I giorni bianchi

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L'IMPRESSIONE DI MMJ

Tra le eredità che gli anni del Covid ci lasceranno c'è anche un nutrito gruppo di film che ha provato a ragionare – in rari casi a scherzare – su di una condizione sociale del tutto inedita, in cui – tra le altre cose – ci si è ritrovati chiusi per decreto in casa ad aspettare che la fase più acuta della pandemia terminasse il proprio corso o comunque rallentasse. I GIORNI BIANCHI, ambientato nel periodo tra il marzo e il maggio del 2020, è uno di questi e ha l'ambizione di raccontare il dramma di una costrizione che – lo sappiamo bene – ha portato in alcuni casi a conseguenze tragiche. In una Roma...Leggi tutto semi-invisibile, dal momento che il film è girato quasi interamente all'interno di un appartamento con giardino, vive una famiglia composta da un uomo corpulento (Denis Malagnino, co-regista con Davide Alfonsi), sua moglie (Simona Malagnino) e il fratello di lei (Daniele Malagnino), un cinquantenne malato di mente che ripete ciclicamente frasi come “damme 'na sigaretta” “famme fuma'” alternandole a balbettamenti calcistici e poco altro. La coppia che lo cura e mantiene non è molto più loquace: lui praticamente non parla, lei sogna di avere una seconda figlia e si prepara a ricevere la prima, che starebbe a quanto pare tornando a casa dopo un periodo di lontananza. Sono i due o tre concetti che si riescono a ricavare dall'ascolto dei radissimi dialoghi di cui è composto il film, per il resto occupato a lavorare sulle immagini (con una bella fotografia di Marco Pocetta) tra inquadrature sghembe, primi piani sugli oggetti, tagli singolari, camera fissa sui particolari. E' evidente come i registi puntino ad accentuare il clima pesante e claustrofobico, lasciando che di tanto in tanto la voce fuori campo del premier Giuseppe Conte da una radio o una tv accesa riassuma la situazione sciorinando il numero dei decessi, dei contagiati... Ma in casa nessuno parla della pandemia, nessuno sembra riuscire a superare l'invisibile barriera che li separa da un mondo reale dal quale ogni giorno si allontanano di più favorendo ogni possibile metafora. Un progetto sulla carta interessante, quasi una variante italiana di certe apocalissi silenziose di Haneke, ma che nella sua realizzazione lascia forti dubbi sulla fruibilità del risultato. Bisogna armarsi di coraggio e molta pazienza per passare un'ora e trequarti così, tra sporadiche crisi del disabile mentale, lunghe fasi mute di chi legge a letto, mangia senza aprir bocca, fa sesso mentre la riprese mostrano solo i piedi o il fondoschiena in ritmico movimento. Si può disquisire a lungo sul valore della minimale messa in scena, sull'efficacia del messaggio, sulla qualità di alcune riprese, e forse non è nemmeno escluso che la ripetizione delle azioni, svolte in due o tre ambienti (concentrandosi sul soggiorno) possa restare impressa, ma trascorsa la prima mezz'ora non per tutti sarà facile proseguire fino a scoprire ciò che accadrà nel finale. Se poi in Haneke – per rimanere alle parentele più prossime ed evidenti – la freddezza raggelante dei rapporti personali si rifletteva nelle singolari scelte di scenografie e fotografia, qui si resta su posizioni per forza di cose meno ambiziose svelando maggiormente difetti e mancanze.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 22/05/22 DAL DAVINOTTI

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