Zeroville

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MMJ Davinotti jr
Titolo originale: Zeroville
Anno: 2019
Genere: drammatico (colore)
Note: Tratto dall'omonimo romanzo di Steve Erickson. Il film è stato completato nel 2015 e bloccato fino al 2019 per il fallimento della casa di distribuzione.
Numero commenti presenti: 1
Papiro: elettronico

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I COMMENTI

L'IMPRESSIONE DI MARCEL M.J. DAVINOTTI JR. (cos'è?)

A quattro anni dalla conclusione delle riprese (e dopo il fallimento della prima casa di distribuzione) arriva finalmente nei cinema ZEROVILLE, il film tratto dall'omonimo best seller di Steve Erickson. Vorrebbe (come nel frattempo ha già fatto Tarantino) restituire in qualche modo la magia della Hollywood di fine Sessanta (e per estensione di ogni tempo) proponendo James Franco nel doppio ruolo di regista e di protagonista nei panni di Vikar, giovane in cerca di fortuna che trova agli studios un incarico come allestitore di set. Si presenta senza capelli e con un grosso tatuaggio in testa: Montgomery Clift e Liz Taylor in UN POSTO AL SOLE...Leggi tutto, classico più volte citato nel corso del film. Di poche parole, rapito da ciò che vede muoversi intorno a lui senza risultarne però mai troppo colpito, attrae l'attenzione di una solerte montatrice (Weaver) che lo assumerà presto come aiutante. Ossessionato dal cinema, conosce alla festa di un personaggio facilmente sovrapponibile al celebre John Milius (Rogen) la misteriosa Soledad Palladin (Fox), che considerato il nome di battesimo, il look e soprattutto la partecipazione a VAMPYROS LESBOS si può invece facilmente ricondurre a Soledad Miranda, la fu musa di un altro Franco, Jésus. Rapito da cotanta bellezza (la Fox ha davvero uno sguardo magnetico) cerca di conoscerla e vi riuscirà, continuando nel contempo a perfezionarsi come montatore. Ma non è tanto la storia in sé, tutto sommato elementare (almeno fino agli ultimi venti minuti), a intercettare il vero significato del film quanto piuttosto l'atmosfera in cui è immerso, con colori e musiche ipnotiche che spesso distolgono l'attenzione da quanto accade sullo schermo nel tentativo di trasportarci in territori quasi new age con frequenti primi piani sul volto e il corpo di Megan Fox o di Franco e improvvisi ritorni a una dimensione più terrena dominati dai soliti personaggi cinici incapaci di apprezzare la vera (settima) arte. Tra questi si distingue il laido produttore interpretato da Will Ferrell, che metterà gli occhi su Soledad. Il viaggio di Vikar si fa progressivamente più interiore fino ad aprirsi in un'ultima parte sorprendente quanto surreale, in cui la figura di Soledad si fa sfuggente fino a muoversi verso territori impensati: il film coglie indizi disseminati tra i frame di vecchi e nuovi film celeberrimi trasformandosi in una sorta di giallo senza soluzione. Un cambio di passo che segna il definitivo ingresso in una dimensione sospesa tra realtà e sogno agganciando quei segnali che durante il film sembravano inseriti senza apparente motivo. Una chiusura interessante ma che può solo parzialmente riabilitare un'opera pretenziosa quanto in definitiva non troppo lontana dai tanti esperimenti condotti in passato sul tema, con Hollywood che si fa scatola magica e insieme ricettacolo di personaggi disgustosi e comportamenti aberranti da cui il protagonista evade trovando la pace nella sala dove lavora con Dolly, che gli insegna l'arte del montaggio (curioso lo split screen insistito nel momento in cui Vikar mette mano ai suoi primi tagli di pellicola). Se la Fox è una femme fatale incantevole, Rogen e Ferrell (che si dividono da antagonisti rispettivamente la prima e la seconda parte del film) rappresentano la faccia più commerciale e trita del business, con un piccolo spazio per la teenager ribelle (King) figlia di Soledad e qualche bizzarra figura secondaria (il ladro cinefilo di Craig Robinson, lo sbirro imbestialito di Danny McBride). Se si fosse ampliata la fase mistica che occupa il lungo finale si sarebbe ottenuto qualcosa di più originale; così invece, nonostante un James Franco ben calato nel ruolo, tutto scorre senza lasciare alcun segno in una rappresentazione corretta ma anonima della Hollywood d'epoca; fitta di omaggi, citazioni, insistiti omaggi a classici che passano in televisione (VIALE DEL TRAMONTO) o fanno capolino nelle parole dei protagonisti (CASABLANCA): una ragnatela di rimandi al solito fine a se stessa, con una puntata a Venezia per la mostra e per il resto la consueta rappresentazione di un “dietro le quinte” del cinema che non si differenzia granché dalla norma. A tratti ammaliante, convincente, più spesso convenzionale.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 22/06/20 DAL DAVINOTTI
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Dusso 4/03/21 08:37 - 1548 commenti

I gusti di Dusso

In questo film James Franco fallisce clamorosamente: da salvare l'interpretazione e qualche scena, ma nel complesso è un film discutibile che inserisce il personaggio della povera Miranda Soledad in una situazione inventata di sana pianta; la piega che poi prende il film verso il finale proprio non funziona. Sarà anche per il budget non troppo alto o per la scelta non così felice per quanto riguarda i costumi, ma di aria anni 60/70 non se ne respira molta.

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