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Commenti L'IMPRESSIONE DI MMJImpressione Davinotti

Bisogna fare attenzione a capire cosa c'è dietro un film, a volte. In questo caso (e basta leggere l'elenco delle star presenti in rapporto a una produzione tanto piccola, per immaginare come non potessero che esserci buone intenzioni, alle spalle) il lavoro del sassarese Marco Demurtas parte da un laboratorio che apre le porte del cinema anche a categorie disagiate, protette, autistici, comunità di recupero di tossicodipendenti...

Il tutto converge in un film che fa il verso alla televisione e ai suoi format più popolari, con Giuseppe Giacobazzi (tra i più noti comici di "Zelig") che presenta il talent "L'era dei falliti", all'interno...Leggi tutto del quale si raccontano le storie di uomini allo sbando. Il più "meritevole", colui che riuscirà a commuovere più degli altri il pubblico, vincerà una non meglio definita "vita da star". Sfilano così, sotto le telecamere della trasmissione (che provvede a sommarie ricostruzioni), casi umani incredibili: dal tatuatore seriale (da rintracciarsi grazie a un buffissimo cane molecolare robotico che torna ossessivamente in scena presentato dal suo inventore) ad Anatol, un uomo che pretende di ottenere l'eutanasia pur non soffrendo di alcun tipo di malattia terminale. Si affrontano quindi anche temi scomodi partendo da un'ottica “privilegiata”, di chi certi problemi li affronta realmente nel quotidiano e può conoscerne le reali conseguenze. Il problema è che il film uscito dal laboratorio ha, dal punto di vista formale, seri problemi di coerenza narrativa, presentandosi come un coacervo di scene montate apparentemente a caso, sorta di brevi sketch autonomi uniti poi in un'opera corale decisamente confusa, di cui si fatica a individuare uno sviluppo organico.

Se il talent di cui sopra fornisce una traccia narrativa in qualche modo comprensibile, quando si passa ad analizzare le microstorie che animano il film, in buona parte riconducibili agli abitanti di un unico palazzo nel quale è imminente la riunione condominiale, si evidenzia la poco piacevole confusione del tutto, in cui si mescolano frasi urlate spesso con poco senso alla presenza sul set di personaggi noti inseriti come specchietto per le allodole, figurine da strillare bene in locandina per attirare gli appassionati. Funzionano male un Franco Nero che si muove nei cunicoli tra le pareti del palazzo e sua moglie che lo attende a casa (Sastri), non è meglio la coppia di cantanti disoccupati che la madre (De Sio) prova a piazzare ovunque magari anche grazie all'intercessione di chi (Giannini) potrebbe aiutarli coi soldi dello Stato.

Del tutto estraneo alla traccia principale il gruppo di giovani al call center (rimproverati dal loro infervoratissimo capo, nientemeno che Abel Ferrara!) i quali ricevono regolarmente, ad ogni chiamata, la risposta di utenti che con la voce da bambini fingono di essere i figli degli interessati al momento assenti. Ma è inutile cercare troppe spiegazioni, conviene limitarsi a osservare con simpatia gli interventi di un'icona dell'umorismo sardo come Benito Urgo o Pino e gli Anticorpi; o ancora il glorioso Pippo Franco (in uno sketch totalmente autonomo e poco in linea col resto), il redivivo Alvaro Vitali con parrucca, maggiormente inserito nella storia in qualità di nonna di una inquilina dello stabile con velleità avvocatesche: più che parlare strepita per buona parte del tempo, ma se ha un ruolo poco felice non è certo colpa sua e contribuisce a dare la sensazione di un film amalgamato e assemblato un po' troppo sommariamente. Se invece la si affronta come un'esperienza particolare resta un esperimento curioso, da seguire con occhio indulgente; il frutto di una spensieratezza cui non si può troppo imputare il non rispetto delle tante leggi non scritte del buon cinema. Un ardito hellzapoppin' fuori controllo da osservare piuttosto stupefatti...

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TITOLO INSERITO IL GIORNO 3/12/23 DAL DAVINOTTI
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