il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

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364540 commenti | 69156 titoli | 27194 Location | 14383 Volti

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  • Film: La polizia ha le mani legate (1975)
  • Multilocation: Villa Reale
  • Luogo reale: Viale Brianza 1, Monza, Monza e Brianza
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  • Film: Race for glory - Audi vs. Lancia (2024)
  • Luogo del film: La clinica dove Kurt (Brizzi) viene ricoverato in coma
  • Luogo reale: International Training Centre of the ILO, Viale Maestri del Lavoro 10, Torino, Torino
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ULTIMI VOLTI INSERITITUTTI I VOLTI

  • Nikolaus Moras

    Nikolaus Moras

  • Alessandro Sanguigni

    Alessandro Sanguigni

Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Mr.chicago
Lanthimos sbarca in America e lo fa non snaturandosi, anzi, in purezza. Ci illustra cosa sia l'amore e la relazione di coppia per lui e la spiegazione non può che non essere complicatissima, o meglio, criptica, assurda, folle, grottesca e trasversale a tutto ciò che conosciamo. La musica struggente, quasi antitetica, accompagna lo spettatore in questo enigmatico scorcio della mente del regista. Il finale è simile a quello di un suo splendido film precedente lasciando spalancato un ventaglio di possibilità: sta allo spettatore dare un significato a tutto. Pesante ma scomodo.
Commento di: Puppigallo
Premesso che è girato meglio di molti squalo movie che infestano le varie tv, questa ennesima variante, con aereo "subacqueo oceanico", ha però troppi difetti. A partire da momenti tirati come un elastico, che fanno iniziare a sbuffare persino quando dovrebbe esserci tensione (troppi minuti di preparazione, emblematica la scena finale); e uscite verbali da festival del cretino, con battute anche in presenza di moribondi, per "sdrammatizzare". Questo non può esistere in una pellicola con squali in agguato. I protagonisti, poi, vanno dal passabile, al mediocre, all'insignificante.
Commento di: Luluke
Al netto del fatto che si tratta del rifacimento di un film giapponese, è comunque un prodotto ben realizzato, sicuramente migliore nella sua seconda parte, in cui si può apprezzare anche la qualità di alcune interpretazioni, giustificandosi così l'operazione fotocopia – perché tale rimane. Mentre per quella iniziale è l'originale che continua a farsi preferire: sgangherato come deve in effetti essere un B-movie, perciò paradossalmente più adeguato sul piano delle riprese. Resta il fatto che anche "occidentalizzata", questa boutade zombesca può regalare gradevole intrattenimento.
Commento di: Daniela
Un ranger del Parco di Yosemite indaga sul probabile omicidio di una ragazza. Ci sono legami tra questa morte e la scomparsa di un uomo avvenuta pochi anni prima nella stessa area? Più dramma che thriller in quanto, dopo l'intrigante inizio, la narrazione si concentra molto sul carattere ispido del protagonista, incapace di superare il trauma legato a un lutto familiare. Le troppe sottotrame e alcune incongruenze comportamentali indeboliscono la tenuta del racconto per cui, per quanto ben interpretata, la serie risulta interessante soprattutto per la splendida ambientazione.
Commento di: Siska80
In un futuro distopico in cui l'ossigeno è diventato merce rara, madre e figlia si difendono dall'assalto di due malintenzionati. Già la trama poco interessante di suo non promette nulla di buono; se a ciò si aggiungono una fotografia dai colori disturbanti, una certa lentezza nel ritmo, dialoghi incapaci di catturare l'attenzione, una messinscena palesemente fittizia e un finale abbastanza prevedibile, è facilmente intuibile come l'esito complessivo non possa che essere mediocre. Un vero peccato, perché il cast offre una buona prova (è sempre un piacere rivedere la brava Jovovich).
Commento di: Paulaster
Madre anziana avvelena inconsapevolmente la figlia. Preambolo che dà il via a una serie di accadimenti gialli in cui Ozon resta sul filo dell'ambiguità. Ogni episodio lascia sempre il dubbio che sia stato provocato o meno e il registro asciutto è vincente. Non tutto fila liscio, soprattutto con le indagini della polizia nell'appartamento, ma l'intento è altrove. Sono i vari personaggi, che alla fine si somigliano tra loro, a creare una bolla di menzogne e convenienze che rendono il film di sottile arguzia.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Mettendo il rock in primo piano nel titolo e nella foto in locandina si crea fin da subito l’associazione con la musica, ma lo spunto di base si avvicina piuttosto - se si vuole guardare a un cinema coevo - a quel GRAZIE RAGAZZI che Riccardo Milani aveva ripreso da una più celebre pellicola francese. Lì un gruppo di detenuti allestiva uno spettacolo teatrale attraverso il quale mostrava di poter essere “rieducato”, qui a fare da collante –...Leggi tutto sempre all’interno di un carcere - è una band rock nata da una collaborazione tra detenuti e incoraggiata dal sottosegretario (De Lorenzo) che deve sovrintendere alle loro attività ricreative ed è in contatto costante con la direttrice (Crescentini).

L’anima del gruppo, colui che per primo si muove per far nascere il progetto, è Bruno Verdocchi (Lillo), chitarrista dallo stile profondamente rock finito agli arresti per aver tentato di sabotare l’esibizione della sua ex band, gli Entry Level, dopo esserne stato cacciato per eccesso di esibizionismo (assoli del tutto fuori luogo, atteggiamenti da rockstar decisamente poco consoni). Una volta in prigione, e saputo che il compagno di cella Roberto (Lastrico) ha un passato da batterista, sogna con lui di poter formare lì un gruppo e cerca di convincere la direttrice dell'operazione. Lei non ci pensa nemmeno, ma viene presto ridotta a più miti consigli dal sottosegretario appassionato di musica e il progetto infine si avvia. Vi prendono parte un burbero bassista che tutti chiamano “il professore” (Elio), un corpulento bruto (Cagnina) specializzato nello “spanciare” il prossimo, una ragazza dal temperamento palesemente instabile (Claisse) che ha ucciso il padre e che suona la batteria confinando Roberto alle tastiere e, in un secondo momento, il cantante rap K-Bone (Naska, che cantante lo è davvero). L’obiettivo è quello di partecipare a un importante contest della Capitale, ma riuscirci non sarà facile e bisognerà capire quale dovrà essere la strada più percorribile.

Se la trama non è esattamente delle più originali, ci si aspetterebbe che a brillare fosse almeno la sceneggiatura. Invece le battute si contano in numero minore del previsto e il compito di far ridere spetta soprattutto a Lillo, unico della band a ricavarsi un ruolo di primo piano: gli altri restano sullo sfondo, in ombra anche nel caso di Lastrico che pur nelle prime fasi in cella sembrava poter recitare da ottima spalla. Il solo a spiccare è Elio, musicista autentico che – per quanto poco gli sia reso possibile dalla sceneggiatura – diverte imponendosi con quella caratteristica, rigida seriosità che lo fa risultare spesso più comico di chi cerca di far ridere attraverso la battuta classica. Finisce così che a farsi notare di più sono il veterano De Lorenzo, caratterista di rango con la tendenza evidente alla macchietta, il secondino eccentrico ben tratteggiato da Valerio Aprea e l’avvocatessa alle prime armi cui dà il (bel) volto Sofia Panizzi.

Il film è poco equilibrato e, per quanto diretto con una certa verve, carente d'inventiva. Appare inoltre più poveristico di quanto in realtà sia anche a causa di un ambiente grigio e statico, ben fotografato ma limitante. Una commedia guardabile, a tratti buffa (Lillo conferma la sua predisposizione al comico e una fisicità che lo associa in questo frangente, per ovvi motivi, al Jack Black di SCHOOL OF ROCK) ma talvolta tirata via e troppo spesso insignificante, pure nelle sue fugaci parentesi familiari con la figlia e la moglie di Bruno, riempitivi che hanno l’unico pregio di dare un po’ di varietà alle scene. Ultima parte on stage con esiti prevedibili e un po’ di musica “live”, ma anche qui quasi nulla da segnalare…

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La grande differenza rispetto al romanzo di Wiliam Adler e al film precedente è ben sintetizzata dall'eliminazione dal titolo della parola “war”, guerra. Questa nuova versione trova infatti la sua originalità, rispetto alle passate, nel fatto di essere profondamente inglese e non più americana; qui i protagonisti raggiungono il conflitto aperto solo nella fase più avanzata del film e quasi solo in ossequio a quelli che erano i punti di forza almeno della celebre GUERRA DEI ROSSES...Leggi tutto diretta da DeVito; perché è evidente che ciò che interessa, in questo caso, non è la deflagrazione del contrasto di coppia ma l'evoluzione che progressivamente ad esso conduce.

Theo (Cumberbatch) e Ivy (Colman) sono una coppia modello, almeno all'inizio. Si comprendono, si completano. Lei ha un piccolo ristorante specializzato in piatti con granchio che mantiene quasi solo per hobby, lui è un architetto di successo che porta a casa buona parte di ciò che serve per vivere. Due figli da crescere, scherzi, tracce solo sotterranee di quell'ironia tagliente che diventerà la cifra stilistica del film, lontana dalle eclatanti azioni di Douglas e la Turner. Gli inglesi (perché profondamente inglese è tutto il film, per quanto coprodotto con Canada e Stati Uniti) interiorizzano, sanno controllarsi. Ci sono due figli da crescere e chi guarda non riesce a capire come sia possibile che Theo e Ivy arriveranno a comportarsi, di fronte alla consulente matrimoniale (nella scena che si vede all'inizio ed è solo una breve anticipazione di quanto accadrà in seguito), come due persone che palesemente non si sopportono più.

Rivediamo il momento in cui i nostri si sono conosciuti, nella cucina di un ristorante (arrivando a “consumare” immediatamente nella cella frigorifera) e rivediamo anche i primi momenti difficili passati insieme. Il momento di frattura, deciso, arriva quando un nuovo progetto di Theo, architetto di successo, crolla sotto i colpi di una tempesta: il futuristico museo navale con vela che si muove al vento sul tetto cede e il video che riprende in diretta il disastro diventa virale, portando al licenziamento inevitabile di Theo e a una sua nuova dimensione, in cui è completamente dedito ai due figli (i quali diventeranno presto degli sportivi ossessionati dalla forma fisica).

Nel contempo Ivy, che riceve nel suo ristorante una celebre critica culinaria, ottiene una recensione entusiastica che d'improvviso moltiplica i clienti trasformando il piccolo ristorante in un grossissimo affare e Ivy in una donna di successo, invitata a party ed eventi e pronta a cambiare vita. Lui si rinchiude in se stesso, lei si apre al mondo: il ribaltamento dei ruoli è sufficiente per acuire ogni crisi e la situazione peggiora di giorno in giorno. Senza che mai, tuttavia, si abbia la sensazione di una rottura definitiva, perché i due mostrano a sprazzi ragionevolezza e comprensione reciproca, ed è questo a incanalare il film in un binario diverso dal precedente.

La casa nel verde che Ivy (grazie al denaro da lei guadagnato) propone a Theo di progettare per loro lasciandogli di fatto mano libera diventa l'ancora a cui aggrapparsi per salvare il matrimonio: lui vi si getta anima e corpo mentre lei prosegue espandendo gli orizzonti del suo business; alla cena con gli amici per inaugurare la spettacolare "creazione" architettonica di Theo, tuttavia, il conflitto prende una brutta piega e la sottile ironia diventa feroce confronto dialettico pubblico, aprendo alla crisi conclamata in cui ci si riavvicina alle tematiche note dell'opera precedente. Lo si fa tuttavia senza che la progressione giustifichi con sufficiente coerenza le iperboli di ferocia che vedremo, come se fosse un atto dovuto per non allontanarsi troppo da quello che era il punto di forza del film di DeVito. Il risultato è che le esagerazioni appaiono in questo modo talvolta come una forzatura, rispetto all'eleganza e all'autocontrollo tutto inglese che domina fin dall'inizio. Ciò che quindi era il valore aggiunto nel modello qui rappresenta più un “omaggio” che garantisca qualche scena da ricordare e liberi una risata liberatoria quasi slapstick (lo scontro a fuoco in casa) dopo tanti sorrisi.

Davvero straordinari i due protagonisti, attori di rango che sanno recitare al meglio sul filo dell'ironia, efficacemente spalleggiati qua e là dalla coppia di amici composta da Kate McKinnon e Andy Samberg. Bravo Jay Roach a mostrare con buona prova di realismo le conseguenze di imprevisti che possono minare la solidità di un matrimonio, pur certo senza mostrare grande originalità nell'affrontare l'argomento. Pregevoli i titoli di testa animati accompagnati dalla “Happy Toghether” dei Turtles rifatta da Susanna Hoffs e Rufus Wainwright (ripresa anche nel finale).

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Difficile far passare Robert Miller, squalo della finanza che si macchia di un doppio evidente crimine (tacendo del resto) per un personaggio quasi positivo, ma lo sforzo di Nicholas Jarecki (regista e sceneggiatore unico del film) va in questa direzione e l'interpretazione pacata (e centrata) di Richard Gere lo asseconda, contribuendo a dar corpo a un personaggio meno stereotipato di quanto appaia; prigioniero all'interno di un labirinto forse senza uscita, braccato da un detective (Roth) che sa il fatto suo e che non vede l'ora di farla pagare a chi pensa di poter parare ogni colpo...Leggi tutto con il denaro. Perché il denaro e la forza derivatane sono le basi su cui fonda il proprio successo Miller, il quale sta trattando la vendita della propria azienda pur sapendo che i conti non sono a posto come sembrano (la possibilità che i revisori al lavoro se ne accorgano esiste).

In più, dopo aver mostrato in famiglia grande amore per la moglie e i figli, mentre è in auto con l'amante (Casta) Miller fa un incidente in cui la poveretta resta secca. L'uomo prende in mano il cellulare, compone il 911 ma poi ci ripensa, e il dramma vero ha inizio. Chiama sul posto, per farsi portare a casa, un ragazzo (Parker) che gli doveva più di un favore sperando che la propria moglie (Sarandon) testimoni del fatto che erano nello stesso letto, quella sera, fin da molto prima di quando lui è davvero tornato lì. Ciononostante la sua difesa (e quella del giovane, immediatamente individuato come complice dalla polizia) traballa.

Entrano in scena gli avvocati e nel frattempo bisogna portare assolutamente in porto la vendita dell'azienda. La carne al fuoco non manca, il materiale per un buon dramma ad alta tensione nemmeno e quando il detective di Roth comincia ad avvicinarsi alla verità c'è da capire come riuscirà a dimostrarla. E' forse la fotografia un po' spenta a dare al film un'aria televisiva che non merita, perché al contrario le interpretazioni sono di livello e il lavoro di Jarecki in fase di sceneggiatura è sufficientemente incisivo.

Manca qualche tocco di brillantezza in regia, d'accordo, ma il film fila, la curiosità di capire come il tutto si concluderà non manca e la soluzione riserva pure qualche sorpresa (la scena in privato davanti al giudice), allontanandosi da quelle canoniche. Restano le riserva sulla figura – poco coraggiosa, nella sua delineazione - della moglie cui dà il bel volto Susan Sarandon, tuttavia lo svolgimento lineare, la capacità di approfondire anche le tematiche finanziarie senza scadere in tecnicismi (bella, anzi, tutta la scena della trattativa al ristorante, chiusa genialmente) parlano a favore di un film meno anonimo di quanto possa sembrare.

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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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