il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

L'ISPETTORE DERRICK
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271045 commenti | 8996 papiri originali | 48168 titoli | 19724 Location

AL CINEMA

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  • Film: Dov'è Anna? (7 puntate) (1976)
  • Luogo del film: Il bar di Viale Pinturicchio 4
  • Luogo reale: Viale Pinturicchio 4 , Roma, Roma
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  • Film: Zum Zum Zum - La canzone che mi passa per la testa (1969)
  • Luogo del film: Il giardino pubblico dove Tony (Little Tony) e Rosalia (Savona) finiscono dopo aver cercato una sist
  • Luogo reale: Piazzale Cardinal Consalvi, Roma, Roma
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Alex1988
Piacevole sorpresa, questo western italo-francese il cui cast, ovviamente, comprende sia attori italiani che d'oltralpe; fa un certo effetto vedere anche Raymond Pellegrin, futuro co-protagonista in diversi poliziotteschi, in uno spaghetti western. Nonostante la realizzazione in super-economia della pellicola si nota una certa attenzione nella scrittura; uscito lo stesso anno del capolavoro corbucciano Il grande silenzio, ne condivide l'atmosfera innevata, l'assenza di ironia e la cupezza dei personaggi. Interessante.
Commento di: Decimamusa
Il giovane regista Patrick Vollrath dimostra come sia possibile rivisitare un genere – il terrorismo aereo – senza indulgere ai cliché. Si tiene lontano dalle retoriche buoniste o cattiviste e non dissemina atti di eroismo o bruschi rovesciamenti di situazioni. Distilla una tensione che non è tanto quella legata all’azione ma è quella delle coscienze, confezionando un film avvincente nei pochi metri di una cabina, nella quale si resta claustrofobicamente ed emotivamente confinati insieme ai protagonisti. Su tutti Gordon-Levitt, attore versatile e professionalmente ineccepibile.
Commento di: Enzus79
Interessante e coinvolgente storia drammatica proletaria diretta da un un'esperto del genere come Ken Loach. Un operaio di Manchester si indebita per regalare il vestito della comunione alla figlia. Si raggiungono momenti davvero toccanti, sia di altruismo che di disperazione, con un finale (ai più inconcepibile) nel quale la provvidenza "aggiusta" tutto. Discreta la colonna sonora.
Commento di: Zoltan
Uno di quei tipici film di Hollywood che danno la totale sensazione di essere preconfezionati a tavolino per cercare la via del comodo melodramma, lasciando invece solamente un amaro retrogusto di plastica, come i prodotti senz'anima. Si cercano tutte le vie possibili (il bimbo che si rompe la gamba, il cancro della madre, ecc) per cercare la lacrimuccia facile, ma il lavoro di fondo è mediocre, con la psicologia dei personaggi (e non solo quella dei bambini) che cambia come niente da una scena all'altra senza apparente motivazione. Dialoghi di profondità nulla.
Commento di: Pinhead80
Un artista decide di compiere un viaggio alle Hawaii per carpirne i segreti e per trovare con essa un'intimità che non ha mai conosciuto. Il ritmo dell'opera è volutamente lento e aiuta a comprendere meglio il percorso umano del protagonista all'interno di un mondo a lui sconosciuto ma che è pronto ad accoglierlo con la giusta discrezione. L'incontro con Akiko è un'epifania spirituale che mette a contatto con sensazioni e sentimenti che non si possono provare in nessun altro luogo. I bellissimi paesaggi vengono esaltati da una fotografia impeccabile capace di emozionare.
Commento di: Siska80
Rarissimo caso in cui una  fiction supera non solo le precedenti trasposizioni cinematografiche ma anche il best seller da cui è tratto. Notevoli le omissioni e le varianti, ma tutto funziona a meraviglia: ritmo, dramma, humor, azione, costumi, cast, location, dialoghi, trappole macchinose, caratterizzazione dei personaggi. E poi (ultimo ma non ultimo) il grande Depardieu (doppiato da un altro big d'eccezione, Giancarlo Giannini), nel ruolo del giustiziere che lentamente si lascia coinvolgere dalle vicende private delle sue stesse vittime rivelando un'incoercibile bontà di fondo.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

LA TERRA DELL'ABBASTANZA non era evidentemente abbastanza: ci voleva più nero, più decisione nell'affondare i dialoghi nel romanesco fino a renderli a tratti incomprensibili (complice la presa diretta), più spietatezza trascinando nell'incubo i bambini... Chi racconta la vicenda dice di farlo continuando il diario di una bambina che l'ha interrotto. Da lì partendo immagina, confonde volutamente ciò che si presume vero con quello che si dice falso perché non è questo...Leggi tutto che importa. Potrebbe accadere e tanto basta. Siamo a Spinaceto, periferia ovest di Roma, le villette col giardino affiancate e riprese dall'alto; perché il campo lungo conta, la distanza diventa l'ottica di chi osserva ma soprattutto di chi in ogni inquadratura comunica l'ansia di stupire ricercando ostinatamente il punto di vista, il taglio che colpisca. Al punto che la forma travolge la sostanza, la ricopre e la deforma, ne altera la percezione nel costante tentativo di creare un'opera omogenea nella sua difformità, cucita da un reticolato di parole che si fanno suoni, talvolta magma indistinguibile (si provino ad ascoltare i commenti dei mariti che spiano, dall'interno della casa, la signora in verde in piedi fuori dalla finestra), sussurri, biascicamenti, rigurgiti romaneschi. Così come si confondono le famiglie, i padri, i figli... che vivono il loro quotidiano con un atteggiamento dipinto come più maturo rispetto a quello dei loro genitori, capaci di quei sentimenti genuini non ancora induriti, caplestati e riadattati agli isterismi quasi sempre ingiustificati, al dibattersi di chi sembra non sapere mai dove sbattere la testa. La netta separazione generazionale diventa quindi estremamente più significativa e anzi l'unica vera distinzione in un flusso di azioni e incontri che procedono a binari separati. Genitori da una parte, figli dall'altra, per nulla emanazioni gli uni degli altri, trascorrono le giornate senza che - prima dell'ultima fase - nulla segnali anormalità che eccedano quella stessa anormalità fattasi norma. La vuotezza descritta in tutta la sua rotondità avrebbe anche la forza di centrare il bersaglio giusto, se non fosse annacquata da una cascata di vezzi registici che certo, quando sono ben realizzati e trovano la loro giustificazione emotiva lasciano i segno, ma nella gran parte dei casi restano estetismi ancor più vuoti del mondo che illustrano. Troncando la sincerità del messaggio e dell'operazione tutta, nascondendo intuizioni notevoli (il rapporto imprevedibile tra alunni e insegnante, mai mostrato direttamente ma fondamentale) in un patchwork che mescola tracce di sesso freddo alla Larry Clark (ma più poetico) a sfoghi non univocamente interpretabili (la piscina bucata), improvvise frenate o rallentamenti che sottraggono godiblità all'opera lasciando che tutto navighi in un limbo asettico, in un'apatia destinata a concretizzarsi nell'inevitabile tragedia. Perché dev'essere chiaro che una vita così non lascia speranze. Sollevando la patina di sofisticato cinema d'autore ciò che resta non sembra poi molto. Recitazione corretta e niente più (buona la direzione dei bimbi), indubbiamente qualche immagine di grande effetto cui manca tuttavia l'incisività in grado di nobilitarla.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Lagnosissima terza parte della "Trilogia del Baztan" di Dolores Redondo, porta la solita Amaia Salazar (Etura) a indagare sull'omicidio di un neonato. Il padre, che tenta di fuggire col corpicino dello stesso, viene arrestato e interrogato. Bisbiglia qualcosa da cui si capisce che sta addossando la responsabilità a un misterioso demone, forse al centro di tremendi sacrifici di bimbi attuati da una setta del circondario. Amaia, certa che pure la propria madre, creduta morta, sia invischiata nella vicenda, cerca lentamente (molto lentamente) di far luce sul caso di apparente...Leggi tutto stregoneria appoggiandosi al collega (Nene) e al magistrato (che lei chiama appunto così, "magistrato") Juez Markina (Sbaraglia). Il suo compagno americano, con cui continua a parlare inglese (sottotitolato) resta sempre più ai margini della vicenda preferendo occuparsi del loro figlio, la vecchia zia è sempre lì che pare sapere molto più di quel che dice. E poi c'è la caratteristica cittadina spagnola, con quel suggestivo ponte che ha fornito la location più riconoscibile della saga. Insomma, gli ingredienti son quelli che venivano inquadrati soprattutto nel secondo capitolo, in cui però la trama si articolava in modo più intrigante. Qui, al di là del consueto folto numero di nomi, tutto è circoscritto alle cerimonie in cui si officiavano i segreti culti sanguinari, improntati al classico scambio di favori tra seguaci e entità demoniache e la storia procede lasciando molto più spazio del previsto ai sentimenti e alla psicologia dei protagonisti con particolare attenzione rivolta alla pur brava Marta Etura, cui spetta evidentemente di battere tutti i record di lacrime versate in ambito thriller. D'accordo che coloro che le gravitano intorno muoiono come mosche, ma un minimo di solidità sarebbe richiesta: non si può passare dai pianti trattenuti a stento a quelli liberati ogni cinque minuti... Se poi in precedenza qualcosa del mondo oscuro che occupava il campo avverso si intravedeva, qui se ne parla rimanendone assai distanti, escludendoci quindi da una possibile immersione più vera nel fenomeno. A ben vedere succede insomma veramente poco, e in un film che dura due ore e venti è una colpa non facilmente perdonabile. Amaia si sposta come una trottola per concludere di persona quasi niente, combattendo con il magistrato per ottenere i permessi necessari, scoperchia qualche tomba, fissa il vuoto pensierosa... Può farlo in virtù di una recitazione calzante, d'accordo, ma da un thriller ci si aspetterebbe decisamente di più. Di nuovo di grande qualità invece la confezione, a partire da una sicntillante fotografia che si esalta in particolar modo quando comincia a calare la sera. Tirando le somme di una saga che a dire il vero non ha mai convinto in pieno, questo rappresenta il capitolo più debole (ed essendo l'ultimo la cosa giunge inaspettata), concluso peraltro anonimamente senza quel minimo di spettacolarità o quei colpi di scena che dopo un'avventura tanto studiata e diluita ci si sarebbe aspettati. Faticoso.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Scatenata commedia che si propone come una sorta di variante comica di SPEED. L'autobus senza freni qui è l'auto di una famigliola in partenza per le vacanze, superaccessoriata e con servoguida. Impostata però in autotrada la velocità di crociera di 130, il dispositivo s'incanta e impedisce alla macchina (una Mercedes Classe V truccata da Danjoon Medusa, marca inventata) di rallentare e di frenare. Papà (Garcia), mamma in cinta (Vigneaux), nonno (Dussollier), i due figlioletti e una ragazza (Gabris) introdotta...Leggi tutto segretamente in auto dal nonno a una stazione di servizio (l'abitacolo è molto spazioso, tre file di sedili) si ritrovano lanciati a grande velocità senza poter far nulla per evitarlo e dovendo anzi impegnarsi a schivare i mezzi più lenti per non schiantarsi. Una situazione folle ben gestita da una regia che sa come porre l'accento sulla "full speed" del titolo internazionale, che presto si assesta sui 160 a causa del fallito intervento sul pedale del freno suggerito sciaguratamente del nonno. Ed è un peccato che la sceneggiatura non sia calibrata al meglio, perché le potenzialità per dar vita a un piccolo classico della commedia francese c'erano tutte. Il soggetto mette idee gustose a disposizione, in primis il pazzo furioso che, vistosi sfasciare la portiera dall'auto in corsa mentre stava uscendo, decide di inseguire la disgraziata famiglia per fargliela pagare (materialmente), ritagliandosi uno spazio importante e le parentesi forse più spassose del film. Ma anche il cast, a cominciare da un ottimo José Garcia, aveva i numeri per reggere bene lo spasso e creare gag a ripetizione. Si valutino in questo senso i due poliziotti in motocicletta lanciati all'inseguimento, la coppia di anziani con lei in preda a una piena crisi di rigetto di botox (il protagonista è un chirurgo estetico) che continua a chiamare via telefono per chiedere assistenza o il concessionario incapace a cui è invece la famiglia a richiedere vanamente assistenza. L'unica a non funzionare è la poliziotta che dirige le operazioni dalla centrale, ossessionata dal ping-pong che la costringe a battute spesso infelici e scontate, presenza ingombrante che fa capire meglio degli altri personaggi i limiti di una sceneggiatura che non pare all'altezza né di soggetto né di regia. Fortunatamente l'azione garantita dalla tragica situazione e le numerose trovate che vanno a segno permettono di chiudere un occhio sulla goffaggine di certi scambi tra gli occupanti dell'auto e la non perfetta gestione dei tempi comici. Le varianti lungo la strada sono molte, i pericoli si moltiplicano e anche se è evidente quanto l'auto e chi la segue non procedano a 160 all'ora (anche nella finzione sarebbe impossibile recuperare terreno così facilmente per chi si ferma e riparte dietro di loro a distanza di tempo), l'effetto comico è garantito. Al solito le commedie francesi più recenti sfruttano una sola idea di base efficace e ricamano di conseguenza, sfruttando la bravura del cast. E' questo il caso (meno divertenti le figure femminili rispetto a quelle maschili), con un film veloce, scoppiettante e in alcuni tratti esilarante, che la regia sostiene a dovere anche nelle fasi più spettacolari. Peccato per certi cali di ritmo inattesi che spezzano la tensione senza esser giustificati da battute all'altezza, ma per una volta possiamo chiudere un occhio e gustarci una commedia vivace, dinamica e brillante (soprattutto nelle scene in cui meno si parla).
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

SFOGLIA PER GENERE