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L'IMPRESSIONE DI MARCEL M.J. DAVINOTTI JR. (cos'è?)

Argomento "facile", in un'Italia che resta tra le nazioni più colpite dalla rovinosa pandemia. Nel 2020, dopo mesi chiusi in casa e un'estate di parziale libertà trascorsa con la convinzione che l'emergenza sia rientrata, arriva la seconda ondata, che mette il paese in ginocchio e fa esplodere, in una popolazione sempre più allo stremo, una rabbia che inevitabilmente si riversa sul governo, su chi ha gestito una fase difficilissima tra titubanze inevitabili, errori e restrizioni dettate dall'espandersi irrefrenabile del virus. E' in questo preciso momento storico che si colloca il film di Calvagna. Il punto di vista è quello piuttosto insolito di un adolescente (Niccolò Calvagna,...Leggi tutto figlio di Stefano), che conserva l'ingenuità di chi ancora si muove nel mondo con il desiderio di apprendere, l'animo disincantato di chi umilmente non pretende di dare o avere risposte ma si limita ad osservare, interagendo da spalla in un corretto processo di progressivo inserimento nel mondo adulto. Vicino a lui, seduto a una fermata del bus, un ragazzo (Capoccetti) dice di essere nientemeno che il Covid-19, incarnazione stessa del virus: racconta per sommi capi dove e come agisce. Nessuno lo vede tranne Niccolò; e il nonno (Mattioli) di quest'ultimo, a dire il vero. Curioso come né Niccolò pretenda di convincere gli altri di aver visto realmente Covid, né chi gli parla si accanisca nel dargli del visionario: tutto rientra nell'assurdo di un mondo quasi alieno, distorto, diverso da quello che avevamo fin lì conosciuto. E in fondo Covid-19 è solo di passaggio (un po' come ogni pandemia nella storia dell'uomo): sporadicamente rispunta, aggiunge qualche bislacco resoconto, spiega come a Palazzo Chigi dove vorrebbe agire non riesca a passare attraverso le mascherine... Ma intanto la vita continua e Niccolò conosce Claudio (Vanni), sui cinquanta, che lo tratta come un vero amico stabilendo una relazione fatta di confessioni, di considerazioni un po' qualunquiste sulla pandemia e sui gravi effetti che ha sulla società gravando sulle spalle della povera gente; come lui, che ha perso il posto di cameriere e ora accetterebbe qualsiasi lavoro pur di guadagnare qualcosa. Finiscono all'ippodromo delle Capannelle (la zona di Roma intorno alla quale gravita il film), si salutano e si rivedono mentre nella storia s'inserisce anche Stefano (Calvagna sr.), uno di quelli convinti che per far capire a chi sta in alto che la strategia adottata per combattere la pandemia è sbagliata pensa addirittura al delitto di stato ("Colpirne uno per educarne cento!"); un agguato da studiare, magari con l'aiuto di un teatrante (Cerman) ridotto a recitare per se stesso davanti alla platea deserta. Modi diversi di reagire all'ineluttabile diffondersi del Covid, punti di vista che riflettono i sentimenti di molti, un tentativo di testimoniare convinzioni incanalate in correnti di pensiero ben precise: le eccessive certezze degli adulti da una parte, la rassegnazione attendista e prudente dei giovani dall'altra. Le buone intenzioni ci sono, ma questa volta Calvagna sembra aver perso la graniticità del suo stile, la capacità di raccontare le periferie con la crudezza e l'urgenza degli ultimi lavori abbandonandosi a uno spaccato di vita meno centrato, con personaggi fuori fuoco o non del tutto comprensibilmente svagati come lo stesso Covid-19 di Capoccetti. Meglio la contenuta disperazione neorealista di Vanni, meglio i consueti toni bassi con punte trucide del Calvagna attore, mentre suo figlio Niccolò mostra il giusto sguardo liquido di chi non è chiamato a giudicare ma a osservare, formandosi lentamente un'opinione. Si avverte tuttavia una certa sciatteria nell'insieme (dovuta principalmente allo scarso budget a disposizione) che in precedenza Calvagna aveva saputo dissimulare meglio. Si fatica a individuare un filo conduttore forte, con un Mattioli nel ruolo del nonno disilluso e irritato (solo un cameo, purtroppo) che svetta per autenticità. Si apprezza una buona colonna sonora a nobilitare molte scene altrimenti poco significative prima che il film chiuda con un lungo finale ahinoi deludente, tra muti, banali flashback in bianco e nero che non fanno troppo onore a chi in passato ha saputo aprirsi una via personale al cinema di genere attraverso film spesso sottovalutati e veraci, sanguigni e a tratti interessanti. Un lavoro interlocutorio in attesa di ritrovare il Calvagna più efficace e ficcante.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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TITOLO INSERITO IL GIORNO 16/10/21 DAL DAVINOTTI
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Markus 17/10/21 14:33 - 3449 commenti

I gusti di Markus

Il ritorno di Stefano Calvagna è una sorta di instant-movie ambientato alla fine del 2020, agli albori della seconda ondata di Coronavirus e relative restrizioni della libertà. Tra sogno e realtà, un disincantato racconto diviso tra il surreale, con "Covid-19" personificato da una specie di fantasma buono, e la vicinanza al filone di Roma criminale. L'idea c'è, ma pare decisamente abbozzata e con il low-budget che limita non poco la realizzazione. Di buono c'è la caratterizzazioni dei personaggi, a partire da Claudio Vanni e Niccolò Calvagna.

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