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M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: N° COMMENTI PRESENTI: 1
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 8/12/19 DAL BENEMERITO BUIOMEGA71 POI DAVINOTTATO IL GIORNO 23/1/20
Visivamente raffinato, straordinario nella resa fotografica degli interni (l'ambientazione riguarda quasi interamente le sale del network radiofonico WBN nella Chicago del 1939) quanto nella ricostruzione d'epoca, il film fallisce purtroppo nel suo intento primario, ovvero quello di intrattenere. Pensato come le tipiche commedie americane in cui non c'è un secondo di silenzio, in cui le voci degli attori spesso si sovrappongono e le battute si moltiplicano alla disperata ricerca di un effetto comico che spesso fallisce, il film di Mel Smith comincia subito a mille all'ora senza staccare un secondo e facendosi notare per una gazzarra che già nelle prime fasi infastidisce. Nel teatro della WBN si sta svolgendo la serata di debutto dell'esordio in frequenza. Sul palco si avvicendano coloro che davanti al microfono hanno il compito di raccontare solo con le parole le storie preparate dagli autori mentre nel retro il "rumorista" (Lloyd) provvede ad ambientare le situazioni ricorrendo ad ogni sorta di trucco per ricreare i suoni (passi, colpi di pistola, il caffé che bolle...). Purtroppo uno dei copioni non si trova e la segretaria factotum (Masterson) del regista deve ottenerne uno sostitutivo in meno di venti minuti. Comincia a far salire ulteriormente la temperatura mettendo gli autori in agitazione fino a quando non compare il principale sceneggiatore (Benben), casualmente suo ex marito, che accetta l'incarico ma ne approfitta per provare a riconquistarla in ogni momento. Come se non bastasse, nei microfoni rimbomba a sorpresa una voce profonda che parla per indovinelli e ad essi fa seguire, a breve distanza, un delitto. Si mescola quindi la commedia al giallo tenendo comunque quest'ultimo nettamente in second'ordine, perché l'importante è sempre sostenere artificialmente il ritmo riempiendo i silenzi con stacchi musicali della banda in studio, applausi del pubblico inquadrato in platea, short pubblicitari (solitamente con qualcuno che si traveste da pacco di sigarette, da schiuma da bagno e via dicendo) facendo irrompere nuovi personaggi non appena la scena si stabilizza troppo e cercando di infilare in mezzo a tanto bailamme qualche battuta simpatica che possa giustificare i fiumi di parole che fanno da accompagnamento costante. Entra in scena poi il tenente incaricato delle indagini (Lerner), che pare uscito da un noir, e si individua sempre più chiaramente la coppia protagonista, composta da Benben e la Masterson. In un gioco di estenuanti sovrapposizioni sul set succede tutto e niente, col risultato di trasformare già dopo i primi dieci minuti il film in un brusio incessante che non viene proprio voglia di seguire; colpa della modestia di sceneggiatura e regia, decisamente più attenta alle inquadrature che a individuare i tempi giusti. Il soggetto di George Lucas (il papà di GUERRE STELLARI, qui anche produttore) non era certo formidabile, ma la coppia che con lui già aveva realizzato AMERICAN GRAFFITI (aiutata in questo caso da Jeff Reno e Ron Osborn) non ha saputo infondervi alcuna brillantezza (d'altra parte quel vecchio classico che tornava agli anni ruggenti degli Stati Uniti non aveva nulla di umoristico), limitandosi a generare dialoghi vacui e debolissimi. La soluzione al giallo salta fuori d'improvviso senza che nessuno ne sentisse la necessità, inglobata nel rutilante rincorrersi tra i corridoi dei protagonisti. L'unica è concentrarsi sull'apparato foto-scenografico, davvero di prima classe.
il DAVINOTTI

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Buiomega71 8/12/19 18:35 - 2116 commenti

Commedia dai risvolti gialli (sulla falsariga di Invito a cena con delitto) interamente ambientata in una sgangherata stazione radio. Simpatico l'incipit che gioca con il logo della Universal, ma poi si infila una serie ininterrotta di gag demenziali hellzappopiniane dal gusto comico da cinema muto che non fanno ridere e prendono per sfinimento (come i logorroici dialoghi). Flebili omaggi cinefili (il regista impiccato alla C'era una volta il West, il finale sul tetto della radio e il biplano come in King Kong) in una fracassonata pagliaccesca assai fiacca.

• MOMENTO O FRASE MEMORABILI: Christopher Lloyd addetto agli effetti sonori (l'anguria, il melone); Il fattorino idiota perennemente ingrifato; La risata contagiosa post-delitto.
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