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RIDERE RIDERE RIDERE

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 14/1/19 DAL DAVINOTTI
Testimonianza utile per capire come si rideva un tempo non nei film, tendenzialmente più ricercati e strutturati, ma nelle strade. Di fatto un barzelletta-movie di disarmante ingenuità, purgato naturalmente di ogni riferimento al sesso (nel caso ci si limita ad accenni molto casti) e costruito a sketch intervallati da scene su di un treno. Mario Riva infatti, in qualità di improvvisato narratore nell'incipit, sale sul vagone che dovrà portarlo fino a Milano e qui incontra bizzarri compagni di scompartimento nonché un bigliettaio, interpretato dal sodale Riccardo Billi, col quale aprirà a più riprese una feroce battaglia dialettica. Alle sequenze sul treno, che a ben vedere sono la maggior parte, se ne alternano altre pretestuosamente inserite e ambientate invece in alcuni luoghi tipici della barzelletta, dalla spiaggia fino al manicomio, dal night all'ospedale. Le scenografie in questi casi sono rigorosamente quinte teatrali (una conferma del misero budget a disposizione) utili a richiamare vagamente le location a cui si vuol far riferimento di volta in volta concentrandovi battute appartenenti allo stesso genere, con l'intervento di attori più o meno noti alle prese con gag imbarazzanti, giochi di parole “parrocchiali” e rarissimi momenti davvero divertenti. Solo nell'ultima parte, dopo che si è lasciato sfilare il peggio, si arriva a un paio di sketch più lunghi e strutturati: il primo, ambientato all'interno di uno scompartimento, vede Paolo Panelli incapace di gestire la gelosia sciocca della moglie (Sandra Mondaini), che lo tormenta con mille domande trabocchetto; il secondo è quello più importante, in ospedale, dove agisce il medico interpretato da Ugo Tognazzi. In sequenza gli si presentano di fronte pazienti afflitti dalle malattie più improbabili che lui cura in modo anche più anticonvenzionale prima di aprire, con Raimondo Vianello, forse l'unico momento del film che può ritenersi oggi non drammaticamente superato: afflitto da una malattia misteriosa, Vianello dovrà aiutare il medico – che sa di quale malattia si tratta ma non ne ricorda il nome – a dirgli di cosa soffre. Una sequenza buona per poter essere trasmessa in televisione, non certo brillantissima ma almeno simpatica, che rispetto ai continui battibecchi sul treno tra Billi e Riva o alle barzellette di Carlo Dapporto al night, riesce a farsi vedere. Sempre al night (anche se l'insegna recita “Bar Zellette”!) troviamo pure Manfredi, che ordina un Vermut e un'aranciata; il momento peggiore è però al manicomio, quando durante la solita visita d'ispezione i pazienti dimostreranno di non essere affatto guariti dalle patologie di cui soffrono, nonostante le apparenze. Terribile anche Tino Scotti industriale lombardo che in ditta demolisce le dattilografe, circuisce la segretaria e rifiuta l'aumento ai dipendenti, sconfortante Galeazzo Benti in spiaggia che ricorda le sue presunte origini nobili sconfessate da flashback che vanno in senso contrario. Insomma, c'è davvero poco o nulla da salvare nel film: la maggior parte delle barzellette, forzatamente adattate alle diverse situazioni, fan quasi sempre cascare le braccia e le pochissime che si salvano si perdono anonimamente nel mare magno di un progetto senza ambizioni, recuperato tuttavia nell'idea molti anni dopo da film come I CARABBINIERI o lo stesso LE BARZELLETTE. “E tu come mai non hai preso colore in spiaggia?” “Beh, perché... hic... di giorno mi abbronzo e la sera mi sbronzo!”...
il DAVINOTTI