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IL MONDO DI SHERLOCK HOLMES
lunedì 24 settembre 2012
Image1. SHERLOCK HOLMES: IL PERCHÉ DI UN MITO
Com’è risaputo il più famoso detective di tutti i tempi nasce nel 1886 dalla penna del medico e scrittore Sir Arthur Conan Doyle, che si ispirò al professore di Medicina di cui fu assistente all’Università: Joseph Bell (a destra) propugnatore del metodo deduttivo nella formulazione della diagnosi e tra i padri della moderna medicina legale. Nonostante ciò in molti si ostinano  (in verità dovrei dire: ci ostiniamo) a voler credere che negli anni tra il 1881 e il 1903 Sherlock Holmes abbia realmente vissuto al 221/b di Baker Street a Londra, al primo piano di quella costruzione georgiana dove oggi sorge una casa museo intitolata alla sua memoria (divenuta una delle maggiori attrazioni turistiche della capitale inglese). Addirittura anche tra le mura della sala d’anatomia del St. Bartholomew’s Hospital, dove Holmes e Watson si sarebbero conosciuti all’inizio di Uno studio in rosso, è appesa da anni una Imagelapide in ricordo del loro incontro, con incise le prime parole che il detective rivolse al nuovo amico: “Piacere. Vedo che lei è stato in Afghanistan”. Non si tratta tuttavia di un personaggio storico identificabile sul quale scrittori di epoche successive hanno voluto romanzare (come è il caso di un D’Artagnan, o di  Cyrano de Bergerac,…) bensì di una creatura puramente letteraria, che tuttavia ha permeato la coscienza collettiva talmente a fondo da “volerlo” (consciamente o meno) considerare come se fosse esistito realmente. Tutto ciò è oltremodo sorprendente per un personaggio letterario moderno: per individuare esempi analoghi infatti bisognerebbe risalire a figure come Re Artù o Robin Hood.  Per questo nei confronti di Sherlock Holmes non si esita a usare la definizione di mito! Ciò che lo rende tale è il fatto che Holmes sia percepibile come un vero e proprio paradigma della civiltà che lo ha partorito, ovvero quella società vittoriana della quale lo stesso medico Arthur Conan Doyle era a sua volta un prodotto. Nel mondo di Sherlock Holmes è possibile incontrare fatti macabri e inquietanti degni di Edgar Allan Poe, ma anche   una vena decadente di sarcasmo e malinconia che lo avvicina ad Oscar Wilde, attraverso la quale quei misteri sono pur sempre destinati a trovare una rassicurante spiegazione razionale (a riprova dell’influenza di Wilde sull’evoluzione dandistica del personaggio di Doyle si ricorda che Il segno dei quattro e Il ritratto di Dorian Gray vennero commissionati insieme per un progetto editoriale comune, nel 1890). È come se nel mondo di Holmes il Darwin de L’origine della specie si confrontasse con lo Stoker di Dracula, incontrandolo nella Londra vitalissima eppure sinistra del Dickens di David Copperfield.  Non è un caso che la storia di Doyle che ha conosciuto il maggior numero di trasposizioni filmiche (se ne contano almeno venti versioni, tra cinematografiche e televisive) sia Il mastino dei Baskerville: avventura holmesiana esemplare, proprio perché qui la razionalità del detective di città è chiamata a misurarsi con la superstizione di un mostro di campagna. Ma anche se alcuni casi lo portano in giro per l’Inghilterra, Holmes sempre non vede l’ora di tornarsene nella City, perché senza Londra - quella Londra - egli stesso non esisterebbe; perché quella Londra offre al mondo uno scenario inedito, in cui i rigidi costumi morali dell’educazione vittoriana convivono con le efferatezze di Jack lo Squartatore, dove qualsiasi Dottor Jekyll non ha bisogno di bere una droga per trasformarsi in Mr. Hyde: in breve è il prototipo della neonata metropoli moderna, Imagevera condicio sine qua non per la nascita del mito che conosciamo. A volte le indagini di Holmes non riguardano nemmeno veri e propri crimini, ma “solo uno di quegli strani incidenti che capitano quando quattro milioni di individui si prendono a spallate in poche miglia quadrate”. È più la bizzarria delle circostanze ad attirare la sua attenzione su un caso, che non il valore della posta in gioco. Non solo, ma la risoluzione dell’enigma è la ricompensa in sé, così a volte Sherlock si sostituisce alla legge amministrando la giustizia arbitrariamente: proteggendo un colpevole che merita la sua comprensione, oppure arrivando a uccidere chi non se la merita affatto.

* Ricordiamo che questo speciale è collegato a quello relativo al CINEMA DI SHERLOCK HOLMES

2. DRAMATIS PERSONAE
Il “canone” holmesiano si costituisce di 4 romanzi (Uno studio in rosso, Il segno dei quattro, Il mastino dei Baskerville, La valle della paura) e 56 racconti (articolati nelle raccolte Le avventure di Sherlock Holmes, Il ritorno di Sherlock Holmes, Le memorie di Sherlock Holmes, L’ultimo saluto di Sherlock Holmes, Il taccuino di Sherlock Holmes), nel corso dei quali il mondo di Holmes è popolato di vari personaggi e la loro biografia viene saltuariamente rimpolpata di vari elementi:

SHERLOCK HOLMES: Cominciamo col dire che nel canone di Doyle Holmes non ha mai indossato un deerstalker (il tipico berretto da cacciatore di cervi con doppia visiera) né un soprabito scozzese con mantellina modello Inverness, né fumato una pipa curva stile Calasbah, né tantomeno ha mai pronunciato la frase “Elementare, Watson”. Il vero Holmes è sì un vanitoso, ma non così ingeneroso col suo amico; egli inoltre fuma variabilmente sigarette, sigari e tabacco da pipa, ed indossa cappelli a cilindro, a falde larghe o di altra foggia. Infine, Sherlock Holmes NON è un investigatore privato, anzi questo equivoco lo offende: egli è un “criminologo” che offre “consulenze private” ad altri privati o ad altri investigatori, spesso senza nemmeno uscire dalla propria stanza e doversi disturbare ad andare a vedere di persona: “Del resto - afferma - “avendo sulle punte delle dita i particolari di mille casi sarebbe strano non riuscire a risolvere il milleunesimo”. Quanto al resto, Doyle si limita ad accennare a lineamenti affilati, allo sguardo acuto e penetrante, al naso aquilino, ai rapidi movimenti delle sue mani bianche, che spesso presentano macchie di acido e di inchiostro; ma in particolare insiste sulla sua altezza, o meglio sulla sua notevole magrezza che lo fa sembrare ancora più alto. Le sue abitudini sono trascurate: “tiene i sigari nel portacenere, il tabacco nella punta di una pantofola persiana, la corrispondenza inevasa trafitta da un pugnale sul caminetto”: tuttavia Watson ci assicura che la sua igiene personale era “accurata come quella di un gatto” e che nonostante la vita sregolata “il suo modo di vestire manteneva sempre un sobrio decoro”: nel Mastino dei Baskerville lo ricordiamo nascosto per giorni all’interno di una caverna con solo “un filone di pane e un colletto di ricambio pulito: cosa si può desiderare di più?” A rendere naturale l’immagine di un Holmes vanesio anche sul piano estetico è soprattutto il carattere arrogante ed egocentrico di cui il detective dà prova fin dalla sua prima apparizione: “l’investigatore Dupin creato da Edgar Allan Poe? Un dilettante! Il Lecoq di Gaboriau? Un povero pasticcione!” Ma chi sarà mai costui per darsi tante arie? Watson, come molti lettori, inizialmente si irrita a sentir sbeffeggiare personaggi che aveva ammirato. Ma per Holmes “la modestia non è una virtù: sottovalutare sé stessi significa alterare la realtà, né più né meno che sopravvalutandosi”. E presto Sherlock dà prova di saper compiere deduzioni stupefacenti e dettagliatissime sulle abitudini di vita dell’ignoto proprietario di un oggetto qualsiasi (un orologio, una pipa, un bastone, un cappello, perfino un tocco di cenere sul pavimento): la deduzione per lui è una scienza esatta. Holmes inoltre è “una vera e propria enciclopedia del crimine, è un chimico di prim’ordine, un buon violinista e un ottimo lottatore con la spada e col bastone” (cfr.  Uno studio in rosso). In seguito rivelerà anche di conoscere il bartitsu, diventando così uno dei primi personaggi della letteratura occidentale a praticare le arti marziali. 

ImageIl suo passato è molto misterioso: a lungo lo si è creduto nato nel 1861 (perché conosce Watson nel 1881), ma in seguito si è capito che all’epoca del suo ultimo caso, all’alba della Prima Guerra Mondiale, aveva 60 anni (cfr. L’ultimo saluto di Sherlock Holmes): se ne può dedurre (come farebbe lui stesso) che l’anno esatto di nascita sia il 1854; talvolta  la sua data di nascita viene abusivamente indicata con un evocativo 6 gennaio, ma anche qui vi sono pareri discordanti e Doyle non fornisce notizie precise: secondo i più accreditati studiosi (ebbene sì: in questo pazzo mondo esistono fior di accademici la cui qualifica è “biografo di qualcuno mai esistito”) la data di nascita sarebbe invece da collocare tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, ovvero “sotto il segno dello scorpione, di cui aveva tutte le caratteristiche: la convinzione, la determinazione, l’aspetto freddo e pieno di emotività, le occasionali esplosioni di gelosia e di vendicatività”, come ben riassume David Sinclair in Deduco ergo sum, “Sherlockiana”, 1987). Il padre era un “signorotto di campagna” e lo indirizzò invano agli studi di ingegneria (cfr. L’avventura del Gloria Scott); la madre lo istruì invece alla musica ed era donna d’origine francese (Sherlock vanta come prozio il reale pittore Horace Vernet [1789-1863]; cfr. L’interprete greco). Informazioni così sporadiche hanno stimolato molto la fantasia degli autori apocrifi successivi a Doyle: sono molti i film (Sherlock Holmes soluzione settepercento, Piramide di paura…) che cercano nella misteriosa adolescenza del detective le ragioni della sua personalità contorta, testimoniata ad esempio dalla sua proverbiale avversione per le donne: “l’amore è un’emozione, e contrasta con la fredda capacità di giudizio che pongo al di sopra di ogni altra cosa”, dichiara cinicamente Sherlock spegnendo l’entusiasmo di un Watson neo-fidanzato. Holmes accenna anche di aver studiato ad Oxford e a Cambridge (Il cerimoniale dei Musgrave), ma senza seguire un percorso di studi sistematico né tantomeno conseguire alcuna laurea; pare però che al college abbia tentato anche l’esperienza del teatro, ed infatti la sua abilità nel recitare e camuffarsi sarà sempre stupefacente (Uno scandalo in Boemia e molti altri). A proposito di stupefacenti, Holmes aborrisce la monotonia della vita e fra un caso e l’altro cade in apatia, “curandosi” con massicce dosi (anche tre volte al giorno) di morfina e/o cocaina diluite in soluzioni acquose al 7% che si inietta con una siringa ipodermica di vetro che tiene chiusa in un astuccio di pelle (Il segno dei quattro e molti altri). A quest’ultimo elemento è opportuno dare il giusto peso, dato che il cinema ha preferito censurarlo od esagerarlo a seconda delle epoche: la costante compagnia di tabacco ed alcolici nelle pagine di Doyle è considerata normale e non moralmente condannata, ma col mutare dei tempi e della cultura verrà anch’essa stigmatizzata; in anticipo su tutti i suoi colleghi invece, il Dr. Watson/Doyle condanna senza mezzi termini i pericoli che la cocaina comportava per cellule cerebrali preziose come quelle di Holmes, la cui dipendenza “non muore mai, ma si addormenta soltanto”; in un solo film finora (Sherlock Holmes case of evil, inedito in Italia) Holmes è stato rappresentato come un consumatore di eroina, tuttavia essa non è mai stata nominata nel canone: l’equivoco nasce solo dall’abituale assunzione per via endovenosa di altre sostanze. Altra grave inesattezza è quella di rappresentare l’uso di droghe come una sorta di “ispirazione” che aiuta l’attività del detective: è solo nei periodi in cui il lavoro scarseggia che la cocaina torna ad avere per lui un’attrattiva: “datemi l’enigma più complesso, datemi il più astruso crittogramma, e allora potrò fare a meno di stimolanti artificiali! Ma ho un bisogno inestinguibile di esaltazione mentale”.  A tali attimi di esaltazione segue poi quella che Watson definisce “reazione negativa”, dove emerge il lato più modernamente romantico ed esistenzialista del personaggio: “La mia vita non è che un continuo sforzo per sfuggire alla banalità dell’esistenza”, dichiara Holmes osservando nauseato il panorama dalla sua finestra. La personalità del detective è stata ripetutamente oggetto di interesse per la moderna psicanalisi, che ha riconosciuto nelle pagine di Doyle una diagnosi perfetta di depressione ante-litteram, e non è mancato chi ha indicato in Sherlock Holmes un paradigma di quella che oggi è nota come sindrome di Asperger. I “viaggi” di Holmes, lucidi o meno, sono comunque sempre circoscritti al campo della mente: nulla lo secca di più che allontanarsi dal centro di Londra. Scarso rilievo invece, stranamente, è stato dato al periodo 1891-’94, durante il quale Holmes (dato per morto) girò il mondo in incognito spacciandosi per un naturalista norvegese di nome Siegerson, visitando l’harem di un califfo in Persia e passando due settimane in un monastero tibetano in compagnia del Dalai Lama (L’avventura della casa vuota). Nel 1917 Watson ci informa per l’ultima volta assicurandoci che Holmes è vivo, anche se soffre di reumatismi, e si è ritirato a vivere in una fattoria sulle scogliere del Sussex per dedicarsi a un nuovo hobby: l’apicoltura, sulla quale sta scrivendo un monumentale trattato. Tutti i casi pubblicati in quel periodo comunque rievocano avventure precedenti al 1904. La sua data di morte? Imprecisata, perché ovviamente un mito non può morire.

MYCROFT HOLMES: I lettori, nonché lo stesso Watson, scoprono solo dopo anni che Sherlock ha un fratello maggiore (più anziano di sette anni) ancora più intelligente, enigmatico e solitario di lui. Mycroft Holmes fa la sua comparsa nel racconto L’interprete greco. Passa la sua esistenza tra le mura del Diogene’s Club, che Sherlock definisce “la società degli uomini più asociali di Londra”. Apparentemente il Diogene’s è solo uno dei tanti circoli esclusivi dove gentlemen misantropi giocano a scacchi e leggono il Times; ma è presto chiaro che Mycroft presta segretamente la sua collaborazione al Governo inglese e che considera l’attività del fratellino una sorta di gioco infantile e di spreco di talento. Le poche notizie sul suo conto hanno reso possibile una ripresa del suo personaggio al cinema in chiavi molto diverse, positive (Le avventure di Sherlock Holmes con Jeremy Brett) e non (La vita privata di Sherlock Holmes di Bill Wilder).

• IRENE ADLER: Avventuriera “di dubbia e discutibile memoria”, ex-attrice e cantante lirica, compare solo nel racconto Uno scandalo in Boemia, ma il suo ricordo viene citato a posteriori anche in altri: per Holmes infatti ella è “La Donna per eccellenza, con la D maiuscola”: non si sa se considerarlo proprio un complimento, visto che Holmes ha notoriamente poca stima del genere femminile e che la Adler è l’unica che può vantarsi di averlo sconfitto. Ma Watson ci assicura che “gli si illuminavano gli occhi quando la nominava”, e tanto è bastato perché la particolare ammirazione reciproca tra i due venisse spesso ripresa al cinema, talora anche diventando un flirt vero e proprio: i casi più smaccati sono quelli di Sherlock Holmes a New York (1976) e dell’ultimo Sherlock Holmes di Guy Ritchie (2009), ma già Rex Stout creò il suo Nero Wolfe immaginandolo nientemeno che come un figlio illegittimo di Holmes e della Adler.

ISPETTORE LESTRADE: Stimato funzionario di Scotland Yard, presente già dal primo romanzo Uno studio in rosso. Holmes lo definisce “privo di immaginazione, ma tenace come un bulldog quando viene indirizzato sulla pista giusta”. Lestrade, quando si trova di fronte a un caso che presenta problemi, pensa bene di riferirne i particolari a uno stravagante giovanotto (che in fondo, almeno all’inizio, non è che l’ultimo degli studenti di chimica fuori corso). Sembra che il favore lo faccia lui, solo perché sa che a Holmes il caso può interessare come studio: Lestrade non si abbassa mai a chiedere esplicitamente il suo aiuto e non manca di dimostrare diffidenza per le sue teorie, ma in cuor suo sa che Holmes può essergli utile. In realtà nel canone di Doyle compaiono molti poliziotti dai caratteri più vari: intelligenti e cretini, ammiratori e denigratori di Holmes, il quale li aiuta o li ostacola a suo piacimento. Ma stranamente Lestrade sarà l’unico a divenire una costante cinematografica (ereditando anche le caratteristiche di altri colleghi, come l’ispettore Gregson), generalmente come simbolo dell’inefficienza del potere ufficiale-burocratico dai metodi inadeguati.

221/B, BAKER STREET: Non è un personaggio, ma quasi: è uno degli indirizzi più famosi al mondo, quello in cui Watson e Holmes dividono le due camere ammobiliate con soggiorno al primo piano (in cima ai famosi “diciassette scalini”) di una palazzina georgiana “verso la fine della strada”. In realtà ai tempi di Sir Arthur Conan Doyle la numerazione di Baker Street non arrivava che al n. 100; l’attribuzione dell’indirizzo al 221/B è dunque del tutto fantastica. Tuttavia negli anni ’50 del secolo scorso la strada si era già ingrandita molto con conseguente riattribuzione dei numeri civici: l’azienda che aveva sede al n. 221 (in un palazzo ben più moderno) iniziò a ricevere una gran quantità di lettere indirizzate a Sherlock Holmes! Nello stesso periodo la Sherlock Holmes Society di Londra instituì lo Sherlock Holmes Museum poco più giù, al n. 230 di Baker Street, dove esisteva appunto una palazzina in stile georgiano che nel XIX secolo fungeva da pensione, e che potrebbe verosimilmente essere quella tenuta presente da Doyle per ambientarvi la sua saga. In via del tutto eccezionale, il comune di Londra ha recentemente concesso al Museo il cambio di indirizzo da 230  a 221/B: sulla targa di quel numero civico si aprono i titoli di testa di innumerevoli film e telefilm. Altra curiosità sulla casa si deve al primo romanzo, Uno studio in rosso: il titolo era riferito al luogo del delitto (le cui pareti si presentavano imbrattate di sangue), ma il pubblico lo travisò finendo per immaginare come rosso il soggiorno condiviso da Holmes e Watson: la tappezzeria rossa è un classico suggestivo in molte illustrazioni e trasposizioni cinematografiche, ed anche l’attuale sede dello Sherlock Holmes Museum di Baker Street ne è immancabilmente fornita.

SIGNORA MARTHA HUDSON: Rispettabile vedova di mezza età, è la padrona di casa dell’appartamento al 221/b di Baker Street ed è quella che ha il difficile compito di prendersi cura dei suoi inquilini. Una volta (Il segno dei quattro) si permise di servire ad Holmes una non richiesta tisana tranquillante, ma fu congedata con un’occhiataccia che la dissuase per sempre dal prendersi nuovamente tali libertà.  Del resto “con tutto il denaro che Holmes ha versato di affitto nel corso degli anni, avrebbe potuto benissimo comprare l’appartamento se avesse voluto”, quindi la signora Hudson non può lamentarsi e resta al seguito di Holmes come governante anche quando il detective ha abbandonato la professione e la città (L’ultimo saluto di Sherlock Holmes). Nelle rappresentazioni cinematografiche la Sig.ra Hudson è una presenza immancabile, anche se spesso puramente decorativa. Una singolare eccezione è l’anime giapponese Il fiuto di Sherlock Holmes in cui compare per la prima volta l’ombra di una “simpatia” sentimentale tra la padrona di casa e il suo inquilino difficile.

• GLI “IRREGOLARI” di  BAKER STREET: Un piccolo esercito di ragazzini di strada, tra i sei e i dodici anni, capitanati da un certo Wiggins, il più alto e svelto di tutti (cfr. Uno studio in Rosso, Il segno dei quattro, e molti altri). Vivono di elemosine e piccoli furti ma, essendo abituati ad infilarsi dappertutto senza esser notati, Holmes a volte si serve di loro, affidandogli pedinamenti o ricerche e ricompensandoli con laute mance. Al cinema non sono stati sfruttati troppo, ma nella tv inglese si sono guadagnati uno spin off tutto per loro (The Baker street’s irregulars, 1983).

• PROFESSOR MORIARTY: Matematico ed accademico apparentemente al di sopra di ogni sospetto, è in realtà a capo di alcuni tra i peggiori misfatti della storia del crimine. Moriarty è il nemico più temibile di Holmes, la sua “nemesi”, un autentico “genio del male”. Viene creato da Doyle nel racconto Il problema finale, giusto in tempo per fare a botte con Sherlock in cima alle cascate del Reichenbach e per giustificare la sua morte precipitando insieme a lui nell’abisso. In realtà si tratta dunque di un personaggio marginale, che viene nominato più di quanto effettivamente appaia (Watson non lo ha mai incontrato di persona). Tuttavia, dato che Doyle si è poi pentito della morte di Holmes facendolo risalire vivo e vegeto da quel precipizio, anche Moriarty è stato premiato dalla tradizione cinematografica diventando l’antagonista per eccellenza, la cui matrice occulta può nascondersi dietro ogni caso che Holmes affronta.

Image• DOTTOR JOHN H. WATSON: Medico militare in congedo, reduce dalla campagna in Afghanistan, ferito nella battaglia di Maiwand (1880), Watson diventa prima coinquilino, poi amico, biografo e compagno d’avventure di Sherlock (di cui è più anziano di soli due anni, anche se al cinema spesso diventano venti!). Ma la necessità di dipingere un Watson “stupido”, che sottolinea ulteriormente le doti di Sherlock Holmes e si merita di essere trattato da lui con boriosa sufficienza (tipo: “elementare, coglione, non vedi?”), sarà una specifica soprattutto del cinema (e del teatro prima). Dopotutto la tradizione cinematografica è stata molto più generosa con figure minori come Moriarty che con il povero Watson, costretto nella consolidata caratterizzazione di un uomo pigro, sovrappeso, ingenuo e pavido. Qualità che non trovano affatto riscontro nei libri, dove Watson appare invece atletico e coraggioso e i suoi ripetuti successi con le donne fanno anche presumere che sia un gentiluomo di aspetto gradevole. Watson è forse il personaggio più importante, quello attraverso cui sappiamo tutto. Nella finzione del racconto infatti è lui, e non Doyle, a pubblicare sullo Strand Magazine le avventure del detective. Che Watson sia una proiezione dello scrittore è evidente non solo dalla professione di medico (attività che grazie al successo di Holmes si va poi diradando per entrambi), ma anche da altri particolari autobiografici (il lutto di un fratello morto alcolizzato, facilmente identificabile col padre di Doyle, i ripetuti matrimoni e la vedovanza che Watson affronterà nel corso della saga). Del resto è ovvio che Doyle preferisca tenersi Watson anziché “essere” lui Holmes: perché Holmes è un essere ideale, vive nell’esperienza totalizzante di essere sé stesso; in questa sua autosufficienza (misogino, inappetente, solitario) c’è qualcosa di impenetrabile e mostruosamente perfetto; perfino l’amore per la musica e l’uso degli stupefacenti (di cui inizialmente Watson si limita in cuor suo a sospettare, poi da medico lo biasima ma senza riuscire ad impedirlo) sembrano condimenti necessari semplicemente a renderlo più “umano”. Watson invece è già molto umano di suo: raffinato, di ottima cultura, amante dell’arte e intraprendente con le donne, ma l’esperienza della guerra lo ha temprato rendendolo anche adattabile a qualunque scomodità; ha giocato a rugby nella squadra dell’Università, ha un cucciolo di bulldog e nutre ambizioni letterarie.  La burrascosa amicizia tra Holmes e Watson (amicizia di cui è difficile capire le basi, stando a certe rappresentazioni cinematografiche) è il vero leitmotiv della saga di Doyle. Talvolta la repressa emotività di Holmes  esplode e Watson, uomo di buon senso, ne viene investito con meraviglia. Watson è saggio e moderato, Holmes sa essere solo iperattivo oppure totalmente apatico. Watson è l’inquilino discreto di Baker Street, Holmes è quello che impedisce alla signora Hudson di fare le pulizie e combatte la noia divertendosi a sparare alle pareti del soggiorno. A colazione Watson non lo incontra quasi mai, perché Sherlock o è già uscito di buon ora o si alzerà solo molto più tardi. Quando Watson si sposa Holmes rilassa ulteriormente le sue abitudini facendo disperare la signora Hudson; quando Watson rimane vedovo Holmes ne approfitta subito per proporgli di tornare a vivere con lui. Dopotutto Holmes & Watson, pur così diversi, hanno anche molto in comune: sono entrambi curiosi e coraggiosi; soprattutto sono  uomini di mondo, che non si scandalizzano di nulla, sanno come comportarsi e appaiono sempre a loro agio sia con l’aristocrazia che con le classi più povere, senza tuttavia appartenere a nessuna delle due società.  Davanti al caminetto di Baker Street i due amici condividono discussioni e silenzi, litigi e confidenze, tazze di the e bicchieri di brandy, tabacco e partite di backgammon; ma soprattutto l’amore per il mistero, per l’avventura e il pericolo.

Per saperne di più sul CINEMA DI SHERLOCK HOLMES consigliamo lo SPECIALE RELATIVO.


APPROFONDIMENTO INSERITO DAL BENEMERITO IL DANDI (MARCO DE ANNUNTIIS)
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