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L'IMPRESSIONE DI MARCEL M.J. DAVINOTTI JR. (cos'è?)

Commedia routinaria per Pryor, non sempre (diciamo quasi mai) in grado di salvare con la sua sola presenza copioni disgraziati. Qui gli fan fare il finto pazzo che si trasforma in finto medico, il tutto per via di un arresto in flagrante mentre stava discutendo d'affari con un poco di buono nel retro di un pornoshop. Lì per un prestito, Lennihan (Pryor) capisce troppo tardi che la trattativa procede su strade inattese e illegali: la polizia irrompe e lo beccano con in mano una valigia (non sua) stipata di dollari e diamanti. La condanna è sicura, ma l'avvocato gli fa capire che potrebbe forse scampare la galera fingendosi pazzo previa visita psichiatrica. Da lì il ricovero e poi chissà. Nel grande ospedale...Leggi tutto dove finisce, tuttavia, Lennihan non riesce in alcun modo a far credere d'essere schizofrenico e il direttore (Mantegna) si prepara a spedirlo in cella. Ma ecco l'inconveniente amico: un blackout, una rivolta dei pazienti e il nostro fugge nella struttura principale, dove nell'ufficio del direttore (bloccato giù coi matti) viene scambiato dalla bella sostituta (Ticotin) di questi per il nuovo medico convocato per il turno del weekend. Lui abbozza e prende servizio, non senza grandi imbarazzi. Ma si sa come funziona nei film: con stratagemmi impossibili riesce a eludere le tante richieste d'intervento demandando, inventando scuse lì per lì, facendosi aiutare da chi sa e così, in qualche modo, tira avanti. Anche perché il gioco sta tutto qui: negli equivoci di chi lo crede un vero medico e nel modo in cui lui regge la messinscena alternando prevedibili disastri a fortunose azioni riuscendo a convincere il personale dell'ospedale di essere ciò che non è. In aggiunta, tanto per dare un po' di varietà, altri personaggi s'aggirano per i corridoi, a partire da un avanzo di galera (Dallesandro) finito lì dopo esser stato preso a botte in cella. Si punta alla farsa assai caciarona, insomma, piuttosto fumosa nelle prime fasi e - quel che è peggio - quasi mai divertente. Pryor sembra spaesato (come spesso gli capita in situazioni così) e la sceneggiatura non offre davvero nulla di buono: solo una rimasticatura di idee altrove meglio sfruttate che cercano di salvare il salvabile con l'azione; ma il tentativo è velleitario, le gag ingenuamente volgari  o puerili. La Ticotin è la responsabile dell'errore di persona e dopo le prime titubanze si convince che l'uomo ci sa fare (in base a cosa non si capisce, basterebbe aprire gli occhi...): pare ammirarne l'umanità risparmiandoci se non altro romanticherie fuori luogo (si limita a qualche tenero sguardo, ma il lavoro viene sempre prima di tutto). Seconda parte che affoga in un mare di buoni sentimenti, consolazioni, patetici ripensamenti... Ci sarebbero un paio di trovate simpatiche (l'elicottero che vola nella sala d'ingresso dell'ospedale, la visita dalla psichiatra...), ma la grana grossissima dell'insieme, rinvenibile in caratterizzazioni povere e rozze come quelle dei tanti disturbati mentali o del direttore cui il pur bravo Mantegna poco può dare, condanna il film a confondersi tra le troppe conmmedie malriuscite con Pryor protagonista, magari nemmeno così misere produttivamente come si potrebbe credere (qui il regista è Michael Apted, non certo un signor nessuno).
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 19/11/20 DAL DAVINOTTI

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