il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

L'ORA DI HITCHCOCK
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336045 commenti | 63435 titoli | 25162 Location | 12376 Volti

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  • Film: Perdonami! (1953)
  • Multilocation: Belvedere Luigi Montaldo
  • Luogo reale: Belvedere Luigi Montaldo, Genova, Genova
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  • Film: Dio, come ti amo! (1966)
  • Luogo del film: Le rovine dove Gigliola (Cinquetti) va via dopo che Luis (Damon) le ha dichiarato il suo amore
  • Luogo reale: Foro di Pompei, Piazza Immacolata, Pompei, Napoli
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ULTIMI VOLTI INSERITITUTTI I VOLTI

  • Laura Squillaci

    Laura Squillaci

  • Luca Elmi

    Luca Elmi

Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Pumpkh75
E’ così dozzinale che anche le poche cose che funzionano (i dialoghi folli, i siparietti demenziali, il sergente con la mania della bomba atomica) sembrano nascere fortuitamente dalla mancanza di un disegno unico, raccogliendo di volta in volta la trovata casuale della mattina e suscitando l’impressione che a divertirsi sia solo la crew. Forse anche per questo la simpatia e l’effervescenza iniziali tendono pian piano a svanire, lasciando la platea distaccata e, alla lunga, un po' annoiata. Nessun sostegno sul lato fx: già definirli scarsi è un complimento. Puerile.
Commento di: Kami
Peter Falk e Clive Revill duettano in modo meraviglioso e l'episodio è per questo motivo tra i migliori della serie; merito anche del doppiaggio italiano, che rende godibilissime le battute scambiate al pub, poco importa se non riesce qualche rima! In inglese a esempio non esiste una sola parola della seguente storiella (d'altronde una traduzione letterale in molti casi è impossibile); Il tenente: "C'era una volta un vecchio un po' matto che aveva moglie ma dormiva col gatto. Gli chiesero: perché con il gatto? Col cavallo starei troppo stretto, rispose il vecchio un po' matto"!
Commento di: Leandrino
La storia di Chris, eco-attivista scozzese che, dagli anni '80, si batte per la preservazione della foresta e dei suoi abitanti (animali e umani). Morabito la racconta fino alla fine, tra sogni folli - far suonare i Pink Floyd nel cuore della foresta -, fallimenti decisivi e parziali successi. Un documentario senza particolari tratti caratteristici, salvato dall'abilità del regista (in primis montatore) di creare un buon ritmo con una storia "interrotta" a causa della morte prematura del suo protagonista.
Commento di: Reeves
Uno dei film migliori di Martin Scorsese, capace di raccontare come nessun altro il mondo della malavita con le sue infiltrazioni nel potere e nelle sue dinamiche interne. Qui poi è sorretto da attori straordinari e da una carica di viollenza molto dura ma mai gratuita. E anche Sharon Stone, nelle mani di Scorsese, dimostra una maturità veramente notevole. Un film paradigmatico, per chi vuole raccontare un certo mondo.
Commento di: Magerehein
Film che merita la visione già soltanto per lo spinoso quesito che pone: è giusto ripagare un invasore sconfitto con la stessa moneta o è possibile dimostrarsi più umani? Molto difficile rispondere (il passato di questi tedeschi è ignoto), ma altrettanto arduo non provare almeno un briciolo di pietà per questi ragazzi mandati allo sbaraglio con mezzi di fortuna e quasi senza cibo. Per ovvi motivi la storia è ripetitiva ma offre anche tensione e viene facile immedesimarsi nei tormenti del sergente sorvegliante. Toccante e ben recitato, pur con qualche momento esageratamente "buono".
Commento di: Jena
Film simbolo del rampantismo anni 80 (che al confronto del mondo d'oggi, dominato dall'alta finanza, fa quasi sorridere), non convince fino in fondo e perde nettamente il confronto con il furente analogo scorsesiano. Stone ideologicamente ci va giù duro: capitalismo spietato parassitario con ricchezza da nababbi contro l'onesto lavoro della "vera" America. Il ritmo però è loffio, le assurdità si sprecano (Buddy spia, il raggiro finale), troppo semplicistico nelle svolte. Douglas fa un grandioso squalo, anche se al limite della macchietta, e Sheen figlio azzecca il suo ruolo migliore.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Esordio da regista per Francis Veber, fin lì noto come sceneggiatore ma in futuro dietro la macchina da presa di molti classici della commedia francese. E si capisce perché: lo stile che guarda al comico ma con arguzia e bella originalità (fanno fede i due remake del film) sfrutta bene il solito Pierre Richard, sicuramente la star transalpina del genere, in quegli anni, e lo pone nella grottesca situazione desumibile dal titolo: François Perrin sarebbe...Leggi tutto un giornalista, per quanto di modesta caratura, ma il padrone per il quale lavora, Pierre Rambal-Cochet (Bouquet), lo costringe a trasformarsi nel giocattolo privato del viziatissimo figlio Eric (Greco). Quest'ultimo, infatti, lo nota mentre si aggira con aria sperduta tra i manichini di in un grande negozio di giocattoli e decide di... comprarlo. Chi lo accompagna cerca di fargli capire che il povero Perrin non è in vendita, ma il ragazzino s'impunta: imballatemelo che lo voglio a casa mia al più presto!

Pierre Rambal-Cochet può tenere il figlio con sé una sola settimana all'anno (è divorziato) e in quella settimana gli concede qualsiasi cosa: perché quindi non dovrebbe accontentarlo? D'altra parte Perrin è un "suo" giornalista: basta minacciare di licenziarlo, per obbligarlo a diventare il giocattolo del figlio. E Perrin sa bene che quelle non sono minacce a vuoto, visto che poco prima il principale ha cacciato un dipendente solo perché aveva una stretta di mano bagnaticcia!

Richard è bravo a mostrare stupore e insieme rassegnazione (ma non necessariamente frustrazione) per ciò che si trova a dover fare: a malincuore si lascia chiudere in una cassa e consegnare nella lussuosa, gigantesca villa del suo principale, dove Eric lo aspetta trattandolo da perfetto "giocattolo": lo fa montare con lui sulla macchinina con cui percorre a razzo i corridoi di casa investendo il maggiordomo e quasi la madre (Dyson), lo fa vestire da cowboy e lo porta a cavalcare, anche se il poveretto non l'ha mai fatto... L'importante, nelle intenzioni di Veber, è non confondere la condizione del protagonista con quella di un normale "baby sitter": sarebbe troppo banale e non favorirebbe lo stesso tipo di importante riflessione.

Perrin, sempre sull'orlo della ribellione, sempre combattuto sul modo di reagire, si trattiene e in tal modo il film prosegue, proponendo situazioni non in ogni frangente divertenti ma simpaticamente ideate, in cui il ruolo del dominatore talvolta si ribalta imprevedibilmente. La cinica, sprezzante ferocia di Rambal-Cochet, abituato - non differentemente dal figlio - a trattare le persone come una sua proprietà, permette facili accostamenti generazionali in chiave favolistica lasciando ovvia strada a un finale conciliatorio e raddrizza-torti, ma a risultare convincente sono soprattutto il caratteristico, stralunato approccio di Richard, i suoi mezzi sorrisi, le espressioni ebeti in sostituzione di quelle che dovrebbero essere invece di profondo imbarazzo.

E in fondo nemmeno il perfido ragazzino è disegnato con troppo veleno o eccendendo nella caricatura: non strilla mai, mostra una buona capacità di relazione con Perrin e fa capire come Veber sappia trattare il genere, pur se deve ancora affinare la regia: il film manca nel complesso di consistenza, si perde in qualche scena poco incisiva, ma fa capire che un talento dietro c'è. Come quello riconosciuto di Vladimir Cosma alle musiche: un tema brillante, che si fa ricordare in una commedia bizzarra e curiosa quanto il suo imperfetto protagonista.

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Una cupa e silenziosa avventura tra le ville tutte uguali di un misteriosissimo, labirintico quartiere residenziale chiamato Yonder. Vi ci finiscono Gemma (Poots) e Tom (Eisenberg), una coppia affiatata in cerca di una nuova casa. Vengono invitati sul posto da uno strambo agente immobiliare (Aris) che, dopo aver magnificato le lodi del luogo, li convince a seguirli lì accompagnandoli in quello che fin da subito appare come un mondo alieno, totalmente disabitato, in cui villini verdi affiancati a centinaia allontanerebbero in partenza chiunque desiderasse vivere in una dimensione vagamente...Leggi tutto “umana”.

Giunti di fronte al civico 9, i due entrano seguendo Martin, che mostra loro l’abitazione stanza per stanza scomparendo poco dopo nel nulla. Convinti che sia semplicemente uscito, Gemma e Tom tornano all’esterno, dove però non trovano nessuno. Risaliti in auto si apprestano a fare ritorno, accorgendosi tuttavia che uscire da quel dedalo di viuzze assolutamente identiche tra loro risulta più difficile del previsto. Diciamo impossibile…

Imprigionati in una realtà modulare che pare disegnata, i due dormono nella casa numero 9 scoprendo poi che all’esterno qualcuno fa loro trovare uno scatolone contenente un bimbo: “Crescetelo e sarete liberi”, dice l’unico messaggio. Che altro fare? E’ quello che a questo punto si devono essere detti Lorcan Finnegan (anche regista e sceneggiatore) e Garret Shanley, che con Lorcan ha scritto il soggetto. Perché in film così, in cui l’effetto sorpresa si esaurisce velocemente, la bravura sta nel saper rendere interessante ciò che segue. E qui cominciano purtroppo le note dolenti. La futuristica location dai toni magrittiani continua a restare un punto di forza, soprattutto per il silenzio incombente che la domina, così come quel cielo fatto di nuvole irreali prive della possibilità di immaginare in esse alcuna forma (entrambe singolarità sottolineate nel film); ma non basta, ci voleva più capacità di arricchire la vicenda per riuscire a coinvolgere, considerata la staticità dell’insieme, o interpretazioni che oltrepassassero la soglia del corretto.

L’introduzione del bimbo, che cresce in 98 giorni fino a raggiungere l’apparenza di chi ha sei o sette anni, non garantisce una variazione troppo significativa e, per quanto si provi a renderlo “diverso” ed enigmatico nei comportamenti (con un urlo che quasi rimanda ai replicanti di Kaufman), resta un personaggio accessorio. Si calca naturalmente la mano sulla condizione di solitudine dei protagonisti, sulla loro sempre maggiore irritabilità, sull’allontanamento progressivo da un quotidiano normale richiamato pallidamente da improvvisi scampoli di un passato di ricordi sempre e comunque felici (la musica dalla radio dell’auto).

Si prosegue in definitiva per buona parte della seconda metà pensando a come potrà finire il film, perché si sa come a volte storie così possano concludersi d’improvviso senza alcun cambiamento per accentuare il clima da incubo senza speranza. Comunque qualche buona intuizione non manca, l’impianto scenografico è di sicuro effetto e per chi ama il lato più straniante della fantascienza, lontano da quella più spettacolare o necessariamente ambientato nello spazio, è un film da vedere, che per diversi motivi (tutti legati all’impianto visivo) rimarrà impresso nella memoria di molti.

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Una donna che scappa nel bosco, di notte, da una figura incappucciata, si rifugia tra pareti di pietra. Di sfondo cori notevoli per una musica fuori dall’ordinario, considerato il genere di film, e la cosa poteva far ben sperare. Il prologo si chiude e la storia comincia; cronologicamente prima di quella scena, si presume, anche se nessuno lo dice.

E’ la storia di Leah (Underwood), che dovrà sposarsi con Mark (Perrow); tutti intorno a lei son felici per l’imminente evento (mancano tre giorni): i genitori, l’amica del cuore; e lei stessa, certo, perché...Leggi tutto il futuro marito è un fustaccione pure ben piazzato economicamente, a quanto pare. Tutto sembra andare per il meglio, insomma, quando proprio in quei giorni tra i due s’intromette Faith (Banus), la ex di lui che, dopo aver seguito Leah con l’auto, la blocca e disperatamente la implora gridandole di non sposarsi. Mark, informato della cosa, capisce subito di chi si tratta e spiega le vicissitudini familiari della poveretta aggiungendo che ha sempre avuto problemi di testa. Leah, per quanto non felice della cosa, sembra confortata dalle spiegazioni e dal fatto che lui le piazzi in casa quattro telecamere di sorveglianza agli ingressi. Non si sa mai… Faith infatti si rifarà infatti viva e… il titolo italiano dice chiaramente cosa accadrà. Il giorno fissato per il matrimonio Leah non si trova…

Il solito giallo paratelevisivo ambientato a Los Angeles con personaggi che dire stereotipati è poco. Brittany Underwood, la protagonista, non sembra una scelta felicissima ma non è colpa sua se il film ingrana solo nell’ultima parte, quando un minimo di colpo di scena c’è e a fatica ci si allontana da un intreccio che fin lì era la fiera delle banalità. Per non parlare dei dialoghi, che passano da quelli iniziali allegri con tutti che si producono in battute patetiche a cui rispondere con sorrisi automatici a quelli in cui subentra la drammaticità e le espressioni del volto cambiano drasticamente. L’amica si preoccupa, qualche ombra pare addensarsi anche sul bravo sposino invidiato da tutte e ci si prepara ad assistere a qualcosa che sia in grado di movimentare una vicenda altrimenti poverissima e che fin lì non presentava davvero alcun motivo d’interesse.

Sono film che nascono in catena di montaggio con l’unico scopo di offrire un po’ di thrilling a buon mercato; qui però mancano personaggi secondari in grado di variare sul tema o idee che possano far alzare un minimo il sopracciglio (a meno che non si voglia considerare tale quella delle singole parole minacciose che vengono talora ripetute in sequenza da un montaggio che dovrebbe accrescerne la minacciosità nei momenti più tesi). Decisamente troppo poco. Si apprezza tuttavia l’incredibile assenza, nel finale, della solita scena rasserenante pre-titoli di coda, che per una volta appaiono d’improvviso quando devono, senza un solo fotogramma in più. Forse il film era già durato fin troppo…

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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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