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PASSAPORTO PER PIMLICO

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 20/10/15 DAL DAVINOTTI
Si può gridare alla secessione persino all'interno della stessa città? Questo simpatico film inglese ci dice di sì. E' sufficiente che qualcuno, ad esempio (qui una bomba inesplosa scoppia rivelando una stanza sotterranea dove sono custoditi preziosi scritti e gioielli), trovi un documento che attesta come una zona della città sia stata ceduta anticamente allo straniero. Il quartiere londinese di Pimlico, in questo caso, si scopre ancora appartenere al Duca di Borgogna poiché il governo inglese non ne ha mai richiesto la restituzione. Gli abitanti, saputa la cosa dal professor Hatton-Jones (Margareth Rutherford, prossima a trasformarsi in Miss Murple nella celebre serie di film), si lasciano prendere dall'euforia (non dimentichiamo che il regno Unito doveva sottostare in quegli anni al razionamento post-bellico delle vivande) e creano una sorta di zona franca dove “vale tutto”, dichiarando di fatto la propria indipendenza. I contrasti col governo inglese cominciano quasi subito e si acuiscono giorno dopo giorno, al punto che in una delle scene più divertenti (nonché quella che idealmente dà il titolo al film) i secessionisti pretenderanno di controllare tutti i passaporti ai passeggeri di una metropolitana arrivata fino a Pimlico apponendovi sopra il loro timbro. Chiaramente siamo in una situazione altamente caricaturale, difficilmente credibile, ma proprio questo permette di trovare battute felici che tengono vivo il film, sorretto anche dalle buone interpretazioni del cast. Non è ovviamente una comicità esplosiva, solo una discreta sceneggiatura in cui qualche buon tocco ironico ne svecchia in parte l'impronta; perché è chiaro che si sta parlando di un cinema diverso, in cui le parentesi sentimentali (tra il Duca erede dei Borgogna venuto da Dijone per prendere possesso della sua terra e la giovane figlia di uno dei protagonisti) sono piuttosto imbarazzanti, per quanto brevi; in cui le scene di massa sono tirate un po' tanto per le lunghe e tendono a farsi inutilmente caotiche, in cui la stessa recitazione della Rutherford sale troppo sopra le righe, in cui le voci governative si fanno compassate. Ma c'è una bella attenzione per le location, per esempio: il quartiere viene ripreso bene, con scorci anche notturni di un certo fascino; e si nota come il lavoro in regia di Henry Cornelius non sia affatto qualsiasi, fin dalle prime scene (si guardi il bimbo che passa accanto alla buca dove lavorano gli artificieri lasciando cadere dei fogli, seguiti nella loro discesa). Guadagnatosi negli anni una sua piccola fama di cult soprattutto in virtù dell'idea bizzarra che lo caratterizza, dimostra di meritarsela e di saper - qua e là – moderatamente divertire, soprattutto quando si prende a pretesto la situazione per definire i londinesi “stranieri”. Su tutti svetta il bravo Stanley Holloway nel ruolo del negoziante che guida i rivoltosi, ma anche chi gli sta intorno mostra uno spassoso piglio british perfettamente adeguato.
il DAVINOTTI