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TRAUMA

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: N° COMMENTI PRESENTI: 1
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 23/1/19 DAL BENEMERITO DEEPRED89 POI DAVINOTTATO IL GIORNO 21/2/19
La divisione che spezza in due il film, con una prima parte centrata su una sorta di ORE DISPERATE al femminile e una seconda in cui l'azione esce dalle mura della villa per spostarsi in un caseggiato fatiscente, rimanda a HOSTEL e più in generale al cinema di Eli Roth, anche per la cura dedicata a fotografia e messa in scena. A ciò si deve l'impatto minore della prima parte: per quanto frammentata da flashback inizialmente poco chiari o difficilmente associabili al contesto, caratterizzati da una ferocia fuori dal comune che ci fa subito intuire la direzione del film, non si discosta molto da quanto ci si può prospettare terminata la prima mezz'ora, decisamente attendista. Partiamo però dall'inizio: il prologo ci mostra uno scantinato che si fa teatro di terribili torture; d'altra parte siamo nel Cile del 1978 e si sa bene quanto al tempo si praticassero abitualmente. Nulla ci viene detto o fatto capire con chiarezza: si procede per sensazioni tra grida, violenze e un omicidio. Lo spostamento al 2011 dopo i titoli di testa ci presenta invece due sorelle (Martin e Carrere), la loro cugina (Bofill) e un'amica (Del Solar) che se ne partono in auto (Mazda 2 TS2) per raggiungere la casa di uno zio cileno. La zona è malfrequentata (basta vedere chi le accoglie al bar sulla strada), ma le quattro passano la notte in villa tra alcol e danze, felici fino a quando qualcuno non bussa alla porta. Ed entra. Padre (Antivilo) e figlio (Rios), due ceffi dall'aria spietata che infatti cominciano subito un'arancia meccanica di rara crudeltà contaminando l'aria, che si fa pesantissima, sporca di sangue e di ogni sorta di umori. Interrotto ancora da flashback che raccontano diverse età dell'assalitore più maturo e che acquistano lentamente un senso, il film mostra la sua frattura quando l'azione si sposta dalla casa: le superstiti, assieme alla polizia, cominciano a dare la caccia ai colpevoli. L'ultima mezz'ora è quella in cui si scende tra i corridoi del palazzo abbandonato, tra ambienti cupi e degradati, fumi e le figura sfuggente del killer selvaggio (suo figlio sta più in ombra), che continua a dare ampia prova di un'efferatezza fuori dal comune. La resa impeccabile degli effetti più sanguinosi colpisce: per quanto ormai assuefatti da violenze di ogni tipo, assistere a simili brutalità messe in scena con la qualità di chi il cinema lo conosce e lo domina difficilmente non turba. I richiami pretestuosi alle torture dei tempi di Pinochet aggiungono un substrato scarsamente palpabile e poco aggiungono alla definizione della personalità “nera” di chi lentamente sembra quasi trasformarsi in un emulo di Michael Myers. Il fumo negli occhi che Rojas ci getta in faccia per coprire la sua sceneggiatura minimale è lo scheletro su cui edifica orrori di maniera, improvvise esplosioni di carne e sangue che toccano anche ciò che più disgusta (bambini); gioca con le luci, le ombre, i colori, eleva la bassa macelleria a materia d'autore con la disinvoltura di chi però si ferma in superficie, di chi sottrae il mondo infernale delle torture cilene al suo vero retroterra culturale per rievocarne esclusivamente la ferocia. Catturare l'attenzione rivestendo le peggiori nefandezze con la patina scintillante del cinema più visivamente ricercato non è una novità, ma va comunque riconosciuto al film un certo rigore che lo mantiene sempre e comunque nell'ambito dell'intrattenimento superiore, accostandolo per certi versi al più noto SERBIAN FILM. L'exploitation è garantita anche da intermezzi lesbici, le interpretazioni sono buone a conferma che nulla è stato lasciato al caso. Sintomatico il titolo, che porta a deviare il pensiero in direzione di ciò per cui Rojas (autore pure dello script) parrebbe voler maggiormente caratterizzare il film per incrementarne lo spessore.
il DAVINOTTI

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Deepred89 24/1/19 0:22 - 3070 commenti

Aperta da un prologo che sembra porre le basi per un A serbian film ai tempi di Pinochet, un'ennesima variante di Non aprite quella porta, con combriccola al femminile tra lesbiche procaci e una subito riconoscibile scream queen. Al di là di qualche affondo estremo particolarmente consistente (mutilazioni, cannibalismo, stupri e si potrebbe continuare) il déjà-vu incombe, la confezione, pur corretta, non incide e le ambizioni politiche (l'attacco alla dittatura cilena) non riescono a innalzare il profilo di un horror crudo ma anonimo.
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