Discussioni su A classic horror story - Film (2021)

DISCUSSIONE GENERALE

  • Se ti va di discutere di questo film e leggi ancora solo questa scritta parti pure tu per primo: clicca su RISPONDI, scrivi e invia. Può essere che a qualcuno interessi la tua riflessione e ti risponda a sua volta (ma anche no, noi non possiamo saperlo).
  • Anthonyvm • 15/07/21 22:55
    Scrivano - 701 interventi
    Il titolo mette le mani avanti: una classica storia dell'orrore.
    E già qui chi mal tollera la deriva metafilmica post-moderna del genere, popolarizzata da Scream e portata alle estreme conseguenze in Quella casa nel bosco, potrebbe avvertire un olezzo fastidioso. L'horror in Italia negli ultimi trent'anni non ha certo avuto un'esistenza facile, tenuto flebilmente in vita da piccole realtà indie, coi vari Zuccon e Bianchini in testa, e saltuariamente portato all'attenzione del grande pubblico coi più o meno graditi ritorni di Avati e Argento, o coi coraggiosi revival dal piglio internazionale di Zampaglione. Ma i segnali di un crescente interesse nei confronti delle nostre produzioni di genere si stanno a poco a poco concretizzando: appena un anno fa Netflix distribuiva in tutto il mondo Il legame, che a livello prettamente tecnico ha poco da invidiare agli scare-pack commerciali d'oltreoceano. La critica più immediata, e giustificata, che si può muovere al suddetto prodotto (e a una buona fetta dei titoli che non hanno dovuto appoggiarsi a distributori indipendenti per essere diffusi) è l'essenziale assenza di originalità: anziché sfruttare gli insegnamenti degli attuali maestri (Aster, Eggers, ma anche personaggi più “pop” come James Wan) per plasmare un nuovo codice orrorifico nostrano, si finisce semplicemente per pigliare un po' dall'uno e un po' dall'altro mettendo insieme semplici opere d'imitazione. Che, in materia horror, è un po' quello che facevano gli “artigiani” negli anni '70 e '80, i cari vecchi Mattei, Fragasso, D'Amato, certo Fulci, prolifici seguaci dei trend imperanti all'epoca, soprattutto in vista di una distribuzione estera, eppure capaci di forgiare una poetica macabra e identitaria nella maggior parte dei loro lavori: autori in braghe da exploiter, o viceversa. È pur vero che allora i budget erano modici, la domanda alta e i ritmi di realizzazione industriali: i risultati di rado potevano vantare una confezione che superasse l'asticella ghettizzante della serie B. Oggi, vuoi per la maggior fruibilità di mezzi, per la comodità delle nuove tecnologie, o per l'approccio appassionato delle nuove leve alla materia, anche senza un budget multimilionario si possono ottenere risultati notevoli e graficamente in linea coi successi internazionali. E non bisogna certo dimenticare il sostegno offerto dai fondi regionali, importanti motori in quello che si spera essere un processo di rivalutazione e di rilancio di un cinema di genere che si possa dire “totum nostrum”. Ma è tristemente raro notare un vero sforzo creativo in tale direzione. È forse una questione di mercato? Può essere che uno jumpscare con posseduti sbavanti sia nel breve termine più retributivo di un'ombra dal taglio espressionista? Tutto è possibile. Sia come sia, pur sdoganati i limiti di caratura visiva (se adesso un fotogramma di de Feudis può passare per un Aster, difficilmente un Mario Gariazzo poteva ricordare un Friedkin), gli script faticano enormemente a ritagliarsi un cantuccio personale nella sterminata scia di tendenze e luoghi comuni che hanno finito per marginalizzare l'horror agli occhi della critica più snob. Ed è forse proprio questa consapevolezza che ha spinto De Feo (che conta già l'interessante Il nido nel curriculum) e Strippoli (all'esordio nel lungometraggio) a percorrere strade un po' meno convenzionali, girando un meta-horror che partendo proprio dai cliché finisce per contorcerli e rimodellarli secondo i dettami dell'autoironia, per il diletto dei fan accaniti e degli abituali consumatori.
    Tutto molto interessante, ma Craven, per dirne uno, lo faceva già nel '94.
    Insomma, ormai anche la trovata di giocare coi famosi topoi del genere e di includere nell'equazione umoristica il rapporto che si instaura fra prodotto e fruitore dello stesso è più che risaputa. Detta in altre parole, anche volendo scherzare con arguzia sulla ridondanza delle formule, oggidì si finisce per incepparsi in altre formule che ormai sono ben consolidate. Bisognerà quindi prepararsi a quel senso di déjà-vu che, se poteva far sorridere in Quella casa nel bosco o in Behind the mask, ora fa sollevare solo il lato del labbro più benevolo e indulgente.
    Ma veniamo a questo A classic horror story: che c'è di così classico? Una protagonista tormentata per una o più ragioni? C'è: Matilda Anna Ingrid Lutz è una giovane apprendista incinta con una madre che insiste perché abortisca al più presto. Una coppia di turisti, forse per accattivarsi la simpatia di un pubblico anglofono? C'è anche quella, composta da Yuliia Sobol e Will Merrick. La presenza turbolenta? Certo: Peppino Mazzotta, medico scontroso e dal passato fosco. Può forse mancare il ragazzotto un po' imbranato che però è un cinefilo incallito e cita Raimi e Cameron fra un discorso e l'altro? Ovviamente no, e prende il volto di Francesco Russo.
    Detta così, potrebbe sembrare l'ennesima collezione di macchiette; in realtà lo script pare molto attento a dare l'opportuna volumetria alle sue pedine, evocando backstory convincenti e coinvolgendole in scambi di battute il più trainanti possibile. Ampliamo pure gli orizzonti: la sceneggiatura, in generale, non è scevra di fini sottigliezze (il ricorrere a immagini o parole che si allacciano all'infanzia e alla gravidanza, silente dilemma morale della protagonista attorno al quale si dipana l'intero incubo, da bambolotti abbandonati a padri che rimpiangono figlie lontane), che tuttavia tendono a smarrirsi nel profluvio di escamotage e colpi di scena telefonati che compongono un'intelaiatura narrativa ordinata quanto prevedibile (anche, come si diceva, nella scelta di prendersi in giro da sé).
    Tornando al plot, la (non tanto) allegra compagnia si dirige in Calabria a bordo di un camper, ma dopo un incidente stradale (il solito animale sulla carreggiata) si ritrova nel bel mezzo di una foresta da cui sembra impossibile uscire (la strega di Blair insegna). Aggiungiamo all'equazione una casa di legno disabitata in cui i nostri trovano rifugio, piena zeppa di foto inquietanti in cui contadini mascherati nella miglior tradizione del folk-horror si dilettano in misteriose cerimonie. E la situazione peggiora quando tali individui si materializzano sul luogo, accerchiano l'edificio e trucidano i nostri superstiti in sanguinosi rituali.
    Il citazionismo è feroce, dalle modalità di tortura (occhi infilzati ripresi come in Zombi 2, gambe spezzate in stile Misery) all'impatto scenografico (l'omone di vimini con vittima sacrificale ancora viva al suo interno), e certamente gli aficionados si divertiranno a cogliere questo o quel riferimento.
    Scarse tracce d'inventiva, ma soffermandosi sull'aspetto meramente formale dell'operazione c'è solo da applaudire: eccellente fotografia notturna, con tocchi angoscianti e invasivi di luce rossa nelle sequenze più concitate; montaggio audio curatissimo in supporto a una colonna sonora azzeccata; i due registi sanno il fatto loro e non temono di dimostrarlo, sfoggiando campi e controcampi arditi, piani sequenza glaciali, ralenti sontuosi e un uso intelligente del fuori campo (forse non il massimo per i gore-seeker, ma poco male). Lodevole pure la coniugazione degli stilemi del subgenre con un pizzico di cultura italica: in questo caso si parla di un presunto culto pagano dedicato a Osso, Mastrosso e Carcagnosso, leggendari fondatori della mafia, il che offre anche interessanti chiavi di lettura per i risvolti dell'ultima mezz'ora, di cui è difficile dissertare senza inciampare nello spoiler.
    Bastano simili particolari per innalzare l'opera dal mare magnum della routine? Non esattamente: per quanto pressoché inappuntabile sotto il profilo tecnico, la storia è davvero troppo derivativa per suscitare un reale interesse, o almeno una forma di gradimento obiettivo che possa ignorare il naturale campanilismo di uno spettatore del Belpaese.
    Ed è qui che De Feo e Strippoli, paradossalmente cercando di balzare al livello successivo, non fanno altro che cambiare l'indirizzo di arrivo dei loro omaggi. Approdiamo quindi al metacinema: telecamere, malsano filmmaking, arte mortale al servizio di un osservatore voyeur... Ironicamente, in questo modo i paragoni con altre pellicole sono anche meglio definibili, così che si transita dal semplice abuso di cliché a qualcosa che ha più le sembianze di un connubio di plagi. Ma anche di questo i due autori sono consci. Bisogna forse quindi salutare questo omaggio agli omaggi come un esperimento meta-metafilmico, a mo' di scatole di cinesi, una sorta di estremo sberleffo allo sberleffo? Qualcuno potrebbe annuire. E allora restiamo in attesa di un finale all'altezza, la definitiva rottura della quarta parete, il lampo di genio che faccia zittire i “polemiconi” una volta per tutte. E gli ultimi due minuti, in effetti, ci provano sul serio! Ma per quanto l'ultima sequenza sia adeguatamente maligna e caustica (con più di una frecciatina ai polemiconi di cui sopra), anch'essa ricorda troppo da vicino epiloghi sardonici già visti in gran copia sul grande schermo. Un altro metacliché da aggiungere alla lunga lista, e i polemiconi possono polemizzare ancora un po'.
    Ciò che forse avrebbe potuto davvero fare la differenza, a questi punti, è la travolgente figura della Lutz. Bellissima e delicata quando trema in balia dei suoi aguzzini, macchina da guerra dalla battuta pronta al momento della rivalsa. Aggiungendo dieci minuti al metraggio e trasformando il climax dell'ultimo atto in una specie di massacro catartico a suon di fucili e coltellacci in stile You're next o Finché morte non ci separi (un prestito cinefilo in più non avrebbe fatto danno!), strati e strati di incertezze e delusioni ancorati alla prevedibilità del racconto si sarebbero persi sotto la gratuità godereccia dei litri di sangue e la gloria trionfale del sottinteso riscatto parafemminista. Insomma, stiamo o non stiamo parlando dell'eroina di Revenge? Non è un caso che una delle ultime immagini (una Lutz provata e tumefatta che cammina al rallentatore sulla spiaggia, mentre i bagnanti scioccati la circondano scattando foto e registrando video coi loro inseparabili cellulari) sia probabilmente la più estasiante, pittorica e memorabile del lotto.
    Ma sono solo punti di vista.
    Un film imperfetto, dunque, che tuttavia si presenta benone, e, in virtù del suo perfido umorismo, riesce a sembrare meno pretenzioso di quanto in effetti sia. Se si è disposti a fare appello alla propria clemenza, specie se l'horror è un genere che si bazzica con regolarità, vale certamente una visione. Dopotutto, come scrive PADAN_666, “il regista è italiano, va supportato”.
  • Kinodrop • 20/07/21 18:41
    Formatore stagisti - 123 interventi
    Anthonyvm ebbe a dire:
    Il titolo mette le mani avanti: una classica storia dell'orrore.
    E già qui chi mal tollera la deriva metafilmica post-moderna del genere, popolarizzata da Scream e portata alle estreme conseguenze in Quella casa nel bosco, potrebbe avvertire un olezzo fastidioso. L'horror in Italia negli ultimi trent'anni non ha certo avuto un'esistenza facile, tenuto flebilmente in vita da piccole realtà indie, coi vari Zuccon e Bianchini in testa, e saltuariamente portato all'attenzione del grande pubblico coi più o meno graditi ritorni di Avati e Argento, o coi coraggiosi revival dal piglio internazionale di Zampaglione. Ma i segnali di un crescente interesse nei confronti delle nostre produzioni di genere si stanno a poco a poco concretizzando: appena un anno fa Netflix distribuiva in tutto il mondo Il legame, che a livello prettamente tecnico ha poco da invidiare agli scare-pack commerciali d'oltreoceano. La critica più immediata, e giustificata, che si può muovere al suddetto prodotto (e a una buona fetta dei titoli che non hanno dovuto appoggiarsi a distributori indipendenti per essere diffusi) è l'essenziale assenza di originalità: anziché sfruttare gli insegnamenti degli attuali maestri (Aster, Eggers, ma anche personaggi più “pop” come James Wan) per plasmare un nuovo codice orrorifico nostrano, si finisce semplicemente per pigliare un po' dall'uno e un po' dall'altro mettendo insieme semplici opere d'imitazione. Che, in materia horror, è un po' quello che facevano gli “artigiani” negli anni '70 e '80, i cari vecchi Mattei, Fragasso, D'Amato, certo Fulci, prolifici seguaci dei trend imperanti all'epoca, soprattutto in vista di una distribuzione estera, eppure capaci di forgiare una poetica macabra e identitaria nella maggior parte dei loro lavori: autori in braghe da exploiter, o viceversa. È pur vero che allora i budget erano modici, la domanda alta e i ritmi di realizzazione industriali: i risultati di rado potevano vantare una confezione che superasse l'asticella ghettizzante della serie B. Oggi, vuoi per la maggior fruibilità di mezzi, per la comodità delle nuove tecnologie, o per l'approccio appassionato delle nuove leve alla materia, anche senza un budget multimilionario si possono ottenere risultati notevoli e graficamente in linea coi successi internazionali. E non bisogna certo dimenticare il sostegno offerto dai fondi regionali, importanti motori in quello che si spera essere un processo di rivalutazione e di rilancio di un cinema di genere che si possa dire “totum nostrum”. Ma è tristemente raro notare un vero sforzo creativo in tale direzione. È forse una questione di mercato? Può essere che uno jumpscare con posseduti sbavanti sia nel breve termine più retributivo di un'ombra dal taglio espressionista? Tutto è possibile. Sia come sia, pur sdoganati i limiti di caratura visiva (se adesso un fotogramma di de Feudis può passare per un Aster, difficilmente un Mario Gariazzo poteva ricordare un Friedkin), gli script faticano enormemente a ritagliarsi un cantuccio personale nella sterminata scia di tendenze e luoghi comuni che hanno finito per marginalizzare l'horror agli occhi della critica più snob. Ed è forse proprio questa consapevolezza che ha spinto De Feo (che conta già l'interessante Il nido nel curriculum) e Strippoli (all'esordio nel lungometraggio) a percorrere strade un po' meno convenzionali, girando un meta-horror che partendo proprio dai cliché finisce per contorcerli e rimodellarli secondo i dettami dell'autoironia, per il diletto dei fan accaniti e degli abituali consumatori.
    Tutto molto interessante, ma Craven, per dirne uno, lo faceva già nel '94.
    Insomma, ormai anche la trovata di giocare coi famosi topoi del genere e di includere nell'equazione umoristica il rapporto che si instaura fra prodotto e fruitore dello stesso è più che risaputa. Detta in altre parole, anche volendo scherzare con arguzia sulla ridondanza delle formule, oggidì si finisce per incepparsi in altre formule che ormai sono ben consolidate. Bisognerà quindi prepararsi a quel senso di déjà-vu che, se poteva far sorridere in Quella casa nel bosco o in Behind the mask, ora fa sollevare solo il lato del labbro più benevolo e indulgente.
    Ma veniamo a questo A classic horror story: che c'è di così classico? Una protagonista tormentata per una o più ragioni? C'è: Matilda Anna Ingrid Lutz è una giovane apprendista incinta con una madre che insiste perché abortisca al più presto. Una coppia di turisti, forse per accattivarsi la simpatia di un pubblico anglofono? C'è anche quella, composta da Yuliia Sobol e Will Merrick. La presenza turbolenta? Certo: Peppino Mazzotta, medico scontroso e dal passato fosco. Può forse mancare il ragazzotto un po' imbranato che però è un cinefilo incallito e cita Raimi e Cameron fra un discorso e l'altro? Ovviamente no, e prende il volto di Francesco Russo.
    Detta così, potrebbe sembrare l'ennesima collezione di macchiette; in realtà lo script pare molto attento a dare l'opportuna volumetria alle sue pedine, evocando backstory convincenti e coinvolgendole in scambi di battute il più trainanti possibile. Ampliamo pure gli orizzonti: la sceneggiatura, in generale, non è scevra di fini sottigliezze (il ricorrere a immagini o parole che si allacciano all'infanzia e alla gravidanza, silente dilemma morale della protagonista attorno al quale si dipana l'intero incubo, da bambolotti abbandonati a padri che rimpiangono figlie lontane), che tuttavia tendono a smarrirsi nel profluvio di escamotage e colpi di scena telefonati che compongono un'intelaiatura narrativa ordinata quanto prevedibile (anche, come si diceva, nella scelta di prendersi in giro da sé).
    Tornando al plot, la (non tanto) allegra compagnia si dirige in Calabria a bordo di un camper, ma dopo un incidente stradale (il solito animale sulla carreggiata) si ritrova nel bel mezzo di una foresta da cui sembra impossibile uscire (la strega di Blair insegna). Aggiungiamo all'equazione una casa di legno disabitata in cui i nostri trovano rifugio, piena zeppa di foto inquietanti in cui contadini mascherati nella miglior tradizione del folk-horror si dilettano in misteriose cerimonie. E la situazione peggiora quando tali individui si materializzano sul luogo, accerchiano l'edificio e trucidano i nostri superstiti in sanguinosi rituali.
    Il citazionismo è feroce, dalle modalità di tortura (occhi infilzati ripresi come in Zombi 2, gambe spezzate in stile Misery) all'impatto scenografico (l'omone di vimini con vittima sacrificale ancora viva al suo interno), e certamente gli aficionados si divertiranno a cogliere questo o quel riferimento.
    Scarse tracce d'inventiva, ma soffermandosi sull'aspetto meramente formale dell'operazione c'è solo da applaudire: eccellente fotografia notturna, con tocchi angoscianti e invasivi di luce rossa nelle sequenze più concitate; montaggio audio curatissimo in supporto a una colonna sonora azzeccata; i due registi sanno il fatto loro e non temono di dimostrarlo, sfoggiando campi e controcampi arditi, piani sequenza glaciali, ralenti sontuosi e un uso intelligente del fuori campo (forse non il massimo per i gore-seeker, ma poco male). Lodevole pure la coniugazione degli stilemi del subgenre con un pizzico di cultura italica: in questo caso si parla di un presunto culto pagano dedicato a Osso, Mastrosso e Carcagnosso, leggendari fondatori della mafia, il che offre anche interessanti chiavi di lettura per i risvolti dell'ultima mezz'ora, di cui è difficile dissertare senza inciampare nello spoiler.
    Bastano simili particolari per innalzare l'opera dal mare magnum della routine? Non esattamente: per quanto pressoché inappuntabile sotto il profilo tecnico, la storia è davvero troppo derivativa per suscitare un reale interesse, o almeno una forma di gradimento obiettivo che possa ignorare il naturale campanilismo di uno spettatore del Belpaese.
    Ed è qui che De Feo e Strippoli, paradossalmente cercando di balzare al livello successivo, non fanno altro che cambiare l'indirizzo di arrivo dei loro omaggi. Approdiamo quindi al metacinema: telecamere, malsano filmmaking, arte mortale al servizio di un osservatore voyeur... Ironicamente, in questo modo i paragoni con altre pellicole sono anche meglio definibili, così che si transita dal semplice abuso di cliché a qualcosa che ha più le sembianze di un connubio di plagi. Ma anche di questo i due autori sono consci. Bisogna forse quindi salutare questo omaggio agli omaggi come un esperimento meta-metafilmico, a mo' di scatole di cinesi, una sorta di estremo sberleffo allo sberleffo? Qualcuno potrebbe annuire. E allora restiamo in attesa di un finale all'altezza, la definitiva rottura della quarta parete, il lampo di genio che faccia zittire i “polemiconi” una volta per tutte. E gli ultimi due minuti, in effetti, ci provano sul serio! Ma per quanto l'ultima sequenza sia adeguatamente maligna e caustica (con più di una frecciatina ai polemiconi di cui sopra), anch'essa ricorda troppo da vicino epiloghi sardonici già visti in gran copia sul grande schermo. Un altro metacliché da aggiungere alla lunga lista, e i polemiconi possono polemizzare ancora un po'.
    Ciò che forse avrebbe potuto davvero fare la differenza, a questi punti, è la travolgente figura della Lutz. Bellissima e delicata quando trema in balia dei suoi aguzzini, macchina da guerra dalla battuta pronta al momento della rivalsa. Aggiungendo dieci minuti al metraggio e trasformando il climax dell'ultimo atto in una specie di massacro catartico a suon di fucili e coltellacci in stile You're next o Finché morte non ci separi (un prestito cinefilo in più non avrebbe fatto danno!), strati e strati di incertezze e delusioni ancorati alla prevedibilità del racconto si sarebbero persi sotto la gratuità godereccia dei litri di sangue e la gloria trionfale del sottinteso riscatto parafemminista. Insomma, stiamo o non stiamo parlando dell'eroina di Revenge? Non è un caso che una delle ultime immagini (una Lutz provata e tumefatta che cammina al rallentatore sulla spiaggia, mentre i bagnanti scioccati la circondano scattando foto e registrando video coi loro inseparabili cellulari) sia probabilmente la più estasiante, pittorica e memorabile del lotto.
    Ma sono solo punti di vista.
    Un film imperfetto, dunque, che tuttavia si presenta benone, e, in virtù del suo perfido umorismo, riesce a sembrare meno pretenzioso di quanto in effetti sia. Se si è disposti a fare appello alla propria clemenza, specie se l'horror è un genere che si bazzica con regolarità, vale certamente una visione. Dopotutto, come scrive PADAN_666, “il regista è italiano, va supportato”.
    Questo film ha un'ulteriore meta-meta-merito, quello di averti ispirato questo bellissimo commento che sa leggere tra le tante righe dei molti strati in cui la tecnica e soprattutto l'ironia dei due registi si sono intersecate. Complimenti davvero per questo contributo appassionato sì, ma senza peli sulla lingua, che oltretutto e questo è un altro merito, si fa leggere tutto d'un fiato.
    Saluti K.

  • Daniela • 21/07/21 09:27
    Gran Burattinaio - 5847 interventi
    LA LEGGENDA di Osso, Mastrosso e Carcagnosso 
    Nel film si parla della di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, tre fratelli cavalieri spagnoli del 1400 che la leggenda vuole siano stati imprigionati per trent'anni a Favignana per aver vendicato nel sangue l'onore della sorella. Una volta liberi, i tre fratelli si sono separati e, seguendo i principi che avevano messo a punto durante la prigionia, hanno fondato ciascuno una società segreta retta da proprie leggi e con propri rituali: Osso decise di restare in Sicilia per divenire il fondatore di Cosa Nostra, Mastrosso, si stabilì in Calabria dove gettò le basi per la creazione della ‘Ndragheta, Carcagnosso proseguì il cammino fermandosi in Campania dove diede vita alla Camorra.
    Netflix, che figura tra i produttori del film e lo ha distribuito sulla sua piattaforma, ha rilasciato un video in cui lo youtuber GioPizzi parla brevemente di questa leggenda.  
  • Anthonyvm • 21/07/21 09:49
    Scrivano - 701 interventi
    Kinodrop ebbe a dire:
    Questo film ha un'ulteriore meta-meta-merito, quello di averti ispirato questo bellissimo commento che sa leggere tra le tante righe dei molti strati in cui la tecnica e soprattutto l'ironia dei due registi si sono intersecate. Complimenti davvero per questo contributo appassionato sì, ma senza peli sulla lingua, che oltretutto e questo è un altro merito, si fa leggere tutto d'un fiato.
    Saluti K.

    Ma davvero troppe grazie, Kino! :) E mi fa piacere che tu abbia gradito il film. Dopo tante delusioni tricolori era anche ora!
  • Daniela • 21/07/21 11:40
    Gran Burattinaio - 5847 interventi
    x Anthonyvm 
    Mi unisco ai complimenti di Kino per la tua disamina tanto acuta, letta subito dopo aver visto il film. Confesso che, in prima battuta, il mio giudizio si era attestato sui 2 pallini e mezzo, non per la mancanza di originalità, data per scontata, ma perché non mi aveva convinto la svolta meta-cinematografica e avevo trovato modeste le prestazioni attoriali, esclusi Lutz e in parte Mazzotta.
    Però, proprio leggendo il tuo post, ho riavvolto la pellicola in testa e ho aumentato la valutazione. Imperfetto certo, ma un horror che si fa guardare dall'inizio alla fine senza provocare orticaria per manifesta bischeraggine di questi tempi è merce piuttosto rara e quindi accetto volentieri l'invito alla clemenza :o) 
  • Anthonyvm • 21/07/21 16:28
    Scrivano - 701 interventi
    Daniela ebbe a dire:
    x Anthonyvm 
    Mi unisco ai complimenti di Kino per la tua disamina tanto acuta, letta subito dopo aver visto il film. Confesso che, in prima battuta, il mio giudizio si era attestato sui 2 pallini e mezzo, non per la mancanza di originalità, data per scontata, ma perché non mi aveva convinto la svolta meta-cinematografica e avevo trovato modeste le prestazioni attoriali, esclusi Lutz e in parte Mazzotta.
    Però, proprio leggendo il tuo post, ho riavvolto la pellicola in testa e ho aumentato la valutazione. Imperfetto certo, ma un horror che si fa guardare dall'inizio alla fine senza provocare orticaria per manifesta bischeraggine di questi tempi è merce piuttosto rara e quindi accetto volentieri l'invito alla clemenza :o) 
    Grazie mille, Daniela! Troppo buona. :D Sono lieto di aver suggerito una "spintarella" a un giudizio indulgente. Fra i recenti horror nostrani che ho visionato credo sia quello che la merita di più.

    Grazie anche per la digressione sulla leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso e il relativo video, molto interessante!
  • Kinodrop • 21/07/21 20:06
    Formatore stagisti - 123 interventi
    Daniela ebbe a dire:
    LA LEGGENDA di Osso, Mastrosso e Carcagnosso 
    Nel film si parla della di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, tre fratelli cavalieri spagnoli del 1400 che la leggenda vuole siano stati imprigionati per trent'anni a Favignana per aver vendicato nel sangue l'onore della sorella. Una volta liberi, i tre fratelli si sono separati e, seguendo i principi che avevano messo a punto durante la prigionia, hanno fondato ciascuno una società segreta retta da proprie leggi e con propri rituali: Osso decise di restare in Sicilia per divenire il fondatore di Cosa Nostra, Mastrosso, si stabilì in Calabria dove gettò le basi per la creazione della ‘Ndragheta, Carcagnosso proseguì il cammino fermandosi in Campania dove diede vita alla Camorra.
    Netflix, che figura tra i produttori del film e lo ha distribuito sulla sua piattaforma, ha rilasciato un video in cui lo youtuber GioPizzi parla brevemente di questa leggenda.  
    Grazie Daniela, non conoscevo affatto la leggenda su cui poggiano i tre pilastri della malavita nostrana. Mi guardo anche il video su youtube. Saluti K.

  • Rebis • 28/07/21 12:47
    Compilatore d’emergenza - 4350 interventi
    Grazie Anthonyvm per l'intervento sostanzioso e ben argomentato, ti leggo sempre con piacere. A me il film è piaciuto, anzi, era da un po' che non mi divertivo tanto con un horror, e la tua disamina ha incoraggiato il mio commento positivo.

    Credo sia ora di uscire da due gabbie concettuali: aspettarsi qualcosa di nuovo dal cinema horror e contrappore quello italiano a quello europeo o internazionale (evocando i gloriosi '70 - '80 che aveva caratteristiche produttive specifiche non riproducibili oggi, per certi aspetti anche per fortuna). Non c'è niente di nuovo né in Aster né in Eggers, se non a livello stilistico, nella messa in scena autoriale, come non c'era niente di nuovo in Scream (basta pensare a L'occhio che uccide o L'abominevole Dottor Phibes che già inquadravano in meta narrazione e lavoravano sulle attese del pubblico). L'horror è riproduzione e riciclo dalla nascita, è sequels senza che ci sia un fondo, è spin off e prequel, è remake e citazionismo, è emulazione, frode, sfruttamento e plagio a partire dal Nosferatu di Murnau che saccheggiava Stoker e gli affibiava un altro titolo. L'horror è così, furbo e cialtrone, ingenuo e spudorato, ma e gli vogliamo bene perché ci fa sentire a casa: ci aspettiamo la colazione al mattino e la minestra la sera, quel che conta davvero è il servizio, l'accoglienza, l'affidabilità, lo stile insomma. Spesso è il dessert a riservare qualche sorpresa. E mi sembra che De Feo, già con The Nest, abbia dimostrato di essere un buon padrone di casa.
     
    E penso abbia ragione anche sulla questione dell'horror italiano: la sfiducia è prima negli spettatori che nei produttori. Proprio quel cinema anni '70 e '80, oggi fruito tanto al chilo dalle nuove generazioni come fosse un inesauribile e strabiliante freak show di amenità o conservato nel cuore del fandom come una riserva indiana, ha creato un modello di riferimento fuorviante, deleterio, pregiudicante. Se nessuno si aspetta Franju mentre guarda Laugier, allora godiamoci De Feo senza aspettarci Fulci o D'Amato. La tavola è ben imbandita e ce n'è abbastanza, mi sembra, per trascorrere una bella serata in famiglia. Anche senza scomodare il nonno imbalsamato in soffitta :D 
  • Anthonyvm • 28/07/21 23:15
    Scrivano - 701 interventi
    Rebis ebbe a dire:
    Grazie Anthonyvm per l'intervento sostanzioso e ben argomentato, ti leggo sempre con piacere. A me il film è piaciuto, anzi, era da un po' che non mi divertivo tanto con un horror, e la tua disamina ha incoraggiato il mio commento positivo.

    Credo sia ora di uscire da due gabbie concettuali: aspettarsi qualcosa di nuovo dal cinema horror e contrappore quello italiano a quello europeo o internazionale (evocando i gloriosi '70 - '80 che aveva caratteristiche produttive specifiche non riproducibili oggi, per certi aspetti anche per fortuna). Non c'è niente di nuovo né in Aster né in Eggers, se non a livello stilistico, nella messa in scena autoriale, come non c'era niente di nuovo in Scream (basta pensare a L'occhio che uccide o L'abominevole Dottor Phibes che già inquadravano in meta narrazione e lavoravano sulle attese del pubblico). L'horror è riproduzione e riciclo dalla nascita, è sequels senza che ci sia un fondo, è spin off e prequel, è remake e citazionismo, è emulazione, frode, sfruttamento e plagio a partire dal Nosferatu di Murnau che saccheggiava Stoker e gli affibiava un altro titolo. L'horror è così, furbo e cialtrone, ingenuo e spudorato, ma e gli vogliamo bene perché ci fa sentire a casa: ci aspettiamo la colazione al mattino e la minestra la sera, quel che conta davvero è il servizio, l'accoglienza, l'affidabilità, lo stile insomma. Spesso è il dessert a riservare qualche sorpresa. E mi sembra che De Feo, già con The Nest, abbia dimostrato di essere un buon padrone di casa.
     
    E penso abbia ragione anche sulla questione dell'horror italiano: la sfiducia è prima negli spettatori che nei produttori. Proprio quel cinema anni '70 e '80, oggi fruito tanto al chilo dalle nuove generazioni come fosse un inesauribile e strabiliante freak show di amenità o conservato nel cuore del fandom come una riserva indiana, ha creato un modello di riferimento fuorviante, deleterio, pregiudicante. Se nessuno si aspetta Franju mentre guarda Laugier, allora godiamoci De Feo senza aspettarci Fulci o D'Amato. La tavola è ben imbandita e ce n'è abbastanza, mi sembra, per trascorrere una bella serata in famiglia. Anche senza scomodare il nonno imbalsamato in soffitta :D 
    Grazie mille, Rebis, e ricambio i complimenti per il tuo bel commento. Ovvio, la mancanza di originalità di un soggetto, oggi più che mai, non pregiudica di per sé il valore di un'opera (a meno che la somiglianza con un precedente non sia così lampante da annichilire del tutto l'effetto sorpresa): come si usa dire, "nessuno s'inventa più niente", "non conta la storia, ma come la si racconta", o "i grandi artisti non copiano, rubano". Credo che nel caso di questo film siamo giusto sulla linea di confine, nel senso che lo stupore non attecchisce ma l'assetto generale è top-notch, tanto da mettere in ombra certe similitudini troppo marcate. Sempre parlando di De Feo, pure The nest doveva parecchio a certi cuginetti internazionali o di epoche passate, ma lì il regista è riuscito a mio avviso a ricomporre le varie influenze in un disegno più appagante ed equilibrato. Somiglia ad altro, ma non all'imitazione di altro, cosa che invece ho avvertito guardando per esempio Il legame: ottime premesse, sterile compilation di jumpscare all'inseguimento di James Wan (un altro che sa "rubare" con stile) nella seconda parte, per di più poco spaventosi. E alla fine il succo sta lì: puoi essere l'artista più derivativo in circolazione, ma se alla fine raggiungi i tuoi scopi (che siano spaventi, risate, lacrime, sussulti o stravolgimenti mentali), posso dirti solo chapeau e tante strette di mano. Ma specie in questo caso è ovviamente questione di gusti e impatto soggettivo.

  • Rebis • 29/07/21 15:09
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    Penso che De Feo si sia cimentato con due filoni del genere horror: prima quello gotico, intimista e necroforo che apre su scenari apocalittici, poi quello folk, boschivo e selvaggio che apre su scenari meta narrativi.
    È vero che The Nest è più coeso, ma credo anche per ragioni scenografiche: tutta l'azione si risolve in una villa, in cui ha potuto lavorare sia sulla rotondità dei personaggi, sulle dinamiche relazionali e psicologiche, che su una resa più omogenea del ritmo e della fotografia. A classic horror story invece è un survival movie, più truzzo, dinamico e grottesco, incentrato sullo slasher e sulla mattanza. Credo abbia svolto in entrambi i casi un bel lavoro di messa in quadro, usando il citazionismo - inevitabile e persino atteso - con intelligenza, affetto e umiltà. Non capita spesso e non è per niente scontato.

    Non ho ancora visto Il legame, ma recupererò a breve. 
  • Capannelle • 30/12/21 22:54
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    Rebis ebbe a dire:
    È vero che The Nest è più coeso, ma credo anche per ragioni scenografiche: tutta l'azione si risolve in una villa, in cui ha potuto lavorare sia sulla rotondità dei personaggi, sulle dinamiche relazionali e psicologiche, che su una resa più omogenea del ritmo e della fotografia. A classic horror story invece è un survival movie, più truzzo, dinamico e grottesco, incentrato sullo slasher e sulla mattanza. Credo abbia svolto in entrambi i casi un bel lavoro di messa in quadro, usando il citazionismo - inevitabile e persino atteso - con intelligenza, affetto e umiltà. Non capita spesso e non è per niente scontato.
    Pienamente d'accordo e quest'ultimo film è stato una piacevole e non facile riconferma perchè il mixer dove De Feo e Strippoli hanno frullato di tutto poteva facilmente portarli verso il derivativo e/o ridicolo. Invece hanno saputo metterci sopra anche le spezie nostrane più prelibate e meno scontate senza rovinare il piatto.
  • Rebis • 31/12/21 21:46
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    Mi fa piacere che hai gradito il menù della casa :)