Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.
Tracotante campione di pelota basca è impelagato in tre simultanee relazioni amorose ma finirà col tirare troppo la corda del suo smisurato egocentrismo. Melodramma schizzato, dalla trama spesso sconnessa e arbitraria, su un macho (che si crede) "bigger than life". Il film di Gavaldon è altrettanto insopportabile eppur grossolanamente magnetico quanto il suo protagonista, un Armendariz che conferisce al suo campione di gallismo oltreché di jai alai (la specialità della pelota di cui vediamo affascinanti immagini "live") un contegno ottusamente manipolatorio, primigeniamente misogino.
Pellicola indipendente che non sfiora capolavori come Buio omega (quasi citato nel titolo anglofono) o Nekromantik. Gli effetti speciali sono sufficientemente disturbanti ma la storia, con i suoi svolazzi onirici e le superflue sdrammatizzazioni, conduce a un risultato sì misogino ma ondivago, certamente meno cupo, disperato e lacerante di quanto ci si potesse attendere. Lepori non convince né come coniglio bagnato né come mente deviata. Caricaturale il personaggio dell'amico invadente Alex Lucchesi, che stempera la già blanda tensione.
Bella storia edificante sull'integrazione e la tolleranza basata su fatti realmente avvenuti, ma tracciata con tratti troppo disneyani per sembrare vera. E infatti non lo è: la realtà purtroppo ha avuto un epilogo ben diverso. Questo non pregiudica la godibilità del film, che alterna momenti commoventi ad altri divertenti, non facendo mai pesare la le oltre due ore di durata. Gli attori sono sempre sul pezzo, ma i personaggi stereotipati e il finale scontato lasciano il sapore di una cinematografia un po' retorica. Soggetto che meritava più di una serata con popcorn in famiglia.
Onesto padre di famiglia sudcoreano in Suriname per commerciare razze si trova coinvolto in un traffico di droga gestito da un connazionale che si finge pastore. Finito in galera, accetta di diventare un infiltrato per conto dei servizi segreti... Ispirata a eventi di cronaca nera, una serie che si prende i suoi tempi per ingranare diventando sempre più tesa e avvincente grazie a una buona messa in scena e interpretazioni convincenti a partire da Ha Jung-woo, uomo tranquillo disposto a rischiare la vita per la sua famiglia e da Hwang Jung-min, boss spietato dai modi esuberanti.
Bella favola ambientalista e animalista, tratta da fatti realmente accaduti, apprezzabile in tutti i suoi aspetti anche se è uno di quei film che una volta spenta la TV è difficile resti impresso nella memoria . Più o meno va tutto come ci si aspetta e la questione familiare dei protagonisti va presto nel dimenticatoio perché il film si concentra principalmente sulle oche e la loro vicenda. Ed è un bene, perché la protagonista non sprizza proprio simpatia da tutti i pori. Molto buono il cast. Senz'altro godibile, specie per la fotografia, ma non indimenticabile.
L'ABC del gangster movie, con il suo carico viscerale di violenza, ostentazione e rovesciamenti. Il mito americano dell'ascesa innestato in notturni urbani fortemente stilizzati che si nutrono di soldi e rappresaglie. Una scalata al potere in solitaria follia, descritta da Hawks con quella sua specifica capacità di nascondersi dietro l'occhio cinico della sua cinepresa - senza fronzoli e velleità stilistiche se non per quell'ombra iniziale - e sincopata sul suono delle pallottole. Notevole la "carezza" al censorio codice Hays con la sequenza nell'ufficio del redattore del giornale.
Difficile far passare Robert Miller, squalo della finanza che si macchia di un doppio evidente crimine (tacendo del resto) per un personaggio quasi positivo, ma lo sforzo di Nicholas Jarecki (regista e sceneggiatore unico del film) va in questa direzione e l'interpretazione pacata (e centrata) di Richard Gere lo asseconda, contribuendo a dar corpo a un personaggio meno stereotipato di quanto appaia; prigioniero all'interno di un labirinto forse senza uscita, braccato da un detective (Roth) che sa il fatto suo e che non vede l'ora di farla pagare a chi pensa di poter parare ogni colpo...Leggi tutto con il denaro. Perché il denaro e la forza derivatane sono le basi su cui fonda il proprio successo Miller, il quale sta trattando la vendita della propria azienda pur sapendo che i conti non sono a posto come sembrano (la possibilità che i revisori al lavoro se ne accorgano esiste).
In più, dopo aver mostrato in famiglia grande amore per la moglie e i figli, mentre è in auto con l'amante (Casta) Miller fa un incidente in cui la poveretta resta secca. L'uomo prende in mano il cellulare, compone il 911 ma poi ci ripensa, e il dramma vero ha inizio. Chiama sul posto, per farsi portare a casa, un ragazzo (Parker) che gli doveva più di un favore sperando che la propria moglie (Sarandon) testimoni del fatto che erano nello stesso letto, quella sera, fin da molto prima di quando lui è davvero tornato lì. Ciononostante la sua difesa (e quella del giovane, immediatamente individuato come complice dalla polizia) traballa.
Entrano in scena gli avvocati e nel frattempo bisogna portare assolutamente in porto la vendita dell'azienda. La carne al fuoco non manca, il materiale per un buon dramma ad alta tensione nemmeno e quando il detective di Roth comincia ad avvicinarsi alla verità c'è da capire come riuscirà a dimostrarla. E' forse la fotografia un po' spenta a dare al film un'aria televisiva che non merita, perché al contrario le interpretazioni sono di livello e il lavoro di Jarecki in fase di sceneggiatura è sufficientemente incisivo.
Manca qualche tocco di brillantezza in regia, d'accordo, ma il film fila, la curiosità di capire come il tutto si concluderà non manca e la soluzione riserva pure qualche sorpresa (la scena in privato davanti al giudice), allontanandosi da quelle canoniche. Restano le riserva sulla figura – poco coraggiosa, nella sua delineazione - della moglie cui dà il bel volto Susan Sarandon, tuttavia lo svolgimento lineare, la capacità di approfondire anche le tematiche finanziarie senza scadere in tecnicismi (bella, anzi, tutta la scena della trattativa al ristorante, chiusa genialmente) parlano a favore di un film meno anonimo di quanto possa sembrare.
Avventura per ragazzi in una Venezia dai tratti che si vorrebbero magici ma che tali possono apparire al massimo in qualche allucinazione del piccolo Bo (Harris), la mascotte del gruppo. Il fantastico subentra insomma soprattutto nell'ultima parte, con l'attivazione della "giostra", perché prima si racconta più che altro la storia di un gruppo di ragazzini guidati dal "Re dei ladri" del titolo, uno di loro che indossa una maschera veneziana (di quelle col naso lungo) e si procura oggetti preziosi da vendere a una sorta di laido ricettatore, tale Barbarossa...Leggi tutto (Sayle).
Tutti orfani (o presunti tali), i ragazzi sono accampati al Cinema Stella (che sarebbe poi il Teatro Italia, a Venezia, un tempo realmente esistente), dove organizzano di giorno in giorno il da farsi. Gli ultimi arrivati sono i due dai quali la vicenda prende le mosse, una coppia di fratelli che hanno da poco perso la madre e si sono trovati in orfanotrofio – nel caso del maggiore, Prosper (Taylor-Johnson) - o a vivere con la zia e lo zio (insopportabili) nel caso del piccolo Boniface (Harris). Una notte Prosper passa a prelevare Bo e insieme i due partono per Venezia, la città che la madre aveva loro magnificato a lungo e descritto come luogo incantato, popolato di creature leggendarie. E infatti, una volta arrivatici dopo un viaggio da clandestini, Bo comincia subito a vedere statue di leoni che si muovono, sirene nei canali...
Poi l'incontro con i ragazzi di Scipio (Weeks), il sedicente “re dei ladri”, e l'inserimento nel gruppo, all'interno del quale si svilupperà una solidarietà tra ragazzi necessaria per creare complicità con lo spettatore, inevitabilmente di pari età considerato il tipo di confezione, studiata proprio in funzione di una partecipazione attiva da parte di chi deve sentirsi coinvolto nell'azione. Che non manca, infatti, con l'inserimento nella storia di un detective privato (Carter) ingaggiato dalla zia (Boyd) per ritrovare i due ragazzini a Venezia (dove pure lei si recherà col marito).
Le riprese per la città evitano (salvo qualche ovvia scena a Piazza San Marco) di mostrare troppi scorci inflazionati andando in aggiunta a costruire, ad Amburgo, un particolare - e inesistente - angolo di Venezia (con due ponti affiancati) che verrà lungamente utilizzato soprattutto per le sequenze notturne. L'effetto è buono, mentre lascia un po' a desiderare la sceneggiatura, che nella caccia all'ala in legno di un leone individua il suo spunto alla GOONIES (da sempre, per il cinema dei giovanissimi, il modello di riferimento). La recitazione non è il punto di forza ma lo si poteva immaginare, con tanti ragazzini in scena; qualche adulto sopra le righe (Sayle in primis) e una certa difficoltà nell'esporre con chiarezza l'intreccio. Piacevolmente enfatica la colonna sonora, con stacchi epici che accompagnano alla Spielberg alcuni passaggi, ben studiate alcune riprese notturne che danno la misura di un lavoro comunque mai sciatto. L'ambientazione veneziana si presta a conferire una patina originale al tutto e, nei suoi chiari limiti, il film potrà anche appassionare il pubblico di riferimento.
Insopportabile, tediosa e presuntuosa commedia noir finto sofisticata che per tutto il tempo non fa che vivere di moine, scambi d'occhiate, look ricercati e di un Tim Roth attaccato alla bottiglia dalla prima all'ultima scena. Non è facile trovare un film in cui ogni tentativo di risultare simpatico s'infrange contro una barriera di leziosa artificiosità che rende ogni sequenza un concentrato di inutilità e di smancerie fini a se stesse.
La storia vorrebbe raccontare di due gangster in fuga da Londra, Harriet (Thurman) e Peter (Roth), che si rifugiano a Los...Leggi tutto Angeles nel tentativo di non farsi trovare, pur sapendo che presto o tardi la perfida Irina (Maggie Q) scoprirà dove sono. Intanto si ricongiungono a un loro vecchio sodale, Sydney (Fry), felicissimo di ritrovarli, il quale subito propone loro un affare intrallazzando nel contempo con Irina che, guarda un po', è segretamente innamorata di Harriet. Nel frattempo Peter ritrova a Los Angeles la sua vecchia fidanzata, Jackie (Eve), che ora sta insieme a Gabriel (Glover), regista di successo con cui vive in una lussuosissima villa. Invita lì Peter, il quale scopre che Jackie è in possesso di un preziosissimo anello che potrebbe proprio far caso a lui e Harriet, decisamente in bolletta.
Gabriel tuttavia non se la spassa solo con Jackie ma anche con la moglie Gina (Posey) e l'esuberante Vivien (Vergara), la quale non fa che ripetere di volerselo portare a letto... Un ménage a trois che dovrebbe movimentare l'azione ma genera invece ulteriore confusione in una trama pasticciatissima in cui le truffe non trovano spazio se non sullo sfondo di un caos indescrivibile. I minuti passano tra futilissimi dialoghi, un Gabriel che deve passare da una donna all'altra e una Harriet che è sempre in tiro, elegante e seducente, scambiata però da Jackie per una "sussurratrice di cani" (avrebbe cioè il compito di capire cosa vuol esprimere il cagnolino della giovane). Harriet - che pretende di farsi chiamare "comunicatrice di animali" - capisce che può divertirsi e finge di parlare a lungo con la bestiola, ma anche questo fa parte di un quadro generale desolante, che cerca di infilare battute senza disporre della competenza necessaria e si accontenta di descrivere un ambiente chic e pretenzioso nel tentativo di agganciare un genere che nemmeno si capisce quale voglia essere, a metà tra il pulp meno sguaiato e una sorta di parodia del noir del tutto velleitaria.
Osservare un cast di così grandi nomi finire alla deriva minuto dopo minuto non è gradevole, e lo è ancor meno sorbirsi in sequenza scene che non dicono assolutamente nulla, nelle quali Roth compare (pure spesso) giusto per farfugliare qualche parola e riattaccarsi alla bottiglia. Dura 95 minuti ma sembrano il doppio, con un lungo elenco di forzature e interpretazioni sopra le righe che contribuiscono a donare un'aria terribilmente fasulla all'insieme, sublimata nel momento in cui l'anello lanciato da molto lontano cade dall'alto giusto nel bicchiere della Thurman.
Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA
L'ISPETTORE DERRICK
L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA