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ITALIA 70: FAMIGLIA (POCO) CRISTIANA
giovedý 22 maggio 2008
Premessa.
Gli effetti del 1968 hanno avuto una grossa ripercussione in ogni settore: dalle novità inserite - mediante censimenti ed attività “politiche” - nella vita sociale di tutti i giorni (divorzio, aborto, emancipazione femminile, maggior tolleranza e “garantismo”) per finire a settori più marginali, meno significativi e pure di svago (libri, fumetti, televisione, usi, mode e costumi).
Tra questi possiamo inserire, senza dubbio, anche il cinema, arte che assorbisce in tempo reale ogni circostante clima sociale e lo rielabora, per immagini spesso metaforiche e subliminali, dando luogo a filoni (più o meno prolifici, più o meno diluiti nel tempo) che sono termometro (o sorta di feed-back) del momento storico.

ImageFamiglia (poco) Cristiana
E’ proprio nel 1968 che, sull’onda della maggior tolleranza censoria e della libertà di costume, Samperi gira un titolo destinato, a suo modo, a rappresentare l’avvio di una tendenza poi protrattasi sin oltre metà anni Settanta. Con Grazie Zia si inaugura, in patria, lo scabroso genere del sesso tra le quattro mura; o meglio (anzi: peggio) del rapporto incestuoso.
Pur essendo pellicola sottesa e mai esplicita, la presenza di Lisa Gastoni nei panni della zia (e al tempo stesso infermiera)  dalle insolite attenzioni nei confronti del nipote turba, e non poco, lo spettatore dell’epoca.

Se con il passare degli anni, non troppi, l’incesto  sembra sfumare in una vena di ironia (spesso presente nella maggior parte dei titoli prodotti verso la metà degli anni Settanta) va però tenuto presente che appare con frequenza quasi costante, a dimostrazione d’una tendenza alla “deviazione” piuttosto estrema e forse frutto d’un (inconscio) atto di risposta al tema “cattolico”, sempre molto presente alla radice dell’italiano (al di là delle differenze d’estrazione sociale e del livello di cultura) in grado di andare puntualmente in Chiesa, ma di infrangere, sempre più spesso, i dettàmi del buon cristiano (esemplare in tal senso il titolo del film diretto, nel 1972, da Giulio Petroni: Non Commettere Atti Impuri).
ImageNon è forse incestuoso il Malizia (guardacaso siglato sempre da Samperi) interpretato dalla perfetta Laura Antonelli? Non lo è in senso stretto, giacché il ruolo di Angela è quello di andare in sposa come “seconda moglie”, ma all’interno della casa viene assediata dal figliastro e dagli altri componenti della famiglia, sempre – quindi - sul filo teso della “compromissione” carnale e sanguigna a matrice comune.
E su questo tema, per così dire pseudo-incestuoso, andranno a formarsi decine di pellicole, fortemente debitrici del lavoro portato coraggiosamente (ma anche gioiosamente) sullo schermo da Samperi.
La crisi dei valori, avviata da riforme necessarie, ma con buona probabilità vissuta eticamente (non scordiamolo: siamo italiani) con una sorta di rimorso collettivo, si manifesta anche in titoli di certo interesse: Peccati in Famiglia (1974, Bruno Gaburro) non solo risente del tema à la Malizia, ma sembra confessare (sin dal titolo) il controsenso di una necessità che si rivela contraria al “buongusto” che il laico tollera, ma non la Chiesa.

Il rapporto tra consanguinei e la crisi dell’istituzione cattolica per eccellenza torna alla luce, palesemente, in film che ne declamano, sin dal titolo, una (il)legittimità morale, uno Scandalo in Famiglia (1976, Marcello Andrei) per dirla con un film chiarificatore.
Altri modesti risultati, più ascrivibili al cattivo gusto (ma a volte in grado di strappare qualche sorriso, a dispetto del tema serio che ne sta alla base), sono quelli ottenuti nella nota commedia Il Vizio di Famiglia (1975, Mariano Laurenti) o Stangata in Famiglia (1976, Franco Nucci).

Sulla stessa linea (ovvero di crisi dettate da divorzi e rinnovati matrimoni), si collocano parecchie altre pellicole: da La Figliastra (1976, Edoardo Mulargia) al più “raffinato” Oh Mia Bella Matrigna! (1976, Guido Leoni), passando per una plètora di film a base di nipoti (più o meno vergini) che, guarda caso, in situazioni estreme lo sono del Prete (1976, La Nipote del Prete, Sergio Grieco).

ImageIl film più samperiano (per connivenze morbose legate allo svèzzamento di un adolescente) appare quello datato 1974 e girato da Nello Rossati (La Nipote, appunto), che presenta un plot sviluppato attorno ad un ambiente rurale (e parecchio volgare), costituito da personaggi biechi, al di là del fatto che appartengano ad una “casta” (di possidenti terrieri): costoro, infatti, non si pongono questioni morali quando la bella parente di nome Doris (Orchidea de Santis) giunge al casolare di campagna.

ImageDoppi valori (famiglia e Chiesa) che s’infrangono, cioè a dire doppia crisi; arriva così, sugli schermi, La Moglie del Prete (1971, Dino Risi), pellicola girata con un fondo di serietà e nobilitata dalle presenze che vi prendono parte (Marcello Mastroianni e Sofia Loren), ma anch’essa termometro d’un periodo (filmico) storico che sarebbe stato - con il passare del tempo - in netto contrasto con i temi sociali e neoralisti di qualche decennio precedente.

Mia Moglie, un Corpo per L’Amore (1972, Mario Imperoli) tradisce, dal titolo, una sorta di senso estraneo al ruolo (sino ad allora) attribuito alla consorte: non più (o non solo) manicaretti, ferri da stiro e camerette da governare; la moglie può anche avere una valenza sessuale tale e quale (forse superiore) a quella della donna ideale.
Il marito non vuole capirlo? Peggio per lui, come sembra dirci Nello Rossati mettendo in scena il dramma di una uxoricida convinta e non pentita (a ragione peraltro) nel controverso Bella di Giorno, Moglie di Notte (1971).
Il tema famigliare sembra, in questi ultimi casi, sconfinare nel melodramma e nella tragedia (profeticamente diremmo: basta guardarsi attorno), ma il senso “innato” di difesa ci impone di riderci sopra: La Moglie Vergine (1975, Franco Martinelli) ci riporta sul piano del giocoso e del tollerante, ai fini d’esorcizzare la terrificante serietà alla base del tema.

ImageArtigiani abituati a solcare i generi cinematografici non si fecero sfuggire l’occasione: La Moglie di mio Padre (1976, Andrea Bianchi) è un irrisolto (e speculativo) tentativo di dire qualcosa sul triangolo padre-matrigna-figlio, reso ancor più squallido per la presenza di un’icona (Carroll Baker) in via di disfacimento fisico.
Il culmine è ormai stato raggiunto: l’istituzione della famiglia è stata messa al centro di varie crisi (più o meno seriamente)  e non rimane che affrontare il tema in maniera più edulcorata e accettabile: cosicché Come Perdere una Moglie …e Trovare un’Amante (1978, Pasquale Festa Campanile), Letti Selvaggi  (1979, Luigi Zampa), Prestami tua Moglie (1980, Giuliano Carnimeo) e le varie commedie a base di Banfi e Montagnani (La Moglie in Bianco… l’Amante al Pepe, La Moglie in Vacanza, L’Amante in Città, Mia Moglie Torna a Scuola) non aggiungono nulla ad un tema ormai saturo anche se, per paradosso, sempre più attuale nella realtà: fuori dalla sala cinematografica e… dentro alle case delle famiglie (cristiane, naturalmente).

Insomma, per non dilungarci all’infinito (che i titoli da chiamare in causa sarebbero decisamente troppi), sottolineiamo come gli effetti del ‘68, la radicata appartenenza cattolica (vedremo più avanti come questa influenzerà ogni settore del cinema italiano) e gli effetti dell’emancipazione femminile (tradotti in leggi, si riducono al duetto: divorzio e aborto) abbiano lasciato una traccia indelebile in pellicole che denunciano, sin dai titoli, l’inizio di una inarrestabile serie di crisi socialmente rilevanti: quella della famiglia (in particolare) e quella dei rapporti umani (in generale).


ARTICOLO INSERITO DAL BENEMERITO UNDYING
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