Cerca per genere
Attori/registi più presenti
STORIE D'EMIGRAZIONE ITALIANA AL CINEMA
lunedì 17 maggio 2010
L’Italia è un paese strano: nel mondo molti farebbero carte false per andare a viverci, mentre parecchi di quelli che ci abitano, perchè cosi ha voluto il caso, non vedono l’ora di sfilarsi lo stivale o quantomeno minacciano, alla prima occasione disponibile, la partenza.

Non si contano nel mondo i luoghi che ricordano nel nome una più o meno recente presenza di italioti cosi come, ahinoi, non si contanto i pregiudizi, che, come tali, si basano sull’ignoranza di qualcosa d’altro, che questa emigrazione si è, spesso senza colpe, portata dietro e che ancora oggi segnano i processi mentali dello straniero che sente la parola “italiano” (non mi è ancora capitato di sentirmi rispondere “ah come Leonardo Da Vinci?”, però in compenso mia cognata, quando ancora non mi conosceva bene, mi chiese “ma appena finito di mangiare cantate tutti insieme?”. I miei occhi sgranati valsero più di mille parole).

ImagePoteva il cinema esimersi dal raccontare questa realtà che cosi profondamente ha segnato la storia d’Italia? Assolutamente no, anche se un aspetto cosi caratterizzante, e doloroso,  dell’identità italiana (chi non ha uno zio sparso per il mondo?) non ha ricevuto secondo me la giusta attenzione. Vediamo qui di ricordare qualche film.
Il primo grande flusso emigratorio che interesso l’Italia fu sicuramente quello che spinse gli italiani verso il nuovo mondo, con in testa gli Stati Uniti d’America: nel 2006 Emanuele Crialese, con il suo Nuovomondo, ci racconta le grandi speranze disilluse di una famiglia siciliana che partiva per scopire una paese di cuccagna (la fame atavica battuta da un ortaggio gigante, la miseria sconfitta da un albero che dà soldi) e invece s’imbattè nelle rigide regole dell’amministrazione americana. Crialese disegna, deviando a volte verso un onirismo non fine a se stesso ma  simbolo dell’ingenuità, dello stupore ed al contempo delle dolci aspettative di ogni momento della vita dei migranti che attraversavano l’oceano, un quadro veriterio (specie nei momenti dedicati all’analisi delle intelligenze) del momento dell’ arrivo nel nuovo continente con le mani sporche e i vestiti bucati. L’emigrazione è qui speranza, sogno, è ingenua credenza di trovare un mondo migliore.

ImageA dare uno scrollone ai sogni ci aveva già pensato Giuliano Montaldo nel 1970: uno straniero è a volte un capo espiatorio perfetto, sacrificabile proprio perchè difficilmente qualcuno protesterà troppo. Il regista filmò, con rigore e rispetto in linea con i dettami del cinema storico-politico anni ‘70, la vicenda tragica dei due anarchici Sacco e Vanzetti (due grandi Cucciolla e Volontè) condannati a morte in virtù della loro appartenenza poltica e della loro provenienza geografica. La nascente ossessione americana per il pericolo rosso (oltretutto in questo caso male indirizzato) si mischiò con la primordiale paura per lo straniero condannando ad una morte annunciata due uomini che fino alla fine proclamarono la loro innocenza con grande dignità. L’emigrazione, assieme alle speranze di riuscire a trovare un mondo più tollerante, muore su una sedia elettrica circondata dal sospetto.

ImageNon solo l’America del nord fu toccata dall’arrivo degli italiani: l’Argentina, la cui popolazione ha al 50% origini italiani, fu il luogo d’elezione dei migranti tricolore in Sud-America, ma anche il Brasile vide una buona presenza italica (Garibaldi, eroe dei due mondi, ci prese moglie).
Giuseppe Gagliardi ha dedicato il suo esordio, un mockumentary, La vera leggenda di Tony Villar (presentato a Roma nel 2007) alla vicenda, dai contorni leggendari enfatizzati nel film, del cantante calabrese Antonio Ragusa diventato uno dei più famosi cantanti dell’America Latina, con puntate a New York, negli anni ’60. L’aspetto notevole del film è il mostrare, pur nella finzione e secondo me esagerando qua e là qualche carattere, l’emigrazione di prima generazione a Buenos Aires, quella che è più chiusa in se stessa e che più difficilmente riesce ad integrarsi sia con le comunità locali sia a volte con i propri stessi figli. L’emigrazione è qui la storia di un successo (alimentato anche dalle origini “esotiche” di Vilar), ma non di una integrazione.
Per il Brasile esiste un semisconosciuto ed introvabile film carioca intitolato O quatrilho e che dovrebbe parlare di una sordida storia d’amore intrecciata tra quattro italiani all’alba del ventesimo secolo (fonte Wikipedia) e che si avvale della collaborazione musicale di Caetano Veloso.

A partire dal secondo dopoguerra fu invece l’Europa centrale a fungere da calamita per l’emigrazione dei nostri compatrioti con Germania (dove gli italiani, fino alla quarta generazione, ancora oggi superano le 600000 unità), Svizzera e Belgio (dove la comunità italiana è tutt’ora la comunità straniera più grande del paese) a far la parte del leone e a stimolare la riflessione di alcuni registi.
ImageDel 1973 è il bellissimo film di Franco Brusati Pane e cioccolata, interpretato da un grandioso Manfredi: una riflessione a tratti amara (l’episodio, duro, del pollaio) e a tratti toccante (come non ricordare con orgoglio e commozione il tinto Nino che al gol di Capello contro l’Inghilterra si alza in piedi gridando “So’ Italiano embè? Nun ve sta bene? To’ ”) sulla difficile traiettoria d’integrazione degli italiani nel paese rossocrociato. Indimenticabile poi è la scena finale in cui Manfredi, ormai rassegnato al ritorno a casa, circondato dai suoi canterini compaesani, scende dal treno e ritorna sui suoi passi, scegliendo la Svizzera. L’emigrazione come diluizione dell’identità, come specchio che deforma il proprio paese d’appartenenza e la percezione di esso nell’emigrato: non sentirsi a casa in nessun luogo.

ImageNel 1981 è invece Carlo Verdone (in un episodio di Bianco, rosso e Verdone) a regalarci il personaggio di Pasquale Ametrano, emigrato in Germania, proprietario di un'Alfa sud e di scarpe col tacco, sposato con una tipica tedesca che prepara salsicce e cipolle a colazione (prototipo, un po’ stereotipato a dire il vero, del migrante degli anni ’70) e che sorride teneramente quando, al risveglio, vede l’immagine rassicurante e baffuta di Franco Causio che lo protegge. Pasquale torna a casa per esprimere il suo voto in una patria che sente ancora sua e che ama ma che scoprirà brutalmente cambiata e poco propensa a corrispondere il suo incondizionato amore: dal confine in poi sarà un susseguirsi di furti e delusioni che faranno proprompere Ametrano in un accorato monologo al momento del voto (in buona parte incomprensibile ma non nella chiusa finale: “E allor ‘o sapet’ che ve dich? Annatevela a pija tutt quant’ ‘nto o culo”). Verdone non ci parla del saluto alla patria, del distacco,  ma si concentra sul ritorno a casa: un momento che puo essere ancora più doloroso della partenza perchè l’immagine costruita nella mente, e dunque come tale irreale, della dolce patria abbandonata si scontra con la realtà ed inevitabilmente va in pezzi.

ImagePer vedere con che occhi i tedeschi guardarono e guardano alla nostra emigrazione sul loro territorio ci vengono incontro due film: il primo è la commedia, con un inedito Lino Banfi alle prese con la lingua di Goethe, del 2009 Maria, ihm schmeckt’s nicht! di Neele Vollmar, mentre il secondo è Sosino (che purtroppo non sono riuscito a trovare) del 2002, ad opera di un quasi esordiente Faith Akin che poi si specializzerà in pellicole dedicate al tema della migrazione (turca e greca) e dei cambiamenti e delle lacerazioni che essa comporta (sopratutto lo struggente e bellissimo La sposa turca).
La pellicola della Vollmar porta un giovane tedesco a confrontarsi con una tipica famiglia del sud Italia durante i preparativi per il suo matrimonio: la prima parte è un po‘ piatta, piena a mio parere di luoghi comuni a buon mercato e di facile fruizione per il pubblico tedesco, mentre nella seconda assume più spessore il discorso riguardante l’incompatibilità tra due culture differenti come quella italiana e quella tedesca: bello il momento in cui le piccole e banali certezze (il dolce far niente, la Toscana, il buon mangiare) della madre dello sposo, tedesca, vengono infrante dalla moglie di Banfi, anche lei tedesca.  Nella figura di Banfi, che in Germania si lamenta dei tedeschi e in Italia si lamenta di "questo paese di merda dove non funziona niente“, si concentrano tutte le contraddizioni e il doppio sentimento che accompagnano l’emigrazione, specie verso i paesi del nord Europa: da un lato il sentirsi italiani, quasi come resistenza estrema ed ultima al distacco e all’annacquamento dell‘identità, e dall‘ altro l’inevitabile trasformazione dello stile di vita e delle aspettative che 30 anni di Germania portano con sè.

ImageL’emigrazione italiana in Belgio è invece stata raccontata poco: degno di menzione, e anche unico nel suo genere, è il film per la TV in due puntate Marcinelle diretto dai fratelli Frazzi ed interpretato, tra gli altri, da Claudio Amendola e Maria Grazia Cucinotta (e che ricevette, all’epoca, un'ottima critica da parte di Aldo Grasso). La tragedia della miniera di Marcinelle (sobborgo vicino a Charleroi) fu una delle più grandi sciagure minerarie nell’Europa del secondo dopo guerra (in cui morirono 262 minatori tra cui 95 belgi, per lo più provenienti dall’allora povera Fiandra, e 136 italiani, mandati li dal governo, che non si preoccupo degli standard di sicurezza delle miniere belghe, in cambio di favori nelle vendita del carbone vallone). Merito della fiction è quello di mostrare, senza abusare di una retorica piagnona e alla volemose bene ma riuscendo al tempo stesso a commuovere, le condizioni di vita, o meglio di non vita (la miniera è ancora visitabile: la vista delle baracche dove alloggiavano i minatori mette i brividi) in cui i nostri connazionali erano costretti a vivere ed a lavorare .L’emigrazione è qui tragedia vera (trattata con garbo), di persone stradicate dalla propria vita, trattate come mercie di scambio e mandate a morire sotto un cielo grigio a 1200 km da casa.

ImageNel 1950, in pieno neo-realismo, è invece Pietro Germi a filmare Il cammino della speranza, una storia rude sulla realtà delle zolfatare siciliane con Raf Vallone nel ruolo del minatore messo in ginocchio dalla chiusura della miniere e che tenta di raggiungere la Francia (guidati da un trafficante di uomini con pochi scrupoli e che alimenta le loro povere speranze pur di ricevere le ventimilalire per il viaggio), cominciando una via crucis attraverso tutta l’Italia, diroccata e polverosa, del secondo dopoguerra e superando, al contrario di Annibale che voleva l’Italia, le alpi in senso inverso carichi della loro vita e della loro storia dolorosa. L’emigrazione italiana in Francia, specie dal sud, si svolse effettivamente nel modo raccontato da Germi con un numero incalcolabile di persone che tentarono di superare a piedi le Alpi pur di sfuggire alla miseria nera. Bello, e calzante, il guidizio del Morandini sul film "poteva essere, ma non è, il Paisà della disoccupazione postbellica perché è un compendio di temi melodrammatici più che neorealistici. Troppo colore e folklore e ridondanza, ma anche vigore, dolente visione del penare umano, sincerità nella rappresentazione di una povertà rabbiosa”. L’emigrazione è qui dunque rabbia, voglia di fuga da una realtà senza sbocchi anche a costo di camminare tra le nevi perenni delle Alpi.

ImagePer concludere ci spostiamo agli antipodi, in Australia (altra meta diletta degli italiani nella quale nel 1925 risuono il grido d’allarme del presidente dell’Australian Native Association, tale mister Ginn, che tuono "Che cos’è questo improvviso intensificarsi del fiotto migratorio? C’è forse qualche influenza in gioco? Australiani all’erta“) dove l’Albertone nazionale (specializzato, con risultati altalenanti come in Fumo di Londra o in Un italiano in America), in film riguardanti gli italiani all’estero) è l’interprete del film del 1971 Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata diretto da Luigi Zampa. Il film devia presto la sua attenzione verso le vicende amorose tra Sordi e la Cardinale, ma il primo quarto d‘ora mostra la realtà di un mondo chiuso (le raccomandazioni di mister Ginn sul limitare le contaminazioni avevano evidentemente colto nel segno), segnato dalla fatica del lavoro in miniera e nella giungla e che preferisce importare, oltre a salame e formaggi, anche le mogli. Emblematica è la scena in cui Sordi dice alla Cardinale di preferire una donna italiana perchè più "obbediente" rispetto alle australiane già avviate verso l’emancipazione; la Cardinale scuote la testa domandando "ma da quant’è che non vieni in Italia". L’emigrazione era, in quegli anni senza internet e telefono, il custodire delle tradizioni che non esistevano più se non nelle comunità di chi viveva a migliaia di chiometri di distanza dalla patria.

Ho volutamente tralasciato tutto il filone mafia tanto caro ad Hollywood, ma voglio riportare di seguito una statistica che proprio ieri ho trovato sul Corriere della Sera: su 1057 pellicole girate in California e nelle quali c’era qualcuno che interpretava un italiano ( da un‘ indagine dell’Italic Studies Institute di New York sui film dal 1928 al 2000) il 27% dava dei nostri connazionali un’immagine positiva mentre il restante 73% ne dava un’immagine negativa.
Riassumendo abbiamo visto come il tema dell’emigrazione sia stato trattato in svariati modi e abbia attraversato i generi (dal neorealismo di Germi alla commedia nazional-popolare di Sordi, dal cinema impegnato di Montaldo fino a Verdone) ognuno dei quali ha trattato la materia in maniera differente, calcando a volte sugli aspetti più tragici e dolorosi ed a volte su quelli più leggeri: tuttavia tutti, anche le commedie, sono accumunati da quel gusto amaro che accompagna, inevitabilmente, la migrazione.

APPROFONDIMENTO INSERITO DA JANDILEIDA
Vedi commenti allo speciale

3.26 Copyright (C) 2008 Compojoom.com / Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved."

 
< Successivo   Precedente >