera. Che ci piaccia o no, anche questo lo è; e nessuno può essere preparato a una simile situazione, come lo stesso spettatore, che attraverserà diverse fasi mentali, quasi chiedendosi perchè sottoporsi a una tale visione, sentendosi un cinico guardone che sbircia nelle vite, sconvolte dalla malattia, di queste due anziane, signorili persone. E' tutto così naturale, sia nei vari risvolti, che nei sentimenti contrastanti di lui, che la ama, ma che nulla può contro l'inesorabile; e di lei, conscia del suo stato, stanca e rassegnata (come biasimarla).
MEMORABILE: La prima crisi; Lui, sorta di Don Chisciotte, che grazie al forte sentimento combatte contro il mulino a vento (l'inesorabile), non rassegnandosi.

Belfagor 30/04/13 12:42 - 2647 commenti

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Sensibile nei confronti dell'argomento trattato per motivi familiari, temevo un secondo Funny games, una balorda exploitation mascherata dai tecnicismi. Per fortuna mi sbagliavo: la narrazione mantiene il realismo e il distacco necessari per non cadere nel patetismo, nella commiserazione, nel sentimentalismo tanto facile quanto posticcio. Superbe le prove dei due protagonisti, ma anche la Huppert è fenomenale. Inesorabile e glaciale come la malattia di Anne, eppure dotato di una solenne empatia che finalmente Haneke è riuscito a mostrare.
MEMORABILE: La prima crisi a tavola; L'incubo; Il piccione.

Galbo 7/05/13 05:51 - 11769 commenti

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Haneke compie con Amour un doppio salto mortale, nel quale lo spettatore prova empatia e compassione per i personaggi, nella misura in cui il regista racconta freddamente il fatto. Narratore gelido della decadenza del corpo, il regista trova i suoi alleati nei due grandi protagonisti (la presenza della Huppert e' pleonastica) e in una sceneggiatura ben orchestrata e nello stesso tempo dolorosamente prevedibile come la vita. Quasi un capolavoro.

Lythops 12/05/13 08:37 - 980 commenti

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L'alto cinema di Hanecke in Amour trova una felicissima conferma: personalmente non avevo mai visto un film in cui fossero descritti contemporaneamente un grande amore e un'altrettanto grande sofferenza, all'opposto dei film da "cinema giovane" spesso semplicememente irritanti. E nella lucidità asettica di una casa, dei volti, del tempo e dei titoli che scorrono in silenzio, si ritrova la poesia della fine. Stupiscono la profondità della sceneggiatura, la pulizia delle inquadrature così essenziali e fisse quasi da pièce teatrale. Attori immensi.
MEMORABILE: La Riva che invita Trintignant a uscire di casa assieme a lei.

Paulaster 29/06/13 12:37 - 3415 commenti

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Lo stile asciutto di Haneke (forse troppo tetro) si sposa col tema decadente della vita e mostra senza enfasi che la vecchiaia è una lotta ad armi impari, che neanche la testa può sopportare. Magistrali i due protagonisti, cocciuti nel loro mondo senza scampo, aiutati da scene d’impatto visivo e silenzi carichi di drammi lì a venire. Nota leggermente stonata il doppiaggio, che la filastrocca (recitata in francese) evidenzia nei suoi limiti. Finale che chiude morbidamente un tema difficile da rappresentare.
MEMORABILE: L’incubo; Lo schiaffo; La cattura del piccione.

Beffardo57 9/07/13 19:37 - 262 commenti

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La vecchiaia, la malattia e la morte messe in scena con rigore e pietas, ma senza illusioni, consolazioni, eufemismi; per analogia di tema e svolgimento, "Amour" richiama il grande romanzo "Everyman" di Philip Roth. I due straordinari protagonisti, così prossimi, nelle loro esistenze reali, alla conclusione rappresentata nella finzione filmica, interpretano i loro ruoli con impressionante e stoica immedesimazione; al loro confronto, persino Isabelle Huppert scompare.

Luchi78 3/10/13 10:16 - 1521 commenti

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Descrittivo e doloroso. Se qualcuno volesse provare l'esperienza indiretta di vedere una vita consumarsi nella vecchiaia lo può fare tramite questo film. Tempi spesso dilatati, momenti impietosi, scene di una vita che cambia mentre i sentimenti restano, se non addirittura si acuiscono. Tutto molto ben fatto, ma rimane un semplice doloroso racconto. Straordinaria l'interpretazione dei due attori protagonisti.

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Giùan 5/10/13 07:10 - 3560 commenti

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Il provocatorio confronto tra Haneke e i suoi spettatori, che pareva aver segnato il passo con l’impudente elitarismo de Il nastro bianco, recupera densità e senso grazie a questa rivoluzionaria rappresentazione di amore e thanatos, in cui convivono (anzi, si “coniugano”) dolcezza e crudeltà, emotività ed etica, sguardo e riflessione. Così il corpo “spiacevole” della Riva e gli atomizzati gesti di riguardo di Trintignant ci restituiscon l’intima essenzialità dell’”essere per la morte”, di un dolore risarcito dalla trascendente concretezza dell'affetto.
MEMORABILE: I dialoghi tra Trintignant e la Huppert, con il padre che “impedisce” alla figlia di entrare nel dolore che condivide con la moglie.

Nando 16/03/14 10:06 - 3599 commenti

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La sofferenza di una coppia anziana narrata con la solita crudezza a Haneke che offre uno spaccato veritiero e tragico della malattia. Ritmi lenti ma inesorabili che conducono al doloroso finale. L'eutanasia viene vista come una soluzione che termini il calvario dell'esistenza. Plauso per i due meravigliosi interpreti, ben supportati da una cinica carrierista come la Huppert.

Capannelle 28/04/14 11:02 - 3994 commenti

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Lo spengersi di una coppia di vecchi per la malattia che costringe lei a una vita non più dignitosa. Come gestirla, quanto insistere, chi invitare al difficile gioco delle decisioni da prendere in nome di una mezza inferma? Film duro e tenero al tempo stesso, senza proclami morali o scene madri ma puntato su una quotidianità e su dilemmi interiori di cui noi spettatori faremmo volentieri a meno. Interpretazioni di Trintignant e della Riva da ricordare e regia sempre attenta.

Vitgar 4/08/14 09:58 - 586 commenti

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Produzione tipicamente europea nel senso più positivo del termine. Delicata e spietata allo stesso tempo, ricca di dettagli importanti. La trama è amara e purtroppo quantomai reale. L'ineluttabilità degli eventi della vita che a volte ti portano via decoro e dignità. Sceneggiatura ineccepibile, considerando lo svolgimento in un interno. Fotografia splendida. Interpretazione di Trintignant e Riva di grande livello sia per pathos che per resa della mimica facciale e dei movimenti. Grande cinema europeo.

Jdelarge 23/09/14 19:07 - 941 commenti

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Ritratto di vita e d'amore domestico, il film presenta un impianto quasi documentaristico. Haneke raggiunge livelli di realismo elevatissimi, tanto che a tratti non sembra di assistere a un film ma a un semplice quanto struggente quadro di vita. L'aspetto più commovente e riuscito del film è rappresentato dal tentativo di Georges di preservare la privacy della moglie e del loro amore, a tal punto che anche allo spettatore non sarà consentito vedere tutte le scene tra i due coniugi. Toccante.

Pinhead80 24/02/15 12:33 - 4198 commenti

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Prendersi cura di qualcun altro sino a smettere di curare di se stessi: è questo il vero amore? Un interrogativo che non ha risposta e che ne suscita mille altri. Haneke mostra ciò che non vorremmo vedere, perché fa male pensare a un futuro possibile e così lacerante. Impossibile non prendere una posizione sui fatti dopo aver visto il film, ma comunque la si pensi si riflette sul senso della vita e questo è stupendo. Bellissimo.

Jandileida 21/05/15 12:31 - 1368 commenti

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Grande e toccante: sinceramente non riesco a trovare altre parole per questo Haneke che sfiora il capolavoro. Il fine-vita attraverso le vicende di una coppia di ottuagenari, con il marito che si deve prendere cura della moglie sempre più malata e sempre meno lei. E il freddo realismo dell'austriaco questa volte colpisce nel segno perché ti immerge, senza reti e senza pietismi, nella quotidianità del deterioramento e nella grandezza, in fondo semplice, dell'amore. Monumentali Trintignant e Riva, sottotraccia ma non meno centrata l'Huppert. Gran film.

Schramm 14/07/15 12:00 - 2729 commenti

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Haneke è sempre il solito malfattore: manda la pianista a farsi un giro nel settimo continente passando per la porta stretta della sofferta gestione dei sentimenti, viatico di un’inesorabile compressione precedente il botto, e al pubblico non resta che incassare tra rabbioso mutismo e malcelata rassegnazione, senza capire bene se sentirsi voyeur o empatico, strapazzato o consolato. Nel dubbio, può però beneficiare di un sommo godimento dato da una regia rigorosa e impeccabile, e da superbe (ancorché sofferte) prove di un Trintignant e una Riva traspiranti preminenza anche da immoti.
MEMORABILE: Come in Adrenaline, la platea ci osserva e noi diventiamo suo ideale controcampo.

Bubobubo 2/11/18 22:14 - 1601 commenti

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Visto nella serata sbagliata può mandare letteralmente in frantumi, specialmente se si ha avuto la non rara sfortuna di incontrare in prima persona patologie neurodegenerative del genere. Straziante non solo per la scelta del tema, ma anche per il suo svolgimento, cupo e privo della benché minima autoindulgenza: e sebbene si possa intuire con molto anticipo la risoluzione dell'intera vicenda, si prega fino all'ultimo istante che non vada a finire così... Invece. Trintignant e Riva, oltre che giganteschi, coraggiosissimi.
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In questo spazio sono elencati gli ultimi 12 post scritti nei diversi forum appartenenti a questo stesso film.


  • Discussione Rebis • 19/01/13 16:03
    Contatti col mondo - 4326 interventi
    Pigro ebbe a dire:
    ... E allora, Haneke sembra che abbia additato con scherno questo sentimento: eccolo l'amore che fine fa (ghigno glaciale)...


    Oppure, ecco l'amore che cosa è.
    Anche per me film bellissimo ma solo dopo una lunga metabolizzazione... Però lo trovo anche uno dei meno crudeli di Haneke: nel senso che i personaggi questa volta sono rispettati, osservati, spiati forse, ma non violati (se si esclude l'incipit SPOILER con lo "sventramento" della stanza, ma loro ormai "non sono più"). Il sadismo questa volta si riversa sul pubblico, che cerca di partecipare, sentire il dramma, condividere l'amore (presunto), comprendere il conflitto generazionale in corso e invece viene sbattuto fuori, è costretto a rimanere spettatore appunto (la lunga ripresa a teatro speculare al pubblico in sala) prigioniero di uno sguardo oggettivante, esterno.
  • Discussione Pigro • 19/01/13 21:57
    Consigliere avanzato - 1552 interventi
    Rebis ebbe a dire:
    Il sadismo questa volta si riversa sul pubblico, che cerca di partecipare, sentire il dramma, condividere l'amore (presunto), comprendere il conflitto generazionale in corso e invece viene sbattuto fuori, è costretto a rimanere spettatore appunto (la lunga ripresa a teatro speculare al pubblico in sala) prigioniero di uno sguardo oggettivante, esterno.

    Molto interessante. D'altra parte l'amore degli altri esclude, per definizione, chi non ne fa parte: lo si può osservare, senza partecipare.
  • Curiosità Galbo • 25/02/13 05:44
    Consigliere massimo - 3880 interventi
    Premio Oscar come miglior film straniero
  • Homevideo Buiomega71 • 12/03/13 00:42
    Pianificazione e progetti - 23507 interventi
    In dvd per Cecchi Gori, dipsonibile dal 03/04/2013

    http://www.kultvideo.com/DVD/DVD.aspx/aid17066aid-DVD-Amour-03-04-Amour?__lang=it-IT
  • Discussione Jandileida • 21/05/15 12:32
    Addetto riparazione hardware - 416 interventi
    A me l'amore non è parso per nulla presunto a dire il vero.
  • Discussione Schramm • 8/07/15 11:49
    Controllo di gestione - 7091 interventi
    Pigro ebbe a dire:
    Rebis ebbe a dire:
    Il sadismo questa volta si riversa sul pubblico, che cerca di partecipare, sentire il dramma, condividere l'amore (presunto), comprendere il conflitto generazionale in corso e invece viene sbattuto fuori, è costretto a rimanere spettatore appunto (la lunga ripresa a teatro speculare al pubblico in sala) prigioniero di uno sguardo oggettivante, esterno.

    Molto interessante. D'altra parte l'amore degli altri esclude, per definizione, chi non ne fa parte: lo si può osservare, senza partecipare.


    non sono molto d'accordo sul "questa volta". questa strategia del fort-da fonda da sempre tutto il suo cinema.
    e qua è anticipata dall'iniziale platea teatrale che si fa parabasi fissandoci muta ed enigmatica in attesa di un concerto che non vedremo né udremo (il titolo di lavorazione se non ricordo male era la musique s'arrete!), facendo di noi un ideale controcampo escluso dalla visione - e paradossalmente dal film stesso, come a volerci ricordare/ribadire: tu qui sei solo spettatore, testimone, ma io ti nego anche in quanto tale.
    per me sta qui la chiave del portone del film, ed è non a caso l'immagine che di tutto il film con più forza resta nella memoria quando è il turno degli end credits.
    Ultima modifica: 8/07/15 11:50 da Schramm
  • Discussione Rebis • 8/07/15 13:35
    Contatti col mondo - 4326 interventi
    Sì, è una strategia che Haneke adotta in tutti i suoi film, ed è a conti fatti una sua cifra stilistica. Ma credo che qui raggiunga una maggiore complessità, irriducibile a uno schema di sadismo voyeuristico. Nei film precedeti personaggi e pubblico sono sopraffatti da una violenza apparentemente esogena che sembra coincidere con l'occhio del regista cui siamo costretti ad aderire (e quindi ci ritroviamo insieme, complici e vittime), qui i personaggi sembrano subire innanzitutto le conseguenze degenarative di una condizione fisiologica endogena e, insieme, lo sguardo dello spettatore, i suoi tentativi di intrusione, di effrazione: impossibile venire a capo di quali siano i margini di autonomia che Haneke ci sta lasciando e di quanto invece lui si stia facendo interprete del nostro desiderio di intrusione, partecipazione, mettendolo di fatto in campo.
    Ultima modifica: 8/07/15 13:37 da Rebis
  • Discussione Schramm • 8/07/15 16:41
    Controllo di gestione - 7091 interventi
    non so, per me l'incipit di cui accennato parla molto chiaro: io film sono il vostro spettatore. sono una tragedia che non ammette coro. sono io che mi prendo confidenza con voi, non il contrario.

    per il resto non trascuro certamente che questo è, rispetto a tutti gli altri, il suo primo film cripto-biografico. non so se sia giusto parlare di sadismo, probabilmente no, ma è indubbiamente un film elettricamente recintato, che crea liturgia tanto più esclude lo spettatore. che poi uno spettatore escluso è per forza passivo, e in quanto tale è, nell'assoluto patire, attivo il doppio. credo che haneke tenda proprio a ciò.
  • Discussione Rebis • 8/07/15 16:58
    Contatti col mondo - 4326 interventi
    credo che la nostra interpretazione non diverga poi molto, tutto sommato. L'incipit l'ho letto più come un effeto specchio: Eccoti, spettatore, guardati, qui troverai solo te stesso e i limiti del tuo sguardo desiderante... O qualcosa del genere :)