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UN DIFFICILE CASO PER IL TENENTE LONG

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 11/8/19 DAL DAVINOTTI
Quando una strage compiuta senza pietà all'interno di un ristorante cinese segue di poco un grosso furto d'armi in un arsenale militare, la CIA contatta il capitano Skidmore (Farrell) e spedisce in loco l'agente FBI Bill Bryant (Roundtree) ad affiancare l'uomo chiamato a occuparsi del caso. Quest'ultimo è il tenente Long del titolo (Fong), su cui la CIA chiede delucidazioni, visti i precedenti: “Ma... non è quello a cui hanno violentato e ucciso la moglie?”. “Sì, è lui” “Ma è a posto?” “No, non è a posto, lei lo sarebbe? Ma le posso assicurare che finirà il lavoro”. E in fondo questo è l'importante, chiudere il caso in un modo o nell'altro. Il tenente Long, che i gangster con cui entrerà in contatto chiameranno “muso giallo”, parla poco, quasi niente, non cambia praticamente mai espressione e, a dire il vero, fa un po' sorridere quando si dà alle arti marziali menando ragazzi ben più giovani e aitanti di lui (Leo Fang aveva qui già 56 anni, pur se ben portati). Inizialmente lo fanno indagare sul corpo di una ragazza uccisa su cui sono stati trovati segni di bruciature sul seno, ma presto tutto convergerà nella ricerca del pericoloso gangster Joe Marks (Mitchell) e di riflesso del suo spietato tirapiedi di colore Nighthawk (Pierce). Per arrivare a loro Long farà intelligente uso di soffiate precise e raggiungerà un intermediario che si occupa della vendita di armi. Una trama semplice, utile solo come pretestuoso canovaccio sul quale innestare una galleria di caratteri in alcuni casi particolarmente centrati. Il boss di Cameron Mitchell è il più eccessivo: innamorato del suo piccolo cagnetto da cui non si separa (quasi) mai e che vezzeggia in ogni modo, non fa invece una piega se deve sparare a qualcuno o se magari gli ammazzano la donna con la quale sta parlando sul letto; al massimo rimprovera il killer di avergli sporcato le lenzuola di sangue... Ancora più freddo di lui Stack Pierce, il braccio destro faccia di pietra che detiene il record di uccisioni a bruciapelo del film e che si accompagna a una specie di “Foxy lady” (Pyant) assunta per fargli da chaffeur e guardia del corpo (“E' la mia assicurazione”, precisa). Quanto al protagonista è solo un'altra faccia inscalfibile, senza sorriso e che però il ruolo lo regge discretamente. Al resto pensa la regia solida di Frank Harris: nonostante qualche evidente riempitivo (il torneo di arti marziali, le danze più o meno discinte...) l'insieme può definirsi perfetto figlio del suo tempo (gli Anni Ottanta, simboleggiati anche da una colonna sonora a tutto sintetizzatore firmata da Herman Jeffreys e Daryl Stevenett), benché l'impianto visivo e l'impostazione guardino più ai Settanta. D'accordo, non si vola certo alti (soprattutto nell'azione e nei corpo a corpo, dove l'imbarazzo di Fong è evidente), ma come intrattenimento di genere garantisce più di una ghignata e sa tener viva l'attenzione. Si arriva in fondo senza problemi.
il DAVINOTTI