DISCUSSIONE GENERALE di Ogni cosa è segreta (2014)

DISCUSSIONE GENERALE

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  • Digital • 31/01/18 08:23
    Portaborse - 3206 interventi
    Il titolo italiano del dvd/blu-ray è Ogni cosa è segreta.
  • Buiomega71 • 22/05/21 10:37
    Pianificazione e progetti - 22768 interventi
    Viene in mente la distorta confessione finale di Regression, nell'arringa fasulla davanti alle telecamere che si avvia verso la fine di questo turgido dramma femminile sulla maternità mancata, sull'impossibilità di essere normali, sulle derive delle pieghe della mente che portano a atti inconsulti e irreparabili (anche se commessi da minorenni), mettendo di mezzo innocenti, madri disamorevoli e calcolatrici, poliziotte prese dai sensi di colpa, ragazze emarginate autolesioniste, sgradevoli e disturbanti slanci materni di ragazze ancor più ripugnanti (non che le madri siano da meno), in una Orangecounty (nella Baltimora di John Waters) cupa, ansiogena, squallida e disadorna.

    L'incipit è straordinario (le due amichette alla festa in piscina tra bambine, i regali da scartare, la Barbie di colore poco apprezzata, "puttanella" come secca risposta, lo schiaffo alla madre di una delle ragazzine viziate, davanti alla grande casa, sulla veranda-con qualcosa di kinghiano nell'aria malsana di quel pomeriggio assolato di mezza estate- il ratto della neonata), un fulminante avvio che, però, non manterrà le promesse sperate, perchè la Berg (documentarista al suo primo film di finzione) si adagia su stilemi paratelivisivi un pò anonimi, quasi che sembra di vedere quei film tv per la serie "dossier" Donne al bivio, affidandosi ad una Diane Lane che, invecchiando, diventa sempre più brava e intensa e alle altre due comprimarie (la Fanning e la rivelazione Macdonald, tanto sgradevole quanto intrisa di realismo), con tocchi alla CSI (l'investigazione dei due poliziotti, gli interrogatori, il puzzle che , piano piano, si ricompone) di collaudata convenzionalità.

    Quello che resta, poi, è un drammone uterino che si lascia ben seguire, senza chissà quali voli pindarici, che si adagia su rette prestabilite, facilmente dimenticabile, che non affonda i denti veramente mai, ma che regala alcuni momenti dolorosi  e lancinanti (la confessione, il giocattolo portato nel tugurio, la bimba che continua a piangere messa in un cesto, il suicidio nella vasca da bagno, il pudding fatto trangugiare a forza alla povera bambina, Beverly che scompare al negozio di divani, il racconto della Lane su come tutto "ebbe inizio", le bugie dette a fin di "bene", il ritrovamento del corpicino senza vita della prima bimba scomparsa da parte della poliziotta), fino all'ultima inquadratura (quella in chiusura del film) che ghiaccia il sangue, che rimette in discussione quello visto fino a pochi istanti prima, che ribalta la prospettiva e spiattella in faccia una terribile verità (dopo i racconti incrociati alla Rashomon fatti dalle due ragazze "incriminate") forse già intuibile, ma che la regista sa ben giostrare in un continuo gioco al rimpiattino tra sospetti, allusioni, mezze verità e accuse per discolparsi.

    La crudeltà delle piccole silfidi sottolinea ancora una volta i cosidetti "giochi del mostro", dove l'innocenza si macchia di riverberi oscuri e morbosi, tra gelosie, emarginazione e istinto materno andato in necrosi.

    Se si fosse puntato di più sulle due ragazzine disturbate forse, magari, il film avrebbe preso una piega diversa, ma anche così (pur con i suoi limiti) resta un solido thriller dall'anima nera dal cuore di tenebra, non memorabile, ma che, a volte, sa toccare corde emotive in una storia che pesca dai meandri della cronaca nera di tutti i giorni.

    Penetrante lo score di Robin Coudert e la Lane avrebbe meritato la candidatura all'Oscar come miglior attrice non protagonista.

    Tra stantia aria da Sundance e spizzichi da film televisivo, ma con stoccate strazianti ben assestate.

    La Berg guarda a certo desolante realismo, lasciando fuori prerogative autoriali (e interessante , nonchè coraggiosa, la scelta della ben poco attraente Danielle Macdonald come protagonista, che si ingozza di schifezze, fa indigestione di reality show davanti alla tv,  fa la sciantosa con i vestiti e le scarpe della madre, e non c'ha voglia di trovarsi un lavoro, bighellonando tutto il giorno per la cittadina, pianificando la sua follia) facendo posto alla tristezza di una vita (o più vite) in solitudine (e di come essa possa creare dei "mostri").

    Sicuramente finirà nel dimenticatoio, ma almeno l'ultima immagine prima dei titoli di coda resterà dentro per un bel pò.


    Ultima modifica: 22/05/21 13:35 da Buiomega71