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DR. CALIGARI

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Dr. Caligari
Titolo originale:Dr. Caligari
Dati:Anno: 1989Genere: horror (colore)
Regia:Stephen Sayadian
Cast:Madeleine Reynal, Fox Harris, Laura Albert, Jennifer Balgobin, John Durbin, Gene Zerna, David Parry, Barry Phillips, Magie Song, Jennifer Miro, Stephen Quadros, Carol Albright, Catherine Case, Debra De Liso
Note:Aka "Doctor Caligari".
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M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 17/2/20 DAL DAVINOTTI
Interamente ambientato all'interno di studi in cui si richiamano con eccellente gusto revisionista le scenografie espressioniste del capolavoro di Wiene arricchendole con colori contrastati e violenti che ne accrescono l'impatto, il film di Stephan Sayadian si pone come rilettura quasi esclusivamente visiva, di quel classico. La dottoressa Caligari (Reynal), nipote di tanto nonno, dirige una clinica chiamata C.I.A., specializzata nella cura di patologie sessuali tra le più bizzarre, tanto che a lei si rivolge un marito disperato (Zerna) la cui moglie (Albert) è preda di turbe da ninfomane. Il titolare della C.I.A., dottor Avol (Harris), deve nel frattempo tenere a bada le proteste dei suoi due figli (Balgobin e Parry) che non vedono di buon occhio l'irresistibile ascesa della dottoressa Caligari, da papà ritenuta un autentico genio della medicina. Quel che vediamo non sembra a dire il vero giustificare una simile opinione, ma va ovviamente sottolineato che l'ambito in cui ci si muove è surreale, con personaggi caricatura che sproloquiano di cure rivoluzionarie e pazienti che si adeguano come in un delirante esperimento cinematografico warholiano (o proto-lynchiano, se vogliamo). Le scenografie riempiono solo parzialmente lo spazio nero che fa da sfondo azzeccando comunque invenzioni di grande effetto, con forme e sculture post-moderniste supportate da un talento non comune nel posizionarle sulla scena. Dal punto di vista visivo, insomma, il film sa offrire qualcosa di realmente diverso e di vicino all'arte raccogliendo in pieno lo spirito che fu rivoluzionario degli espressionisti. A lasciare interdetti sono semmai le elucubrazioni dei personaggi, i dialoghi fiume (dopo un lungo intro muto che lasciava presagire l'esatto contrario) in gran parte a sfondo sessuale accompagnati dai comportamenti conseguenti. Talvolta gli attori recitano in sincronia come in una coreografia di danza, più spesso si lasciano andare a gesti e pose teatrali elaborando frasi il cui significato ultimo sfugge. Insomma, ci vuole una buona predisposizione d'animo per seguire le follie di questo Rocky Horror senza canzoni, per continuare ad ascoltare le scempiaggini provocatoriamente vacue di chi anima questo teatrino dell'assurdo, e dopo un po' si può ampiamente scommettere che in molti saran pronti a desistere. Nemmeno nell'ultima parte le cose cambieranno di molto, in verità: la formula è sempre la stessa e viene ostinatamente seguita per l'intera durata senza variazioni di rilievo all'interno di una trama che, lo si capisce chiaramente, diventa accessorio superfluo, come il testo di una canzone subordinato al suo rivoluzionario spartito. I costanti riferimenti al sesso (d'altra parte la clinica di quel tipo di devianze si occupa), le nudità femminili esposte a più riprese, la ricerca di una messa in scena che colpisca faranno la gioia di tanti facendo dimenticare quanto la parentela con l'originale sia quasi solo quella della protagonista, perché il film se ne distacca fortemente (restano l'idea della clinica e poco altro, con un personaggio secondario di nome Cesare inserito più come omaggio). Nasce per dividere, per farsi odiare e amare, per esaltare e annoiare, per incuriosire e irritare, ma pare indiscutibile che l'arte profusa riguardi quasi esclusivamente l'impianto visivo.
il DAVINOTTI