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Commenti L'IMPRESSIONE DI MMJImpressione Davinotti

Non è facile rendere simpatico un personaggio che in spregio alla miseria sperpera denari per il proprio ludibrio perdendo il tempo a bere, spassarsela con ragazze facili e facendosi aiutare in ogni cosa da un tutore. Dudley Moore ci era riuscito, associando al personaggio una giusta dose di eccentricità mista a disillusione, talvolta depressione. Russell Brand, almeno inizialmente, proprio no. Il suo Arturo (italianizzato nel nome anche per li remake) sale fastidiosamente sopra le righe, esagera, cerca di apparire brillante ad ogni costo, di adattarsi ai tempi, ma il confronto con un predecessore difficile da superare lo schiaccia, così come la vivacissima ladruncola di Liza Minnelli...Leggi tutto era infinitamente più originale, verace e meno stereotipata di questa Naomi (Gerwig), che si adagia nel ruolo di dolce ragazza da sognare, dall'animo puro e che nemmeno sembra troppo interessata all'infinito fiume di denaro che fluisce ad ogni uscita con Arturo. Il quale deve invece sposare la bella (e ricca, ma non come lui) Susan (Garner), figlia di un industriale (Nolte) gretto e che naturalmente non vede proprio di buon occhio il riccastro fannullone.

Curiosa la scelta di cambiare il sesso del tutore: dall'accondiscendente, formalissimo John Gielgud si passa alla straordinaria Helen Mirren (sprecata), sorta di madre sostitutiva per Arturo ma impossibilitata a impedirgli di spendere come vuole il suo denaro e di conseguenza di bere come una spugna e dedicarsi a reiterate orge. Siamo sulla falsariga del successo di allora, la città è sempre New York e le montagne di dollari vengono utilizzate per concedersi le follie più estreme o per affittare l'intera Central Station allo scopo di pranzarvi dentro con Naomi per il primo appuntamento. Un po' di dissidi con mamma (James), pronta a diseredare il figlio se non sposerà Susan, tanti faccia a faccia con quest'ultima, pronta a passar sopra a qualche tradimento pur di sposare l'uomo che le darà l'ambito blasone, e un paio di dialoghi meno futili degli altri con Hobson (così viene sempre chiamata la Mirren) e – in parte – con Naomi, la donna da conquistare nonostante il parere contrario di tutti.

La Gerwig fa il suo, ma la love-story con Arturo è talmente patinata e scialba da penalizzare l'intero film, già provato da un Brand che prima di riuscire a suscitare un po' di empatia passa un'ora almeno a rendersi odioso, molto più sciocco e bamboccio di quanto non lo fosse Moore nell'originale. E così, eliminando il velo di tristezza che spesso trasfigurava l'Arturo “autentico” rendendolo umano, si resta per buona parte del tempo ad assistere a giochini risaputi, battute fiacche, eccessi patetici... Si fosse almeno recuperata una delle canzoni simbolo degli Anni Ottanta, quella “Best That You Can Do” che Christopher Cross scrisse per il film rendendola parte integrante di esso... Macché, la si confina a metà dei titoli di coda (graficamente assai pregevoli, come quelli di testa).

Non esistesse un metro di confronto potremmo anche considerarla una commedia quasi discreta, se non altro singolare, ma dal momento che l'originale c'è, è difficile non  ricordare quanto più in parte e meno inconsistenti fossero i protagonisti di allora, quanto la riflessione – per quanto superficiale – sulla ricchezza, i valori e i disvalori di una società capitalistica lasciasse l'impressione di una commedia divertente ma anche meno leggera e futilmente caciarona. Ben gli si attaglia l'aggettivo più utilizzato per i remake: superfluo.

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TITOLO INSERITO IL GIORNO 19/06/22 DAL DAVINOTTI
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Panza 23/12/23 21:31 - 1833 commenti

I gusti di Panza

Dopo un po' gli eccessi del miliardario Arthur vengono abbastanza a noia e la sua loquela da bamboccione viziato raramente colpisce nel segno. Peggio va con la storia sentimentale, che corrisponde a un prevedibile percorso di maturazione del protagonista, condotta ricorrendo agli ovvi stereotipi del genere (fastidioso il finale), senza un briciolo di ironia, nel solco di certo cinema americano moderno. Brand ha la faccia giusta per il personaggio, ma eccede nel suo istrionismo e giocoforza gli si preferisce la classe di Helen Mirren, che smorza certi eccessi di sceneggiatura.

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