LE LOCATION

I COMMENTI

L'IMPRESSIONE DI MARCEL M.J. DAVINOTTI JR. (cos'è?)

Nonostante la gravità degli argomenti affrontati, a cominciare dai trattamenti riservati agli ospiti delle carceri di Abu Ghraib (scene riproposte nella loro crudezza all'interno di flashback allucinati, deformati all'inverosimile da grandangoli financo eccessivi), il film ha un'impostazione molto compassata, riflessiva ed è percorso da un protagonista che di rado muta espressione. Dopo otto anni e mezzo di carcere, condannato per le torture inflitte ai prigionieri di Abu Ghraib rese note al mondo dalle tante celebri, tremende fotografie irridenti, William Tell (Isaac) torna in libertà. In cella ha studiato i giochi di carte più diffusi imparando a "contare le carte", come dice il titolo originale,...Leggi tutto scoprendo che attraverso il calcolo probabilistico e la memoria si possono arrivare a vincere cifre considerevoli, al casinò; senza barare, semplicemente sfruttando le proprie facoltà intellettive. William ora lo sa fare bene, e per non farsi mettere al bando dai casinò è sufficiente non esagerare, non dare nell'occhio. Un'intermediaria che lavora per grandi finanziatori, La Linda (Haddish), nota le sue capacità e decide di ingaggiarlo per condurlo ai tornei in cui più si scommette. Nel frattempo un giovane dall'aria sveglia, Cirk (Sheridan), contatta a sua volta William per spiegargli come abbia in testa di uccidere il maggiore John Gonzo (Dafoe), l'uomo che ad Abu Ghraib comandava e che mai ha pagato per le torture nonostante sia stato il primo a ordinarle. A pagare fu invece il padre del giovane, che tornato da quell'inferno diventò violento e intrattabile; fece fuggire di casa la moglie e si suicidò lasciando un vuoto nella vita di Cirk. E' arrivato insomma il momento di fargliela pagare, alla gente meschina e falsa come Gonzo, mandanti indiretti di tanto dolore oggi riciclatisi come ricchi uomini d'affari, consulenti... Ma William non vuole vendetta nei confronti del maggiore: cerca anzi di convincere il ragazzo ad accantonare i suoi bellicosi propositi e gli chiede di accompagnarlo (spesato) nei suoi giri tra una città e l'altra, al seguito suo e di La Linda. Cirk accetta e l'avventura a tre comincia, mentre Schrader in regia, utilizzando al meglio una colonna sonora pulsante spesso ipnotica e luci abbassate, immerge il film in un'atmosfera soffusa, quasi da sogno a occhi aperti. Sembra puntare a uno stile lynchiano meno ambizioso e assolutamente “terreno”, con poche parole scambiate tra i protagonisti e sessioni al tavolo da gioco cui in realtà poco possiamo partecipare non potendo capire come realmente evolvano le partite. Contano i dollari vinti e ritirati, conta il sentimento di amicizia forte che s'instaura tra il maestro e l'allievo (che in verità non troppa voglia mostra di passare all'azione), contano quegli aspetti relazionari che il produttore esecutivo del film, Martin Scorsese, già aveva sviluppato nel COLORE DEI SOLDI. Gli scambi tra William e Cirk mettono in luce l'ampia maturità del primo e il nichilismo anarchico tipico del giovane ribelle. Senza che mai si alzino i toni tuttavia: il profilo basso scelto da Schrader (regista e unico responsabile del copione) coinvolge l'intero cast e dona buona uniformità al film, che però spesso si fa etereo al punto quasi di scomparire. Azzeccata la scelta di alcune location desolate che amplificano l'intima solitudine del protagonista, notevole la capacità di costruire una storia senza avere molto da raccontare in termini di sviluppo tradizionale, regalandoci una visione delle sale da gioco lontanissima da quella vivace e rumorosa cui il cinema ci ha abituati. Sono insomma molte le qualità di questo THE CARD COUNTER, eppure la sensazione è quella di un film distante, freddo, che procede felpato senza mai affondare il colpo, guardando al gioco d'azzardo come a un hobby non degno di essere vissuto con passione e coinvolgimento, del tutto secondario rispetto ai dubbi morali, le angosce vissute dal protagonista e derivate dai suoi trascorsi ad Abu Ghraib. Un film profondamente figlio della visione etica del suo autore, forse più interessante che davvero riuscito.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 5/09/21 DAL BENEMERITO GORDON POI DAVINOTTATO IL GIORNO 12/09/21
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Gordon 5/09/21 15:00 - 221 commenti

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Quanto mai attuale, questo film ha il merito di tratteggiare un quadro a tinte fosche abilmente e senza "respingere" lo spettatore con scene eccessivamente cruente (che pure ci sono comunque, a tempo debito). Per il resto, però, la trama si arena un po' nella parte centrale e non delinea uno scenario chiaro che dia ulteriori aspettative, senza contare alcuni dettagli eccessivamente introspettivi e psicologici del protagonista. Buone le musiche.

Bubobubo 8/09/21 14:39 - 1530 commenti

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Carceriere - pentito? - di Abu Ghraib (Isaac), divenuto nel mentre pokerista d'assalto, viene avvicinato da Cirk (Sheridan), figlio di un torturatore di Bagram che nutre propositi di vendetta nei confronti del maggiore Gordo (un Dafoe marginale), gran burattinaio uscito impunito dalle inchieste giudiziarie. Classico Schrader nel ritmo, lento e compassato, con alcuni picchi di tensione subepiteliale catturati in potenza o strategicamente lasciati all'immaginazione dello spettatore: la scrittura della storia non è però granché avvincente e molte domande cardine rimangono inevase.

Markus 12/09/21 21:31 - 3432 commenti

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Da carcerato, per le torture inflitte nel famigerato carcere di Abu Ghraib, a giocatore di poker per professione... il passo è breve. Così almeno ci viene raccontato da Paul Schrader, attraverso il volto di Oscar Isaac. Un racconto adornato d'una certa cura nella fotografia e dalle musiche d'atmosfera che strizzano l'occhio agli Anni '80, ma in definitiva dopo mezz'ora il film si trascina in ripetitività e situazioni più o meno prevedibili. Il "colpo di scena" finale, poi, non sorprende. Resta comunque la buona confezione del prodotto, su questo non ci sono dubbi.

Reeves 15/09/21 11:41 - 670 commenti

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Coraggioso film che ci dice tanto sulle storture del modo americano di esportare la democrazia. Si apprezzano certamente il coraggio e la capacità di raccontare in modo non banale che sono tipici di Paul Schrader, un po' meno il continuo e esplicito desiderio di dire qualcosa in più. La denuncia è importante, la spettacolarizzazione un po' meno, il nostro Petri lo aveva capito già cinquant'anni fa.

Fulleffect 22/09/21 10:32 - 36 commenti

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Il mondo del gioco d'azzardo è solo uno spunto da cui far nascere il percorso di redenzione del protagonista, che porta sulle spalle un passato difficile da dimenticare. La colpa, la solitudine, l'emarginazione, l'autoimposizione di ferree regole di vita... sono tutti elementi tipici delle opere del regista e temi già sviscerati a dovere fin dai tempi di Taxi driver. Incredibilmente però, il film è dotato di una certa originalità, si arricchisce di un duro attacco al sistema militare americano ed è messo in scena con grande eleganza. Per il finale si guarda sempre a Bresson.
MEMORABILE: La passeggiata nel parco di luci.

Capannelle 21/09/21 00:17 - 3915 commenti

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Piuttosto pesante perché alla fine la storia non conclude granché e il faccione di Isaac pensieroso diventa una presenza costante quasi oppressiva. Schrader tenta un non facile connubio tra esperienze post traumatiche e gioco d'azzardo ma onestamente il senso logico pare traballare. La confezione è buona, c'è il tentativo di costruire una certa atmosfera ma come detto si ha la sensazione di uscirne con un pugno di mosche.

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