New York, fine '800. Un brillante avvocato della buona società sta per sposarsi con una ragazza parimenti ben nata. L'arrivo dall'Europa di una nobildonna dal passato turbolento lo farà vacillare, ma le convenzioni... Scorsese si cimenta col film in costume e con un chiaro modello in testa: Visconti. Operazione che riesce solo in parte, quella esteriore (allucinante la cura del dettaglio, fino alla filatura dei piattini da tè): malgrado una confezione impeccabile e degli attori inappuntabili, il film è di paurosa freddezza. Bello senz'anima
Film freddo perché i sentimenti più che vissuti sono evocati; il protagonista vorrebbe uscire dalle regole imposte dal suo ceto (altrove sarebbe mafia...) ma è troppo debole per spezzare il giogo, anche (o forse soprattutto) perché esso è rappresentato dal sorriso e dalle buone maniere della futura moglie; brava la Pfeiffer a delineare l'outsider senza speranza.
Capolavoro di Martin Scorsese e film letterario per eccellenza, ha uno del suoi punti di forza nelle ricostruzioni ambientali che ne fanno un film per certi versi viscontiano (si pensi ai dettagli curati de Il Gattopardo). Ma il film si segnala per l'eccellente ricostruzione della società alto borghese dell'America della seconda metà dell'Ottocento, con le sue regole ed il rigido conformismo che fa sì che il protagonista (il magnifico Day Lewis) rinunci al grande amore della vita.
Nonostante il tema trattato, il taglio melodrammatico della vicenda e la sontuosa messa in scena quasi viscontiana, la continuità con i precedenti film di Scorsese è evidente: il mondo dell'aristocrazia di fine 800 è regolato dalle stesse leggi, ferree e brutali che governano la dubbia etica delle famiglie mafiose. Daniel Day Lewis magnifico come sempre.
Nella New York ottocentesca i figli dei rivoluzionari hanno riprodotto le convenzioni, le regole, le ipocrisie della società vittoriana inglese, implacabili e violente ancorchè applicate a colpi di inviti dati o rifiutati a feste irrinunciabili e matrimoni combinati, con tavole apparecchiate con coreografie fastose quanto quelle dei balli. Film di sottintesi ed emozioni trattenute, a me pare straordinariamente vivo e teso, soprattutto nei personaggi di Lewis e della Pfeiffer (mai così attraente) e nel memorabile finale. Forma che è, quanto mai, sostanza.
MEMORABILE: Le inquadrature geometriche, che mostrano i personaggi incastonati in cornici dalle quali non possono fuggire.
Come il suo protagonista, che soffoca la passione per obbedire ai dettami della società, anche Scorsese sembra realizzare un film formalmente stupendo ma mancante di una sua anima vigorosa. Le stesse musiche, spesso elemento chiave del genere, non lasciano il segno. Incantevole la Pfeiffer, discreto Lewis, spassosa la nonna stravaccata sulla poltrona. Più defilati gli altri attori. Scenografie, dialoghi (splendida la voce fuori campo) e costumi comunque molto accurati.
Scorsese prende a modello Visconti e dipinge uno straordinario affresco sulla vita dell'aristocrazia newyorkese di fine ottocento. Le scenografie, la maniacale cura nella ricostruzione degli interni, sono una vera meraviglia per gli occhi. Bravi gli interpreti, con un ottimo Daniel Day Lewis, dibattuto tra la fidanzata May (Wynona Ryder) e la sensuale cugina Contessa Olenska (Michelle Pfeiffer), tra ragione e sentimento, tra le convenzioni dell'epoca e l'esplosione della passione. Bellissimo!
Grande affresco che tocca molto gli occhi e meno il cuore. Ogni elemento scenico ed espressione degli attori sono studiati per affascinare lo spettatore. Difficile dire se la regia poteva andare oltre il semplice incantare senza coinvolgere. Una storia ambientata in un periodo in cui le convenzioni portavano a blindare le emozioni può aver contribuito a privilegiare l’aspetto formale. Una Pfeiffer divina e una Ryder angelica compensano parzialmente il ridotto pathos, con una dose maggiore del quale il film sarebbe stato un capolavoro. ***
Una storia così, tratta da un romanzo ottocentesco, la storia di un conflitto tra sentimento e buon senso nell'alta società newyorkese, poteva raccontarla bene Ivory. La racconta Scorsese, anche meglio. Ci conduce per mano in un privatissimo club, ce ne spiega le regole, ci lascia ammirare l'apparenza, poi ci mostra l'interiorità dei personaggi, le loro passioni represse, le loro intelligenze ribelli e sconfitte: una storia di sottile violenza emotiva. Una tragedia senza sangue e senza grida, ma una tragedia crudele. Una tragedia di Scorsese.
Impeccabile nel descrivere una società americana ben lontana dalla tanto favolizzata
tolleranza ma che si rivela invece pregna di una logica spietata, dominata da leggi
e convenzioni ferree in cui il protagonista resta desolatamente imprigionato senza possibilità di trovare una "vera" libertà che gli è preclusa. Eccellenti gli attori (attenzione al personaggio della Ryder) così come la confezione, curata maniacalmente in ogni particolare, che si rivela essere una delle migliori degli ultimi vent'anni. Per nulla lontano dai mafia-movie di Scorsese. Questo è cinema, signori. Capolavoro.
Da rivedere col sopraggiungere della “triste” età matura, costituisce una cesura fondamentale nella filmografia dell'amatissimo Martin. La consecutività sostanziale tra questa evocazione letteraria e la "mean street" del suo cinema (la violenza "di classe", l'incapacità antropologica di liberarsi dal peso delle convezioni del proprio gruppo di appartenenza) si manifestano attraverso una clamorosa, filologica sublimazione cinefila (da Visconti a Truffaut), donandoci una pellicola che più morde il freno più sembra voler esplodere feroce e catartica.
MEMORABILE: Le straordinarie, mirate ed ispirate interpretazioni di Day-Lewis e di una meravigliosa Michelle Pfeiffer.
Ispirandosi ad un romanzo di ambientazione ottocentesca alto-borghese, Scorsese dirige un'opera sorprendente per finezza, figurativamente perfetta in ogni suo comparto, maniacale nella ricostruzione di arredi e costumi, da annoverarsi fra i suoi capolavori. Altrove attore sanguigno e viscerale, qui sommesso e apparentemente "freddo", Day-Lewis fornisce una prova straordinaria come protagonista di questa storia di un amore non consumato per conformismo ed incapacità di ribellarsi a regole sociali simili a tabù tribali. Film prezioso come una porcellana d'epoca, sottilmente sadico.
Non so se siano più tediosi i detestabili dialoghi fra i personaggi o le lunghe descrizioni del narratore, troppo dettagliate per essere seguite. Una storia sentimentale banale, trattata nel più scontato dei modi e con un finale prevedibile; e ciò pesa sullo spettatore, il quale a metà film, se ancora sveglio, perde il filo delle vicende e si disinteressa della pellicola. Ma questa è la sorte della maggior parte dei film romantici e non può nulla un comunque discreto cast. Uno Scorsese non impeccabile e un film soporifero.
Primo film in costume per Scorsese, "L'età dell'innocenza" racconta una grande storia d'amore e di vita nell'alta società di New York di fine 800. Confezionato con grande perizia e cura (come il regista ci ha abituato) è senza dubbio una grande opera. Un poco dilatato nei tempi nella parte centrale per poi riprendersi con un finale più che elegante. Notevoli i titoli di testa firmati dal grande Saul Bass. Cameo per Martin Scorsese.
Figurativamente elegantissimo e raffinato ma non di maniera, è un tuffo nell’800 americano cristallizzato nel conformismo e nelle convenzioni sociali, piallato da ideali ferrei e totalmente dedito all’apparenza. Scorsese scandaglia in punta di fioretto un melò al maschile dove il raggiungimento del vero amore appare come un miraggio all’orizzonte di un deserto ribollente. Straordinaria deriva di un rapporto represso, non consumato e di una tacita accettazione che trae linfa dalla vita agiata e sofferta di due donne dolorosamente consapevoli.
Grandioso affresco in costume diretto da Scorsese, impreziosito da una sublime ricerca formale e da attori in stato di grazia e ambientato in un 800 che sta per cambiare radicalmente volto affacciandosi al nuovo secolo. Un uomo è schiacciato dal sistema, dalla società che fagocita il singolo in nome di un modus vivendi da rispettare, pena l'annullamento con disonore dello status acquisito per diritto di nascita. Tutto l'amore del mondo nulla può contro le convenzioni inappellabili di una società falsa e superficiale. Grande, grandissimo cinema.
L'amore non consumato implica sempre una fortissima tensione emotiva, che Scorsese riesce magistralmente a trasmettere grazie a un cast di grande levatura e a una perfetta ricostruzione degli ambienti e del clima sociale dell'America di fine Ottocento. La maniacale cura dei dettagli è funzionale a presentare l'opprimente barriera che le convenzioni sociali dell'epoca frappongono alla libera espressione dei sentimenti. Raffinato e struggente.
Da un romanzo di Wharton, è un film anomalo nella produzione di Scorsese. Ma come già Kubrick, il regista si affaccia senza paura al genere del film in costume con esiti stupefacenti. L'Età dell'innocenza è il racconto sontuoso e sofisticato di una società, quella dell'alta borghesia newyorkese di fine Ottocento, ingabbiata in riti e convenzioni che uccidono i veri sentimenti, quelli provati dai due protagonisti, non abbastanza coraggiosi per reagire a una società tanto dorata quanto vuota.
Scorsese affronta il melodramma in costume con il suo consueto stile facendo scuola anche in questo genere (molti gli epigoni negli anni a venire). Con una regia meno nervosa rispetto ai suoi film di mafia ma di certo non meno mobile e inventiva (vedasi l’inizio all’opera), riesce a descrivere un ambiente stritolato da regole sociali tanto ferree quanto futili, fissando così un parallelo con l’universo italoamericano e le sue usanze altrettanto opprimenti. La maniacale perfezione nella descrizione ambientale è degna del Visconti più barocco.
MEMORABILE: L’inizio all’opera con la presentazione dei vari personaggi; La contessa, la barca e il faro sullo sfondo del mare al tramonto; Il finale a Parigi.
Dovrebbe raccontare una vicenda amorosa di passione febbrile, eppure non arde di fiamma viva rimanendo ingabbiato in una rigidità formale che ne limita i movimenti. Si nota un certo distacco e una freddezza emozionale che di rado viene interrotta dalle interpretazioni sentite degli attori. Nell’ultima parte risulta migliore facendo leva sulla malinconia e riuscendo a coinvolgere maggiormente. Ragguardevole la ricerca di un’eleganza e di una raffinatezza stilistica per riprodurre la borghesia americana del Novecento.
Un matrimonio tra ricchi borghesi vacilla per la presenza della cugina della moglie. Storia in costume raffinata che affronta le rigidi consuetudini della New York ottocentesca. Scorsese dimostra cura e tende a non strafare lasciando scorrere le immagini e gli stati d'animo amorosi. A volte eccede nel melodramma sentimentale e ciò si scontra con una modernità nei dialoghi familiari o quando si parla d'arte. Day-Lewis bravo ma non coinvolgente, la Pfeiffer è la migliore e la Ryder sembra acerba per il ruolo. Accostamento inevitabile a Visconti, ma qui manca la saga familiare.
MEMORABILE: La sala da ballo una volta all'anno; Lo sguardo non ricambiato al molo; La stanza col sunto finale.
Tratto dal romanzo di Edith Wharton. Storia di natura anticonformista e sentimentale (troppo) che coinvolge poco. Film sfarzoso che si fa apprezzare molto di più dal punto di vista tecnico: la trama in effetti non è granché. Il cast, tuttavia, è la nota più positiva, in cui spicca un Daniel Day-Lewis che convince molto (specialmente in versione originale). Discreta la colonna sonora.
Film caratterizzato da una grande raffinatezza stilistica e una eccellente cura nel dettaglio in termini di scenografia e costumi. Ineccepibile l'interpretazione degli attori (anche se Day-Lewis ha fatto meglio in altre occasioni), impeccabile la regia di Scorsese; eppure il film manca di pathos e raramente riesce a emozionare. Insomma, una cornice perfetta per un contenuto poco consistente
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Una tragedia senza sangue e senza grida, ma una tragedia crudele. Una tragedia di Scorsese.
Splendida e arguta osservazione. Una vera tragedia: manca solo il
sangue. E aggiungo che, al contrario di quanto detto da molti, è
un film scorsesiano fino al midollo.
DiscussioneGugly • 10/01/11 22:05 Archivista in seconda - 4712 interventi
Per me lo è sino in fondo: l'ambiente in cui si muovono i protagonisti è proprio un'onorata società, spietatissima. Non ti uccide con la pistola, ma con le parole e i giudizi.
Cotola ebbe a dire: Nel suo commento Stefania ebbe a dire:
Una tragedia senza sangue e senza grida, ma una tragedia crudele. Una tragedia di Scorsese.
Splendida e arguta osservazione. Una vera tragedia: manca solo il
sangue. E aggiungo che, al contrario di quanto detto da molti, è
un film scorsesiano fino al midollo.
Ti ringrazio, sì, beh, il confine tra "civilizzazione" e "barbarie tribale" è spesso labile. E' anche un film dove c'è una sensualità molto forte, potente. Ho sempre pensato che Ivory l'avrebbe... raffreddato troppo :)
HomevideoRocchiola • 16/10/18 08:46 Call center Davinotti - 1320 interventi
Davvero un ottimo prodotto con un video in schermo panoramico 2.40 pulito e dettagliato, che permette di cogliere piuttosto bene anche i minimi dettagli. Audio DTS 5.1 di buonissimo livello non troppo basso nei dialoghi e potente nelle musiche.