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LA DONNA DEL TRAGHETTO

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 22/6/18 DAL DAVINOTTI
Se il titolo guarda alla figura di Viola (Savoy), l'attenzione del regista si sposta invece su Giolý (Haber), burattinaio cui Ŕ appena morta la madre. Attraverso accenti e paesaggi l'ambientazione richiama le campagne padane (poco importa se poi in realtÓ siamo nella riserva Tevere-Farfa a Nazzano, in provincia di Roma) ed Ŕ qui che viene immersa la storia, tra il verde intorno al fiume dove Viola fa la spola da riva a riva col suo traghetto ôa manovellaö. Silenziosa lei, assorto e costantemente sovrappensiero lui, che col suo teatrino si sposta in Apecar di paese in paese per divertire i pi¨ piccoli: una tradizione di famiglia che Giolý non vuole abbandonare, nonostante i magri guadagni e una vita ai margini. Quando incontra Tommaso (Fabrini), un ragazzino affascinato dal suo mondo e entusiasta d'imparare l'arte, pare rinascere, ma sarÓ un fuoco di paglia. Anche Viola ha comunque i suoi problemi, a cominciare da un fratello invadente (Rossi) che vuol vendere la casa o almeno ampliare il giro d'affari per il traghetto costruendo gazebo e ristori. E' insomma l'incontro di due anime sole, che si conoscono ma non riescono a oltrepassare la barriera che le separa; sognano senza saper bene cosa sognare, si lasciano trasportare dalla corrente, disadattati emozionali che non sanno con chi condividere sentimenti puri, schiavi di un'ingenuitÓ che li imprigiona in un mondo a loro estraneo, che li respinge. Condotto da Amedeo Fago con toni fabieschi, il film si crogiola nei suoi lunghi silenzi compiacendosi della natura incontaminata riflessa nelle acque apparentemente immote del fiume, dona placiditÓ con l'atmosfera, si fa accompagnare da una colonna sonora (di Franco Piersanti) rivestita inevitabilmente di vitale importanza: flauti e suoni delicati acuiscono la sensazione di un racconto sospeso nel tempo, solo saltuariamente riportato alla prosaicitÓ dalle sortite di un Paolo Rossi businessman milanese al quasi-esordio (pronto al ruolo che gli affibieranno i Vanzina di lý a qualche mese) e da quelle di Giolý nelle strade in cui monta il suo teatrino. A Philippe Leroy, nel ruolo del padre di Viola, il compito di aprire una finestra sul passato dei genitori di Giolý e di confortare la figlia. Lodevoli le intenzioni di Fago (che parte da uno spunto di Haber stesso sviluppandolo assieme a Stefano Rulli e Lia Francesca Morandini), sentita e commovente l'interpretazione del protagonista (il quale spesso pi¨ che parlare sussurra), ma le pause non richieste si sprecano e nell'insieme ci si scontra con una prevedibilitÓ eccessiva nelle azioni e nei comportamenti che rischia di sconfinare nel banale, anche se poi s'affacciano qua e lÓ scene che sembrano dimostrare invece l'esatto contrario. Dolce, a tratti poetico, offre un finale in linea con certi happy ending favolistici, chiara conferma della direzione scelta. Un cinema d'autore a tratti ispirato, quasi avatiano per la delicatezza del tocco e favorito dalla scelta di location inconsuete, ma in definitiva piuttosto inconcludente.
il DAVINOTTI