Mank

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MMJ Davinotti jr
Titolo originale: Mank
Anno: 2020
Genere: biografico (B/N)
Note: Film biografico sullo sceneggiatore di "Quarto potere" Herman J. Mankiewicz, fratello del regista Joseph.
Numero commenti presenti: 11
Papiro: elettronico
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I COMMENTI

L'IMPRESSIONE DI MARCEL M.J. DAVINOTTI JR. (cos'è?)

L'omaggio di David Fincher a uno dei più grandi film di ogni tempo è nel contempo un omaggio al proprio padre, che tentò invano di vendere agli studios la sceneggiatura alla base di MANK. Una sorta di ricentralizzazione della figura di Herman J. Mankiewivcz all'interno del processo creativo di QUARTO POTERE, una riattribuzione quasi completa al co-autore dello script, con Orson Welles che nel finale cerca vanamente di appropriarsene in toto estromettendolo dai credits. E se lo stesso Welles (Burke) appare come figura marginale, all'interno del film, la cosa è dovuta proprio al desiderio di spiegare quanto la struttura narrativa di QUARTO POTERE...Leggi tutto basi le sue fondamenta sull'esperienza personale di Mankiewicz e quanto di conseguenza gli appartenga intimamente. Ciò che quindi MANK mette in scena non riguarda il film di Welles se non indirettamente; è piuttosto il racconto in flashback di alcuni degli episodi che il protagonista (interpretato magistralmente da un Gary Oldman impeccabile, anche se forse la voce del pur eccellente De Sando non era la più indicata a doppiarlo) rievoca nei giorni in cui, nel deserto del Moyave, è impegnato nella veloce stesura del copione di quello che come detto diventerà - al di là dell'unico Oscar vinto (proprio quello per la sceneggiatura, a fronte delle nove nominations) - uno dei film più importanti di ogni tempo, autentico manifesto della settima arte. Ed è forse paradossale che le note dolenti – non potendo arrivare da una parte tecnica di livello altissimo - giungano in questo caso proprio da soggetto e sceneggiatura, molto meno ficcanti di quanto si sarebbe sperato. Se la fotografia eccellente che "stacca", nella sua modernità (non ci si faccia ingannare dal bianco e nero), da quella che si poteva ottenere al tempo sottolinea la qualità dell'opera, se la ricostruzione storica della Hollywood Anni Quaranta è fenomenale, se la regia di Fincher sontuosa come d'abitudine, altrettanto non si può dire per ciò che viene detto, per ciò a cui assistiamo troppo spesso senza riuscire a cogliere l'esatta collocazione dei personaggi. Sono istantanee di momenti che anche quando fondamentali (il delirio "donchisciottesco" sotto i fumi dell'alcol durante la cena) si fanno spesso inutilmente prolissi, alla ricerca di un virtuosismo nella stesura dei dialoghi che in realtà quasi sempre manca il bersaglio. La quotidianità di Mankiewicz va ricercata nel suo rapporto con la fedele segretaria (Collins) che batte a macchina sotto dettatura i suoi testi stabilendo con lui un rapporto di dolce complicità (la moglie è poco presente "in loco") o in quello con l'altrettanto vicina Marion Davies (Seyfried), diva del muto che si trova a faticare nel passaggio al sonoro. Momenti intimi che interrompono le fasi di "vita pubblica" agli studios, con Mankiewicz spesso in contrasto col boss della Mgm Louis Mayer (Howard), altre volte a scherzare con amici e colleghi secondo uno schema che in realtà non ha nulla di nuovo. Si può tirare in ballo naturalmente la solita "riflessione sul mondo del cinema" che in queste occasioni torna sempre buona, ma la verità è che alla lussuosa confezione (e a una prestazione inattaccabile del cast) non corrisponde una capacità altrettanto valida di intrattenere, di coinvolgere, di appassionare, con le voci di protagonisti e comprimari ad accavallarsi spesso in un cicaleccio che solo di rado cattura l'attenzione. E l'estromissione “de facto” di Welles dalla stesura del copione di QUARTO POTERE - confermata oggi parzialmente da celebri saggi in tema - allontana dal desiderio, in chi guarda, di conoscere invece meglio anche la figura del grande regista e il suo rapporto con Mankievicz. Fincher, insomma, non spicca mai davvero il volo e ci consegna un buon film cui però manca una spina dorsale che sappia sostenerlo fieramente, rifugiandosi in un ritratto di maniera, per quanto piacevole e a tratti ficcante. Da guardare consci delle interrelazioni tra la vita di Mankiewicz e il copione del film di Welles.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 28/11/20 DAL BENEMERITO MAGI94 POI DAVINOTTATO IL GIORNO 12/01/21
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Magi94 28/11/20 17:21 - 753 commenti

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Ennesimo film biografico propostoci dalle produzioni mainstream americane e un'altra volta ancora nulla che vada al di là dell'aneddotica. Sorvoliamo sulla pessima fotografia in bianconero che non ci si aspetta da Fincher (sarà fatto apposta? Mah...); il problema è che la storia, tra l'altro lunghissima, è proprio noiosa. Ci sono alcuni guizzi degni di nota (la scenata di fronte al "citizen Kane" della realtà), ma per il resto la narrazione è scontata, sempre un po' ruffiana, perfino edulcorata. Oldman sarà anche bravo ma interpreta una persona di 25 anni più giovane.

Daniela 6/12/20 00:31 - 10325 commenti

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Scrittore di talento ma troppo incline all'alcool e troppo poco ai compromessi, Herman J. Mankiewicz, costretto a letto da un incidente d'auto, deve scrivere in 60 giorni la sceneggiatura del film d'un giovane esordiente... La genesi di un capolavoro raccontata da un punto di vista inedito: spunto intrigante ma risultato inferiore alle attese: a parte qualche battuta, il ritratto di Hollywood sa di già visto, i personaggi di contorno risultano sfocati (Welles compreso), Oldman non convince pienamente. A sorpresa, un film opaco, al pari della fotografia in b/n dal gusto retrò.
MEMORABILE: Welles fa la figura del borioso che vuol sfruttare il lavoro altrui fino a farlo passare per proprio e questo lascia perplessi.

Didda23 6/12/20 11:34 - 2317 commenti

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Un'opera che delude fin dai primissimi fotogrammi, complice un bianco e nero davvero scadente e sotto le attese, incapace di dare mordente e importanza alla regia di Fincher (forse l'unico elemento di vero interesse). La sceneggiatura scritta dal padre Jack (morto nel 2003) si insabbia ripetutamente in insulse lungaggini narrative e solo in rarissimi casi la vicenda si fa intrigante. Alla fine è un semplice e modesto ritratto della Hollywood post sonoro, senza che venga trasmessa allo spettatore la forza "innovativa" e vitale di quel meraviglioso periodo. Pure Oldman non brilla...
MEMORABILE: Mank ubriaco che getta tutta la propria frustrazione durante una cena; Il rapporto con il fratello Joe; L'incontro con Welles.

Il ferrini 10/12/20 23:53 - 1828 commenti

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Così come Tarantino anche Fincher sceglie di raccontare Hollywood, ma stavolta quella degli anni Trenta, e il risultato è sorprendente. La regia, il montaggio coi flashback e soprattutto la fotografia sono un chiaro omaggio a Quarto potere, e non poteva essere altrimenti, ma a colpire sono soprattutto le parole di Mank, sempre taglienti, amare e lucide nonostante il fiume di alcool sul quale galleggiano. Costumi, scenografie e musiche curate in modo maniacale, aiutano nell'immersione, così come le ottime prove attoriali. Gran film.
MEMORABILE: L'amico di Mank, che dopo aver creato il finto cinegiornale che cambia l'esito delle elezioni, si suicida.

Galbo 13/12/20 20:09 - 11611 commenti

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Ambiziosa produzione Netflix diretta da David Fincher che ne fa un omaggio alla Hollywood degli anni 30, e che si svolge durante la scrittura di uno dei capolavori della storia del cinema. Un Gary Oldman da Oscar interpreta in modo eccellente il protagonista Mankiewicz, uomo brillante e autodistruttivo, dotato di grande fascino oratorio, che emerge da una sceneggiatura ricca di dialoghi e tensione creativa ma anche riflesso della situazione politica e sociale dell’America di quegli anni. La fotografia in bianco e nero è una scelta stilistica obbligata e vincente.

Tarabas 15/01/21 14:37 - 1773 commenti

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Come fu scritto il film più famoso della storia? Da un ubriacone con una gamba rotta, recluso in un ranch nel deserto per evitare distrazioni. Una gioia per i fans della vecchia Hollywood, Mank racconta del mitico sceneggiatore di Quarto potere, Herman Mankiewicz, e di un ambiente ormai scomparso, ritratto in un magnifico b/n citazionista e con dialoghi dal perfetto ritmo, affidati a un cast eccellente. Rubando la struttura a Welles, Fincher gira un divertissement cinefilo che piacerà agli interessati, lasciando freddi gli altri.

Kikoz 1/02/21 23:03 - 10 commenti

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Buon character study, diretto superbamente, ma con alcuni grossi difetti: troppo letterario (troppo verboso e troppo impegnato a simulare lo stile da screwball comedy classica; troppo elitario), difficile da seguire se non si ha già un'idea dell'epoca e dei personaggi; troppo ambizioso: Quarto potere, Welles, Sinclair, il socialismo americano anni '30, Hearst, Davies, Thalberg, Mayer, lo studio system e naturalmente Mankiewicz: tutta roba su cui Mank vuol dire la sua, ma che non riesce a mettere bene a fuoco. Comunque Fincher rimane uno dei migliori registi viventi.

Enzus79 5/03/21 18:01 - 2006 commenti

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Il film tratta della vita dello sceneggiatore Mankiewicz analizzandola prima e durante la stesura del copione di Quarto potere. I molteplici flashback non inducono alla noia, anzi. Quasi impossibile essere coinvolti senza aver visto il capolavoro di Welles, e questo forse è un difetto del film. Gary Oldman si apprezza molto di più in versione originale. Discreta la colonna sonora di Trent Reznor.

Capannelle 21/04/21 00:50 - 3874 commenti

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Vita, peccatucci e frustrazioni dello sceneggiatore di Quarto potere raccontati  dalla mano e dalla penna dei Fincher. Mank è un film potente sulla carta ma deludente nella realtà. La scelta del bianco e nero che dovrebbe conferirgli eleganza non trova adeguate motivazioni e non fa emergere alcun attore. I dialoghi, pur presentando riflessioni interessanti e battute sferzanti, sono talmente continui e opprimenti che a più riprese ci si chiede quanto manchi alla fine. E non aiuta il doppiaggio del protagonista. Flashback e sottotrame non sono gestiti al massimo.

Daraen4 25/04/21 21:10 - 99 commenti

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Pellicola autoreferenziale e ultra dialogica, parlata fino all'inverosimile; autocitazionista e citante il film che ne è l'oggetto principale, sia nel diegetico che nella forma, nel montaggio, forse nella regia stessa; mossa furbesca di un Fincher mai cosi votato alle logiche di mercato, e che trova in Gary Oldman una certezza annunciata; sbruffone, delicato e maleducato, caratteristiche sia di Mankievicz che della pellicola, imbellettata di spunti, forse sì, aderenti alla sostanza, ma anche fini a se stessi, autoproclamativi. Supponente. Antipatico. Gran film.

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Giufox 12/05/21 17:56 - 143 commenti

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Un film criptico, che Oldman tiene in piedi caratterizzando molto bene Mankiewicz (tra monocromatismi ornamentali e qualche massima di Wells), ma del quale i vuoti emotivi e i piani statici stancano fin dai primi minuti. Tutto in perfetta antitesi con le millimetriche progressioni alle quali Fincher ci ha abituato e non fedeli al pragmatismo che era la forza di quel periodo cinematografico. Alle prese con la sua storia hollywoodiana, David cade nelle stesse trappole narrative di altri talentuosi colleghi (Tarantino, Coen), nell'insistere nostalgicamente a voler umanizzare le icone.
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In questo spazio sono elencati gli ultimi 12 post scritti nei diversi forum appartenenti a questo stesso film.


  • Curiosità Daniela • 8/12/20 02:18
    Gran Burattinaio - 5506 interventi
    Film prodotto e distribuito da Netflix.
    La sceneggiatura del film è stata scritta dal padre del regista, Jack Fincher, morto nel 2003. Si tratta della sua unica opera ed il figlio da molti anni cercava di utilizzarla per una sua regia.
  • Curiosità Zender • 26/04/21 11:05
    Consigliere - 44536 interventi
    Premio Oscar alla migliore scenografia a Donald Graham Burt e Jan Pascale.