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SHERLOCK HOLMES AL CINEMA
giovedì 31 gennaio 2013
DALLA PAGINA ALLO SCHERMO (PASSANDO PER IL TEATRO)...
Il personaggio di Sherlock Holmes è uno dei più rappresentati e citati in assoluto (vedi lo speciale a lui dedicato), contendendo il primato di apparizioni cinematografiche solo a Dracula. La filmografia, tra adattamenti cinematografici e televisivi, sfiora i quattrocento titoli (per la maggior parte inediti in Italia) ascrivibili ai generi più disparati: giallo, commedia, poliziesco, horror, thriller, spionaggio, avventura, azione, cartoni animati e fiction tv. Questo perché, come ogni autentico mito, quello di Sherlock Holmes è sempre attuale e si presta ad essere letto e raccontato in maniera diversa a seconda delle epoche: investigatore pulp negli anni trenta, spia patriottica durante la guerra mondiale, soggetto da psicanalisi negli anni settanta, fino all’action hero da videogame dei giorni nostri.

Il rapporto tra Sherlock Holmes e il cinema nasce subito: solo all’epoca del muto, tra corti e mediometraggi, si contano circa 80 film. La sua prima apparizione sullo schermo risale al 1900 nel cortometraggio americano Sherlock Holmes baffled, un breve filmato divertente in cui il detective è esasperato da uno scassinatore che scompare e riappare magicamente (grazie all’uso dello “stop motion” di Georges Méliès). Negli Usa seguono presto altri episodi “seri” (Adventures of Sherlock Holmes, del 1905 con Maurice Costello, e molti altri), ma curiosamente perfino in Italia il nome del personaggio viene sfruttato in cortometraggi spettacolari, potremmo definirla “exploitation”: Un rivale di Sherlock Holmes (1907), Fricot emulo di Sherlock Holmes (1913), Rodolfi emulo di Herlock Sholmes (1915, che curiosamente usa lo pseudonimo-anagrammato dei racconti di Maurice Leblanc), Saetta più forte di Sherlock Holmes e Camillo emulo di Sherlock Holmes (1921).

ImageCome si è visto nel “canone” di Doyle non si trova traccia dei più celebri cliché holmesiani. L’iconografia di Holmes come la conosciamo oggi ha come principale responsabile Sidney Paget, l’illustratore i cui disegni accompagnavano l’uscita dei racconti di Doyle sulle pagine dello Strand Magazine, e a cui il cinema si è conseguentemente rifatto: a lui si deve l’introduzione del berretto deerstalker e altri paraphernalia, ma non solo. In particolare Paget si ispirò alle fattezze di suo fratello Walter (a sinistra) definendo così anche la tipizzazione lombrosiana del genio dalla fronte spaziosa e dal naso aquilino: nel fratello Paget trovò un modello “fisico” per il suo Holmes che si sovrappone benissimo a quello “spirituale” che fu il dottor Bell per Doyle. ImageLo stesso dicasi per Watson: Paget e altri illustratori avevano già preso l’abitudine di raffigurarlo coi baffi e con una bombetta, senza aspettare che Doyle ne fornisse una descrizione fisica. Un ruolo senz’altro determinante nella codificazione di Holmes lo svolse anche l’attore americano William Gillette (a destra), che pur avendo realizzato per il cinema un solo Sherlock Holmes (1916) fu però il primo - sin dal 1899 - a impersonare il personaggio in teatro e a scriverne di suo pugno avventure originali. A Gillette si deve, oltre alla definitiva consacrazione del deerstalker e della vestaglia (già disegnati da Paget), anche il soprabito Inverness, la pipa Calasbah dalla caratteristica forma curva, ma soprattutto il conio del fatidico motto “Elementare, Watson!”, che forse ha reso il detective più antipatico e saccente del dovuto, ma innegabilmente gli ha cucito addosso uno slogan immortale.
 
C’è da dire che Doyle, autore anche di romanzi storici e di un capolavoro di fantascienza quale Un mondo perduto, dopo i primi successi aveva iniziato a considerare Sherlock Holmes un mero ostacolo al suo serio riconoscimento letterario, per cui provò a sbarazzarsene più volte (addirittura facendolo morire e ritornare, su pressione del pubblico, prima con avventure retrodatate alla sua morte, poi resuscitandolo con un colpo di teatro). In seguito questo rapporto di amore-odio troverà un più sereno equilibrio: se quando William Gillette aveva per primo chiesto il permesso di impersonare Sherlock Holmes a teatro Doyle gli aveva risposto “Potete farne quello che volete, anche ammazzarlo”, nel 1912 lo scrittore accetta di buon grado di supervisionare una serie di film di coproduzione franco-inglese (Sherlock Holmes, interpretata da George Treville). Negli stessi anni si registrano adattamenti indipendenti (cioè non autorizzati ufficialmente dallo scrittore) soprattutto negli Usa, ma anche dalla Danimarca e dalla Germania. ImageIl più importante Holmes dell’era del muto però è senza dubbio l’inglese Eille Norwood (a sinistra) che tra il 1921 e il 1923 interpreta più di cinquanta storie di Doyle, detenendo ancora oggi il record di interpretazioni. Pare che lo scrittore fosse soddisfatto degli attori, ma non fosse invece per nulla convinto dell’aggiornamento contemporaneo nell’ambientazione delle vicende (e da questo punto di vista non aveva ancora visto niente). Già, perché come abbiamo visto Holmes si è “ufficialmente” ritirato nel 1903, ma la quantità di avventure vissute fino ad allora è tale che addirittura nel 1927 (insieme alla nascita del cinema sonoro) Watson-Doyle sta ancora pubblicando a grande richiesta gli ultimi casi inediti del suo archivio.

Del resto le potenzialità del cinema parlato si accordano molto meglio con la natura letteraria dei personaggi, aprendo la strada al mito cinematografico di Sherlock Holmes così come lo si intende classicamente oggi: in The return of Sherlock Holmes (1927, con Clive Brook, inedito in Italia) il significato del titolo non viene spiegato né ha alcuna attinenza con l’omonima raccolta di racconti: probabilmente il “ritorno” cui si allude è proprio quello del personaggio, già abusatissimo nel muto, nella nuova era cinematografica. Sebbene il primo film sonoro dedicato al personaggio non abbia altri meriti per essere ricordato, la svolta è dietro l’angolo.


ImageGLI ANNI TRENTA E QUARANTA
Negli anni ’30 Sherlock Holmes viene interpretato più volte da Clive Brook (a sinistra), da Reginald Owen e da Arthur Wontner (a destra), in film quasi tutti inediti in Italia. Non c’è da dolersi per la serie con Brook, che fornisce un’incarnazione molto distante dal personaggio originale (fu l’unico Holmes del cinema a sposarsi in un film e a morire in un altro). ImageFallimentare anche la prova del grassoccio Reginald Owen, che dopo aver già fatto da spalla a Brook nei panni di Watson viene inopinatamente promosso al ruolo di Sherlock Holmes in un adattamento di A study in scarlet del 1933, diventando l’unico attore ad aver rivestito al cinema entrambi i ruoli e stabilendo così un singolare primato, che tuttavia non ha altri motivi per essere ricordato. E' un peccato invece per lo stempiato Wontner, che aveva il physique du role giusto tanto da essere il primo Holmes a ricevere consensi di critica e perfino la personale approvazione della vedova Jean Doyle (Sir Arthur si era intanto spento nel 1929).

Alla fine del decennio inizia il fortunato ciclo che vede protagonista Basil Rathbone (qui sotto) nei panni di Sherlock Holmes affiancato da Nigel Bruce in quelli del Dottor Watson. La serie conta quattordici film in sette anni, ed è ancora oggi una delle più celebri (anche in Italia, dove quasi tutti gli episodi furono distribuiti da subito). Rathbone era considerato un attore sgradevole e veniva utilizzato perlopiù in ruoli da antagonista (come il patrigno di David Copperfield, Tebaldo in Romeo & Giulietta, lo sceriffo di Robin Hood e di Zorro); Sherlock Holmes è il suo unico personaggio positivo, e guarda caso non è un eroe qualsiasi ma una maschera che necessita della giusta dose di cinismo e ambiguità. Nonostante molti film della serie appaiano piuttosto invecchiati e addirittura “traditori” nei confronti dei personaggi, è proprio la perfetta aderenza fisica dell’attore britannico (straordinaria la sua somiglianza con Walter Paget) ad aver portato le avventure di Rathbone agli onori di tanta gloria. Il primo episodio, Il cane dei Baskerville (1939) diretto da Sidney Lanfield è una trasposizione fedele (già la settima, per la cronaca) dell’omonimo romanzo, che conserva il suo fascino ancora oggi. Curiosamente il film si preoccupa di censurare il fatto che la sorella dell’assassino fosse in realtà sua moglie, ma inserisce un sorprendente accenno alla tossicodipendenza di Holmes nella battuta finale (“...è stata una giornata pesante, scusate. Watson, l’iniezione!”) che era invece assente nel romanzo. ImageIl successivo Le avventure di Sherlock Holmes (1939) diretto da Alfred L. Werker è invece una storia apocrifa ispirata alla vecchia commedia omonima di William Gillette, che introduce la lotta tra Holmes e Moriarty. Dopo i primi due film però la produzione passa dalla 20th Century Fox alla Universal, e con tale cambio l’ambientazione della serie smette la ricostruzione d’epoca per divenire contemporanea (Doyle, che aveva già manifestato perplessità al riguardo vent’anni prima con i film di Norwood, si sarà probabilmente rivoltato nella tomba).  I film successivi, quasi tutti diretti da Roy William Neill e accomunati dalla stessa sigla nei titoli di testa, iniziano con la dicitura “Sherlock Holmes non ha età ed è immortale. La continuazione delle sue avventure ai nostri giorni è una logica prosecuzione”. Ma l’esigenza, più che narrativa o stilistica, appare meramente bellica: con la Seconda Guerra Mondiale anche l’uso del personaggio di Sherlock Holmes diventa utile alla propaganda e il detective che ha fatto del mito della razionalità una filosofia di vita viene ridotto al rango di un qualsiasi agente speciale “al servizio di sua maestà britannica”, ma in realtà lo stile è funzionale soprattutto alla campagna americana di sensibilizzazione all’interventismo, come i tipici Why-we-fight movies di Frank Capra.  In seguito questa deriva spionistica è abbondantemente rientrata e le ultime avventure della serie riportano Holmes alla dimensione del giallo deduttivo, comunque mantenendo ingenue concessioni alla spettacolarità d’epoca. Dalla conquista della contemporaneità non si torna più indietro, ma significativamente col venire meno dell’esigenza ideologica nelle trame va sfumando anche l’insistenza sui gadget moderni. In fin dei conti pochi film della serie sono tratti da storie di Sir Arthur Conan Doyle (Sherlock Holmes di fronte alla morte), altri se ne inspirano solo vagamente (La voce del terrore, L’arma segreta, La donna ragno), altri risultano pienamente holmesiani pur narrando storie nuove (Sherlock Holmes a Washington, L’artiglio scarlatto), altri invece appaiono ispirati ai personaggi solo nominalmente, e addirittura piuttosto discutibilmente (Fuga ad Algeri). Eppure Basil Rathbone riesce comunque, solo con la sua faccia, a convincerci di essere Sherlock Holmes anche se è vestito come Humphrey Bogart, ascolta la radio, guida l’automobile, viaggia in aeroplano e cita aforismi di Winston Churchill. Il Watson pasticcione di Nigel Bruce poi, è uno dei principali responsabili della canonizzazione caricaturale del personaggio: ma anche questo, piaccia o meno, è entrato a far parte del mito.

ImageGLI ANNI CINQUANTA E SESSANTA
Negli anni Cinquanta il cinema sembra momentaneamente perdere interesse per il personaggio di Holmes: perseverare nell’aggiornamento delle ambientazioni (come ancora si faceva dieci anni prima) diventa di colpo impossibile, perché il gap tra la figura del detective e il mondo contemporaneo si è fatto troppo largo. Da qui in poi la figura di Holmes viene riportata alla sua era; questo non significa tuttavia che Holmes esca dal mito per tornare ad essere relegato nella storia: il cinema del passato ha intanto reso possibile una dilatazione del mondo di Holmes, la cui epoca oscilla disinvoltamente tra quella vittoriana e quella edoardiana, per spingersi talvolta fino agli anni ‘20. In questo periodo vengono realizzate due serie televisive: una di soli sei episodi interpretata da Alan Wheatley (Sherlock Holmes, 1951), che ha il merito di recuperare un rapporto diretto con l’Holmes di Doyle; a seguire quella con Ronald Howard (a destra: Sherlock Holmes, 1955) di ben trentanove episodi, peraltro non tratti da Doyle ma basate su storie originali di notevole livello (visto che il produttore Sheldon Reynolds non possedeva i diritti sul “canone”)
Alla fine del decennio, in pieno boom degli horror da drive-in, la produzione Hammer decide di rilanciare il personaggio di Holmes nello stile gotico dei suoi Dracula e Frankenstein. Ovvia dunque la scelta di soggetti che tornano a vertere più sul mystery-gotico che non sul poliziesco di spionaggio: La furia dei Baskerville (1959) diretto da Terence Fisher è la nona versione del romanzo ed è anche il primo film a colori dedicato a Sherlock Holmes. Protagonista è uno spiritato Peter Cushing, che interpreta il detective ripetendo sostanzialmente il personaggio dell’ammazzavampiri Van Helsing, mentre al “Dracula” Christopher Lee viene affidata la parte di Sir Henry Baskerville. Il successivo La valle della paura (1962) è ancora diretto da Fisher ma meno riuscito del precedente: si caratterizza per una produzione più povera (impianto più teatrale e ritorno al bianco e nero) e stavolta è proprio Christopher Lee ad interpretare Holmes. Sullo stesso solco horror della Hammer segue Sherlock Holmes – Notti di terrore (1965) di James Hill, in cui il detective affronta il caso del coevo serial killer Jack lo Squartatore; il protagonista è l’incolore John Neville, che con la sua aria così “pulitina” ha più il physique du role di Bruce Wayne versione Adam West che di Sherlock Holmes.  

ImageAlla fine degli anni Sessanta proliferano anche nuove serie televisive: la più nota è quella inglese prodotta dalla BBC (Sherlock Holmes, 1965-’68) che dopo un primo ciclo in bianco e nero con Douglas Wilmer (a sinistra) consacra di nuovo Peter Cushing nei panni per lui ormai naturali di Holmes, in una seconda stagione a colori. Wilmer ebbe il merito di proporre un’interpretazione più ironica, che per la prima volta non si limitava a impersonare Holmes come una mera macchina pensante ma calcava la mano sull’eccentricità del personaggio, rappresentandolo come un vanesio ricco di idiosincrasie; forse l’Holmes di Wilmer somiglia un po’ più al Poirot della Christie; echi della lezione di Wilmer sembrano presenti in interpretazioni più recenti come quella di Jeremy Brett e Rupert Everett, ma sarà il più raziocinante e paternalista Cushing, con il suo volto affilato e i suoi occhi spiritati, ad ottenere i maggiori consensi di pubblico e a confermare uno stereotipo dominante e duraturo; Imagemeritatamente anche, perché Cushing è a tutt’oggi ricordato come uno dei più incisivi interpreti del personaggio: un po’ come accadde già a Basil Rathbone, abituato a ruoli da antagonista, Cushing ebbe in Holmes l’occasione di interpretare un eroe che gli avrebbe portato un aumento di simpatia dal pubblico, pur conservando l’aurea “orrorifica” del suo cinema. Ad affiancare sia Wilmer che Cushing c’è Nigel Stock (a destra con Cushing) che finalmente supera il Watson “comico” e pasticcione disegnato con successo da Nigel Bruce. In tutto la BBC realizza ventisei episodi di un’ora adattati dai racconti originali di Doyle, e malgrado la relativa povertà di mezzi (in particolare per quel che riguarda le scenografie, di impianto molto teatrale) è comunque un vero peccato che la seria sia rimasta inedita in Italia (è disponibile in dvd con l’audio originale in inglese e il doppiaggio spagnolo).
ImageVale la pena segnalare l’esistenza anche di una contemporanea serie tedesca (Sherlock Holmes, 1968) di sei episodi con Erich Schellow, anch’essa inedita in Italia.
Parallelamente però anche la nostra RAI, che all’epoca si dedica agli sceneggiati gialli assiduamente e con successo, realizza nel 1968 due fiction a puntate tratte dai romanzi di Doyle: L’ultimo dei Baskerville e La valle della paura, con la regia di Guglielmo Morandi, vedono Nando Gazzolo (a sinistra) nei panni di Sherlock Holmes affiancato da Gianni Bonagura in quelli di Watson. Lo stile è quello tipicamente teatrale (per recitazione, scenografie, ritmo) degli sceneggiati RAI dell’epoca, tuttavia si tratta a tutt’oggi dell’unica produzione italiana dedicata al detective, e questo è sufficiente ad aver reso l’interpretazione di Gazzolo un culto per tutti gli sherlockiani di casa nostra.

GLI ANNI SETTANTA
“Sono finiti i tempi di Sherlock Holmes”, commentava il commissario di A doppia faccia, uno dei più significativi thriller italiani precursori della stagione argentiana. Quanto al predominio dello stile deduttivo nell’egemonia del giallo, aveva senz’altro ragione. Ma negli anni della controcultura e del successo di massa della psicanalisi, il cinema riscopre Holmes rileggendolo alla luce dei suoi aspetti più imbarazzanti: la misoginia, da cui la solitudine, da cui la malinconia, da cui l’uso di droghe, gli sbalzi d’umore, la dichiarata (benché “ante-litteram”) depressione…  l’attenzione del pubblico cade ora sulla sua “Vita privata”, concentrandosi con morbosa attenzione su tutte quelle caratteristiche che in Doyle trovano ampia certificazione ma che il cinema aveva quasi sempre taciuto, preferendo ridurre l’indole bohemien di Holmes a vizi minori come il tabacco e a stravaganze più largamente accettabili come l’hobby del violino e degli esperimenti di chimica, per rendere la sua figura più rassicurante. Anche se non vengono meno le classiche trasposizioni didascaliche e agiografiche (tra cui si ricorda una ennesima riduzione televisiva de Il mastino dei Baskerville con Stewart Granger, 1972), paradossalmente i film più intimamente holmesiani di quest’epoca non sono tratti da Arthur Conan Doyle:

ImageVita privata di Sherlock Holmes (1970) di Billy Wilder è tratto dall’omonimo romanzo dei coniugi Michael e Mollie Hardwick; si tratta del “film più cattivo di un grande regista” [Mereghetti] che mostra “un Holmes vulnerabile, che cade preda di un intrigo amoroso e non risolve il caso” [Wilder]. Il detective, qui interpretato dallo shakespeariano Robert Stephens (a destra), è un dandy malinconico, snob, cinico, tossicomane e maliziosamente effeminato, che ricorda più Oscar Wilde che i precedenti Holmes del cinema, arrivando a cadere preda di un’inedita (per se disincantata) debolezza sentimentale per la sua cliente. Ciò non vuol dire che Holmes si sia tutt’a un tratto rimbecillito e che non abbia capito nulla: le sue deduzioni, prese singolarmente una ad una, sono tutte logiche e giuste come al solito, ma nonostante questo gli sfugge completamente il quadro d’insieme: siamo di fronte alla sconfitta della ragione, vanificata e soggiogata dal caos irrazionale che governa il mondo reale. Non a caso a Christopher Lee, già interprete di un Holmes canonico, viene riservata la parte del fratello, quel “machiavellico” Mycroft Holmes che lavora segretamente per il Governo.  Non meno importante il Watson di Colin Bakley, che pur rasentando tratti macchiettistici affronta in maniera finalmente diretta (anche se da vittima calunniata dall’amico) la natura di “coppia” dei due amici, sui quali aveva sempre gravato un malizioso sospetto di omosessualità da parte del pubblico.

ImageNella stessa direzione del capolavoro di Wilder si muove Sherlock Holmes soluzione sette per cento (1976) di Herbert Ross: in questo film, scritto da Nicholas Meyer a partire da un suo romanzo, la dipendenza dalla cocaina ha ormai ridotto Holmes ad un insalubre paranoico e Watson decide allora di portarlo a Vienna per farlo curare da un medico che sembra si sia specializzato nella cura dell’isterismo: nientemeno che Sigmud Freud! Il detective riesce così a disintossicarsi e a risolvere un nuovo caso, ma soprattutto la psicoanalisi lo libera dall’ossessione per “il genio del male” Moriarty (elemento in effetti talmente insistito da sembrare quasi “irragionevole”), chiaramente fornendone una spiegazione in chiave edipica. Holmes viene interpretato dal bravo e misconosciuto Nicol Wiliamson (qui a sinistra), un celebre villain di Colombo, ma soprattutto si ricorda l’interpretazione di Robert Duvall nei panni di Watson, che forse per la prima volta rende giustizia a un personaggio che al cinema aveva sempre brillato di luce riflessa. Tali film vennero accolti all’epoca come delle semi-parodie, ma in realtà si tratta di riletture colte e brillanti che il tempo ha giustamente rivalutato.

ImageMeno riuscito è invece Sherlock Holmes a New York (1976) che pure cerca di seguire la stessa strada degli altri Holmes “alternativi” rimettendo il detective sulle tracce di Irene Adler, l’unica donna per la egli abbia mai mostrato interesse; a Roger Moore (a destra) il ruolo di Holmes non calza proprio perfettamente (sembra quasi più una versione ottocentesca del Lord Brett Sinclair di Attenti a quei due) ma alla fine ci si abitua. Non è eccelsa neanche l’interpretazione del canadese Christopher Plummer che, dopo una riduzione televisiva del racconto Silver Blaze (1977), è protagonista anche del discreto Assassinio su commissione (1979) che mette di nuovo Holmes sulle tracce di Jack lo Squartatore, con risultati nel complesso più coraggiosi del precedente Sherlock Holmes – Notti di terrore dato che il film sposa la stessa ipotesi ormai celebre sull’identità del serial killer poi fornita anche nei celebri Jack Lo squartatore (1988, con Micheal Caine) e La vera storia di Jack lo squartatore (2001, con Johnny Depp): Sherlock Holmes naturalmente ha capito tutto ed è pronto allo scandalo, ma il potere di Stato lo mette a tacere. Alla fine del decennio inizia anche la serie sovietica, che tra il 1979 e il 1983 vede il russo Vasili Livanov protagonista di nove film per la tv, esportati con successo anche all’estero ma non in Italia.
 

ImageDAGLI ANNI OTTANTA AD OGGI
La serie tv Sherlock Holmes & il dr. Watson (1980) con Geoffrey Whitehead e Donald Pickering (a destra, con al centro Patrick Newell nei panni dell’ispettore Lestrade) si ricorda con piacere: si tratta di una bizzarra coproduzione americana (girata in Polonia con quote anche italiane nel cast tecnico) che essendo prodotta di nuovo da Sheldon Reynolds propone storie apocrife, alcune delle quali riprese dalla sua vecchia serie degli anni Cinquanta. Le sceneggiature si avvalgono della prestigiosa collaborazione di Anthony Burgess (che andrebbe ridimensionata a una semplice revisione). Si tratta di ventiquattro brevi episodi di appena venticinque minuti, tra i quali l’unico (quasi di contrabbando) che adatta un’avventura di Doyle è Il caso della fascia maculata. La serie merita anche di essere ricordata come l’unico titolo in cui il personaggio di Watson assurge agli onori della menzione accanto al protagonista.

Ma negli anni Ottanta sono molti i prodotti televisivi holmesiani, e si ritorna a cercare la figura dello Sherlock più classico, per il quale vengono scomodati gli attori più disparati: Frank Langella (guarda caso un altro ex-Dracula) è protagonista di un televisivo Sherlock Holmes (1981) basato sul vecchio testo teatrale di William Gillette; l’ex-“Doctor Who” Tom Baker è protagonista di un inutile e prolisso Mastino dei Baskerville in quattro puntate (1982); Ian Richardson è uno splendido protagonista nei tv-movie Il segno dei quattro e Il mastino dei Baskerville (1983). È come se il pubblico si sentisse ancora orfano di Basil Rathbone e la ricerca spasmodica di un nuovo Sherlock Holmes fosse un problema irrisolvibile: tant’è che nel 1984 viene addirittura richiamato in servizio Peter Cushing (ormai davvero troppo vecchio per la parte) per La maschera della morte (tv-movie basato su una storia inedita non tratta da Doyle).  La stessa sorte seguirà anche Christopher Lee, che tornerà a interpretare un Holmes decrepito in Incident at Victoria Falls (1992).  

ImageFinalmente nel 1984 inizia la serie che farà la felicità degli holmesiani di tutto il mondo: Le avventure di Sherlock Holmes della Granada television. Finalmente una serie che recupera le pagine di Doyle (nella versione originale anche i titoli delle stagioni seguono quelle delle raccolte di racconti),  che può contare su una produzione ricca e accurata nella ricostruzione della Londra vittoriana (venne costruita in studio una riproduzione di Baker street a grandezza naturale), ma soprattutto sull’unico attore che sia riuscito a strappare a Basil Rathbone il primato di “vero” Sherlock Holmes: Jeremy Brett (a destra), faccia lombrosianamente razionale (dopotutto c’è qualcosa di mostruoso in quella macchina pensante), ma capace di incarnare anche quella nota di arroganza e permalosità che Rathbone non mostrava mai. Watson è interpretato nella prima stagione dall’ottimo David Burke e poi sostituito dall’altrettanto valido Edward Hardwicke, ma il cambio è quasi impercettibile tanto Brett catalizza l’attenzione su di sé.

Le sceneggiature possono vantarsi di essere le più fedeli alle pagine originali proprio grazie all’intransigenza di Brett: completamente assorto dal suo personaggio (leggeva Doyle anche durante il tempo libero) l’attore aveva imposto sul set una “bibbia” di 77 pagine da lui preparate su tutte le più dettagliate abitudini di Sherlock Holmes. Ora apatico, ora su di giri, ora drogato, ora pronto allo scontro fisico, ora trasandato, ora vanitoso, ora scontroso, ora gentiluomo, con il suo fascino ambiguo Brett riesce a rendere perfettamente tutte le sfaccettature dell’Holmes letterario. Il segreto della ricetta è anche un saggio compromesso tra la devozione alle pagine originali e i cliché dell’iconografia cinematografica che si era sovrapposta nel frattempo, saltuariamente inseriti con intelligenza andando trionfalmente incontro al desiderio dello spettatore: così l’Holmes di Brett fuma molte sigarette e pipe di varia foggia, tra cui anche una Calasbah; in alcuni episodi indossa un cappello deerstalker ma solo in campagna, mai (giustamente) in città! Per i fan Brett è Sherlock Holmes, fa piazza pulita di tutti i suoi predecessori (nonché dei successori); interpretazione che col tempo rischia di sembrare gigionesca, ma è proprio il caso di dire che Brett in Holmes ci mise tutto sé stesso: caduto in depressione dopo la morte di sua moglie, passò un periodo in una clinica psichiatrica a causa di un disturbo bipolare (che probabilmente sarebbe stato diagnosticato anche ad Holmes, se fosse vissuto più tardi) e l’interpretazione di Holmes diventò la sua costante ossessione fino alla prematura scomparsa, nel 1995, che ha decretato la chiusura anticipata della serie.

ImageTra il 2000 e il 2002 una serie di tv-movie canadesi (Il mastino dei Baskerville, Il segno dei Quattro, Scandalo in Boemia, Il vampiro di Whitechapel, visti anche in Italia sulle pay-tv satellitari) hanno per protagonista l’interessante Matt Frewer (a sinistra) che sembra confrontarsi soprattutto con la strada segnata da Jeremy Brett, insistendo su un Holmes androgino e nevrotico, ma senza cercare di emularne la statura tragica. Piuttosto sceglie la carta di una raffinata ironia, recuperando anche l’Holmes “mattacchione” di Douglas Wilmer. Ben spalleggiato, va detto, dall’eleganza di Kennet Welsh nel ruolo di Watson. Nel frattempo c’è spazio anche per un ennesimo, superfluo adattamento de Il mastino dei Baskerville, di cui proprio non si sentiva la mancanza, con il pessimo Richard Roxburgh (che con sgradevole incuranza non esita a farsi una pera di cocaina davanti a Watson) buon candidato alla palma di peggior Holmes di sempre. ImageIndovinata e affascinante è invece l’interpretazione di un Rupert Everett (a destra) invecchiato e decadente nel tv-movie della BBC Sherlock Holmes e il caso della calza di seta (2004): storia nuova, non tratta da Doyle, che sfrutta abilmente molti clichè del personaggio (spesso sotto effetto di droghe, brusco con la padrona di casa e dispettoso con il neo-marito Watson, a cui rinfaccia anche il fatidico “elementare”); ma la scelta di costruire un’atmosfera dark con un caso di feticismo e un ex sex-symbol ormai sfatto (quello lì con la faccia di Dylan Dog) è una novità che in questo caso si rivela azzeccata. La ricostruzione d’epoca è ridotta al minimo (una Londra perennemente infestata da una fitta nebbia viene facilmente ricostruita in studio) e la vicenda si colloca nel periodo “maturo” della collaborazione tra Holmes e Watson (nella casa di Baker Street sono già arrivati la luce elettrica, il telefono, accendini a gas): così il film riesce, pur senza scadere nel digitale fumettistico, ad attualizzare in maniera affascinante la figura del detective mettendolo sulle tracce di un caso morboso, la cui ricostruzione anticipa l’affermazione della psicanalisi e sembra uscita da un moderno episodio di C.S.I.

ImageNel 2009 esce l’attesissimo Sherlock Holmes hollywoodiano di Guy Ritchie. Ormai sono ben trent’anni che il personaggio riesce ad essere portato al cinema solo attraverso parodie e divagazioni (vedi pù sotto) mentre lo Sherlock Holmes vero e proprio viene confinato nell’ambito delle produzioni televisive (pur talora ottime): il film spezza questa catena, ma per gli sherlockiani è un’occasione persa. Prevedibilmente (come era lecito aspettarsi da un blockbuster americano che esce dopo una gestazione di dieci anni passati tra un’indagine di mercato e l’altra) si tratta di un giocattolo in salsa digitale in cui Doyle non c’entra nulla: come giustamente molti hanno già voluto suggerire sul Davinotti stesso, l’intento dichiarato del film è quello di rendere il personaggio vendibile anche a una generazione che si presume avvezza solo a una grafica da video-game a non intenzionata a sorbirsi le elucubrazioni mentali del personaggio. Lo Sherlock Holmes di Robert Downey jr. (a sinistra) ha scarsa igiene e mira chiaramente a quelli “politicamente scorretti” degli anni Settanta; ma poi si limita a citare saltuariamente aforismi di Doyle (“le piccole cose sono le più importanti”, eccetera…) senza metterli in pratica. C’è di buono l’età dei protagonisti (perché abbiamo avuto tutti questi vecchi quando nel 1884 Holmes doveva avere appena trent’anni?) e soprattutto il Watson di Jude Law, che rende giustizia alle pagine e che sarebbe stato bello vedere accanto a un Jeremy Brett più giovane. C’è poi di buono il look “da artista” di un Holmes bohemien (ma senza deerstalker) contrapposto a quello più borghese dell’integrato Watson. Strano però che questo Holmes non si droghi (visto che è perennemente sconvolto come il detective visionario di Johnny Depp in La vera storia di Jack lo Squartatore), ma sono le esigenze del formato famiglia. In compenso picchia duro, anzi il famoso determinismo scientifico di Holmes viene applicato quasi solo alla lotta fisica (ma il ragionamento è sempre analitico e mai sintetico: proprio il contrario della “scienza della deduzione” propugnata dal detective!). Ad ogni modo il film è stato un successo commerciale e nasceva già destinato ad avere un sequel (Moriarty si palesa solo alla fine e il caso viene riaperto): Sherlock Holmes – Gioco di ombre (2011) è il peggior sviluppo possibile del capostipite: chi sperava che la formula fosse rinforzata da un aumento di dose di Doyle (in cambio della quale si sarebbe digerito di più anche l’aspetto action-matrixiano) si sbagliava di grosso. C’è di buono, tuttavia, che nel frattempo questo Holmes hollywodiano abbia già provocato un rinato interesse per il personaggio in altre produzioni.
Mentre scrivo è da poco approdata sulle reti italiane la nuova serie della BBC chiamata semplicemente Sherlock (2010), Imageche ripropone il personaggio in ambientazione contemporanea, cosa che nessuno si era più azzardato a fare dagli anni ’40. Le sceneggiature però sono tratte dai casi originali del canone, riadattate ai nostri giorni: così Watson è ancora un medico militare reduce dall’Afghanistan (c’è sempre una guerra lì, no?) e anziché pubblicare racconti sullo Strand Magazine scrive i suoi resoconti sul suo blog; mentre Holmes (Benedict Cumberbatch, a destra) tiene contatti con l’ispettore Lestrade via e mail e usa un cerotto alla nicotina per non fumare. Anche il montaggio e la regia hanno la tipica frenesia di tutte le serie contemporanee. Ma l’idea di affrontare le indagini già leggendarie della saga originale di Doyle (ben più coraggiosa dell’hollywodiano Holmes di Ritchie)  e quella (ben più onesta) di riadattarne l’etica e lo sfondo sociale nell’ambientazione contemporanea è una scommessa interessante e la serie ha ricevuto ottime critiche.

ImageA ridosso dello Sherlock della BBC anche l’americana CBS rilascia un’operazione analoga basata sull’aggiornamento contemporaneo dei personaggi di Doyle: Elementary è una rilettura molto più libera (e dunque molto più audace e innovativa) di Sherlock, tuttavia il confronto così ravvicinato con l’altra serie ha molto nociuto alla sua ricezione: le troppo libertà (a partire dall’ambientazione newyorkese) hanno tenuto gli scettici alla larga. John Lee Miller interpreta uno Sherlock Holmes tossicodipendente e trasandato, misantropo come il Dr. House ma tatuato e muscoloso come Robert Downey Jr., tormentato e incompetente nelle relazioni affettive ma finalmente libero da quella classica aurea sessuofobica che anche Cumberbacht mantiene. Anzi la componente sessuale diventa fondamentale nella serie, giacché non solo Irene Adler diventa una fidanzata uccisa da vendicare, ma anche Watson e Moriarty vengono reinventati come personaggi femminili. Il Watson di Lucy Liu (che oltre ad essere una donna è anche un’asiatica) è presentata come un’ex-medico ingaggiata dalla famiglia di Sherlock come assistente post-riabilitazione per vegliare sulla sua disintossicazione. Attraverso questa soluzione narrativa Elementary ottiene un duplice scopo: recuperare l’umore maledetto dell’Holmes anni ’70 e la curiosità psicanalitica sulla sua “vita privata” e al contempo esasperare, attraverso il ribaltamento sessuale, la natura ambigua della “coppia” formata da Watson e il suo coinquilino. Per i più attenti estimatori del “canone” segnalo infine la scelta insolita (ma qui giustificata) di sostituire la figura dell’ispettore Lestrade con il capitano di polizia Gregson, un altro poliziotto nato dalla penna di Doyle ma con caratteristiche più positive del collega, maggiormente fiducioso nei metodi di Holmes e più vicino di Lestrade alla sua intelligenza.


PARODIE E OMAGGI
Come ogni classico della letteratura Sherlock Holmes è stato oggetto di numerose parodie ed ha ispirato anche altri personaggi originali. Del resto il personaggio è stato spesso rappresentato in maniera caricaturale anche nelle versioni “serie”, mandandolo in giro in ogni occasione con quel riconoscibile cappello che sembra lui l’unico al mondo a portare, rendendolo saccente col povero Watson, perfino insinuando che la sua ostinazione a dedicarsi al violino fosse una vana ambizione senza speranze. Da qui alla parodia vera e propria il passo è breve.

Tralasciando il catastrofico Sherlocko investigatore sciocco (1962) con Jerry Lewis, in cui il riferimento a Holmes è molto sfumato, è forse più opportuno far risalire l’inizio del filone dissacratorio a Il fratello più furbo di Sherlock Holmes (1975), diretto e interpretato da Gene Wilder: il film arriva subito dopo il celeberrimo Frankenstein Junior e vale la pena ricordare che il vecchio Peter Cushing, che ha interpretato Holmes più volte, era stato protagonista anche di numerosi film della serie Hammer Frankenstein; dunque il film persegue (senza riuscirvi appieno, purtroppo) la stessa vena del precedente, e anche stavolta Wilder è affiancato dallo sguardo asimmetrico di Marty Feldman. Il nome del suo “Holmes junior” è Sigerson, ovvero lo pseudonimo con il quale Sherlock Holmes, stando ai racconti di Doyle, avrebbe vissuto in incognito nel periodo in cui lo si credeva morto: il vero Sherlock, l’odiato fratellone di Wilder, vede la partecipazione straordinaria di Douglas Wilmer, che nel 1965 fu il primo Holmes della BBC. Anche Paul Morrisey, il rampollo della Factory di Andy Wharol, realizza nel suo stile una parodia dissacrante e provocatoria del mito di Holmes (dopo Il mostro è in tavola, Barone Frankenstein e Dracula cerca sangue di vergine… e morì di sete!) con Il cagnaccio dei Baskerville (1977), purtroppo anche questo non particolarmente felice come i precedenti.  Per quanto riguarda l’antieroe francese Arsenio Lupin, egli si misura col detective di Londra già a partire dalle pagine originali del suo creatore Maurice Leblanc: ovviamente il ladro gentiluomo è destinato a farla franca anche di fronte a un nemico così temibile, che per una sorta di pudore viene nascosto sotto il trasparente pseudonimo di Herlock Sholmes. Nella celebre serie francese Arsène Lupin (1971-’74) con George Descrières, il personaggio di Herlock Sholmes compare in diversi episodi, interpretato da Henri Virlojeux.

Negli anni Ottanta si ha l’impressione che inizi una divaricazione tra lo Sherlock Holmes canonico e uno Sherlock Holmes proposto come eroe per ragazzi: la produzione australiana Burbank nel 1983 realizza quattro mediometraggi di animazione che traspongono gli altrettanti romanzi autonomi dalle raccolte (Uno studio in rosso, Il segno dei quattro, La maledizione dei Baskerville, La valle della paura); l’intento è chiaramente didattico e la voce di Holmes, nella versione originale, è doppiata da Peter O’Toole.  Nel 1984 i personaggi nati dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle diventano protagonisti di Imageun’interessante serie di cartoni animati giapponesi: Meitantei Holmes (noto nel Regno Unito come Sherlock Hound e in Italia come Il fiuto di Sherlock Holmes, a sinistra) è una creazione di Hayao Miyazaki (che ne dirige i primi episodi) che nasce da una produzione travagliata che vede fin dall’inizio la partecipazione della nostra RAI. Si tratta di ventisei episodi da venti minuti ciascuno, nei quali ogni personaggio viene intelligentemente animalizzato secondo il suo carattere: così il furbo Holmes viene rappresentato come una volpe, il pigro Watson come un gatto, il testardo ispettore Lestrade un cane da caccia, il perfido Professor Moriarty un lupo. Un’interessante variazione introdotta dall’anime (forse perché la misoginia di Holmes poteva essere considerata diseducativa per il pubblico infantile) è la sottintesa infatuazione tra Sherlock e la sua padrona di casa signora Hudson, che non è più un’ anziana signora ma… una piacente cagnetta.
ImageLe potenzialità del progetto vengono raccolte anche dalla Disney, che sulla scia dei suoi vecchi classici realizza il lungometraggio di animazione Basil l’investigatopo, a destra (1986): i personaggi vengono riproposti nel mondo dei topi, appunto, così il protagonista (chiamato Basil in onore del vecchio Rathbone) vive nella sua tana sotto all’appartamento del vero Holmes in Baker Street; analogamente il corrispettivo di Watson è Topson, e quello di Moriarty è il prof. Rattigan.  Per svecchiare il personaggio e proporlo a bambini più moderni si è avuto il sincretismo fantascientifico di Sherlock Holmes indagini dal futuro (1999), ma la mancanza di una seconda stagione e di repliche televisive conferma lo scarso successo della formula.

Al di fuori dei cartoni animati si hanno altri prodotti holmesiani destinati ai ragazzi anche nel cinema filmato. Va segnalata l’esistenza di una serie tv inglese, The Baker street boys (1983), nella quale gli “irregolari di Baker Street” (l’esercito di monelli di strada di cui Holmes si serve come informatori, creati nelle storie originali di Doyle subendo l’influsso di Lewis Carroll), vivono da protagonisti delle avventure che li portano a svolgere delle indagini per conto proprio. Anche la figura del giovane Sherlock Holmes, essendo la sua biografia molto avara di particolari sulla sua giovinezza, stimola la fantasia di alcuni autori: una serie inglese intitolata Young Sherlock (1982), in cinque puntate di mezz’ora, vede l’adolescente  Guy Henry protagonista di un’avventura apocrifa; la produzione è della stessa Granada Television che sarà responsabile delle serie con Jeremy Brett, ma il progetto viene abortito e non seguono altre stagioni. ImageGrande successo riscuote invece il film Young Sherlock Holmes (noto in Italia come Piramide di paura, 1985) prodotto da Steven Spielberg con la regia di Barry Levinson: il film immagina l’incontro tra i diciassettenni Holmes (Nicolas Rowe, a sinistra) e Watson (Alan Cox) al college, dove risolvono un mistero che li porta a vivere una mirabolante avventura (molto nello stile spielberghiano di Indiana Jones) e la figura di Moriarty viene rappresentata come un loro professore di scuola. Decisamente più raffinato e brillante Senza indizio (1988) di Thom Eberhardt, raro caso di parodia colta e destinata a un pubblico adulto. In questo film Sherlock Holmes non esiste: in realtà è il Dottor Watson (magistralmente interpretato da Ben Kingsley) a possedere il suo acume e quelle doti di osservazione e deduzione ma, non avendo abbastanza carisma da diventare un eroe dei racconti dello Strand Magazine, è costretto ad inventarsi il personaggio di Holmes e ad ingaggiare uno scalcinato attore alcolizzato (uno spassoso Michael Caine) per interpretarlo in pubblico. È una parodia nel senso più nobile del termine, che per essere goduta a fondo presuppone anche una certa conoscenza dei personaggi originali, e resta troppo “di nicchia” per diventare il cult che meriterebbe di essere.

Infine non si contano i personaggi originali ispirati a quello di Sherlock Holmes. Tralasciando la sua influenza sui detective del giallo del ventesimo secolo (ovvero quasi tutti, da Poirot, Maigret, Nero Wolfe, in poi…), basti limitarsi a qualche esempio degli ultimi decenni:  
L’anime Detective Conan già dal titolo prende spunto trasparente dal secondo nome (e non il primo cognome) di Doyle, ma per essere meno prosaici anche Umberto Eco ha reso il suo tributo a Sherlock Holmes col personaggio di Frate Guglielmo da Baskerville (originario della stessa regione della maledizione del cane), protagonista del romanzo di ambientazione medievale Il nome della rosa: la descrizione che il discepolo Adso fa del suo mentore al loro primo incontro ricalca fedelmente quella che Watson fa di Holmes in Uno studio in rosso; ovviamente viene mantenuta anche nell’omonimo film di Jean-Jacques Annaud (1986), dove Frate Guglielmo è interpretato da uno Sean Connery in forma smagliante. Nella contrapposizione fra la filosofia scolastica del francescano Guglielmo e la teologia oscurantista dei benedettini si esalta, forse con esagerato anacronismo, quel positivismo razionalista del diciannovesimo secolo di cui Holmes è figlio naturale.
 
Meno noto che anche il Dr. House dell’omonima serie tv (interpretato con grande successo da Hugh Laurie), iniziata nel 2004 e ancora in corso con nuove stagioni, nasce col dichiarato intento di rendere una trasposizione moderna del mito del detective londinese: come Sherlock Holmes infatti, House è un intelligente osservatore e anche un arrogante, cinico, misantropo, egocentrico, dipendente dagli stupefacenti, con una fede sconfinata nella razionalità, abita al numero 221/b della sua strada, suona uno strumento (che per motivi anagrafici non è più il violino ma la chitarra elettrica) e soprattutto ha uno straordinario spirito deduttivo, che lo porta ad affrontare ogni caso medico come un giallo da risolvere. Inoltre le iniziali di House e del suo amico e collega Wilson richiamano quelle di Holmes e Watson; per di più mentre Wilson, come Watson, si sposa più volte, House, come Holmes, rimane sempre solo (a meno di ulteriori sviluppi inattesi). Un’altra variazione contemporanea di Sherlock Holmes è attualmente riconoscibile nel personaggio del Dr. Lightman interpretato da Tim Roth nella serie tv Lie to me (2009-10), attualmente in corso sulle reti della produttrice Fox: il protagonista è un consulente investigativo specializzato nell’osservazione e decifrazione del linguaggio del corpo e dei riflessi muscolari del volto, e applicando al crimine i dogmi della semiotica e della cinesica diventa una vera e propria macchina (umana) della verità. Inutile dire che il determinismo scientifico esaltato dalla serie possa apparire forzato e ripetitivo, tuttavia è proprio in questa capacità di fornire un’illusione di ragionevole esattezza che le sceneggiature dimostrano di aver assimilato la lezione di Doyle: giacché lo stesso “metodo” di Holmes, come hanno ben evidenziato studi di Umberto Eco o Giancarlo De Cataldo, in realtà cade spesso in contraddizione, ora esaltando il ruolo dell’immaginazione, ora deprecandolo in favore di una fredda attinenza ai fatti.

ImageMa bisogna fare un piccolo passo indietro (2000-2001) perché è doveroso che si concluda tributando il più geniale omaggio degli anni recenti ai personaggi di Sir Arthur Conan Doyle: quello che mette in campo direttamente l’autore nella serie televisiva Murder Rooms. Si tratta di cinque tv-movie (Il metodo, Gli occhi del paziente, Il mistero delle ossa, La sedia del fotografo, Lo stratagemma del cavallo bianco) che hanno per protagonisti Charles Edwards (qui a destra) nei panni del giovane Arthur Conan Doyle e Ian Richardson nel ruolo del Dottor Joseph Bell. La serie è ambientata all’epoca in cui il futuro scrittore diventa assistente universitario del medico che gli ispirerà il personaggio di Holmes, e immagina che i due si trovino ad investigare insieme su delitti in cui sono riconoscibili fatti e situazioni che compariranno effettivamente nei racconti del “canone”. Per Richardson, recentemente scomparso, è un’ottima occasione di dare prova del suo carisma dopo aver già interpretato Sherlock Holmes in un paio di vecchi telefilm. Con questa serie sui “veri” Holmes e Watson, sembra davvero che il cerchio narrativo si sia chiuso tornando al punto di partenza: se il Dottor Bell ha ispirato il personaggio letterario di Sherlock Holmes, Holmes ha a sua volta finito per ispirare il Dottor Bell come personaggio cinematografico.

E ora scusate, ma la signora Hudson mi ha giustamente rammentato che è l’ora della mia soluzione al 7%.... ma… cosa c’è? Dite che in questo speciale manca l’ennesimo nuovo film su Sherlock Holmes che sta per uscire? Ma è elementare, mio caro Davinotti, elementare…

A questo speciale è anche legato LO SPECIALE LEGATO AL PERSONAGGIO DI SHERLOCK HOLMES

APPROFONDIMENTO INSERITO DAL BENEMERITO IL DANDI (MARCO DE ANNUNTIIS)
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