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• MEGALODON

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 25/2/20 DAL DAVINOTTI
Festeggiamo il 185° film a tema megalodon con un titolo che già la dice tutta sulla voglia di distinguersi dalla massa: MEGALODON. Diventato ormai più comune da incontrarsi in mare di un cavalluccio marino, il megalodonte come sappiamo dovrebbe essere estinto da milioni di anni; al cinema tuttavia scosti due rocce, trapani nel punto sbagliato colle trivelle e prima o poi almeno uno ne sbuca fuori. Anche qui è roba di un attimo, per l'appunto: un sottomarino russo impegnato a circa 1000 miglia dalle Hawaii per forare un cavo delle telecomunicazioni americane e carpirne i segreti finisce contro un masso, libera lo squalo e in un attimo finisce... morsicato. La bestia primordiale si presenta grande quei 50 metri standard (per il cinema, chiaro), colla testa piena di bozzi nemmeno l'avessero riempito di martellate e se la prende col batiscafo spedito poco dopo nelle profondità da una nave militare americana che passando in zona aveva individuato il sottomarino incagliato. Il batiscafo, dopo aver tratto in salvo da questo tre sopravvissuti, finisce ingoiato tipo Pinocchio ma con uno stratagemma (e non senza fatica) recuperato. Sulla nave, zeppa di marines (nel corso del film ne vedremo poi se è tanto una decina), staziona pure un ammiraglio (Madsen) presto messo in secondo piano dal capitano tuttofare Streeper (Dominic Pace, sorta di Vin Diesel in versione economica), più affine al modo di agire della comandante Lynch (Harris), pressapochista quanto lui. D'altra parte il difetto è comune all'intero film, stracolmo di buchi narrativi, scene buttate lì senza un perché (esilarante quella di due tizi in barca divorati dal megalodonte, inserita in mezzo senza uno straccio di collegamento col resto), scazzottate coi russi che appena imbarcati si dimostrano ostili e vendicativi (dopo che li han salvati da morte certa), soldati che ululando sparano in acqua senza speranza di colpire un bersaglio che manco si vede e... non ultimo, uno degli squali più rigidi e antiestetici mai creati per il cinema, che ama prendere ripetutamente a testate lo scafo della nave (da qui i bozzi in testa, probabilmente) senza mai mostrarsi in un bell'attacco ripreso come Dio comanda. Effetti speciali patetici (la nave ripresa da lontano pare un dipinto dell'Ottocento), recitazione al di sotto degli standard, sceneggiatura scritta come càpita e regia che denota carenze gravi, senza riuscire a imbastire una storia che si riesca a seguire con un minimo di interesse... Il capitano chiede cosa sia quello squalo grande come un condominio e la scienziatina cinese gli butta lì due frasette stile Wikipedia alle quali lui nemmeno presta attenzione. Abbozza interrogatori fallimentari coi russi, quando uno gli riesce arriva l'assistente a interromperlo per una scemenza e tutto salta... L'ammiraglio di Madsen (strillato come protagonista sui titoli ma quello vero è Pace, che si vede mille volte di più) vaga per il set esautorato per aver detto che il batiscafo nella pancia dello squalo non aveva senso provare a recuperarlo: si riscatterà nel finale eroico. In un oceano di retorica a stelle e strisce talmente insistita da far sghignazzare forte, le scialuppe se ne vanno per mare senza che lo squalo le degni di un'occhiata, si spara tanto per far rumore ma il grande assente - ed è forse il difetto maggiore - è proprio il megalodonte: esclusa qualche scena in cui lo vediamo scodinzolare sott'acqua o prendere a testate la nave nascosto tra gli spruzzi fa poco o niente, lasciando spazio al cast "umano": e non è un bene... Uscito su Syfy (produzione Asylum) tre giorni dopo SHARK - IL PRIMO SQUALO per sfruttarne l'eco, ha il merito di far apparire il film con Statham poco meno che un capolavoro.
il DAVINOTTI