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L'IMPRESSIONE DI MARCEL M.J. DAVINOTTI JR. (cos'è?)

Ciclicamente al cinema spunta fuori la solita storia della band Anni Settanta (o Ottanta) riscoperta nel presente da qualche appassionato che decide di tributargli tardi onori restituendogli un po' di effimera gloria. Gli esempi più recenti, in Italia, parlano del Brizzi di LA MIA BANDA SUONA IL POP e del meno noto SI MUORE SOLO DA VIVI firmato Alberto Rizzi. In questo caso a riportare i "The Boys" sulla bocca delle nuove generazioni è uno stereotipatissimo trapper, che ha deciso di rielaborare un vecchio classico del gruppo ("Per sempre") adattandolo ai gusti del pubblico...Leggi tutto di oggi. E così i quattro componenti della band, ultrasessantenni che non hanno a dire il vero ancora smesso del tutto di suonare, si ritrovano convocati nella megavilla del giovane idolo dei teenager la cui manager (Wurth) offre loro addirittura di acquistare i diritti dell'intero catalogo dei The Boys. Bobo (Tirabassi, alla chitarra), Joe (Paolini, tastiere), Carlo (Storti, batteria) e Giacomo (Marcorè, voce e basso), quest'ultimo fratello del cantante originario scomparso nel 1983, a cui è subentrato, si ritrovano a decidere del proprio destino musicale. Per farlo compiutamente, tuttavia, va ritrovata Anita (Pellegrino), la vocalist del tempo, perché nel penultimo disco i crediti delle canzoni sono attribuiti anche a lei, cui spetterebbero di conseguenza parte dei diritti. Un modo come un altro per trasformare il film (o almeno parte di esso) nel più classico dei road movies, con viaggio dal Nord al Molise insieme al giornalista (Giangrasso) che attraverso competenti ricerche è riuscito a rintracciare Anita. Pullmino Volkswagen e via, tra autostrade e statali. Non si pensi però che il viaggio occupi lo spazio principale, nel film, perché fin lì la sceneggiatura si era presa lungamente il tempo per descrivere i quattro personaggi; le diversità caratteriali ma anche il loro sentire comune, l'appartenenza a un mondo (musicale e non solo) ormai scomparso, rievocato qua e là con inserti di rugginosi filmati d'epoca: "Voi avevate Jimi Hendrix, noi abbiamo X-Factor", confessa con mestizia il giornalista interpretando probabilmente il pensiero di Ferrario, che oltre a dirigere ha scritto il copione con Cristina Mainardi. Un tributo a quegli anni e a un modo di comportarsi nella vita che ogni giorno si fa più lontano, realizzato attraverso un cast scelto con qualche sorpresa: se Marcorè (che canta realmente sulle musiche di Mauro Pagani, autore dell'intera colonna sonora) lo si può facilmente collocare, in un film così, stupisce la presenza di Marco Paolini, attore principalmente di teatro cui spetta il personaggio più abbattuto. Storti, preso in giro a più riprese per la scarsa statura e lontano dai suoi compagni di sempre (Aldo e Giovanni), incide poco, mentre Tirabassi è forse qui il più autentico interprete di un certo tipo di figure un po' ai margini. Riflettono sulla loro condizione, accompagnano Joe alle visite per un sospetto tumore alla prostata, non salgono mai sopra le righe e si fanno buoni interpreti di una commedia che non rifugge e anzi talora ricerca i toni malinconici, avvolta da una fotografia dai colori volutamente caricati e pesantemente filtrati. Non mancano le scene in cui bene si coglie lo spirito disilluso e rassegnato dei protagonisti, ma non si possono tuttavia chiudere gli occhi sull'incedere lento e faticoso del film, raramente vivacizzato e che sembra accostarsi fin troppo nello stile al basso profilo imposto al cast. Mancano le idee, tutto sa un po' troppo di già visto (la pur gradevole sequenza di danza in piscina sembra uscire da un film di Aldo, Giovanni e Giacomo) e gli sviluppi della storia si adagiano in una dramedy di maniera. Peccato perché il materiale ci sarebbe, compresa una colonna sonora importante e di gran firma, con piacevoli brani cantati. Ai quattro protagonisti viene però dato poco su cui lavorare per poter emergere, mentre a Giangrasso spetta il ruolo più dichiaratamente caricaturale del lotto e alla Pellegrino un look da fata appena increspata dal tempo. Ciononostante si apprezzano il garbo, la misura, la capacità di rimanere sempre all'interno di una leggerezza mai volgare.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 5/07/21 DAL BENEMERITO REEVES POI DAVINOTTATO IL GIORNO 29/10/21
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Reeves 5/07/21 22:38 - 860 commenti

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Un gruppo di amici che avevano avuto un po' di successo come gruppo musicale negli anni Settanta si ritrova per una nuova avventura. L'intenzione di Davide Ferrario è quella di raccontare una generazione che ha sognato e che vorrebbe non arrendersi. Peccato che il film sia il trionfo della retorica e dei luoghi comuni, compresi quelli sulla prostata. E peccato soprattutto che risulti noioso già dopo cinque minuti.

Urraghe 12/10/21 00:58 - 74 commenti

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Un film sul tempo, sul viaggio, sugli amici e su un po' di musica. Protagonisti dei sessantenni già complesso rock nell'ovvio rimpianto del tempo passato. Trama scontata. Buone prove degli attori e di una regia molto leggera. Un film che appartiene a un genere indefinito, leggero e banale, ma che si guarda con piacere. Il pregio sta nella leggerezza e il difetto nella trama e nell'accostamento dei personaggi.
MEMORABILE: "Voi ci avevate Jimi Hendrix e noi abbiamo X-factor"; I preliminari con il "tubetto" anti prostata.

Nando 29/11/21 18:33 - 3599 commenti

I gusti di Nando

Una band rock anni 70 viene riconsiderata da un trapper tamarro come tanti ce ne sono oggi e da lì si dipana la vicenda dei cinque componenti della vecchia band. Ferrario, sempre controcorrente, offre un prodotto dignitoso nonostante qualche luogo comune e una certa lentezza. Cast indubbiamente di livello con i quattro protagonisti maschili veramente a loro agio ben coadiuvati dalla Russinova. Finale di buon spessore etico e ottime musiche del grande Mauro Pagani.

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