Anatomia di un rapimento

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MMJ Davinotti jr

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L'IMPRESSIONE DI MARCEL M.J. DAVINOTTI JR. (cos'è?)

La singolarità della storia è racchiusa nell'equivoco in cui cade il maldestro rapinatore: convinto di aver sequestrato il figlio di Gondo (Mifune), ricco azionista d'una società calzaturiera, ha invece rapito il figlio dell'autista di quello, con cui il piccolo stava giocando. Un grave errore di persona che però inaspettatamente non smuove di una virgola i piani del criminale: 30.000 yen voleva e tale resta la richiesta anche per il figlio "sbagliato". Sembra una follia, a Gondo, che stava già per spedire a Osaka un suo collaboratore per comprarsi con 50.000 yen le azioni della società sufficienti a raggiungere la maggioranza, ma presto capisce che dire di no di fronte allo strazio del suo autista, che in ginocchio lo prega di pagare,...Leggi tutto non è facile. Un dilemma morale da sciogliere nel corso di una prima parte tesa, scritta benissimo e quasi per intero ambientata nella villa del protagonista, tra mirabili composizioni d'immagine che mostrano quanto alto voli Kurosawa, capace di dare un senso vero al formato panoramico. Aiutato dall'impeccabile, straordinaria interpretazione di Mifune, il film si configura come un thriller più tipico col passare di minuti. Quando la polizia comincia ad analizzare gli indizi, a studiare le contromosse seguite alla consegna del denaro, si rientra in uno schema meno virtuosistico che resta comunque condotto con sapienza e incisività. Impreziosito da un eccellente bianco e nero ("sporcato" dall'inatteso fumo rosso che esce da una ciminiera, colore necessario a far comprendere un indizio chiave), il film mantiene l'attenzione allo studio psicologico dei personaggi senza perdere di vista il meccanismo che porterà alla soluzione. Pur privo di vera azione, il lavoro di Kurosawa ha i caratteri della modernità e si concede squarci autoriali nella descrizione del quartiere abitato dai drogati, rifuggendo la logica del facile colpo di scena (suggerito ma invece saggiamente evitato) per ricercare una profondità narrativa che possa coincidere con la logica e le esigenze tipiche del dramma all'occidentale. Manca di sintesi in qualche scena (il lungo peregrinare del rapitore seguito di nascosto dalla polizia), ma i 40 minuti di tagli imposti dalla traduzione italiana sono eccessivi e irrispettosi. Manca da noi tutta l'introduzione con la descrizione delle strategie aziendali dei soci, ad esempio, ma son talmente numerosi e insistiti, i tagli, da lasciare a bocca aperta.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 1/08/08 DAL BENEMERITO COTOLA POI DAVINOTTATO IL GIORNO 24/06/19
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Cotola 1/08/08 13:39 - 7459 commenti

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Sorta di dramma poliziesco in cui prescindendo dai generi, ed ispirandosi palesemente a Dostoevskij, Kurosawa mette in scena un complesso e profondo lavoro di analisi sul male, il delitto, il desiderio, la natura umana e molto altro ancora. Il tutto condito da una "bella" tensione e da scene spettacolari che provocano un forte coinvolgimento dello spettatore. Peccato però che la versione italiana sia sforbiciata (per motivi commerciali) di ben 40 minuti. La conferma che Kurosawa è il più occidentale dei registi asiatici. Da non perdere.
MEMORABILE: Il rapinatore nascosto tra le piante con in sottofondo la musica tratta dalla canzone napoletana "'O sole mio".

Capannelle 15/01/09 10:36 - 3702 commenti

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Kurosawa alle prese col thriller evidenzia un approccio abbastanza originale rispetto ai canoni del genere: poca azione ma storia e dialoghi che si dipanano in modo rigoroso, regalandoci diversi passaggi notevoli (l'inizio del dramma e le telefonate, le scene sul treno, la città dei drogati). Nell'insieme meno emozionale rispetto ad altri suoi lavori ma ben congegnato, a parte il finale dove le azioni della polizia e le motivazioni del gesto delittuoso non vengono esposte con eguale lucidità.

Pigro 26/04/09 11:06 - 7735 commenti

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Il rapimento del figlio dell'autista di un ricco industriale, il riscatto e l'indagine: questa la storia di un "normale" thriller che Kurosawa trasforma in un quasi capolavoro. La prima claustrofobica parte in casa del ricco è semplicemente stratosferica, per il ritmo, per i personaggi e soprattutto per una costruzione dell'immagine da lasciare a bocca aperta per la perfezione. La seconda (le indagini), avvincente e incalzante, si addentra nei meandri metropolitani-psichici più nascosti. L'immagine con cui si conclude il film è da brivido.

Macguffin 17/11/10 16:37 - 124 commenti

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La prima parte è di stampo teatrale (per l’ambiente chiuso, l’assenza di musica, i dialoghi e i movimenti stessi degli attori) ed è magistrale: la tensione sale rapidamente fino all’impasse morale del protagonista di fronte al dilemma. La vicenda poi segue minuziosamente le indagini della polizia nei bassifondi (l’”inferno” del titolo originale). Il livello resta comunque molto alto (peccato solo non venga più approfondita la figura del “cattivo” e le sue motivazioni), fino al memorabile finale.
MEMORABILE: Tutta la prima mezz’ora in casa, la sequenza in treno, il quartiere dei drogati, il dialogo finale.

Pinhead80 16/11/10 12:30 - 3898 commenti

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Ennesimo bellissimo film del grande regista Akira Kurosawa, che confeziona un thriller geniale. È diviso fondamentalmente in due parti ovvero quella nella casa del ricco (è anche la più verbosa) e quella relativa alle indagini vera e propria (la più dinamica). Lo fa con uno stile tipicamente occidentale e senza rinunciare al suo prediletto attore feticcio Toshirô Mifune. Assolutamente da vedere.

Lucius 6/05/12 16:38 - 2819 commenti

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Grande regia, anche se il maestro ha fatto decisamente meglio in altre occasioni. Al centro della pellicola il rapimento per errore e la liberazione, dietro pagamento di un cospicuo riscatto, del figlio dell'autista di un industriale, il tutto come pretesto per una riflessione sul destino degli uomini con le sue ineluttabili implicazioni. Si apprezzano i chiaroscuri e la fluidità della messa in scena, mentre risulta eccessivo l'uso degli interni.

Luchi78 26/10/12 11:45 - 1521 commenti

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Prima parte del film più claustrofobica, con la suspence creata dai personaggi chiusi all'interno delle mura domestiche, espressioni dei volti stressati e decisioni sofferte. Il film si fa più interessante entrando nei meandri delle indagini della polizia, evidenziando un certo dinamismo di situazioni e personaggi, soffermandosi però in modo prolisso su interrogatori e riunioni investigative. Kurosawa ha fatto sicuramente di meglio, anche se questo thriller noir si fa guardare volentieri.

Mickes2 27/10/13 18:23 - 1668 commenti

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Serrato e dolente, nettamente spaccato in due parti: la prima è un kammerspiel ansiogeno e senza respiro in cui si sottolinea lo spirito nobile e altruista di certa società giapponese; la seconda è un focalizzarsi sugli inquirenti e sulla coralità dell’indagine (e le sue amarissime conseguenze) che lucida e incalzante a più riprese sublima in sequenze di straordinaria efficacia espressiva. Nell’intensissimo finale riecheggia, oltre che un indicibile senso morale, un bruciante contrappunto nichilista sul male onnipresente, prettamente Camusiano.
MEMORABILE: Nella città dei drogati e il successivo “test” della droga.

Rullo 24/08/14 18:57 - 388 commenti

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La trama diabolica di un rapitore che tiene in ostaggio un bambino, minacciando un ricco industriale giapponese. L'indagine meticolosa per portarlo alla giustizia e l'analisi della ragione umana che porta a compiere un simile gesto. Kurosawa tiene con il fiato sospeso tutto il tempo, dai piani sequenza all'interno dell'appartamento alle scene in giro per le case popolari. Il b/n si rivela una scelta vincente, potendo vantare una fotografia d'eccellenza. Il tutto è coadiuvato da prove attoriali d'eccezione e da un magnifico finale.
MEMORABILE: Il fumo rosa, la sequenza sul treno

Nicola81 12/09/15 14:30 - 1927 commenti

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Il romanzo di McBain da cui è tratto (con tanto di foto di scena) me lo fecero leggere alle medie e infatti non lo ricordo come un testo particolarmente impegnativo. Kurosawa (che ovviamente sposta l'azione nel suo Giappone) ha ambizioni ben più alte, ma benché supportato da un validissimo cast, non riesce comunque ad andare oltre il buon film di genere. La prima parte, pur nella sua teatralità, offre i maggiori momenti di tensione; quando poi partono le indagini della polizia, il film diventa sì più movimentato ma anche più convenzionale.

Graf 1/01/16 02:02 - 685 commenti

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Il film dimostra che per i grandi registi il tempo passa invano. E’ straordinaria la capacità di Kurosawa di alternare cifre stilistiche e codici narrativi eterogenei per tutta la durata della vicenda. Dilemma morale, serrata indagine poliziesca, perlustrazione sociale di una metropoli dai quartieri alti ai bassifondi più degradati, ricognizione commossa dell’inaudito mysterium iniquitatis che alberga nel cuore umano. Cine-occhio profondo, acuto e dolente, forma preziosa, dinamismo interno in ogni inquadratura.
MEMORABILE: La sapienza registica per girare la complessa scena della cessione dell'eroina; Il color rosso del fumo della ciminiera in un film rigorosamente in B/N.

Giùan 27/04/19 15:11 - 2937 commenti

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Sontuoso e refrattario all'obsolescenza a discapito della durata filmica (ingiuntiva la versione originale) come del tempo storico/cinematografico. Con intuito da precursore e la persuasione della classicità che contraddistingue il genio, l'Imperatore traslittera l'impianto teatrale della prima parte (plastiche le composizioni dell'inquadratura) in un 2° "tempo" avanguardistico, brulicante, sincopato, frenetico, eccessivo sino alla temerarietà (il "girone" degli eroinomani), fino a sfoderare un finale in cui odio classista e umana pietas si compenetrano.
MEMORABILE: Mifune alienato col tagliaerba in giardino.

Ryo 6/04/20 20:06 - 2169 commenti

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Un noir cinico nello sviluppo. Lo stile di Kurosawa si trasforma ed evolve per adattarsi alla storia, ottenendo contrasti interessanti. Diviso in tre "atti": il primo, nella dimora di Gondo, è composto da bianchi e luci, con pochi tagli o primi piani. La parte due, dei detective al lavoro, è costruita con tecnicismi e un senso di urgenza, con scene brevi e molti tagli. L'atto finale è uno sguardo ai bassifondi di Tokyo, con luci scure, primi piani angoscianti e inquadrature inusuali. Regia gestita con grande senso dell'arte.
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