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CATTIVI & CATTIVI

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 5/9/19 DAL DAVINOTTI
Quintessenza del cinema profondamente romano di Stefano Calvagna, CATTIVI & CATTIVI non presenta una “vera” storia se non quelle, come tante, di chi vive sulle strade, di guardie & ladri che si cercano e s'incontrano. E' un cinema fatto innanzitutto di personaggi, di uomini che parlano a mezzavoce o in alternativa urlano, di scatti d'ira e di violenza, di pistole e di rapine. Come quella su cui si apre il film, in un bar dove due brutti ceffi (Autullo e Capocetti) gridano e minacciano ad armi spianate. Il tempo di ragionare su quanto sta accadendo che, subito dopo, il film retrocede alla vigilia di Natale, a qualche giorno prima cioè come si usa fare oggi, come se anticipare in qualche modo il finale potesse aggiungere vero sale alle storie. Si retrocede così per conoscere i personaggi, che Calvagna cesella attraverso la valida sceneggiatura di Emanuele Cerquiglini. Ancora una volta, però, il valore aggiunto sta in quella sorta di simil-neorealismo spontaneo caratteristico del regista in cui al meglio si muovono qui un barista, un capitano di polizia (Moretti), Savio il boss della zona (Calvagna), due drogati e naturalmente i feroci rapinatori visti all'inizio, cani sciolti cui Savio e il poliziotto danno separatamente la caccia: il primo intenzionato a far loro capire come non ci si può permettere di fare quel che si vuole, lì, il secondo solo per svolgere correttamente il proprio dovere anche a Natale. Il film si sofferma sulle indagini del capitano, sulla sua vita grama e il suo rapporto col fedele agente (Vanni) che lo accompagna; su Savio che sa di doversi muovere con grande attenzione tra la sua attività di ristoratore e di boss della zona, fidanzato con una bella avvocatessa (Nobili) che lo rimprovera senza sosta. Le loro storie s'incrociano con quelle degli altri individui, di minor importanza ma che contribuiscono a dipingere molto bene il quadro di una Roma di periferia perduta in mano alla malavita. Qualche divertito tocco caricaturale nel disegno dello sgherro mezzo psicopatico chiamato Caronte (Cerman), che si trucca col Rimmel e canta “Ridi pagliaccio” mentre sniffa, ma si rinvengono meno tracce di quel gusto per l'ironia presente in altre opere del regista: qui tutto è cupo, greve, a cominciare dai toni dimessi del poliziotto disegnato con encomiabile immedesimazione da Massimo Bonetti fino al Savio di Calvagna, che non sposta di una virgola il suo modo di recitare ma che in film del genere s'inserisce a meraviglia. Anche perché la sceneggiatura non è una semplice rimasticatura di luoghi comuni: c'è gusto nella scelta di molti dialoghi, c'è una romanità verace che traspare fieramente, originata da una profonda conoscenza della città e di alcune sue dinamiche. Il tutto accompagnato da una regia capace di evitare i momenti morti e che segnala una maturità sempre maggiore in Calvagna, una dimestichezza non comune nel girare. Non si racconta niente di nuovo, d'accordo, il solito Califano spunta ancora (e sempre con “Tutto il resto è noia”, questa volta come sottofondo in un locale), ma il film, per quanto denoti evidenti limiti di budget, è godibile, ben recitato e ben dialogato, teso quanto basta, capace di sintonizzarsi su una disperazione interiore che talvolta raggela. Cameo di Enzo Salvi, l'amico che procura le armi per il rendez-vous finale.
il DAVINOTTI