Intervista a Claudio Botosso

4 maggio 2020

MAXSPUR: Ciao Claudio, prima di iniziare, io e il sito “Davinotti.com” ci tenevamo a dirti grazie per la disponibilità nel concederci questa intervista. Proprio oggi, 28 marzo, ricorre il tuo compleanno e le cronache riportano il tuo debutto in teatro al 1979. Com’è cominciata?
 
CLAUDIO: Il mio esordio in teatro è avvenuto grazie a Memè Perlini, regista dell'avanguardia romana; erano gli anni ‘70, il teatro rompeva con la tradizione alla ricerca di nuove forme espressive e l'artista era libero di sbagliare per poi ricominciare. Memè mi offrì il ruolo di Gianni Rilow in “Risveglio di primavera” del drammaturgo tedesco Frank Wedekind, uno spettacolo fortunato e di successo che portammo in giro per l’Europa. Conservo un bel ricordo di quell’esperienza ma al tempo stesso il dolore per la morte di Memè, suicidatosi tre anni fa (2017) cedendo alla depressione.
 
MAXSPUR: Riflettendo su questo mi vengono in mente le parole pronunciate dal personaggio di Dario (Dario Parisini) nel film Impiegati: «Stanno provando un po’ tutti a vedere se funziona, essere diversi». Anno 1984, il tuo debutto sul grande schermo come attore protagonista per la regia di Pupi Avati, cosa ha significato per te?
 
CLAUDIO:
Mi ha tolto dall'anonimato, dopo Perlini mi sono fatto le ossa in teatro come attore giovane con Maurizio Scaparro, Piera degli Esposti, Werner Schroeter. Con Avati feci quattro provini: dopo l'ultimo ebbi la sensazione di averlo convinto e lui mi disse: "Se sbaglio te, sbaglio il film"; era la fine di Luglio. Dopo circa un mese fui chiamato dal produttore del film e fratello di Pupi, Antonio Avati, che mi comunicava di aver ottenuto la parte. Il film, apprezzato da critica e pubblico, fu presentato al festival di Cannes.
 
MAXSPUR: La critica ha riconosciuto ad Avati il merito di aver individuato per primo il fenomeno degli "yuppies" e di averne denunciati i drammi e le conseguenze; che cosa ne pensi?
 
CLAUDIO: Impiegati è un film di formazione. Un giovane neolaureato fa il suo ingresso nel mondo del lavoro, ne scopre le dinamiche tra illusioni e delusioni. Uno dei pochi film in cui Avati indaga nella contemporaneità, una Polaroid degli anni 80 che descrive una generazione, quella dei trentenni, fondamentalmente egocentrica ed esibizionista e molto disinvolta negli affari e nelle relazioni con l'altro sesso. Erano gli anni della cosiddetta “Milano da bere”.
 
MAXSPUR: Il 1986 è un anno importante nella tua carriera, quattro film e una mini serie TV (Se un giorno busserai alla mia porta di Luigi Perelli), ti faccio due nomi: Federico e Marcello...
 
CLAUDIO:
Erano entrambi imponenti, incutevano soggezione al di là dei loro cognomi (Fellini e Mastroianni). Il film era Ginger e Fred. Nell’enorme Teatro 5 di Cinecittà c’era un continuo via vai di attori, attrici, assistenti, comparse, tecnici, travestiti, giornalisti e semplici curiosi, il tutto accompagnato da un costante sottofondo musicale. Fellini che abitualmente mi chiamava “Botossino” urlava o sussurrava a Mastroianni “Marcellino, puoi fare meglio”, che si spazientiva con un’attrice e al posto delle battute le faceva recitare la ricetta della carbonara. Più che un set dava l'impressione di un Suq; magicamente da quel suq nasceva un capolavoro.
 
MAXSPUR: Immagino quanti aneddoti aleggiassero…
 
CLAUDIO: Ricordo il primo giorno di riprese. Avevo una scena con Mastroianni: la proviamo, poi com'è consuetudine tra gli attori ci si siede in attesa che tutto sia pronto per girare. Accanto a me sedeva Tonino Delli Colli, storico direttore della fotografia, coppola in testa e uomo di poche parole che stava leggendo il Corriere dello sport. A un certo punto abbassando il giornale che gli copriva il volto e senza neppure voltarsi mi fa, col suo tipico accento romano: “Ahò, io er lavoro mio l’ho fatto” e riprende a leggere il giornale. Per un attimo non capisco, poi mi rendo conto di non aver “preso” la luce: l’avevo fatto lavorare per niente.
 
MAXSPUR: Quella che si chiama gavetta! Che dirti Claudio? Emozionante! Come penso lo sia stato, per altri motivi, quello che ti è accaduto sul set di Grandi magazzini per la regia di Castellano e Pipolo. Vuoi parlarcene?
 
CLAUDIO: Arrivai sul set in compagnia di Vittorio Cecchi Gori, il produttore del film. Francesca (il vero nome della Muti) sedeva accanto ai registi Castellano e Pipolo: la guardai e rimasi abbagliato dai suoi grandi occhi azzurri. Lei, accortasi del mio imbarazzo, sorrise e disse: “Che mi racconti?” e io risposi: “Sei meravigliosa!” Poi andammo nel camper e, terminata la lettura del copione, lei si rivolse ai due registi: “Perché non ci mettiamo un bacio alla fine?”. Ricordo bene le sue labbra morbide e umide: senza rendermene conto avevo baciato la donna più desiderata dagli italiani.
 
MAXSPUR: Dal cinema di cassetta a quello d’autore, Diavolo in corpo di Marco Bellocchio.
 
CLAUDIO: Molto difficile dire di no a un regista come Bellocchio, anche se il personaggio offerto non ti entusiasma. Regista molto cerebrale che comunica in maniera complessa, talvolta indecifrabile, ma che riesce a ottenere sempre il massimo dall'attore, grazie anche al suo prestigio. Diavolo in corpo fece scandalo perché l’attrice protagonista Maruschka Detmers fa una vera fellatio al suo giovane amante.
 
MAXSPUR: Nell’anno di Full Metal Jacket, il 1987, esce: Soldati - 365 all’alba, di Marco Risi che trae ispirazione da alcuni episodi di suicidio e nonnismo avvenuti in quel periodo nelle caserme italiane. Che ricordo hai di quell'esperienza?
 
CLAUDIO: L'esercito italiano non fornì alcun tipo di supporto logistico. Il film fu girato a Trieste e al confine con la Slovenia. Fu Diego de Enriquez, un collezionista di armi triestino, a mettere a disposizione della produzione il materiale necessario: camion, carri armati, armi, divise eccetera. Lo ricordo come un film faticoso con molte scene in esterni e di notte: faceva freddo e ci aiutavamo con un po' di grappa. Credo che il film sia riuscito, in qualche modo, a far riflettere.
 
MAXSPUR: Sempre di quell’anno è Sotto il ristorante cinese, primo lungometraggio dal vero del famoso disegnatore e animatore Bruno Bozzetto.
 
CLAUDIO: E' uno dei film a cui sono più affezionato. Mi trovavo a Milano per girare Grandi magazzini e terminate le riprese, mentre tornavo in albergo, mi si avvicina un uomo che timidamente si presenta: “Sono Bruno Bozzetto, non so se mi conosce”. Rimasi di stucco: avevo dinanzi a me un genio dell'animazione. Provai un forte imbarazzo di fronte a tanta umiltà; mi disse che stava preparando il suo primo film con attori in carne ed ossa e aveva pensato a me come protagonista. Prodotto da Rete Italia come il precedente  Soldati, il film mi diede l'opportunità di lavorare con Bernard Blier, uno dei più grandi attori del cinema francese, che una volta terminate le riprese mi prospettò l’idea di andare a lavorare a Parigi ritenendomi adatto per quel tipo di cinema. In quel periodo ero innamorato non corrisposto di una ragazza e soffrivo molto questa situazione, così non presi quel “treno”... per Parigi.
 
MAXSPUR: Gli anni ottanta finiscono con la tua partecipazione a un altro film di Pupi Avati: Storia di ragazzi e di ragazze, acclamato dalla critica e vincitore di diversi premi importanti fra cui un David di Donatello e due Nastri d’Argento.
 
CLAUDIO: Dopo cinque anni Pupi mi richiama e mi offre il personaggio di Taddeo, unico fascista di una numerosa famiglia di operai durante il Ventennio; odia gli omosessuali e adora il Duce. Un personaggio completamente diverso dal protagonista di Impiegati. Ad Avati devo molto, sia come attore che come uomo.
 
MAXSPUR: 1990: Mondiali di Calcio in Italia; se non sbaglio anche tu, facevi parte di una nazionale: quella degli attori.
 
CLAUDIO:
Ho giocato per qualche anno nella nazionale attori, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Massimo Troisi era il leader e capitano, amava indossare il numero “10” come Maradona di cui era un gran tifoso, ma i veri "fuoriclasse" erano Massimo Bonetti e Francesco Nuti. L’allenatore era “Er core de Roma” Giacomino Losi. Giravamo gli stadi di tutta Italia giocando partite a scopo benefico, stadi che da ragazzino avevo visto solo in televisione: il San Paolo di Napoli, il Flaminio di Roma, quelli di Udine, Lecce e tanti altri. Dopo ogni partita Troisi riceveva a casa sua la registrazione per rivederla tutti insieme e analizzarla dal punto di vista tecnico-tattico. Grazie al calcio nacquero amicizie che resistono tuttora, ma la morte di Troisi interruppe quell'esperienza che aveva restituito in tutti noi le emozioni vissute da ragazzi.
 
MAXSPUR: Ricordare Troisi attraverso le tue parole provoca una certa emozione. Torniamo ai Mondiali in Italia: la Rai si prepara all’evento con la mini serie di due puntate: Il colore della vittoria, per la regia di Vittorio De Sisti.
 
CLAUDIO: Sì, fu prodotta per celebrare la vittoria dell'Italia ai mondiali del 1938. De Sisti mi offrì il ruolo di Umberto Caligaris, il difensore della Juventus che tenne nascosta ai medici una malformazione cardiaca; una volta scoperto, il ct Pozzo lo escluse dalla formazione impedendogli di battere il record di presenze in Nazionale. Partecipai, per presentare la serie, a una trasmissione televisiva della Rai condotta da Gianni Minà e nel corridoio che portava dai camerini allo studio incrociai Enzo Bearzot, anche lui ospite della trasmissione, che prendendomi sotto braccio mi disse, in dialetto friulano: “La go' vista, ieri sera in television”. Ciò che mi colpì non furono tanto i complimenti quanto la particolare energia che mi trasmise in tutto il corpo quando mi strinse il braccio. Più tardi, riflettendo, capii che si trattava dell'energia di un uomo che aveva compiuto un'impresa eccezionale: aveva portato dei giovani uomini a diventare Campioni del Mondo.
 
MAXSPUR: Ripercorrere insieme con te le fasi della tua carriera significa anche ripercorrere le diverse tappe che hanno portato a un decisivo cambiamento dell'industria cinematografica avvenuto proprio in quegli anni; cosa ne pensi a riguardo?
 
CLAUDIO: A metà degli anni Settanta Paolo Valmarana, un dirigente RAI acuto e visionario, comprende che la televisione deve produrre cinema e, tra il 1976 e il 1978, la stessa Rai produce due film che vinceranno la Palma d’oro al Festival di Cannes: Padre padrone dei fratelli Taviani e L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. L’intuizione di Valmarana quindi si rivela vincente e questo rappresenterà un vero e proprio punto di svolta per l’industria cinematografica italiana. In seguito anche la Fininvest di Berlusconi praticherà la stessa strada producendo film per i propri palinsesti e fondando, insieme al Gruppo Cecchi Gori, la Penta film. Finisce l'era dei grandi produttori, che avevano realizzato i capolavori del cinema italiano e mondiale. Nello stesso periodo il Ministero della Cultura, attraverso l'articolo ventotto, finanzierà opere prime a basso costo permettendo ad artisti come Troisi, Nuti, Benigni, Moretti e tanti altri di debuttare su grande schermo.
 
MAXSPUR: A tal proposito, tra le tue interpretazioni mi torna in mente Aprimi il cuore del 2002, opera prima di Giada Colagrande, girato in digitale e a bassissimo costo, una vera e propria scommessa.
 
CLAUDIO: Già da qualche anno sentivo il desiderio di avvicinarmi al cinema indipendente, di mettermi in gioco in film di giovani registi. Giada, all’epoca, aveva venticinque anni ed era al suo primo lungometraggio mentre io ero alla prima esperienza con un regista donna. Mi ritrovai immerso in un mondo al femminile in cui l'uomo, il maschio, è un’entità del tutto marginale, sia come attore che come personaggio. Il film narra la storia di un torbido (ma al tempo stesso romantico) triangolo tra due sorelle e un uomo maturo. Fu girato interamente nell'appartamento di Giada ed ebbe un costo di circa 5000 euro. Fu selezionato per il Festival di Venezia e per il Tribeca Film Festival di New York, dove fu poi acquistato per il mercato americano; vinse un premio al Paris Cinéma e Giada è nominata ai Nastri d'Argento 2003 nella categoria miglior regista esordiente.
 
MAXSPUR: La Colagrande ti vuole anche per il suo secondo lungometraggio: Before it Had a Name (distribuito con il titolo Black Widow), scritto e interpretato insieme all’attore americano Willem Dafoe che nel frattempo è diventato suo marito.
 
CLAUDIO: Fu proprio Dafoe che, avendo visto Aprimi il cuore, suggerì il mio nome a Giada. Avevo da poco iniziato le prove in teatro di “Piccola Alice” per la regia di Abel Ferrara quando Giada mi telefonò per chiedermi se ero interessato a partecipare al suo nuovo film. Girammo il film a New Paltz, una località a un centinaio di km a est di New York, sotto la neve che cadeva quotidianamente. Tra gli attori, oltre a Dafoe, c'era Seymour Cassel, attore feticcio di John Cassavetes, regista simbolo del cinema indipendente americano. Dafoe e il direttore della fotografia Ken Kelsch avevano lavorato insieme in New Rose Hotel di Abel Ferrara, ma quando parlavo loro di Abel mostravano insofferenza. Il motivo me lo spiegò lo stesso Abel quando tornai a Roma: un problema di donne.
 
MAXSPUR: Hai citato “Piccola Alice”, testo di Edward Albee, l’autore di Chi ha paura di Virginia Woolf ? che Ferrara descrive come “divertente e noir, a metà strada tra Rocky Horror Picture Show e Dracula, Frankenstein e La piccola bottega degli orrori. Raccontaci la tua esperienza con il regista nato nel Bronx.
 
CLAUDIO:
Il rapporto con Abel Ferrara nasce la sera del 31 Dicembre di alcuni anni fa. Gli telefonai per conto di Kamel Cherif, un regista e produttore teatrale con il quale stavo lavorando alla messa in scena de "La brigata dei cacciatori" di Thomas Bernhard; gli avevo raccontato di essere stato a cena dal produttore italiano di Abel Ferrara e a lui venne l'idea di proporgli la regia teatrale di un testo di Goldoni. Abel, in quel periodo, si trovava a New York per le feste natalizie e sarebbe tornato a Roma la settimana successiva; nel frattempo Cherif cambiò idea e, durante una cena, gli propose “Piccola Alice” di Edward Albee. Abel a un tratto mi guardò e indicando Cherif mi chiese: “He got money?” e da quel “He got money?” arrivò in porto lo spettacolo. Provavamo di sera nel suo loft a Trastevere, mentre di giorno girava Mary con Matthew Modine, Juliette Binoche e Forest Whitaker. “Piccola Alice” è un testo intricato, quasi incomprensibile, che rasenta l'esoterismo. Anni prima Sir John Gielgud lo aveva messo in scena a Londra; al termine della stagione chiamò al telefono Edward Albee e gli disse: “Dopo 100 repliche del suo testo, non ho ancora capito un cazzo”. Abel cercò di semplificarlo facendone una vicenda quasi da gangster. Non fu uno spettacolo riuscito... Di lui però mi rimasero impresse le parole dette durante un giro notturno in auto per Roma: “So che mi considerano inaffidabile, un tossicodipendente, ho guadagnato molti soldi durante la mia carriera e li ho bruciati tutti, alla mia morte non lascerò nemmeno una casa a mia figlia, solo i miei film”.
 
MAXSPUR: Tornando alla televisione come non citare Uno bianca di Michele Soavi, miniserie di grande successo in cui tu interpreti uno dei fratelli appartenenti alla famigerata “Banda della Uno bianca”.
 
CLAUDIO: Si trattava di una vicenda di grande presa popolare e Michele Soavi, che ritengo il miglior regista che la televisione abbia a disposizione, ne ha fatto un vero e proprio cult televisivo. Non l’ho mai vista per intero, solamente una puntata in occasione della conferenza stampa di presentazione. Rivedermi sullo schermo mi mette sempre a disagio.
 
MAXSPUR: Sempre per la TV prendi parte a un’altra miniserie di successo come Il capo dei capi di Enzo Monteleone e a I liceali, serie TV composta di tre stagioni, prodotta da Taodue Film per Mediaset, in cui si narrano le vicende di un gruppo di studenti appartenenti al prestigioso liceo classico di Roma, il "Colonna" (il Mamiani nella realtà). La prima stagione, riprodotta in seguito anche in un libro, ha un gran successo.
 
CLAUDIO: Come Uno bianca anche la serie I liceali era prodotta da Pietro Valsecchi, un produttore dal grande intuito (vedi i film di Checco Zalone), che conosco sin dagli inizi della sua carriera. In quegli anni mia figlia Vittoria entrava nel periodo dell'adolescenza e m’interessava approfondire il conflitto generazionale, oltre al fatto di lavorare con Lucio Pellegrini, regista di talento che stimo molto.
 
MAXSPUR: Seconda Primavera del 2015 di Francesco Calogero è un film che ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti internazionali (Stati Uniti, Canada, Ucraina, Spagna), oltre a una nomination ai Nastri d’Argento per il miglior soggetto. Particolarmente apprezzata la tua interpretazione, premiata con il “Dedalo Minosse Cinema Prize” e con la vittoria (miglior attore protagonista) al Mallorca International Film Festival.
 
CLAUDIO:
Dopo aver letto la sceneggiatura di Seconda primavera ero indeciso se accettare il film, nonostante la stessa mi avesse molto coinvolto. Calogero lo conoscevo personalmente ma soprattutto attraverso i suoi film, raffinati e anticonvenzionali. E’ un regista con cui avevo sempre desiderato lavorare ma il personaggio di Andrea, l'architetto protagonista del film, mi avrebbe costretto a rivivere i dolori più profondi della mia vita; oltretutto avevo appena ricevuto in regalo un biglietto per Parigi, per cui ero davvero indeciso; l'amicizia e la stima per Calogero mi convinsero ad accettare. Nel corso della mia carriera di attore ho amato pochi personaggi come il protagonista di Seconda primavera.
 
MAXSPUR: A quanto pare è destino che tu non vada a Parigi. La tua carriera continua, raccontaci un sogno.
 
CLAUDIO: Nei suoi soggiorni a Roma Francis Ford Coppola, per difendere la propria privacy, era solito affittare il piccolo appartamento di una mia amica nei pressi di Campo de’ Fiori; la mattina presto sedeva ai tavolini del bar Farnese e scriveva al computer. Una sera d’inizio estate la mia amica venne a trovarci insieme con lui, che appena entrato in casa si informò se fossero presenti dei bambini. Vittoria, mia figlia, si trovava in cucina per la cena e lui ci chiese se poteva sedersi con lei e osservarla mentre mangiava. Aprii una bottiglia di vino e lo lasciai solo con Vittoria e la madre. Quando ci raggiunse in terrazza, dove stavo chiacchierando con Dafoe e Giada, invece di parlare dei suoi film ci confidò che l'esperienza più importante della sua vita fu un viaggio intorno al mondo con suo nipote. Coppola è uno di quei sogni che ti sfiora passandoti accanto.
 
MAXSPUR: L’attore Joe Pesci, col Premio Oscar tra le mani, fece il discorso di ringraziamento più breve della storia: “It’s my privilege". “Thank you”. Il privilegio per me è stato intervistare Claudio Botosso, grazie ancora Claudio.
 
CLAUDIO: Caro Massimo, mi hai sospinto in questo lungo viaggio a ritroso: ho rivissuto emozioni e incontrato di nuovo, anche se solo con la fantasia, persone che hanno inciso profondamente il corso della mia vita, ho ripensato agli errori commessi, gioito in silenzio delle soddisfazioni e dei privilegi che la vita d'attore mi ha donato. Grazie a te e al sito Davinotti.com.
 
INTERVISTA RACCOLTA DA MAXSPUR IL 28/03/2020

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commenti (5)

RISULTATI: DI 5
    Didda23

    5 maggio 2020 10:23

    Bella intervista Maxpur e grazie a Claudio per la disponibilità
    Maxspur

    5 maggio 2020 17:53

    Molte grazie!
    Markus

    7 maggio 2020 18:25

    Uno dei miei attori feticcio, sarà che ho adorato IMPIEGATI. Ottima intervista; direi quasi necessaria.
    Caesars

    18 maggio 2020 08:56

    Bravo Maxspur. Bella intervista. E bravo anche Claudio per la sua disponibilità.
    B. Legnani

    17 giugno 2020 23:47

    Ottimo. Bravo!