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TITOLO INSERITO IL GIORNO 9/02/15 DAL BENEMERITO PAULASTER
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Paulaster 9/02/15 10:17 - 3591 commenti

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Bella gara a vedere chi mangia di più tra il ragazzo e il pappagallino: la crisi economica greca nel quotidiano di un giovane senza mezzi. Il realismo estremo per una situazione pesante, idea non originale a cui si aggiungono le riprese a mano (che alla lunga poco incidono) e una deriva nel mostrare due volte il fallo maschile a dir poco eccessiva. Sottotrame sociali e familiare poco approfondite potevano dare maggior agio a una riflessione più generale. Non si capisce se l’approccio è coraggioso o provocatorio. Viro verso la seconda ipotesi.
MEMORABILE: Le doti canore del protagonista.

Cotola 5/07/19 18:09 - 8306 commenti

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Ennesima pellicola ellenica che parla della profonda crisi economica del paese e lo fa "raccontando" le vicende di un ragazzo che sbarca il lunario come può e che mangia il cibo degli uccellini, come da titolo. Rispetto ad altri film greci mancano violenze fisiche e psicologiche ma c'è qualche provocazione gratuita (la masturbazione palese e le sue conseguenze). Qui si usa un registro più minimale, sia dal punto di vista tecnico che narrativo. C'è anche una forte impronta realistica. Alla fine però manca ogni trasporto emotivo ed ogni forma di empatia verso il protagonista.

Bubobubo 3/08/19 22:59 - 1676 commenti

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Se nella Roma degli anni '50 Umberto D. girava col cagnolino, nell'Atene della crisi economica a Giorgos tocca un canarino (ironia suprema, viste le sue doti canore). Senza nulla da mangiare, senza un soldo in tasca, senza un lavoro, senza amici, troppo orgoglioso per accettare l'aiuto dei suoi, troppo debilitato per sostenere il peso sociale di una relazione, Giorgos vive una quotidianità alienata e sempre uguale. Pochi dialoghi, camera a mano un po' invasiva. Dopo 40' si è già visto tutto, ma il malessere generale fatica ad andarsene.
MEMORABILE: Giorgos si masturba, eiacula nella mano e... vabbè, alla fine sono tutte proteine, no?; Cena con sorpresa a casa della receptionist.

Cinecologo 17/01/22 22:40 - 51 commenti

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Opera per la quale il giudizio non può eludere il preciso momento storico in cui essa viene realizzata. Non si può assolutamente non apprezzare il tentativo di Lygizos di smarcarsi dall'omologante cifra stilistica dell'imperversante New wave greca, di quegli anni, dei vari Lanthimos, Tsangari ecc. La sintassi, per così dire, neo-neorealista di "Boy eating the bird's food" non offre certo nulla di nuovo ma è una boccata d'aria nella deriva del "famolo strano" del cinema greco coevo. Liberamente ispirato dal romano "Fame" di Hamsun di cui è assolutamente consigliata la lettura.

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In questo spazio sono elencati gli ultimi 12 post scritti nei diversi forum appartenenti a questo stesso film.


  • Discussione Bubobubo • 3/08/19 22:51
    Addetto riparazione hardware - 263 interventi
    Wikipedia dice che è basato, seppur sommariamente, su Sult (Fame) di Knut Hamsun. Mi permetterei qualche perplessità al riguardo...
  • Discussione Cinecologo • 17/01/22 22:26
    Galoppino - 29 interventi
    Il film non è "basato su" ma è liberamente ispirato a Fame di Hamsun, a testimoniarlo è il discorso che il protagonista del film fa all'amata nel momento in cui a quest'ultima restano alcuni capelli di lui tra le dita delle mani. Discorso che parafrasa un passo meraviglioso del capolavoro di Hamsun:

    “Il pensiero di Dio riprese a tormentarmi. Pensavo che fosse ingiusto da parte sua mettermi i bastoni tra le ruote ogni volta che stavo cercando un posto, tanto più che non chiedevo nulla tranne il pane quotidiano. Ogni volta, dopo un periodo di fame piuttosto lungo, era come se il cervello mi scivolasse fuori dalla testa fino a lasciarla vuota: la sentivo diventare sempre più leggera tanto da non avere più peso sulle mie spalle, e i miei pensieri vagavano lontano. Mi pareva che i miei occhi si fissassero spalancati su tutti quelli che incontravo. Seduto su quella panchina riflettevo a tutte queste cose e la mia amarezza contro Dio per le sue angherie andava via via crescendo. Se credeva di accostarsi a me e di rendermi migliore torturandomi continuamente e seminando sulla mia strada una sciagura dopo l'altra, s'ingannava un pochino: glielo potevo dire io. E alzai gli occhi al cielo quasi piangendo dallo sdegno e glielo dissi silenziosamente una volta per sempre. Mi risonavano in mente echi di ciò che avevo imparato a scuola da ragazzo, mi sentivo nelle orecchie il linguaggio solenne della Bibbia e parlavo sommessamente fra me e me reclinando ironicamente la testa su una spalla. Perché mi preoccupavo di ciò che dovevo mangiare, di ciò che dovevo bere, del modo di vestire questo miserabile sacco di vermi che chiamano corpo mortale? Non ci aveva forse già pensato il mio Padre celeste come per i passeri del cielo, e non mi aveva forse fatto la grazia di indicare con la Sua mano, me, Suo umile servo? Dio aveva messo un dito nella rete dei miei nervi portando delicatamente un po' di disordine fra tutti quei fili. Poi aveva ritirato il dito e, guarda un po', vi erano rimaste attaccate alcune piccole fibre, pezzettini di nervi, di radici. E quel dito aveva lasciato anche il buco aperto, ed era il dito di Dio e a quel dito erano dovute anche le ferite del mio cervello. Ma dopo avermi toccato col dito Dio mi lasciò, non mi toccò più e non mi fece più alcun male; mi lasciò andare in pace col buco aperto. E nulla di male mi verrà da Lui, da Lui che è il Signore per tutta l'eternità.”

    (Knut Hamsun, Fame)