Inizialmente avrebbe dovuto essere un giallo d’ambientazione giornalistica, diretto dallo sceneggiatore Sergio Donati. Solo in un secondo tempo venne chiamato in regia Marco Bellocchio, che per riscriverlo si affidò a Goffredo Fofi e lo caricò di una forte connotazione politica, stravolgendo gli intenti originari. Ma qualcosa del giallo resta; tanto che a tratti, nel disegno di alcuni personaggi, nella ricostruzione del delitto, subentrano suggestioni quasi argentiane. Prontamente soffocate da un Bellocchio interessato a tutt'altro: a scolpire con arguzia la figura del caporedattore interpretato da Volonté, ad esempio. Il quale poi, grazie a una classe immensa, lo trasforma nel vero protagonista...Leggi tutto del film. Un'interpretazione memorabile, resa con un realismo e un cinismo straordinari, che fanno luce sugli aspetti di sudditanza cui va incontro chiunque gestisca l'informazione. A breve ci saranno le elezioni e il padrone del giornale (che si chiama proprio “Il giornale”, due anni prima che Montanelli fondasse quello vero) capisce di dover fronteggiare la deriva comunista sostenuta dai quotidiani concorrenti; al caporedattore Volonté, vero referente del potere, viene in mente di accusare del turpe omicidio di una ragazzina (la futura corrispondente di Emilio Fede a “Studio Aperto” Silvia Kramar) un giovane fervente comunista che la conosceva. L'indagine del film non si sviluppa seguendo le mosse della polizia quanto quelle di un cronista (Fabio Garriba) del “Giornale” che comincia a vedere del marcio nelle campagne denigratorie sostenute dal suo capo in prima pagina. Una storia interessante, scritta con estrema intelligenza e originalità; leggermente appesantita dallo stile di Bellocchio ma ricca di coinvolgimento. In apertura c'è Ignazio La Russa a un comizio del MSI.
Buon rappresentante del filone "politico" che ha il suo piatto forte nell'interpretazione di un ottimo Gian Maria Volonté. Ancora molto attuale la tematica di come i "media" possano influenzare l'opinione pubblica falsando i fatti. Meno riuscita la parte gialla, specie nel modo in cui viene scoperto il vero colpevole, che evidentemente non interessava granché a Marco Belloccchio. Figlio di un'epoca che oramai non c'è più, rimane comunque interessante ancora oggi. Due pallini e mezzo li vale tutti.
Bellocchio affronta il tema del “quarto potere” in maniera estremamente spietata e diretta. Forse il suo sguardo non è del tutto obiettivo, facendo pendere la bilancia un po’ più da una parte, ma bisogna dargli atto di aver dipinto con notevole autenticità (purtroppo ancora attuale) la sporcizia di un mondo in cui gli interessi politici contaminano gravemente gli organi mediatici e istituzionali. Grandissimo Volonté nel ruolo di un cinico, untuoso e quanto mai compiaciuto capo di un giornale.
Amaro e, naturalmente, faziosetto, ma diretto con piglio robusto, e un senso dello spettacolo che evidentemete non andava necessariamente disgiunto dall'impegno, a patto che si conoscesse il mestiere. In effetti la generazione è quella buona. Naturalmente se si vuole il giallo le pecche sono numerose, ma nel complesso un lavoro di buona fattura, dominato come d'abitudine da un Volontè spettacolare. Celebre e stravista la comparsata di un La Russa-Rasputin al'inizio. Da vedere (il film, non La Russa).
Maestosa interpretazione di Gian Marià Volontè nei panni del capo redattore di un giornale di destra. Il suo personaggio è un filtro della società di inizio Anni Settanta in Italia. Magnifica la scena in cui corregge il titolo dell'articolo al suo collaboratore: Bellocchio mostra come non mai, in quei pochi istanti, quanto la stampa possa manipolare l'informazione. Finale amarissimo con un fermo sul Naviglio che riprende a fluire portando con sè tutto il lerciume della nostra società.
Film di buona fattura, che paga lo scotto del cambio di mano in corsa. Naturalmente a furoreggiare è sempre Volontè, il quale rispolvera per l'occasione l'accentuazione della sua erre moscia e incanala le nevrosi del commissario di Indagine... in una patina altoborghese trattenuta, ma non per questo meno insoddisfatta e amante-odiante del potere.
MEMORABILE: Come si scrive un articolo pubblicabile, per non tormentare ulteriormente il poveruomo direttore...
Indubbiamente un Bellocchio minore e non sempre riconoscibile se non nelle isterie e nelle voci stridule di certi personaggi. Il ritmo ansiogeno di certi dialoghi son di sua mano ma il film non si ricorda come altri suoi. Pena lo scotto pagato allo stile di Petri. Ovviamene Volontè è immenso e così Laura Betti. Fa impressione vedere un film che inizia con un vero comizio (di La Russa) ma la rappresentazione del mondo extraparlamentare non è molto incisiva. Bella invece la Milano plumbea e piovosa. Piovani paga il prezzo di somigliare troppo a Morricone.
MEMORABILE: La lezione sul titolo del giornale; l'avvicinamento alla Betti di Volontè, viscido come non mai.
Gian Maria Volontè interpreta benissimo (come al solito) un capo redattore che deve soddisfare la linea politica del proprio giornale, incolpando ingiustamente un avversario politico di stupro. La regia di Bellocchio è molto lenta e forse se ci fosse stato un altro regista il risultato sarebbe stato più soddisfacente. Comunque è da vedere.
Film critico sul potere che ha la stampa, nel distorcere notizie a favore o sfavore di una determinata parte politica, e sulla capacità dei mass media nel confondere le idee e influenzarle, indirizzandole in una determinata direzione. Come sempre Volontè si immedesima benissimo nella parte. Tanto è vero che è il suo personaggio la spina dorsale del film. Un po' ripetitivo e con un finale sconvolgente.
MEMORABILE: Volontè che aspetta il giornale stampato.
Parzialmente riuscito. Ciò che è riuscito è splendido (Volontè grandissimo nel far risaltare la sua misurata compostezza; quasi tutti recitano come ora ce lo sogniamo...), ma ciò che non funziona è assai mediocre (l'incastro del giallo, la sua soluzione e la conversione di Roveda sono imbarazzanti nella loro goffaggine). Il cuore di Bellocchio batte a sinistra, ma sceglie di mostrarci giovani di rara antipatia e (oltre a La Russa) legioni di persone convinte, con la famosa certezza politica dell'epoca, che Feltrinelli era stato assassinato...
MEMORABILE: "E stavolta cercate di non mettere nella stessa pagina l'incidente di Palermo e la pubblicità dell'Alitalia!"
Qui la puzza del marciume politico si sente a distanze chilometriche (emblematici gli ultimi fotogrammi) e il regista è bravo a descrivere come una notizia di cronaca nera possa essere manipolata diventando più letale di un proiettile. Certo, ogni tanto ci si allontana un po' dall'argomento principale, ci sono alcune cose che stridono (certi schiaffi alla Bud Spencer, la ricostruzione dell'omicidio...) e il ritmo è piuttosto blando. Ma a rendere meritevole di visione questa pellicola ci pensano gli attori (Volontè, a tratti quasi luciferino, Laura Betti schizzata e il giovane giornalista).
MEMORABILE: Descrizione del lettore medio: "Tranquillo e scoglionato"; Volontè alla moglie: "Non solo sei cretina tu, ma mi rincretinisci anche il figlio".
Prima di invischiarsi nei torbidi della psicoanalisi, Bellocchio sapeva informare un cinema di denuncia dai toni autentici e appassionati. Un pamphlet iracondo che rivela come la strumentalizzazione operata dal Quarto Potere in piena lotta di classe, non solo monta ad arte il capro d'espiazione, ma conduce - deus ex machina - l'indagine investigativa fuori dai territori della verità. Volontè è quello di sempre, ironico e intelligente; Laura Betti, che riaccende l'umanità deragliata nel sottobosco del conflitto, è in stato di grazia. Illuminante la fiumana di detriti in coda al film.
La rabbiosa accusa ad un giornalismo manipolatore di notizie (e di masse) in virtù del suo asservimento al potere politico-economico è sottesa ad un contesto realistico e preciso – la sovversione rossa da un lato e la strategia della tensione attuata dalla destra eversiva dall’altro –, ma nella sceneggiatura stratificata e grumosa si percepisce l’assenza di una supervisione unitaria, indizio delle vicissitudini produttive di un film solo in parte “bellocchiano” e per questo incapace di doppiare gli esiti di Petri o Rosi. Superlativi Volontè e Betti - laidi e sanguigni – e il viscido Steiner.
MEMORABILE: Le indicazioni di Volontè su come i titoli degli articoli debbano essere composti per far colpo sull’opinione pubblica.
Uno dei primi film (forse il primo italiano) che mostra gli effetti nefasti della manipolazione giornalistica a fini politici. Esemplare a questo proposito la figura del giornalista di un quotidiano che strumentalizza un delitto a scopo sessuale per screditare un movimento politico. Il limite del film è quello di un ritmo altalenante (con alcune pause di troppo); tra i pregi, l'impeccabile interpretazione di Volontè.
Sia per come è realizzato che per il tema trattato, il film meriterebbe i tre pallini netti: la combinazione tra i colori (il giallo, rosso e nero) mi è sembrata gustosa assai! Il punto da due palle è la visione faziosa e spudoratamente ideologica che traina tutto il carrozzone, assolutamente sbilanciato, quasi da ribaltarsi. Non affermo che il tema sia stato bugiardo, in quanto negli anni del piombo l'aria era piena di menzogne e deviazioni, questo no. Ma gli elementi cattivi stanno tutti da una parte e quelli buoni dall'altra, almeno quasi tutti... **!
Saggio breve sulla manipolazione dell'informazione composto con taglio semi documentaristico da un Bellocchio ispirato che si affida al sempre eccellente Volontè ed alla "isterica" Betti. La disinformazione massmediatica alla vigilia delle elezioni a conti fatti è la vera protagonista del film, reso più coinvolgente dalla soffusa trama gialla che di tanto in tanto viene a galla. Cinema di impegno politico da non dimenticare.
Recitato malissimo, con Volontè che pronuncia le r con delle v, la Betti che parla a raffica ottimamente intercalata nel suo personaggio isterico. Un film che pesa, poiché ci si chiede quanti processi anche attuali, a soluzione molto più immediata, siano stati tirati fino all'ultimo grado e anche con sentenza errata solo perché politicamente faceva comodo così... Andrebbe visto più volte anche per la velocità degli eventi, ma in special modo per memorizzare bene le verità molto scomode degli ultimi 20 minuti.
Un film schematico e settario ma che dice, in modo convincente e perentorio, delle scomode verità sul mondo dell’informazione in rapporto alle notizie e all’opinione pubblica. Non esiste l’imparzialità dei fatti, ma questi vengono spesso manipolati e distorti a fini di potere. Un film ribollente ed iperrealista che mischia insieme cronaca mentre essa si fa, realtà e finzione, dibattiti e polemiche su come manipolare le coscienze. Un film frammentario e disorganico, scisso ma stilisticamente potente, ricco di sapori e a sangue caldo. Volontè é perfetto.
MEMORABILE: La lezione di "semantica" giornalistica impartita dal capo redattore Volontè al giornalista alle prime armi Roveda. Il senso di caos degli anni '70.
Temi non nuovissimi, trattati però con nerbo e professionalità da un Bellocchio che costruisce una discreta storia dove non tutto funziona ma parecchie cose, sì. La trama gialla è all'acqua di rose ma non è certo quel che interessa al regista. Frettolose la scoperta del vero colpevole e la conversione di Raveda. Eccellente Volonté, bravissimi gli altri con una menzione speciale per la Betti. Schierato, ma non si capisce perchè ciò debba essere per forza un neo. A mio avviso un buon film.
MEMORABILE: La lezione "semiologica" su come si scrivono i titoli degli articoli che Volontè dà a Raveda.
La manipolazione della realtà come strumento del potere borghese in una società in fibrillazione. Spietata ricostruzione del rapporto di connivenza tra stampa, polizia e politici, incarnata nel caporedattore che dà la notizia dell’uccisione di una ragazza da parte di un estremista di sinistra. Quasi un trattato di anti-deontologia giornalistica, ma, più propriamente, un’occasione per capire meglio le forze in campo nell’agone italiano degli anni 70. Eccellente Volonté, magnifica Betti. Straziante il canale d’acqua e spazzatura alla fine.
Grande esempio di cinema. Non mi interessa un sospetto di faziosità, o una esagerazione nel descrivere il modo di agire di certi giornali (o di tutti), qui si prendono di mira tutti allo stesso modo e senza mezzi termini. Non sono la politica o l'informazione sotto il mirino, è l'essere umano e Bellocchio lo fa in modo mirabile, intersecando un "giallo" agli interessi delle parti sociali, impegnate, ognuna a proprio modo, a far valere le proprie idee, credute giuste dai più puri (o dai più ingenui). Le interpretazioni eccellenti completano il film.
MEMORABILE: Volontè insulta la moglie, non all'altezza.
Storia di legalizzata criminalità, quella a penna armata, con la complicità di investigatori fascistoidi e una classe politica amorale e opportunista. Volonté interpreta un giornalista cialtrone e viscido, lontana dalla figura dell’ispettore/cittadino al di sopra di ogni sospetto: mentre quest’ultimo, alla fine dei conti, sembra una simpatica canaglia, l’altro giustifica qualsiasi mezzo ai suoi fini, è disonesto nel midollo, prevaricatore anche tra le mura domestiche e nulla gli interessa di chi viene travolto dalle sue macchinazioni.
La cosa che risalta su tutte è sicuramente la notevole interpretazione del cinico direttore de "Il Giornale" (quello vero nascerà qualche tempo dopo) del grande Volontè con la "r" moscia. Laura Betti, in una delle sue migliori apparizioni, merita sicuramente una nota degna di lode così come l'ouverture con un vero comizio di destra, tenuto dal capellone La Russa inserita a inizio film. A tratti grottesco, rimane sempre nella realtà dei fatti rendendosi alquanto interessante.
Singolare caso di opera commissionata, il cui intrinseco carattere “spurio” gli ha consacrato negli anni una originale polisemicità. Tutto quello che avrebbe dovuto nuocere al film (l’incontro di due “autori” così distanti come Bellocchio e Volontè; l’intervento “intellettuale” di Fofi sul copione di Donati) converge verso una paradossale docu-fiction che, raffreddando costantemente la narrazione, ci fornisce, straniata ma vera, la realtà di quel controverso periodo storico. Lacunosa la parte politica, di lucido cinismo quella prettamente giornalistica.
MEMORABILE: Il ghigno dell’editore Steiner; Il birignao del Direttore Volontè; Le splendide “scenate” di Laura Betti e il suo dialogo in auto con Volontè.
Film di denuncia sociale nel contesto fondamentale degli anni '70. Categoricamente gelido nell'esposizione, tocca picchi melodrammatici, eppur realistici, nella raggirata, solitaria, disperata, figura femminile di Rita Zigai ben interpretata da Laura Betti. Perfetto nella riproduzione scenografica di squallide ambientazioni e realtà esistenziali distrutte, prezzi immancabilmente pagati dal puro idealismo che, si sottolinea, chiede sempre e comunque un costo troppo alto. Cambierà mai qualcosa?
MEMORABILE: L'immagine ultima del liquame che, inesorabile, scorre. Da sempre.
Il film mostra i meccanismi e gli effetti nefasti della strumentalizzazione giornalistica per fini politici. La manipolazione della realtà è lo strumento del potere della classe borghese italiana degli anni settanta, irrequietà, nevrotica e pronta a esplodere. Racconta il rapporto di connivenza tra la politica e la stampa; un fatto di cronaca nera diventa nelle mani sbagliate un'arma socialmente rovinosa. Il tema è senza tempo e merita la visione nonostante il ritmo non sia sempre convincente.
Marco Bellocchio confeziona un grande film incentrato sul mondo del giornalismo, girato in una Milano tenebrosa dei primi anni 70 da poco orfana delle rivoluzioni del sessantotto. Volonté è una spanna sopra tutti gli altri e si dimostra il miglior attore italiano di quel periodo, confezionando un personaggio cinico e utilitarista, capace come pochi altri di far apparire, attraverso "il giornale", ciò che in realtà non è (o potrebbe non essere...). Grande esempio di cinema.
Vibrante atto d'accusa sulla manipolazione della verità compiuta dagli organi d'informazione, con la complicità di una borghesia corrotta, una polizia fascistoide e una magistratura ottusa. Ideologicamente schierato, a tratti semplicistico nella sceneggiatura ma preziosa fotografia degli anni di piombo, con un Volonté superbo nel tratteggiare un personaggio consapevole della propria corruzione. Uno di quei film che possono non piacere, magari anche indisporre, ma di cui oggi il nostro cinema avrebbe un gran bisogno. Buone musiche di Piovani.
MEMORABILE: Volontè grandioso quando impartisce lezioni di giornalismo a Garriba e litiga con la moglie; L'amaro simbolismo del fotogramma conclusivo.
Apologo, tuttora attuale, sui guasti di un giornalismo di sciacalli e lacchè che nasconde, distorce, manipola la realtà per fini politici o di potere, incarnato dal viscido e ipocrita Bizzanti (un Volonté inquietante e repellente), cane da riporto di una borghesia putrescente che tuttavia prospera grazie alla debolezza e all'isolamento di chi ha un minimo di etica e al nichilismo imbecille dei contestatori. Si tace ogni scandalo, in attesa del prossimo “fattaccio” da sfruttare e insabbiare.
MEMORABILE: Le riunioni in redazione; Le “lezioni” (di giornalismo e di vita) di Bizzanti; L’isteria di Rita Zigai (Laura Betti); Il canale pieno di liquami.
Film di denuncia di un giornalismo che, al servizio del potere, manipola l'opinione pubblica al fine di screditare una certa fazione politica utilizzando un caso di omicidio a sfondo sessuale. Ritmo altalenante in questo film di Bellocchio; il caso in sè non interessa particolarmente, quello che conta è il contesto e la strumentalizzazione dei fatti con secondi fini è un tema che non è passato di moda. Monumentali Gian Maria Volontè e Laura Betti.
Film socialmente impegnato con venature di giallo che si divora in un sol boccone. Bellocchio mette in luce alcuni degli aspetti più mefitici del giornalismo, atto a distorcere e deviare l’opinione pubblica a favore del Potere. Si narrano le vicissitudini di un caporedattore di un fittizio giornale e di un suo giovane dipendente, il tutto ambientato negli anni ’70 tra gli scioperi degli operai e le lotte studentesche (che l’autore non manca talvolta di beffeggiare). Una nota di merito va a Volonté e al suo personaggio, che dà da riflettere.
MEMORABILE: Il questore che spiega l’omicidio; La scena finale dell’immondizia nel canale; “Chissà che cesso è sua moglie, caro commissario”.
Il tempo ha ridimensionato alcuni sbilanciamenti, talune faziosità del film; in più vi ha aggiunto un inestimabile valore documentario: delle atmosfere, delle animosità, dei tipi psicologici. Le inverosimiglianze (nel tratteggio del giornalista ribelle Roveda, a esempio) o certi facili simbolismi (il fiume dei liquami nella scena conclusiva) non inficiano i meriti di cui sopra. Volonté, col suo cinismo e il suo sprezzo trattenuto, domina per tutta l'ora e mezza.
Splendido prodotto del cinema politico degli anni '70. Bellocchio si ispira più a Damiani e Costa-Gavras che a Pasolini, mantenendo una denuncia lucida e diretta verso la combutta fra giornalismo d'opinione e alte sfere della politica che plasma la vita dei cittadini a proprio uso e consumo. Volontè naturalmente sguazza nel ruolo del direttore di giornale cinico e pronto a tutto fornendo l'ennesima prestazione da manuale del cinema. Ottima prova anche della Betti mentre il cast secondario non è sempre all'altezza. Attuale e utilissimo!
MEMORABILE: Volontè che dà lezioni di giornalismo.
Una pellicola, liberamente tratta dall'omicidio Sutter, che ha il merito di denunciare certe ingerenze giornalistiche nella manipolazione delle notizie per fini esclusivamente politici ed elettorali. I manipolatori di destra e le vittime della sinistra extraparlamentare. Monumentale Volontè nel sua interpretazione ben coadiuvato da una folta schiera di caratteristi. Finale amaro ma notevolmente veritiero.
Milano, anni '70, nel pieno della contestazione giovanile. Quando viene rinvenuto il cadavere di una ragazza di buona famiglia, il quotidiano cittadino ne approfitta per montare una campagna stampa a fini politici, indirizzando le indagini verso un colpevole di comodo... Un film grintoso, anche se troppo schematico, che esplora esplicitamente, forse per la prima volta in Italia, i meccanismi della creazione del consenso, basati, ieri come oggi, sul rivolgersi alla "pancia" dei lettori. In una interpretazione più trattenuta del solito, grande prestazione di Volonté nel ruolo del redattore capo.
MEMORABILE: Così Volonté si rivolge alla moglie: "Sei cretina e mi rincretinisci anche il figliolo. Cretina, cretina, cretina", e lei non apre bocca
Un quotidiano della maggioranza silenziosa pilota artatamente per scopi politici un caso di cronaca nera (che ricorda vagamente l'omicidio di Milena Sutter). Dominato da un gelido Volonté e un'allicinata Betti, il film di Bellocchio colpisce per la carica profetica (col giovane La Russa e il vero "Il Giornale" ancora da venire) e perché pur svolgendo una tesi dichiarata non fa sconti nemmeno alla propria parte (la descrizione degli ambienti extra-parlamentari è spietatamente odiosa). Gran film, forse solo Petri avrebbe potuto fare di meglio.
MEMORABILE: "Ma dalla moglie del divettove di uno dei pvincipali quotidiani ci si aspettevebbe una mentalità più evoluta del suo lettove medio, cvetina, cvetina!"
Meno conosciuto e riconosciuto rispetto agli altri grandi film politici italiani, l'ho trovato invece una piccola perla degli anni 70. La storia è di una potenza politica ed efficacia sociale straordinaria, valida fino ai giorni nostri non solo nel ritrarre il modo di lavorare di certi giornali ma anche nel dipingere negativamente tutti i personaggi, compresi alcuni giovani di sinistra (per fortuna solo una minoranza) che senza accorgersene fanno il gioco dei "padroni". Magistrale la regia di Bellocchio, bravissimi Volontè e la Betti.
MEMORABILE: La lezione di Volontè sui termini da usare in un articolo; Il finale terribile.
Per influenzare il voto politico si accusa un innocente di omicidio. Interessante perché mostra ciò che la persuasione può creare e per il potere di chi sa influenzare il pubblico. Sceneggiatura che però avanza a scatti e non fa una critica al sistema. Volontè ha una lucida calma nell'affrontare il diabolico piano e la Betti dà le sfumature umane al personaggio. Clima politico e sociale abbozzato, anche se le immagini urbane (su tutte il finale) esprimono al meglio il degrado del periodo.
MEMORABILE: La carrellata dei titoli di testa; Gli insulti alla moglie; L'armadio con l'effigie della vittima.
Il giovane Bellocchio dirige un classico film politico anni '70. L'inchiesta parte dall'omicidio di una studentessa e coinvolge un giovane anarchico. Volontè è il potente direttore di un giornale che crea il mostro da sbattere in prima pagina. Rivista oggi la pellicola non è priva di difetti, a tratti troppo schematica. Steiner come simil-Montanelli è fuori parte. Ma resta il documento di un'epoca ormai lontana.
MEMORABILE: Volontè insulta la moglie davanti alla tv.
Vale come manifesto di coscienza politica, denuncia vibrante di un modo torbido e utilitaristico di fare giornalismo che - lontanissimo dalle parole al miele che gli vengono riservate a posteriori - negli anni più caldi dell'agone politico riusciva particolarmente bene. Persino imbarazzanti, nella loro immediata preveggenza, alcuni ritratti teofrastici (e Volontè non è nemmeno il più riuscito). Come giallo è decisamente meno interessante - ma, va detto, il disvelamento del whodunit conta quasi nulla. Oggi, per contro, appare un po' invecchiato.
Ennesimo film di Volontè da far vedere alle elementari, ma non per la grandezza del film (anche) ma per mettere davanti agli occhi di tutti il giornalismo, con tutti i suoi gangli che mirano al completo smembramento e successiva ri-animazione di una informazione completamente diversa da come è nata. Cinismo a go-go, una Milano fredda e nebbiosa fanno da cornice a questo terribile dramma quotidiano!
MEMORABILE: "Ora, io non sono Umberto Eco e non voglio farti una lezione di semantica applicata all'informazione".
Bellocchio, col pretesto di un delitto (risibile nell'intreccio giallo) riesce a descrivere ottimamente il momento storico, pur con una spiccata faziosità che gli perdoniamo. Volontè, gran mattatore, impersona la stampa, manovratrice e condottiera del pensiero comune, come un'antesignana delle fake news social dei giorni nostri. C'è faziosità, certo, ma le riflessioni che ne conseguono ce la fanno dimenticare! Interessante la Milano che fu, un po' meno certe esasperazioni interpretative.
Una storia improntata a un insopportabile manicheismo: da una parte un mefistofelico caporedattore disposto a fare strame della verità pur di tirare la volata alla DC; dall'altra gl'innocenti comunisti e il giovane cronista idealista. Finale didascalico, scontato, posticcio, velleitario. Volonté da brividi; ottimo il resto del cast. Del Volonté politico molto meglio La classe operaia va in Paradiso, che non fa sconti a nessuno.
MEMORABILE: La lezione di semantica applicata al giornalismo impartita da Bizanti (Volonté) all'ingenuo cronista Roveda (Garriba).
Inflessibile, perfetta, lucidissima regia di Marco Bellocchio, che con questo film ci mostra gli stratagemmi giornalistici in un morboso clima di campagna elettorale. Cupo e sudicio nella svolta thriller (la verginità indifesa), cinico e spietato in quella politica (se le mamme italiane vogliono piangere, noi le facciamo piangere), malinconico e grottesco nel melodramma (dicono che sono decadente, perché per loro l’amore è decadente). Un pezzo di cinema italiano scomodo e necessario con una combriccola di attori perfetti (Laura Betti su tutti).
Sicuramente un buon film. Impegnato, ma l'aggettivo non ha necessariamente connotazione negativa. Qui è ben descritta un'epoca. Volontè (poteva essere altrimenti?) regala un'altra grande interpretazione, questa volta dando al personaggio un'interpretazione misurata. Buono lo sviluppo narrativo, con la componente gialla in secondo piano. Accanto al protagonista spicca la Betti. Curioso vedere qui Steiner, così come nei primissimi secondi La Russa. Bello l'uso della metafora del fiume con i detriti nella scena finale.
MEMORABILE: I primissimi secondi e gli ultimi: il comizio di La Russa e la metafora del fiume con i detriti.
L'omicidio di una ragazzina viene manipolato dalla stampa di destra per screditare i militanti dell'estrema sinistra prima delle imminenti elezioni politiche. Il film è una lezione che va imparata a memoria sulla capacità e sul potere dei media di poter distorcere la realtà per secondi fini. A nessuno importa della verità e della giustizia, la sola cosa che conta è lo scopo finale da raggiungere. Un'opera scomoda e inquietante che spinge lo spettatore a interrogarsi sulla realtà che lo circonda.
Ottima opera di "denuncia sociale", anche se di parte, a firma di un regista non più militante di sinitra ma ancorato agli stessi vecchi ideali. Bellocchio riprende e modifica assieme a Fofi una sceneggiatura di Sergio Donati inserendo tra le altre cose la figura di Rita Zigai. La redazione de Il Giornale (il Corriere della Sera nelle intenzioni autoriali) è un simbolo della collusione politica-informazione valido ancora oggi e il caporedattore Volontè è un uomo perfettamente conscio della disinformazione effettuata. Resto del cast modesto.
MEMORABILE: Volontè che decripta i titoli; Volontè che insulta la moglie; "Gli idealisti mi fanno pena".
Caustica critica al rapporto fra media e politica. Bellocchio dirige un giallo sui generis, in cui l'omicidio e le indagini si rivelano un mero pretesto per sondare il cinismo e la corruzione della stampa in vista delle imminenti elezioni, fra strumentalizzazione, manipolazione e occultamenti. Immagini d'epoca, riprese da reportage, ironia feroce (la lezione sui titoli, i fotomontaggi con la Madonna) e un finale cattivissimo. Grandiosi Volonté e la Betti. Un pezzo di storia che ancora oggi, nell'era delle fake news, si dimostra assai attuale.
MEMORABILE: Gli slalom della 500; Volonté insulta la moglie che si comporta come una spettatrice media; Il flashback rivelatore; Il fiume di rifiuti nel finale.
Pellicola aggressiva sull'impoliticità del Potere, macchina riflettente che solo per comodità comunicativa vira a (centro)destra. Come sempre da 9 in pagella è Volontè che avvolge nelle spire l'intera vicenda di depistaggi e strumentalizzazioni. Il film è lui: plasma un caporedattore del Giornale attorno a un bifido difettuccio di pronuncia. L'altra morale potrebbe essere che la stampa accontenta tutti tranne i lettori, ma è possibile che Bellocchio, visti i tempi (1972), non volesse fare di tutta l'erba un fascio.
MEMORABILE: La lezione sui titoli di cronaca impartita dal caporedattore al praticante.
Gli anni di piombo: l'inizio della pellicola offre uno scorcio documentale di scontri politici e sommosse in strada (con tanto di comizio di un giovane La Russa). Ancora straordinario Volontè in un ruolo difficile che lui rende unico: redattore di un quotidiano chiamato "Il Giornale" (ante litteram) che crea un capro espiatorio politico (ottimo Solari, sempre in ruoli del giovane ribelle). Bellocchio crea uno spaccato di quegli anni offrendo una critica sulla stampa "di parte politica" ben resa dagli straordinari monologhi di Volontè. Finale inquietante con tinte da thriller.
MEMORABILE: I due monologhi di Volontè/Bizanti che parla col giovane giornalista; Volontè/Bizanti che rimbecca la moglie.
Uno dei più famosi esempi di cinema politico anni '70: la matrice ideologica è chiara, il clima dell'epoca ben colto e le considerazioni sui rapporti tra politica e stampa sono sempre attuali. Tuttavia la stagionatura del film è alquanto pronunciata, improntato com'è a una dicotomia tra buoni e cattivi degna di un western pre-Leone, magari comprensibile allora ma oggi un po' fuori tempo. Bellocchio, pur con stile, è sempre abbastanza elefantiaco nell'incedere. Le vere perle sono le interpretazioni di un mastodontico e sulfureo Volontè e di una Betti spersa e abbandonata.
E' evidente che doveva essere un giallo psicologico ambientato nel mondo del giornalismo, è altrettanto evidente che Fofi e Bellocchio (che all'epoca militavano entrambi nella sinistra extraparlamentare) ci aggiungono molte notazioni di prima mano sul mondo dei giovani contestatori. Volontè è bravissimo nel raccontare il cinismo del giornalista di successo, Bellocchio è particolarmente a suo agio nel raccontare la pazzia (in questo caso della Betti), tema che ritornerà più volte. Imperdibile.
MEMORABILE: L'interrogatorio dello studente da parte dei poliziotti, vero e proprio esempio di come si depistavano le indagini.
Bellocchio dirige un film sicuramente molto forte sulla carta ma che non brilla come dovrebbe a causa di un ritmo piuttosto altalenante. Indiscutibile la bravura di un ottimo Volontè ma anche della Betti in un ruolo secondario che lascia comunque il segno. Si punta il dito verso certa stampa manipolatrice di notizie e sulle lotte sociali e lo stile di Bellocchio si sente.
Untuosa lezione di giornalismo tossico, immersa fino alla punta dei capelli nel clima di anossìa dialettica degli anni di piombo, anche se non sufficientemente schierata a sinistra per potersi dire militante. Il messaggio è potente, attualissimo ma l'irresolubile bozzettismo, didascalicamente scandito da una sillabazione iperschematica, sotto-petriana, e il restringimento del raggio d'imputazione su un preciso bersaglio (guarda caso minoritario) si trasformano in boomerang, respingendo al mittente quelle stesse accuse tranchant di propaganda denigratoria cattedraticamente sviscerate.
MEMORABILE: La focosa arringa di un La Russa anagraficamente imberbe (ma già abbondantemente barbuto) al raduno milanese della Maggioranza Silenziosa.
Film dannatamente attuale e moderno nella sua “antichità”. Sono passati ormai ciqnuant'anni dall’uscita della pellicola, ma i temi sono sempre attuali, soprattutto in un’epoca in cui si parla di fake news, complotti e pennivendoli. Sbattere il mostro in prima pagina, trovare un colpevole di comodo e fare in modo che la società prosegua la vita di sempre: potrebbe essere stato girato nel 2021! Altra buona prova di Gian Maria Volontè, da vedere.
Atipico nella filmografia bellocchiana, ma d'altra parte subentrò a progetto iniziato, riesce comunque a far convivere bene le componenti gialle della sceneggiatura di Donati e quelle politiche della successiva riscrittura. Molto all'avanguardia per le tematiche all'epoca, non è invecchiato affatto male (e viene quasi da dire purtroppo). Volonté ci offre l'ennesima memorabile caratterizzazione della carriera nel ruolo del direttore del giornale cinico manipolatore della realtà ma anche il resto del cast (Garriba e Betti in testa) non sfigura. Musiche un po' alla Morricone di Piovani.
MEMORABILE: La lezione sul titolo; Volonté che insulta la moglie, Volonté a casa del bidello; La ripresa finale sui Navigli.
Più tempo passa, più questo immane capolavoro svela di aver svelato in anticipo molti degli abusi e delle malversazioni nella gestione dell'informazione nel nostro paese. Uno sguardo cattivo e dissenante, un clima di astio continuo e sfiducia assoluta reciproca, durante un periodo dove anche la minima simpatia politica poteva voler dire accuse, calunnie e fine della reputazione. Ciò che spaventa di più di quell'era finita e lontana dai giorni nostri è che in realtà da allora è cambiato poco e forse anche in peggio.
In pieno boom da spaghetti killer si colloca questo giallo atipico diretto da Bellocchio, dalle forti tinte politiche, in cui finzione e realtà si mescolano abilmente (i funerali di Feltrinelli, gli echi del post Piazza Fontana). Il regista gira un'opera asciutta e compatta grazie al solito Volonté, che ci regala l'ennesimo dei suoi personaggi indimenticabili (memorabile la caratterizzazione con l'erre moscia). Profetico a suo modo, nelle finalità che sono ovviamente differenti dai gialli dell'epoca: la capacità di indirizzare l'opinione dei mass media è ancora oggi attualissima.
Marco Bellocchio, qui in uno dei suoi migliori film, ci parla della connivenza tra stampa, polizia e potere con uno stile freddo, feroce nella sua critica. Un film che pur non avendo grande azione inchioda lo spettatore, che assiste alla vicenda tra un personaggio disgustoso e l'altro. Gian Maria Volonté, come sempre migliore in campo, qui è in uno dei suoi ruoli più foschi. Vaghissima trama gialla di sottofondo, che aumenta l'interesse per una pellicola che riesce a parlare di politica e scandali senza annoiare come capita in altre opere coeve. Da vedere, per riflettere.
Alla vigilia delle elezioni il responsabile e il proprietario di un giornale reazionario cercano di strumentalizzare politicamente un delitto a sfondo sessuale fabbricando il colpevole perfetto. Un imprevisto granello di sabbia rischia di inceppare il meccanismo. Non privo di punti deboli (la rapida conversione del giornalista e l'autoaccusa del colpevole) è però un buon film grazie all'efficace e sempre attuale denuncia della corruzione e del servilismo dei mass media e alla stupenda interpretazione di Volonté e della Betti: al cinema se ne apprezza appieno l'intensità espressiva.
MEMORABILE: "Vediamo di rifare insieme questo titolo, Roveda".
Marco Bellocchio analizza questa volta il sistema giornale, il sensazionalismo dei quotidiani dell'epoca e lo fa con uno sguardo attento, spesso feroce. Siamo poco dopo il '68, le lotte politiche divampano, la destra e la sinistra si affrontano in singolar tenzone, quasi come Bizanti (Volontè) e Roveda (Garriba). In mezzo, un presunto caso di violenza carnale e la volontà di creare un caso espiatorio in redazione. Merita di essere visto e rivisto, per uno spaccato dell'Italia che fu e per riflettere sulla situazione attuale del nostro paese. Grande Volontè ma anche la Betti. Grande.
MEMORABILE: Il cameo di Bellocchio; I dialoghi tra Bizanti e Roveda.
Il miglior film di Bellocchio: politico, ma in senso più trasversale. Perché mette a nudo il problema, bipartisan, di un giornalismo che manipola l'informazione a uso dei suoi referenti editoriali, con l'intento di servirsi delle vicende di nera in termini propagandistici, confidando sulla morbosità dei lettori. Volonté impersona il caporedattore che impone diktat su cosa si deve scrivere e come, brigando per giunta affinché la realtà finisca per collimare con la notizia. Lo fa riproponendo il "Dottore" di petriana memoriacon acting meno nevrotico ma ugualmente efficace. E credibile.
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MusicheAlex75 • 4/05/16 17:54 Call center Davinotti - 710 interventi
Dovrebbe essere la terza colonna sonora composta da Piovani, dopo "La ragazza di latta" di Marcello Aliprandi e "N.P. il segreto" di Silvano Agosti.
Attenzione che il dvd francese della Seven 7 (82'44") contiene una versione lunga poco più di un minuto rispetto a quello italiano (81'36"), quindi qualche scena è stata tagliata nel master della Raro.
Molto strana questa cosa... anche la versione che passa in tv dura 82'40". Bisognerebbe fare un confronto comparato per vedere se effettivamente nel dvd Raro manca qualcosa o ha semplicemente una diversa velocità di scorrimento. A volte succede...
Buiomega71 ebbe a dire: Pigro ebbe a dire: Buiomega71 ebbe a dire: Ormai è un must epocale. Anche nei commenti davinottici (e nel papiro del Marcel) "l'onorevole" cameo è stato fatto notare.
Infatti. Ma, come intuiva Zender, la vera ragione per cui ci tenevo a mettere la curiosità era proprio l'imperdibile fotogramma. :-)
Effettivamente...Comunque il buon La Russa (in quegli anni) era spiccicato a Charles Manson!
Il titolo del film è citato nel libro di Della Casa e Manera Sbatti Bellocchio in sesta pagina, edito da Donzelli, che raccoglie gli scritti sul cinema che uscivano sui giornali della sinistra extraparlamentare. C'è anche la recensione, che ha lo stesso titolo del libro, uscita sul quotidiano Lotta Continua, con Adriano Sofri che stronca il film scritto da Goffredo Fofi (che all'epoca militava in Lotta Continua...)
Il film fu iniziato con, alla regìa, Sergio Donati, sceneggiatore della versione originale, poi stravolta con l'avvento di Bellocchio alla regìa e di Fofi come nuovo sceneggiatore. Il finale originale, per fare solo un esempio, vede il protagonista che uccide il presunto "mostro", quando scopre che è innocente. (Donati su Nocturno, marzo 2021, pagina 70)
Molto interessante la curiosità postata da B.Legnani a proposito delle differenze tra film concepito da Donati e versione finale.
Aggiungo che il protagonista era ispirato a Gaetano Afeltra (non nel senso che ammazzasse gli innocenti, ovvio...) ma nel senso che era determinante, senza esserne il direttore, delle impostazioni del Corriere della Sera.
Molto interessante la curiosità postata da B.Legnani a proposito delle differenze tra film concepito da Donati e versione finale.
A proposito delle differenze di sceneggiatura tra l'originale di Donati e quella riscritta da Fofi e Bellocchio da te riportate nelle curiosità.
È possibile che Donati abbia ripreso la sceneggiatura originaria di questo film e, con qualche modifica, sia diventata quella de "Il mostro" di Zampa con Johnny Dorelli? Mi pare di aver letto questa cosa ma non mi ricordo la fonte.
Ho appena visto al cinema la versione restaurata in 4K. Complimenti alla Cineteca di Bologna per l'ottimo lavoro. Immagini molto nitide e definite che permettono tra l'altro, specialmente sul grande schermo, di apprezzare appieno la stupenda intensità espressiva dei primi piani di Volonté e della Betti. Appena sarà disponibile in Blu-ray diventerà un "must" degli appassionati del film e dei due attori.