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USCIO E BOTTEGA

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 13/1/20 DAL DAVINOTTI
Con tutta la benevolenza che si può avere nei confronti di un film ai confini dell'amatoriale, girato tra amici e che promuove a protagonista assoluto uno storico attore teatrale toscano (anzi, “un fiorentino doc”, come viene presentato anche in tv) ormai in età avanzata, USCIO E BOTTEGA denota fin da subito seri limiti. Introdotto dalla voce di Carlo Conti che spiega il significato del titolo, espressione con cui si indica l'abitudine locale di lasciare le porte di casa aperte per permettere ai vicini di accorrere in caso di bisogno o magari solo per condividere bei momenti insieme, il film racconta della curiosa vicenda di Lapo Corsini (Salvini). Questi, abituale spettatore della trasmissione di Rai 1 “Uscio e bottega” (fittizia ovviamente, condotta in studio da un Antonio Petrocelli assai gigioneggiante), la trova artefatta, insincera e controversa nel suo affrontare troppo bonariamente i temi d'attualità. Decide per questo di scrivere alla Rai ottenendo, come inattesa risposta, un invito a partecipare! Lapo non si lascia sfuggire l'occasione e, nella trepidante attesa di amici e parenti riuniti davanti al video sulla riva dell'Arno, se ne va a Roma deciso a imporre il proprio punto di vista. Ma le sue parole sono deboli considerazioni qualunquiste, che poco colpiscono gli ospiti in studio e il conduttore. Chi ne rimane invece affascinato (Dio solo sa perché...) è nientemeno che il Papa (Monni!), il quale fa convocare Lapo in Vaticano dal collaboratore Don Felice (Militello) per un colloquio privato. O è tutto un sogno? Poco importa, a dire il vero; il problema è che il film è confezionato come capita, con un discreto gusto nell'inquadrare insistentemente le meraviglie artistiche di Firenze nemmeno fosse uno spot e sfoggiando una serie di partecipazioni straordinarie per arricchire la locandina: da Giorgio Panariello incontrato da Lapo per strada prima di partire per Roma e che in un cameo di un paio di minuti lo sprona e gli fa un bell'in bocca al lupo, alla coppia Salvadori/Giustini (pochi secondi davanti al concessionario d'auto) fino a Giancarlo Antognoni (nella medesima scena, ma si vede un po' di più) e all'immancabile Novello Novelli (appone la sua firma in grande sul vestito di un mendicante, senza dire una parola). Più spazio hanno il simpatico Sergio Forconi (un amico del bar), Katia Beni (la postina), Adelaide Foti (la nonna Ersilia), Francesco Ciampi (Schermino) e lo stesso Petrocelli, che nei panni del conduttore di “Uscio e Bottega” in tv si ricava il suo bello spazio. Brunetto Salvini, coi tempi inevitabilmente rallentati di chi non è più in verde età, fa quel che può, ma al di là di qualche bonario scherzo tra amici, delle tenere parentesi con la moglie, di un paio di sketch modestissimi (quello coll'usciere alla Rai) e dell'imbarazzante presenza nello studio televisivo a piazzar quattro concetti elementari non va. Si può capire il sentito omaggio al protagonista (nonché co-sceneggiatore), l'operazione gentile e amichevole, ma il film in sé proprio non funziona in alcun modo, privo com'è di battute che lo vivacizzino, di situazioni divertenti o anche solo brillanti che possano in qualche modo giustificarne la catalogazione tra le commedie. L'impressione è più quella della rimpatriata reverente che può suscitare simpatia, intenerire chi conosce Salvini, ma che negli altri rischia di ingenerare principalmente stupore per come si decida di far uscire certi film, più vicini per intenti e realizzazione alla goliardata, se non fosse per l'ingenua tenerezza suscitata in questo caso dal protagonista.
il DAVINOTTI