L'ultimo cinema del mondo

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L'IMPRESSIONE DI MARCEL M.J. DAVINOTTI JR. (cos'è?)

L'idea su cui il film sembrerebbe basarsi, ribadita dal titolo italiano e da quello originale, più ricercato (tradotto suonerebbe un po' come “VENTO COL VIA”) è folgorante: a Rio Pico, un minuscolo paesino della Patagonia, l'unico svago è dato dal cinemino locale. Le pizze dei film, però, vi arrivano in condizioni pietose e devono essere rabberciate in qualche modo dal proiezionista, che le rimonta come capita cucendo come può i fotogrammi. La visione diventa di conseguenza qualcosa di mistico, come dimostrano alcune testimonianze degli scempi perpetrati per necessità: attori che entrano da una porta e immediatamente ne riescono senza dir nulla, immagini rovesciate, tagli, bruciature,...Leggi tutto dialoghi interrotti... E' l'ultimo cinema del mondo appunto, l'ultima tappa di un percorso accidentato che le pellicole compiono passando da mille mani diverse che le maltrattano in ogni modo. Purtroppo si tratta solo di uno spunto ripreso qua e là, perché poi la storia che ci viene raccontata tocca l'argomento solo marginalmente: i film manomessi sono uno dei tanti aspetti bizzarri di un paese fuori dal mondo, dove il progresso non è mai arrivato e dove si rifugia Soledad (Fogwill), ventenne in fuga dal caos di Buenos Aires finita lì in seguito a un incidente con l'auto. Vi si stabilirà a lungo, cominciando a conoscere gli strampalati personaggi che vi abitano e addirittura coltivando una relazione col "critico cinematografico" locale (Vena), di fatto un semplice appassionato di cinema (per quel che ne può capire in base a ciò che vede) poco sano di mente che con una specie di cinepresa in mano confeziona riprese da mal di mare (è zoppo e non usa certo treppiedi, carrelli o dolly) con cast improvvisati. Un attore vero un giorno arriva, però: è quell'Edgard Wexley (Rochefort) che lì tutti conoscono perché interprete di buona parte dei film proiettati. A Rio Pico lo accolgono come la star più grande e lui gioca col ruolo mostrandosi filosofo un po' come tanti, lì, a cominciare da un inventore di fumose teorie che un bel giorno parte per Buenos Aires scomparendo di scena per un bel pezzo. Tutto viaggia sui binari del surreale, con qualche buona scena che però nell'insieme si rende difficilmente digeribile. Apprezzabile la descrizione di un microcosmo autonomo lontano dalle tentazioni tecnologiche e sociali del progresso, ma la gran parte dei dialoghi sembra basarsi sul nulla, girare a vuoto, azzardare grandi interrogativi sulla natura stessa del cinema senza fornire né risposte né interpretazioni di sorta. C'è da cogliere il senso delle cose nascosto in qualche criptico passaggio che potrebbe suggerire chissà quali teorie sui massimi sistemi, ma dopo un po' tutto puzza di esperimento fallito, di un'ottima idea sfruttata in direzione di un ribaltamento non solo della finzione cinematografica ma della realtà stessa, con intenti alti cui non corrisponde una realizzazione all'altezza. Un'opera velleitaria e priva di una vera direzione, in cui a personaggi che potevano avere un buon motivo d'esistere non si riescono ad assegnare pensieri e azioni sufficientemente interessanti. Se il messaggio ultimo si coglie facilmente, è quel che si segue nelle diverse scene a lasciare perplessi, con tracce di un umorismo piuttosto infantile (si pensi al pubblico che all'unisono piega ripetutamente la testa per seguire al cinema i film traballanti del “critico”) associate ad altre più poetiche solo raramente ficcanti. Rarefazione e dispersione troppo spesso, insomma, si traducono qui in noia.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 9/07/20 DAL DAVINOTTI

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