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SE NON FACCIO QUELLO NON MI DIVERTO

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Se non faccio quello non mi diverto
Titolo originale:Portnoy's Complaint
Dati:Anno: 1972Genere: commedia (colore)
Regia:Ernest Lehman
Cast:Richard Benjamin, Karen Black, Lee Grant, Jack Somack, Renée Lippin, Jeannie Berlin, Kevin Conway, Lewis J. Stadlen, Jill Clayburgh, Jessica Rains, Francesca De Sapio, William Pabst, Eleanor Zee, Tony Brande, D.P. Barnes
Note:Tratto dal best-seller di Philip Roth "Il lamento di Portnoy".
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M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 5/11/18 DAL DAVINOTTI
Dietro a un titolo italiano tipicamente da pecoreccio Anni Settanta, quasi da decamerotico, si cela la prima versione cinematografica (a soli tre anni dall'uscita del libro) del celebrato “Lamento di Portnoy” di Philip Roth. Una traduzione nostrana che può apparire irrispettosa e offensiva, ma che in fondo – nonostante le alte ambizioni e il successo editoriale – il romanzo di Roth può anche giustificare, intriso com'è di volgarità e scritto in un linguaggio a dir poco diretto. Alexander Portnoy (Benjamin) è in studio dallo psicanalista e ripercorre la propria vita di ebreo ossessionato dal sesso fin da giovane, quando la masturbazione era diventata la sua occupazione preponderante. Alla ricerca della donna giusta, arriverà a conoscere la "Scimmia" (Black), una splendida modella bisognosa di affetto e sicurezza. E' lei a restare maggiormente in scena col protagonista, in attesa che poi la storia finisca e si passi ad altre. Una sfilata di caratteri e di passioni, con la logorroica prosopopea di Alexander a commentare senza sosta le proprie indecisioni e titubanze, i rapporti sempre tesi con le donne, i momenti in cui la placidità dell'indole lascia spazio alle intemperanze e agli sfoghi di una personalità complessa prigioniera di pulsioni primordiali alle quali non riesce a sottrarsi in alcun modo. Da qui i primi scontri col padre (Somack) - oppresso da una stitichezza cronica - e la sopportazione delle lunghe giaculatorie della madre (Grant), religiosa e preoccupata per un figlio che non capisce. La traccia del romanzo è ripresa in pieno, i personaggi (salvo inevitabili tagli) sono gli stessi, il racconto in flashback dallo psicanalista pure e in generale è evidente come si cerchi di avvicinare in ogni modo la matrice primaria all'origine del successo. Ciò che però il cinema non può replicare è lo stile di Roth, quell'esprimersi in frasi brevissime e taglienti che han fatto la fortuna del romanzo rappresentandone l'irriproducibile impronta. E così restano i fatti, oltretutto riadattati verbalmente per non eccedere con le volgarità; e quelli, a ben vedere, al di là delle singolari riflessioni su sesso e religione, costituivano nel romanzo soprattutto il terreno su cui esercitare la forma, semplici situazioni e incontri sulle quali ricamare. Il film, adattando uno stile sobrio da commedia americana anonima, annacqua la fonte mettendone in evidenza la ripetitività senza mai riuscire a cogliere l'ironia di Roth, il che – anche volendo sorvolare sulla scelta di un protagonista poco incisivo come Richard Benjamin – lo affossa inevitabilmente. Se il romanzo è stato forse celebrato oltre i suoi effettivi meriti, il film difficilmente correrà mai il medesimo rischio...
il DAVINOTTI