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CRAPPY TOILET

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 16/5/18 DAL DAVINOTTI
Un breve e confuso mix di generi (la durata scavalla di pochi secondi i fatidici 60 minuti del mediometraggio) in bilico tra horror, thriller e grottesco per dare vita a tre episodi più uno "di cornice" (e complessivamente quasi più lungo). Quest'ultimo contiene l'intuizione forse migliore e cioè quella che dà il titolo al film: un water parlante (e sporco al limite del ributtante) che comincia raccontando i suoi incontri per poi introdurre i tre episodi. Si parte con KABUTLA (13'), inizialmente solo un insieme di brevi flash in cui quattro giovani, in fuga e ricercati dalla polizia, entrano in una chiesa abbandonata (diroccata e senza tetto) dove un prete officia una messa. Poi stacchi su di loro distesi sull'erba, in cammino tra le rocce, in preda a visioni mariane sulla cui interpretazione ci si può anche scervellare senza però che se ne distingua la qualità. Sempre meglio della seconda parte, in cui un tizio (Sofia) straparla di un demone che lo dovrà possedere: camera fissa su di lui all'interno di un cunicolo illuminato, scarsa capacità di coinvolgere nel racconto e, per chi guarda, un grande punto interrogativo. In OUT (8'), se non altro, gli obiettivi sono più chiari: una parodia tra POMODORI ASSASSINI e PICCOLE BOTTEGHE DEGLI ORRORI, condotta però senza la brillantezza dei modelli e semplicemente immaginando che a un ragazzo (Treviso) il vicino di casa regali un bonsai con i consigli per annaffiarlo e un avvertimento: “Occhio: le piante rubano ossigeno”. Solo un modo di dire? No: il giovane muore e arrivano i detective, ma il tutto non va molto oltre questo semplice riassunto, considerata anche l'esigua durata. Chiuso l'episodio con il tipico “che fine hanno fatto i protagonisti” si ritorna nella toilette che lega i diversi segmenti, dove questa volta ad entrare è un trans. Un break che ci porta a JUST MARRIED (14'), l'episodio vagamente più ambizioso e girato in vhs come un vero filmino amatoriale (non che il resto a dire il vero se ne distacchi poi troppo, come stile). Una donna in maschera si confessa e ci racconta (in veste di narratrice) la storia dell'uomo che deve sposare, il quale vive indossando un sacco bianco calato in testa. Evidente come, più di ciò che accade sullo schermo (pressoché nulla), conti lo stile scelto per la messa in scena (talvolta si passa al seppiato), volutamente poveristico e da artista maledetto, con un insistito uso di diverse maschere che vorebbero suggerire forse spersonalizzazione o concetti che (come quasi tutti quelli espressi nel film) restano soprattutto nella testa di chi li ha concepiti. Come “bonus” la lunga danza seminuda di una ragazza in tacchi a spillo su una pizza (si ripeterà in seguito durante una delirante parentesi “lynchiana”). Meglio si va con l'epilogo, in cui uno spettatore del film, seduto a casa con una bavagliola del “Club dei porcelloni”, resta talmente deluso da quanto visto da prendere a ginocchiate la tv e decidere di andare alla ricerca del regista Paolo Treviso (che ha appena visto citato sui titoli di coda e che evidentemente conosce) per fargliela pagare. Scelto un coltello come arma, gli suona alla porta. Questi, compresi gli intenti del tizio, scappa dando il via a un'interminabile fuga che ci porta se non altro a godere di alcuni suggestivi scenari naturali ripresi in una luce spettrale. Ci sarebbe anche un poliziotto che si aggiunge alla corsa, ma è giusto una gag tirata per le lunghe (come molte altre, d'altronde). Musiche finalmente ben scelte per quella che è una chiusura grottesca quanto a suo modo (relativamente) spassosa, pur se non ci si scrolla di dosso l'impressione del film girato per scherzo tra amici. La chiusura, dopo l'unico momento splatter in toilette, apre a un'ultima scena che sa di presa in giro: un inserviente, per sei interminabili minuti, non fa altro che pulire piastrelle e pavimenti del gabinetto infischiandosene del cadavere sul water. Quando alla fine dei titoli di coda l'attore che interpretava il prete dice in macchina: “Hai visto CRAPPY TOILET? Quindici Ave Maria, sette Pater Noster, quattro ore in ginocchio sui ceci!” non possiamo che abbassare il capo e idealmente eseguire. Una simpatica e consapevole ammissione da parte degli autori che però ci fa riflettere sull'utilità di quanto visto. Qualche idea forse c'era, ma frullare tutto in un magma da interpretare o – in alternativa – da fruirsi come una surreal-parodia più associabile a certi filmati di Youtube è un po' ingenuo; così come troppo da “home movies” è la realizzazione, che ci fa sperare in un Treviso in futuro dedito a progetti più ragionati e professionali. Buone ad ogni modo la scelta di alcune location e – in alcuni frangenti – la fotografia.
il DAVINOTTI