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I COMMENTI

L'IMPRESSIONE DI MARCEL M.J. DAVINOTTI JR. (cos'è?)

Il noir secondo Paul Thomas Anderson, che piega al proprio stile il romanzo di Pynchon confermando pregi e difetti del suo cinema. Joaquin Phoenix è un Marlowe in versione hippy, raramente lucido (più spesso in trip da erba), detective sui generis che nell'America del 1970 si presenta con basetta foltissima e look adeguato: a livello di ricostruzione scenografica, costumi, fotografia e musiche (soundtrack sptrepitosa) VIZIO DI FORMA dimostra una cura encomiabile, anche se ormai è una felice regola per Hollywood (si pensi ad AMERICAN HUSTLE); sembra davvero di ritornare indietro di un quarantennio e l'effetto non dispiace: i personaggi sono uno dei punti di forza...Leggi tutto del film, utili a confermare l'indubbia personalità del cinema di Anderson e a sostanziarlo evidenziandone le qualità. Non solo Phoenix è un protagonista centrato, ma anche molti dei personaggi che gli girano intorno sono sbozzati con gran gusto e arguzia. In primis "Bigfoot", lo sbirro dalla mascella volitiva cui Josh Brolin regala una caratterizzazione memorabile; o lo strambo avvocato magnificamente interpretato da Benicio Del Toro; e come dimenticare il pazzerello cocainomane alla Golden Fangs cui dà il volto un redivivo Martin Short, il sempre bravo Owen Wilson, addirittura l'ex pornodiva Belladonna, valida attrice anche perché diretta da un regista che in tema sa il fatto suo. Il difetto vero sta ancora una volta nella difficoltà di sintetizzare, di sfrondare l'inessenziale per guadagnare in efficacia, nel perdersi in scene che quando non trovano dialoghi ficcanti o divertenti finiscono per stuccare spezzando terribilmente il ritmo. Il complesso intreccio giallo riguarda inizialmente un piano per incastrare il ricco immobiliarista Wolfman (Roberts) ideato dalla moglie e il suo amante con la complicità dell'amica di Doc Sportello, il detective privato più fuso del circondario (Phoenix). Per la prima mezz'ora l'evolversi del caso si segue, intriga, poi si capisce quanto esso rappresenti in definitiva un semplice orpello, una sottotraccia utile solo a fornire un necessario filo logico alla galleria di personaggi sempre più bizzarri e singolari che il protagonista incrocia sulla via. Indimenticabile l'incontro con la presunta vedova eroinomane dell'amico defunto (con foto della figlia deforme e conseguente reazione di Phoenix), ma più in generale qua e là è impossibile non sorridere alle notazioni simpaticamente umoristiche che puntellano la sceneggiatura, supportate da una creatività registica non comune. A non convincere è proprio il delirio di nomi che si susseguono senza sosta componendo un quadro mostruosamente complesso i cui contorni sfumano presto nel caos tipico al quale certo noir sembra non poter rinunciare per contratto. Due ore e mezza così rischiano di diventare davvero troppe, se non sono supportate da una regia adeguata, e Anderson negli anni ha sempre dimostrato di faticare a tener vivi i suoi copioni, una volta scemata la spinta iniziale. Un film tecnicamente impeccabile, recitato magnificamente eppure ancora una volta stucchevole, ingolfato da lungaggini pretenziose che ribadiscono sì lo status di autore di Anderson ma nel contempo ne sanciscono i limiti. Quasi un BOOGIE NIGHTS in salsa noir per un regista che sembra voler recuperare la semplicità di scrittura degli esordi senza però rinunciare ai suoi vezzi tipici, un'opera che comunque non mancherà di mandare in sollucchero chi ama il suo cinema e più in generale il noir d'altri tempi.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 1/03/15 DAL DAVINOTTI
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Matalo! 1/03/15 13:15 - 1368 commenti

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Tediosissimo. Sceneggiatura che affannosamente "riduce" il romanzo di Pynchon. Ciò che felicemente riesce nel Grande Lebowski qui affonda nella mano pesante del regista, cui difetta sense of humour. Di Paura e delirio a Las Vegas condivide l'affannosità (ma questo era migliore), manca il disincanto soave dei Coen. Meticolosissimo sino all'esasperazione, con un Phoenix non a suo agio, sembra dimostrare il gap di certi registi con materiale postmoderno (tipo La colazione dei campioni). Di cognomi strampalati era maestro Kubrick. Peggior Anderson di sempre.
MEMORABILE: Le meravigliose canzoni di Neil Young; Il finale, che cita Il grande sonno.

Myvincent 1/03/15 10:56 - 2602 commenti

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Un detective dedito al consumo di cannabis (e altro) viene ingaggiato per scoprire cosa si cela dietro le gesta di un "palazzinaro", mentre scompare pure la sua ex. Bizzarro film con attori da grido, slanci narrativi interessanti e qualche buona sarcastica battuta. Nuocciono un'ora di troppo (si arriva alla fine dei 148' quasi in apnea) e il virtuosismo stilistico spinto, ma a detrimento della trama investigativa. Chiusura "a cerchio" che ritrova il punto di partenza. Vizio di forma, non c'è che dire...

Cotola 1/03/15 11:09 - 7599 commenti

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Un po' deludente questa comedy-noir che conferma pregi e difetti del cinema di Anderson. Dal punto di vista formale e registico c'è poco da dire; lo stesso non si può fare per la sceneggiatura. Perché ancora una volta Anderson sbrodola ed eccede in durata: colpa anche del romanzo di partenza (difficilmente sintetizzabile: è Pynchon!) che avrebbe avuto bisogno di più di una spuntatina. Così la storia si disperde subito in mille rivoli ed è arduo seguirla. La confezione è perfetta: sembra davvero di ritornare negli Settanta che sono ricostruiti con grande cura e maestria. Ottimi gli attori.

Vat69 7/03/15 11:10 - 17 commenti

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Lo spartito del noir è presto servito: una donna nei guai, un investigatore, un malloppo che in fin dei conti non interessa a nessuno. Paul Thomas Anderson si prende la libertà di citare ogni grande classico noir a sud del treno in stazione dei fratelli Lumière (Il lungo addio, Il grande sonno, La fiamma del peccato, Omicidio a luci rosse) per comporre un'opera personale, di grande carattere ma confusa, troppo ancorata all'estro del romanzo di Pynchon da cui è tratta e la cui intricata trama doveva essere domata per poter coinvolgere lo spettatore.
MEMORABILE: Ogni scena di Josh Brolin; La prestazione di Phoenix; La colonna sonora.

Mtine 8/03/15 00:35 - 224 commenti

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Ha quasi tutti i difetti che un noir potrebbe avere: è confuso oltremisura, lascia diversi punti in sospeso e ha un finale piuttosto deludente. Eppure Inherent Vice è uno di quei film "da vedere": mai una musica fuori posto, inquadrature sempre originali, grandi prove degli attori (Del Toro, la Malone, Brolin, lo stesso Phoenix) e una struttura narrativa genialmente distorta dalla visione "drogata" del sempre "fatto" protagonista. Non è un capolavoro, ma se ci si fa prendere dalla narrazione delirante lascia soddisfatti.
MEMORABILE: I titoli di testa; Il dialogo con la madre eroinomane.

Bizzu 11/03/15 15:45 - 210 commenti

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Anderson riesce a portare sullo schermo uno degli autori contemporanei piu cervellotici e meno filmabili. La storia è annebbiata, sconclusionata e apparentemente non porta a nulla, ma era l'unico modo di restituirci l'"esperienza" vista dagli occhi allucinati del protagonista senza le inutili manfrine da psdeudo-tossici alla Paura e delirio. Ok sotto il punto di vista del noir, passabile lo sfottò bipartisan alla ribellione hippie e al sistema, molto riusciti i siparietti comici che aiutano ad arrivare in fondo, tossici troppo puliti.

Deepred89 13/03/15 12:57 - 3306 commenti

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Dopo il tedioso The master un notevole passo avanti per Anderson, con un noir quasi vecchio stile (tra il Grande sonno e Il lungo addio), con un'inedita componente hippy (il film pullula di "fattoni", per rifarsi a un lemma spesso impiegato dal doppiaggio) e ironica, a tratti quasi comica. La sensazione che la trama giri a vuoto è costante (e forse non è solo una sensazione), ma l'atmosfera è intrigante, Phoenix eccelle e la colonna sonora di hit settantiane pur nella sua banalità funziona. Davvero niente male.

Lattepiù 15/03/15 14:41 - 208 commenti

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Paul Thomas Anderson lavora sull’opera di uno scrittore tra i più inafferrabili per ricavarne un sorprendente noir straniante e strafatto. Il risultato è un mix tra la narrazione ingarbugliata del noir classico (Il grande sonno su tutti), la paranoia complottistica più allucinata e lo sguardo ghignante e spietato su tutta un’epoca. Rischia di essere sottovalutato e frainteso da quanti non sono (più) in grado di seguire una narrazione anticonvenzionale e si arrendono alla complessità dell’intreccio, farà invece la gioia di chi davvero ama il noir e l’umorismo più folle.
MEMORABILE: L’intensissimo monologo hot da parte di un’ottima e nudissima Katherine Waterson, che intanto stuzzica e struscia il piedino. Scena epocale!

Puppigallo 17/03/15 17:30 - 4523 commenti

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Un viaggio, nel vero senso della parola, tra realtà e interpretazione della stessa quando il protagonista è fatto (quasi sempre). Purtroppo, la pellicola è troppo altalenante; e nonostante la notevole lunghezza, l'eccessiva carne attorica al fuoco finisce per sminuire certe interpretazioni, o semplicemente, non riesce a conferire il giusto spessore ad alcuni personaggi (una botta visiva e via). Detto ciò, il protagonista e Bigfoot sono sufficienti a dare un perchè al tutto; e l'investigazione finisce per essere più una scusa per farli incrociare. Merita un'occhiata, ma si poteva fare di più.
MEMORABILE: Gli scambi verbali tra il protagonista e Bigfoot (la telefonata dove gli fa credere che la sua ex sia morta); Cercò nella discarica della sua memoria.

Saintgifts 18/03/15 01:16 - 4098 commenti

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Se si toglie il colore, si vestono i protagonisti con abiti convenzionali (i poliziotti vanno bene così), ecco un perfetto noir anni '40 (con qualche scena comica in più). Questo per quello che riguarda l'andamento generale, le indagini e l'intreccio di personaggi e situazioni, ardue da seguire (alla fine comunque tutto quadra). Ma è perfetto anche così. Il 1970 in California è rifatto ammirevolmente, con musiche che si potrebbero definire ovvie, come sembra ovvio tutto ciò che funziona. Interpretazioni eccellenti, geniale la regia. Eccessiva la lunghezza.

Rebis 26/03/15 12:57 - 2088 commenti

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Sommerso nei fumi della marijuana - dalla quale deriva la rarefazione ipnagogica del narrato, l'andamento sonnambolico e stralunato - il film di Anderson è ancora un affresco della società americana, colta nel torbido defluire dei '60 nei '70: il disincanto come grande sonno della ragione indotto da una logica governativa abnorme, che la paranoia complottista riesce solo ad approssimare. Denso, ipertrofico, spossante nella sua evoluzione centrifuga, è vivificato dagli interpreti: irresistibile Josh Brolin; grandioso, come sempre, Joaquin Phoenix. Insulso il titolo italiano.

Daniela 29/03/15 15:35 - 9621 commenti

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Incontro non molto felice quello fra la prosa di Pynchon e la regia di PTA, forse destinato all'ipertrofia in partenza. Non che il film sia privo di interesse: certe ambientazioni sono suggestive e nella marea di personaggi, alcuni spiccano a tutto tondo, ma sembrano galleggiare fra le onde di una trama più confusa che criptica. La comprensibilità di tutti gli snodi non è requisito indispensabile per il noir, però qui, dopo oltre due ore di durata, vien da chiedersi se non sia stata tutta un'allucinazione da "hippy fattone". Deludente rispetto alle aspettive, ma comunque da vedere.
MEMORABILE: Il poliziotto mangiabanane al cioccolato, spietato sul lavoro ma docile in famiglia, anzi disposto a farsi maltrattare dalla moglie bisbetica

Capannelle 5/06/15 23:42 - 3741 commenti

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Un protagonista le cui movenze e il cui rapporto con il destino ricordano quasi il drugo lebowskiano, una carrellata di personaggi ben caratterizzati e una discreta ricostruzione degli anni 70. Ma tutto questo perde valore per via di una trama esageratamente contorta e lambiccata, portata avanti per quasi due ore e mezza. Già dopo un'ora si sente puzza di bruciato e sempre più si scivola nella "mattonata d'autore".

Giùan 10/10/15 14:47 - 3044 commenti

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Fa piacere ritrovare un Paul Thomas Anderson così rilassato e "leggero" rispetto alle po(n)derose prove de Il petroliere e The master. Il film "rolla" e rimastica capolavori come Il mistero del falco, Chinatown, Lebowski e soprattutto Il lungo addio altmaniano, in un divertissement volutamente dispersivo ma mai supponentemente allegorico, che con ilare malinconia ci parla di una libertà (anche affabulativa e narrativa) ormai perduta. Phoenix giganteggia barcollando tra mille figurine, alcune poco memorabili, trovando nel Bigfoot di Brolin un epocale alter ego.
MEMORABILE: La visita di Doc alla sauna-massaggi; Bigfoot "randellato" a casa dalla moglie.

Galbo 28/10/15 05:55 - 11444 commenti

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Una vera e propria “full immersion” negli anni ’70 nel film di Anderson, tratto da Pynchon. La storia del detective Sportello (egregiamente interpretato da un Joaquin Phoenix in gran spolvero) è un’occasione per ritrovare una California “settantiana” doc perfettamente ricostruita da un regista che aveva dato già prova di grandi capacità di ambientazione. La storia appare però troppo contorta e il ritmo latita dando l’impressione che il virtuosismo tecnico debba supplire alla scarsa consistenza narrativa accentuata da una durata eccessiva.

Orson 6/12/15 23:00 - 64 commenti

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Un film di una noia mortale, che ci parla di un regista di film in film sempre più forzatamente autoriale e lontano dal pubblico. Qui Anderson prende di mira il genere noir con ambizioni destrutturaliste, occhieggiando un po' al suo idolo Altman (Il lungo addio) e un po' ai più recenti Coen (Il grande Lebowski) nella figura del protagonista, cercando di rendere un omaggio agli anni 70 cinematografici nella resa visiva. Peccato che la storia non abbia ritmo, la regia sia ingessata e tutto proceda a passo d'elefante, con effetti soporiferi.

Paulaster 17/03/16 09:42 - 2859 commenti

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Se in partenza ci si impegna per non perdere il filo del discorso pian piano si rinuncia per apprezzare solo il ritratto del periodo, qualche siparietto e la vita sregolata. Il lato grottesco che richiama i Coen e quello torbido per descrivere la California dei figli dei fiori sono le trovate migliori. Phoenix ha la faccia giusta dello sballone ed è contornato di belle fanciulle, mentre il resto del cast incide poco. Faticoso nella visione; si arriva in fondo con scarso interesse anche se la confezione è indubbiamente di rilievo.
MEMORABILE: Il centro massaggi; L’urlo di Phoenix dove aver visto la foto del neonato.

Didda23 11/07/16 11:56 - 2296 commenti

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L'opera conferma ulteriormente la straordinaria padronanza del mezzo di un ispiratissimo Paul Thomas Anderson che ci catapulta direttamente e magnificamente negli anni settanta. La ricostruzione è pressoché perfetta, il tappeto sonoro di gran classe e Phoenix è un mostro di bravura. Peccato che la sceneggiatura ricalchi il lato peggiore del genere, complicando oltremodo la vicenda che con lo scorrere dei minuti si fa sempre meno interessante. Ne vale la pena, visto l'eccessiva durata, soprattutto per la tecnica e per un protagonista memorabile.
MEMORABILE: Joaquin Phoenix.

Enzus79 20/01/20 20:16 - 1845 commenti

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Tratto dal romanzo di Thomas Pynchon. Poliziesco con sfumature surreali: storia che dire complicata è poco, ma che comunque riesce a coinvolgere grazie anche a dei momenti al limite del poetico. Joaquim Phoenix è superlativo, Josh Brolin nella sua migliore interpretazione. Paul Thomas Anderson ha fatto sicuramente di meglio, ma questo film non è da sottovalutare.

Bubobubo 5/02/20 12:08 - 1231 commenti

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Piuttosto faticoso. Quando, dopo i primi tre quarti d'ora, ci si accorge di non essere ancora riusciti a capire dove voglia andare a parare la trama, è semplicemente perché la trama va a parare da tutte le parti, ovvero da nessuna. Interpretazioni di livello (Phoenix solito mattatore, sorprendente la narratrice Newsom), ma la durata sfiancante e l'accumularsi ipertrofico di situazioni lasciate irrisolte sullo sfondo, come fate morgane in nebbie di thc, dopo un po' cominciano a farsi sentire. L'Anderson meno riuscito.
MEMORABILE: Visita al centro massaggi.

Mickes2 16/05/20 21:12 - 1668 commenti

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I richiami e l’eco del noir anni ’70 (il lato prettamente sentimentale ed esistenziale, l’anima di certo cinema) non riescono ad attecchire del tutto; l’opera rimane ondivaga e sfuggente, inestricabilmente plasmata sulle movenze del protagonista Doc (sempre bravissimo Phoenix), trae la sua forza dalle singole sequenze - alcune estremamente brillanti, altre superflue – e continua imperterrito nel suo passo felpato di un racconto a metà tra il confuso, il paranoico e l’imbambolato, come può esserlo un fattone. Solo il tempo ci dirà il suo valore.
MEMORABILE: Il sexy ritorno.

Nicola81 26/10/20 18:21 - 1998 commenti

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Pellicola che rende omaggio ai grandi classici del noir con una trama complicata ai limiti del comprensibile (ben tre filoni di indagine collegati), oltretutto filtrata da un protagonista spesso strafatto e alle prese con personaggi talora persino più bizzarri di lui. In bilico tra grande cinema e presa per i fondelli, merita comunque la visione, nonostante la lunga durata, per l'efficace ricostruzione d'epoca e l'ottima prova del cast: perfetto Phoenix, ma spiccano anche Brolin poliziotto, Del Toro avvocato, la sfrontata bellezza della Waterston e quella composta della Witherspoon.
MEMORABILE: Il colloquio con la ex tossica; Il monologo della Waterston nuda; Il poetico finale.
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