il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

IL CONTE TACCHIA
Confronto tra le due versioni
ENTRA
277192 commenti | 9099 papiri originali | 49358 titoli | 20110 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Il conte Tacchia (1982)
  • Luogo del film: Il laghetto di Villa Borghese
  • Luogo reale: Parco di Villa Borghese, Roma, Roma
VEDI
  • Film: Happy family (2010)
  • Luogo del film: La palazzina dove Anna (Buy) abita con il marito Vincenzo (Bentivoglio) e i figli Filippo e Caterina
  • Luogo reale: Via Alberto da Giussano 12, Milano, Milano
VEDI
  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Schramm
Per aspera ad Aster. Laurea horroris causa in esternazioni luttuose, lo ritroviamo a elaborarle nell'ardita densità e immersività che non teme embolie di un wickerman-movie che inspirando lentamente bacia come un Rock o un Roeg e rintrona che neanche un litro di acquavite, per poi esplodere in faccia a mo' di JodoRussell nella più totale mancanza di rispetto prossemico: da lì epistemologia e kykeon collimano, la sovraintendenza di Apollo e Dioniso diventa un Hoffman salito male e - specie per gli sprovvisti di cuore pagano - ogni sicura mappa per il ritorno alla realtà va in fiamme.
Commento di: Reeves
Musicarello sgangherato (si parla romagnolo ad Amalfi) ma simpatico, con belle canzoni, un dialogo imperdibile sui "complessi"  tra Murgia e Lorenzon e inoltre Caterina Caselli vestita con un completo di cuoio alla guida di un gruppo di motociclisti. Titolo ingeneroso verso i giovani di quegli anni, che protestavano e amavano senza contrapposizioni. Montesano dà il meglio di sé in parti piccole come qui, rispetto a quando è protagonista.
Commento di: Samuel1979
Non così male, ma è  evidente che in questo ennesimo film di Villaggio le idee continuino a mancare e ci si affidi in gran parte alla verve comica del protagonista. La trama, seppur movimentata, offre rare spunti interessanti; da ricordare la simpatica presenza del compianto  Francesco De Rosa, che ricalca il losco  personaggio già visto in Piedone a Hong Kong.
Commento di: Markus
Pompieri muscolosi, senza paura e abituati a calarsi tra le fiamme e il fumo un giorno salvano tre orfanelli che per forza di cose... adotteranno! Zuccherosa favoletta - con un velato cenno di "action" di contorno - che con qualche variante pare faccia il verso a Tre scapoli e un bebè. La vera star del film è John Cena, che abbandonati i panni di milionario lottatore di Wrestling si è dato al cinema familiare. Il film vale poco, ma con coerenza non fa grosse promesse: un sano svago da divano e tè caldo, con una dose abbondante di sentimentalismo da quattro soldi.
Commento di: Myvincent
Un colonnello del controspionaggio tedesco intercetta messaggi in codice inviati a Londra e inizia una caccia non priva però di aspetti umani ed etici. Così si racconta di una guerra meno spietata del solito, attraverso un racconto fitto e "sporco" che sa riproporre il clima di delazione ed incertezza di quegli anni. Curd Jurgens, bravissimo, si staglia luccicante dentro ad una fotografia eccellente, ritagliandosi un ruolo difficilmente dimenticabile. Tanto poco conosciuto, quanto da annoverare fra gli imperdibili del genere guerra.
Commento di: Il Mostro
Trashata demenziale horror/comica senza soldi ma anche senza pretese. L'amatorialità del tutto non sarebbe neppure un problema, non il principale almeno (il montaggio, ad esempio, è sorprendentemente decente), ma il fatto di non avere una vera trama alla base, battute o situazioni davvero divertenti (solo un paio strappano un sorriso) e il doversi sorbire gli attacchi "splatter" di una lucertola di pezza tutti uguali fa sì che la noia e lo sbadiglio facciano capolino presto. Si salva un po' giusto il finale delirante.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Il modello è palesemente l'inarrivabile SIGNORA SCOMPARE di Hitchcock, aggiornato però a tempi in cui l'intreccio giallo non è più sufficiente a soddisfare lo spettatore medio e va quindi condito con qualche tocco rosa e soprattutto molta azione, al punto che nella seconda parte questa si fa preponderante caratterizzando fortemente il film fino a chiudere con un colossale effetto speciale distruttivo (girato al ralenti) che indubbiamente lascia il segno. Il protagonista è l'ottimo Gene Wilder,...Leggi tutto qui editore in viaggio sul Silver Streak (il titolo originale fa appunto riferimento al nome del treno) in direzione Chicago. Avvicinato dapprima da un piazzista di vitamine (Beatty) che presto si rivelerà un agente federale in incognito, George conosce l'attraente Hilly (Claybourgh), segretaria di un importante critico d'arte che, durante la notte, il nostro vede apparire fuori dal finestrino sanguinante (e da lì cadere dal treno) proprio mentre sta amoreggiando con la donna. Allarmatissimo George cerca di capire cosa sia successo, ma il giorno dopo l'uomo ricompare nel suo scompartimento come se nulla fosse. Era stata solo un'allucinazione? Difficile; anche perché il federale sembra voler subito credere, alla versione strampalata fornitagli da George. Perdipiù, in carrozza siede un altro importante esponente del mondo dell'arte (McGoohan) dall'aria ambigua... Se poi davvero non è successo nulla di anomalo, la notte, chi è l'omone di oltre due metri (Kiel, lo "Squalo" di due James Bond) che compare d'improvviso di fronte al protagonista con cattive intenzioni? E' solo l'inizio di un'avventura rocambolesca che vorrebbe mescolare l'ironia a un intreccio giallo poco fantasioso che lascia la storia d'amore tra George e Holly confinata a poche scene (le più sincere e riuscite peraltro, come quella dell'approccio nel vagone ristorante) dedicandosi soprattutto a far montare l'azione con l'aggiunta a sorpresa di Richard Pryor nel ruolo del solito ladruncolo da quattro soldi che fa subito coppia con Wilder dando il via a un sodalizio che si protrarrà per molti altri film. Si capisce che i due possono funzionare molto bene insieme, ma qui (come spesso accadrà loro in futuro) la sceneggiatutra non li aiuta. Tre o quattro gag simpatiche e per il resto routine scarsamente interessante. Più scanzonata l'avventura in aereo quando per la prima volta George viene sbalzato giù dal treno in corsa trovandosi a rincorrerlo e incappando in una vecchia contadina ruspante con la passione del volo. Arthur Hiller, regista di rango, mescola registri diversi provando a fonderli in un insieme armonico, ma tutto sottostà a una ricerca del movimento e della spettacolarità che a lungo andare ottiene come unico effetto quello di stancare. Le potenzialità umoristiche di Wilder vengono sfruttate solo parzialmente e i "cattivi" di turno sono tratteggiati grossolanamente, senza alcun brio né estro. Come giallo insomma il film proprio non convince e la sottile ironia del prototipo hitchockiano viene involgarita da un approccio rumoroso che rivela intenti del tutto differenti, nonostante qualche pennellata lunare di Wilder che, quando ben assistito, conferma una leggerezza quasi poetica.
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi
Furbata dei distributori italiani che tentano di agganciarsi truffaldinamente al celebre (e più riuscito) NON GUARDARMI: NON TI SENTO senza che nulla in originale giustifichi la vicinanza tra i due film al di là dei protagonisti, ancora una volta Gene Wilder e Richard Pryor. Qui il primo è George, un bugiardo patologico che si accinge a uscire dal manicomio dovendo far molta attenzione a non ricadere nel “vizio”. Il secondo è invece Eddie, un truffatore che per scontare la pena ai servizi...Leggi tutto sociali accetta di badare a George accompagnandolo in musei e luoghi culturali. Ma già al primo incontro avviene qualcosa di impensabile: George viene scambiato in strada per tale Abe Fielding, ricchissimo erede di un'avviata birreria, da un tizio che pretende di pagargli una vecchia vincita. Lui non vorrebbe accettare ma Eddie, alla vista del gran mucchio di dollari, copre l'equivoco. Quando i tre, poco dopo, si rivedono al ristorante per una cena, altre persone salutano George come Abe e a questo punto il poveruomo, travolto dagli eventi, comincia a scatenarsi inventando balle colossali. E' forse il momento migliore del film, l'unico in cui la comicità della situazione riesce a superare gli ostacoli di una trama inutilmente complicata che inibisce le potenzialità dei due. Benché indubbiamente ancora affiatati, Wilder e Pryor in poche occasioni hanno modo di recitare insieme spalleggiandosi a vicenda e molto spazio viene lasciato ai comprimari, soprattutto all'artefice (Lang) della grande truffa alla quale sottostà l'intera vicenda e alla presunta moglie (Ruehl) di Fielding. Il soggetto prevede diversi colpi di scena ma non riesce mai davvero a decollare. Anzi, la gag forse più geniale si esaurisce prima ancora che cominci il film, quando cioè qualcuno commenta l'arrivo del cavallo bianco della Tristar Pictures mentre salta l'ostacolo e spicca il volo! Fortunatamente, oltre alla coppia protagonista, anche la Ruehl in versione sexy è una scelta azzeccata e vivacizza con bel gusto il proprio personaggio. E' tutto il resto a non funzionare, a procedere riciclando gag stravecchie (il dobermann in agguato) o prendendosi troppe pause che annullano la dinamicità del racconto. Resta da gustarsi un simpatico duetto cantato in jodel da Wilder e la Ruehl in un locale e un Pryor chiamato sul palco ad esibirsi col sax perché il leader del complesso in scena (Andy Summers dei Police!) lo riconosce come il tipo che aveva notato per strada suonare divinamente (chiaro, era in playback con il registratore nascosto...). Si tenta di provocare la risata con gli amici matterelli del manicomio ma non ce la si fa; si capisce che il film vorrebbe raccontare l'evoluzione di una truffa, piuttosto che imporsi come commedia brillante nata innanzitutto per divertire, e qui sta l'errore commesso di frequente in casi come questo: si soffocano con la storia e l'azione lo spirito eversivo e le capacità di dialogare dei comici in scena. Qualcosa rimane perché la coppia funziona a prescindere, ma la regia non li aiuta e così, dopo un inizio che incuriosisce e colpisce, ci si adagia nella routine che non sa proporre nulla di nuovo né di scoppiettante.
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi
La risposta americana a 007 arriva con un film che se non ne è la parodia poco ci manca. In realtà il Flint di James Coburn ha un'intelligenza e una conoscenza talmente ampia di ogni cosa che risulta più facile associarlo a Sherlock Holmes che al buon Bond. Purtroppo certe assurde quanto simpatiche intuizioni si consumano tutte nella prima parte quando il nostro, per prestare soccorso al genere umano intero messo sotto scacco da un'organizzazione chiamata “Galassia”, comincia la sua strabiliante azione investigativa. Richiamato in servizio da un responsabile...Leggi tutto della sicurezza mondiale (Cobb), Flint si prende i suoi tempi e sulle prime si nega; poi però, quando chi aveva tentato di ingaggiarlo rischia la vita per colpa di una freccetta avvelenata indirizzata a lui, Flint capisce che è il momento di agire. Gli basta considerare gli elementi presenti nel veleno per capire che insieme e in quelle dosi sono presenti solo in una zuppa marsigliese servita esclusivamente in alcuni ristoranti della città francese. Da lì partiranno le sue indagini, che presto lo porteranno in contatto con la “Spectre” di turno localizzata su di un'isola rocciosa segreta in pieno oceano. Con una trasferta romana (in gran parte ricostruita) il film tenta di darsi un'internazionalizzazione, ma il paragone con il più ricco agente britannico proprio non regge. Anche gli effetti speciali sull'isola (e anzi, si parte male già con la diga che crolla nell'incipit) danno sempre l'impressione di una replica povera e, esaurita la spinta ironica della prima mezz'ora, velocemente il film si limita a ripercorrere senza troppa gloria le orme di Bond tra esplosioni e stratagemmi dozzinali per sfuggire ai cattivoni, qualche scazzottata a far da contorno e l'immancabile parentesi rosa con la bellezza del caso (Golan). Curioso comunque che Flint, a casa, si sollazzi con quattro bellezze contemporaneamente, pronte ad accompagnarlo ovunque e a vezzeggiarlo appena esiste un attimo di tempo per farlo. Che l'uomo sia sopra le righe è evidente fin da subito, che Coburn riesca a donargli lo spirito giusto anche; perché allora spegnerne la vivacità e l'inventiva per farlo rientrare in un contesto che col passare dei minuti lascia svaporare totalmente le bollicine della parodia e dell'eccesso? Soprattutto considerando la spettacolarità molto relativa degli effetti speciali...
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi

Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

SFOGLIA PER GENERE