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• IL MIO AMICO FRANK

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 3/6/15 DAL DAVINOTTI
Sgombriamo il campo dagli equivoci: il Frank del titolo italiano altri non è che il mostro di Frankenstein (lo si capisce nel ben più chiarificante originale FRANKENSTEIN: THE COLLEGE YEARS), il che colloca il film nell'affollato sottogenere dedicato alle commedie d'ambientazione solitamente scolastica in cui i mostri dell'immaginario horror americano finiscono alle prese coi ragazzetti del college, triturati da battutacce e gag quasi sempre di scarsissime pretese. L'esordio del futuro regista di tanti successi di Jim Carrey (da ACE VENTURA a BUGIARDO BUGIARDO) non fa eccezione: qui il mostro, creato in laboratorio da un professore defunto nel prologo, viene portato in vita da due studenti intraprendenti che decidono di introdurlo in società. Gli mettono parrucca, cappellino e abiti da teenager ed eccolo lì Frank N. Stein (Hammond), pronto a entrare nella squadra di football dopo aver lanciato un pallone a chilometri di distanza. Naturalmente il suo vocabolario si limita a quattro parole in croce pronunciate a fatica con aria beota, non capisce nulla e ha un grosso problema: la crisi di rigetto dei tessuti, appartenenti come sappiamo a esseri umani diversi. Il professore l'aveva risolta con uno speciale siero, ma non sembra possa essere una soluzione definitiva. Poco questo ha a che fare con la vicenda, comunque, che fa perno su scadenti battute legate alla convivenza di Frank all'interno del college: Frank a cena con le ragazze, Frank sul campo da gioco, Frank che si esibisce sulla pista da ballo e via dicendo... Di quello che sarà il buon talento comico di Shadyac dietro la macchina da presa poco si vede: giusto qualche battuta che va a segno e che in film simili a volte non ci si aspetta, ma anche troppe che al contrario risultano imbarazzanti, nella loro ingenuità. Si salva forse (più per la follia del personaggio e la sua particolare espressività) il dottor Blain impersonato da Patrick Richwood, ma i due giovani protagonisti dicono invece davvero poco e hanno troppo spazio (insopportabile poi quando a loro s'aggregano le fanciulle, soggiogate da un'inesistente fascino). Se non fosse per una regia in fin dei conti piuttosto agile che rende quasi potabile il tutto, IL MIO AMICO FRANK sarebbe da catalogare tra i peggiori del (sotto)genere. E di certo l'ovvio happy ending non aiuta...
il DAVINOTTI