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Recuperando un po' qui e un po' là dalla tradizione italiana del giallo Anni Settanta (con in testa il nume tutelare Argento, naturalmente), Denis Frison confeziona un thriller d'ambientazione veneta che parte come da tradizione da un fatto di sangue avvenuto nel passato (qui il 1994) per spostarsi poi ai giorni nostri per riprendere il discorso interrotto. La prima vittima è il proiezionista di un cinema di Spinea (Venezia), attaccato a lavoro concluso da uno strano killer dall'andatura buffa che sghignazza senza sosta anche mentre accoltella il poveretto infinite volte. L'assassino delle favole, lo chiamano nella zona, perché prima di uccidere fa girare un vecchio 45 giri con una nenia che fa ovviamente...Leggi tutto il verso a quella notissima di PROFONDO ROSSO: un aggancio al mondo dell'infanzia da sempre caro ai padri del nostro thriller e che dopo E TANTA PAURA riprenderà lo stesso Argento anni dopo. Davide (Frison), ex ispettore con una gran paura del buio, dopo aver scoperto che il cinema del delitto era proprietà dei genitori della sua ragazza (Griggio), decide di tornarvi per un ispezione e scopre (in modo a dir poco ridicolo e improbabile) che prima di morire la vittima aveva indicato e visto qualcosa o qualcuno alle spalle del killer. Un sospetto inquietante (basato sul nulla ma va bene) che si trascinerà a lungo mentre a sorpresa l'assassino delle favole torna a colpire: invia scatole che all'interno nascondono una maschera di maiale e il modo per ascoltare la solita nenia, che precede il suo irrompere armato di coltello sulla scena. E' il momento di riaprire con decisione il caso e di scoprire da dove provengano due piccoli ritagli trovati sui luoghi dei delitti e che rimandano alle copertine di alcuni dischi di favole per bambini ormai introvabili. L'omaggio più smaccato al classico di Argento  si ha alla conferenza in teatro, dove al posto di Helga Ullman troviamo un esperto di fiabe che diventerà consulente in tema di Davide, deciso a trovare la soluzione senza ricorrere all'aiuto della polizia. I temi per impostare un giallo vecchia maniera ci sono, compreso un finale piuttosto ben architettato che rappresenta forse l'highlight del film, in cui meno si avverte la distanza con i film ad alto/medio budget. Per arrivarci però si inciampa in innumerevoli pause che potevano sicuramente essere eliminate con un montaggio più scaltro (considerato soprattutto che la durata supera le due ore) e in una recitazione che complessivamente tradisce la natura semiamatoriale del film. Si salva invece la fotografia, che soprattutto negli interni di notte trova luci e colori di una buona suggestione, mentre di nuovo il tributo a PROFONDO ROSSO si paga plagiando dichiaratamente "Death Dies" e "Mad Puppet" dei Goblin, splendidi architravi di una colonna sonora indimenticabile. Se non fosse per una lentezza di fondo che a lungo andare sfibra e per uno svolgimento della trama non sempre attento a seguire un percorso logico che la renda godibile come potrebbe, in fondo ci si potrebbe anche divertire a individuare i tanti agganci ai classici del tempo, con Avati che ritorna abbastanza inevitabilmente (considerata l'ambientazione veneta) negli esterni in campagna tra casolari diroccati. Insomma, i limiti di una produzione a basso budget sono evidenti e l'operazione (verso la quale vien voglia di essere indulgenti) finisce per sembrare solo un simpatico omaggio a un mondo che in tanti ancora amano. Peccato perché invece qualche idea nient'affatto peregrina c'era (si veda la scena del ragazzo che apre la scatola "Toc toc" e indossa la maschera di maiale) e con altri mezzi e meno omaggi sparsi in ogni dove poteva uscirne un buon thriller.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 17/09/20 DAL BENEMERITO ANTHONYVM POI DAVINOTTATO IL GIORNO 20/01/22
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Anthonyvm 17/09/20 15:41 - 3778 commenti

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"L'assassino delle favole" torna a terrorizzare una cittadina veneta, ma un ex ispettore si mette sulle sue tracce. Divertente zibaldone di citazioni giallesche, da Profondo rosso (esilaranti le musiche che ricalcano i Goblin al limite del plagio) a Non ho sonno, passando per gli artisti pazzi de La casa dalle finestre che ridono. Il complesso, lungi dal potersi definire professionale, mantiene comunque una certa dignità indie. Frison dirige il gioco con passione, anche se certe scelte di regia e soprattutto lo script lasciano a desiderare. Acerbo, ma meglio di Assassinio di sangue.
MEMORABILE: La risata sguaiata del killer; Le vittime che indossano senza problemi la maschera da maiale trovata nella scatola; Le "fiabe sonore" per psicopatici.

Corinne 24/10/20 20:10 - 412 commenti

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Attingendo a piene mani dai due film simbolo del giallo settantiano (gli appassionati potranno divertirsi a far la conta delle innumerevoli citazioni: dalla trama alle musiche fino alle suggestioni visive), Frison costruisce una pellicola che, al netto delle sue imperfezioni e forzature, convince e intrattiene, spingendo sul pedale dell'horror e reggendo bene il minutaggio alla Profondo rosso. E pur costruendo una storia perfettamente argentiana, il regista ci mette del suo (i pacchi recapitati alle vittime e i nastri video dall'atmosfera surreale).
MEMORABILE: Il pesce marcio e in generale tutto il video; I drappi rossi della sala congressi; La rivelazione finale, non del tutto sorprendente ma morbosissima.

Bubobubo 12/11/20 19:03 - 1676 commenti

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Cinquanta sfumature di Veneto rurale ed un semiamatoriale iperrealismo dal retrogusto avatiano che, come una sottile patina, si deposita su una trama che sembra un'appassionata decalcomania di Profondo rosso. Bello certo non lo si può definire, a tratti i punti di contatto con le fonti fanno gridare al plagio (il carillon, la conferenza al cinema... le musiche!), il parco attoriale è al massimo modesto (ma piuttosto conturbante la giovane Benetti) e certe incongruenze logiche fanno storcere il naso. A compensare i mezzi limitati c'è però un'innegabile passione, che fa simpatia.
MEMORABILE: La maschera da maiale.

Sir gawain 20/07/21 18:42 - 26 commenti

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Film velleitario. Si nota la passione di Frison ispirato da Argento ma soprattutto dagli horror rurali di Avati, ma ciò non basta purtroppo e soprattutto non salva il film da un pessimo impianto tecnico (audio compreso), scene completamente trash (la risatina ridicola dell'assassino), falle logiche enormi, cast mediocre compreso il regista che si ritaglia il ruolo di protagonista e un assurdo finale implausibile con troppi colpi di scena venuti fuori tutti assieme. Da segnalare qualche scena che quasi vagamente crea un'atmosfera inquietante, ma è troppo poco.

Daniela 24/07/21 10:41 - 11452 commenti

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In un paese dell'entroterra veneto ogni tanto si fa vivo un serial killer, ammazza tre persone e poi si mette tranquillo per qualche anno prima di colpire di nuovo... Palese l'intenzione di proporre un thriller di stampo argentiano, magari ibridato con le atmosfere dell'horror rurale di Avati, ma il risultato non va oltre il "vorrei ma non posso" per colpa di una sceneggiatura che oscilla tra l'approssimativo e il didascalico ed una messa in scena piatta. Ad affossare ulteriormente il film contribuisce il livello delle interpretazioni, tutte tra il modesto e l'imbarazzante. Bocciato.
MEMORABILE: La risata irritante del killer; In negativo lo spiegone nell'ultima sequenza.

Cotola 16/12/21 23:21 - 8313 commenti

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Ispirarsi ai classici del genere e volerli omaggiare e, in parte, anche imitare va bene. Ma qui si esagera e si va spediti verso il plagio argentiano. Le musiche sono a dir poco gobliniane, ma il vero saccheggio è nei confronti di Profondo rosso: meglio non dire troppo per non svelare ciò che lo spettatore edotto capirà presto. Durata ciclopica, 130 minuti, e ingiustificata: andava tagliato, e parecchio, in fase di montaggio. Interpretazioni scadenti, finale con esagerato doppio colpo di scena: uno, a quel punto, prevedibile; l'altro esagerato e implausibile. Ma gustosamente cattivo.

Markus 15/01/22 01:11 - 3502 commenti

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Il Profondo rosso di Spinea è servito! Denis Frison, che cura in ogni minimo dettaglio il suo omaggio - ai limiti della copia malriuscita - ad Argento, fa quel che può e mette in scena un gialletto di provincia vedibile in funzione della smania di sapere fino a che punto arriva tale "citazione". E' chiaro che da appassionato del regista romano, l'autore si rivolge a chi a sua volta lo è. Al netto di una discreta cura delle luci e una fotografia che qua e là funziona, resta un mero film semi-amatoriale, recitato in maniera scolastica. Si premia la buona volontà.

Myvincent 15/01/22 09:00 - 3190 commenti

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Pare inizi benino, poi continua nel peggiore dei modi. Apertamente ispirato a Profondo rosso, narra di un serial-killer che a distanza di anni fa capolino per uccidere secondo, però, una logica da scoprire. Sceneggiatura, qualità del girato, attori poco professionali, senza neanche l'alibi dell' artigianalità. Il regista-attore scopiazza nel genere divertendo presumibilmente solo se stesso e la sua troupe.

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