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L'IMPRESSIONE DI MARCEL M.J. DAVINOTTI JR. (cos'è?)

A volte ci si imbatte in thriller dal sapore televisivo le cui storie sono architettate sorprendentemente meglio del previsto e meriterebbero miglior sorte. E' il caso di questo TWIST OF FATE, che dalle prime scene si direbbe l'ennesimo riciclaggio senza speranze: c'è un serial killer (Mulkey), il Lennox di uno dei titoli italiani, che avvicina giovani donne per ucciderle seguendo un preciso modus oprerandi. Lo vediamo in faccia da subito, il che elimina ogni tentazione di whodunit, e capiamo che ci sa fare. Eppure qualche errore lo commette perché - e qui sta il primo colpo di scena - la polizia l'acciuffa proprio quando è sul punto di far fuori una nuova ragazza. Fin troppo facile, vero, ma presto l'avvocatessa...Leggi tutto (Amick) che sogna in prima persona di vederlo marcire in galera, dal momento che una delle vittime era la sua migliore amica, si accorge che le prove per condannarlo sono assai scarse. E la giuria, presieduta da un professore di chimica (Dinsmore) che se la fa con la sua assistente universitaria (Slone) all'insaputa della moglie, si vede costretta ad assolverlo per mancanza di prove. Sembrerebbe tutto finito, ma l'attenzione si sposta - pur non distogliendola dalla bella avvocatessa - proprio sul professore, a cui salta in testa un'dea balzana che rimetterà tutto in ballo. E' qui che il copione mostra di sapersi reinventare trasformando l'astuto killer in una sorta di Hannibal Lecter “vegetariano” (non a caso doppiato dal superbo Roberto Pedicini, l'insinuante voce italiana di Kevin Spacey), chiamato ad esibire in più occasioni la sua arguzia. Perché la seconda parte si apre a “scambi di favori” inaspettati con abbondanza di false prove accumulate, vendette incrociate e interessanti giochi mentali. Dispiace per la confezione modesta (fotografia scialba, regia anonima, musiche insignificanti...): non rende giustizia a un thriller giudiziario costruito intelligentemente e che incuriosisce fino alla conclusione. La Amick protagonista, con taglio corto di capelli e sguardo un po' troppo sperduto, non convince granché: dobvrebbe mostrare più carattere, considerato il coinvolgimento in prima persona nel caso. Meglio di lei fa infatti l'avvocato difensore (Anvar) del killer, tipicamente perseguitato dall'idea di favorire la liberazione di chi viene da molti giudicato il certo colpevole dei delitti. Fermo, deciso nei suoi propositi, non dice mai una parola fuori posto; fa parte di caratterizzazioni nel complesso molto stereotipate, ma svolge bene il compito; così come il poliziotto (Jordan) che spalleggia la protagonista. Se si chiuderà un occhio sulle apparenze da film di scarse pretese (il formato televisivo non aiuta) concentrandosi sulla storia, ci si potrà anche appassionare. A patto di sorvolare anche su di una trama che nell'ultima parte comincia a farsi confusa perdendo non poco in coerenza e logicità.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 20/07/21 DAL DAVINOTTI

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