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ALIEN SIEGE

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 17/1/20 DAL DAVINOTTI
Non è detto che quando mancano i soldi i film debbano riuscire male. Se manca anche tutto il resto c'è però una buona probabilità che il risultato si riveli per chi guarda una totale perdita di tempo. Ed è questo il caso: fantascienza d'azione con invasione aliena alla INDEPENDENCE DAY nella quale tuttavia l'umanità è ridotta a un gruppetto di sei persone di cui una è il Presidente degli Stati Uniti (Woodberry). Degli altri otto milioni minacciati da questi extraterrestri che comandano la solita navona spaziale gigantesca non v'è traccia, rappresentati al massimo da qualche risposta via radio ottenuta dai protagonisti dopo che il nerd della compagnia (Johnston) ha craccato l'impossibile per riottenere contatti col mondo nonostante i telefonini non prendano più per qualche diavoleria attuata dai nostri nemici. Si parte fieri e pimpanti, coll'esercito che lancia tre razzi contro l'astronave convinto di risolvere la questione in un attimo. Macché: c'è la barriera e per tutta risposta gli alieni che fanno? Sbriciolano la Casa Bianca seguendo l'esempio dei più blasonati colleghi portati al cinema da Emmerich. Poi inseguono per mezz'ora l'elicottero presidenziale con un disco volante evidentemente lentissimo che, invece di abbattere l'obiettivo a quattro metri, perde tempo a silurare due caccia terrestri arrivatigli in scia molto tempo dopo. L'elicottero precipita comunque quasi da solo e a salvare il Presidente e una sua fedele collaboratrice (Hadel) arriva una coppia di ragazzetti, raggiunti di lì a breve dalla mamma (Licciardi) e il papà (Pohlkamp) di lui. Riuniti, i sei cominciano ad affrontare gli alieni, la cui unica caratteristica singolare è che sono "sfocati"; pensi a un errore e invece è proprio così: li vedi spostarsi col loro bell'effetto a Photoshop disegnato sopra e i proiettili non li scalfiscono. A meno che non li becchi tra capo e collo o giù di lì, dove se miri bene li puoi far secchi pure con il forcone, come capita alla mamma; alla quale tuttavia si conficca una scheggia nella gamba provocando lagne senza sosta mentre gli altri la sostengono e le danno della "tipa tosta". E si va avanti così. L'assedio (siege) del titolo avviene nella casa di campagna dell'allegra famigliola, con il padre ex marine che ha tutto tranne la faccia da duro, il figlio nerd con amica al seguito che viola le difese del Pentagono in secondi otto per ottenere non si sa cosa, il Presidente che declama frasi dense di retorica regolarmente fuori luogo e la sua collaboratrice che pare molto più sveglia di lui. Il tutto mentre mamma Bennett soffre non in silenzio per la sua scheggia e si decide di operarla alla bell'e meglio pur di farla star zitta. Intanto gli alieni sparano e sul pratino di casa volano le pallottole prima di capire che l'arma vincente sono a sorpresa i razzetti di Capodanno e i fuochi d'artificio: se lanciati addosso agli "sfocati" gli si fa ossidare l'armatura e quelli scoppiano. Ma che cercano poi? Presto detto: un dispositivo che pare una vaschetta per lo yogurt e che a quanto pare se attivato può distruggere in un attimo l'intero universo (!); era stato consegnato a noi umani da un profugo cacciato dal suo pianeta dagli stessi alieni guerrafondai che ora ce l'hanno con noi. Un soggetto inutilmente complesso che si risolve in dialoghi aberranti, un cast allo sbaraglio spettacolarmente inespressivo (si salva la Hader) ed effetti speciali digitali di quelli che dici nel 2018 non è possibile. Nel finale, quando i nostri piazzano una palla luminescente su un palo in giardino e la schiacciano verso il basso, salta pure fuori un grosso mostro tentacolato che si dimena pazzamente. L'autentico trash, quello duro e puro, che fa più piangere che ridere, sta qui.
il DAVINOTTI