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IO, DIO E BIN LADEN

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 28/7/18 DAL DAVINOTTI
Era in missione per conto di Dio ma senza Landis alle spalle: Gary Faulkner (e la storia è vera, tratta da un celebre articolo di GQ) sosteneva che Dio l'avrebbe aiutato a stanare dalle sue caverne pakistane nientemeno che Osama Bin Laden, allora il nemico numero 1 della sua amata America ("La patria delle migliori ali di pollo del mondo”). Nella caratterizzazione di Nicolas Cage, qui diretto da uno specialista del demenziale socialmente rilevante come Larry Charles (che probabilmente col suo Sacha Baron Cohen avrebbe ottenuto risultati migliori), Faulkner diventa un idiota totale o poco meno, un disadattato logorroico preda di visioni mistiche (a dare il volto a un Dio maneggione e sbrigativo c'è l'ex "rockstar" Russell Brand) che lo ossessionano spingendolo ad andare più volte in Pakistan per cacciare Bin Laden. Una missione da condursi naturalmente con mezzi illogici: la prima volta parte in barca dalla California (arenandosi in Messico), la seconda in deltaplano da Israele... sempre accompagnato da un entusiasmo infantile che ad ogni ritorno sfoga con la donna che ama (McLendon-Covey); lei dapprima lo asseconda, poi comincia a non poterne più. Ma come frenare quel torrente in piena che ti travolge di parole senza lasciarti spazio per rispondere e farlo ragionare? Il film gioca tutto su questo, senza accorgersi che dopo un po' non ce la si fa più; anche perché quelli di Faulkner non son certo concetti alti da seguire con attenzione quanto piuttosto parole in libertà, pontificazioni su progetti assurdi che sembrano ideati lì per lì. A volte possono anche divertire (si veda come Faulkner illustra il suo piano per atterrare in deltaplano sul Pakistan al commesso d'un negozio di articoli sportivi), il più delle volte sono la blanda, affannosa ripetizione dello stesso progetto declinato in diverse strampalate varianti. Sulla carta l'idea - a suo modo originale e ancora una volta messa in bocca a un personaggio invasato all'inverosimile - le potenzialità per divertire le aveva, a cominciare dai faccia a faccia con un Dio non certo accondiscendente o comprensivo (Russell Brand si limita comunque a quattro o cinque veloci interventi), ma all'atto pratico tutto si risolve con gli sciocchi deliri di un matto la cui fantasia non colpisce granché. Potrà anche essere un problema di doppiaggio (digerire una simile incontinenza verbale tramite sottotitoli rischia però di diventare una sofferenza), ma si ride ben poco e i tempi comici che mirabilmente regolavano film come BORAT o IL DITTATORE qui falliscono. Il politically incorrect si limita a qualche puerile attacco alla nipote paralizzata mentre Islamabad fa da anonimo sfondo alle incursioni inconcludenti di un Faulkner che con la sua spada da samurai appresso non sa dove sbattere la testa. Una volta capita l'antifona (peraltro già intuibile leggendo una qualsiasi sinossi del film), il resto è solo una debole messa in scena di scarso spirito che l'irrefrenabile logorrea di Cage aggrava invece di valorizzare. Cameo (inutile) di Matthew Modine come medico curante, voce off che spunta goffamente qua e là senza che se ne sentisse alcun bisogno.
il DAVINOTTI