il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

I MISTERI DI ALLEGHE
al cinema e in tv
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277602 commenti | 9106 papiri originali | 49447 titoli | 20134 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Lezioni di cioccolato (2007)
  • Luogo del film: La piazza dove Mattia (Argentero) si riconcilia con Cecilia (Placido)
  • Luogo reale: Piazza Duomo, Terni, Terni
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  • Film: L'uomo della guerra possibile (1984)
  • Luogo del film: La piazza di Roccamara, nella quale Giorgio Ferrari (Peréio) chiede inutilmente informazioni ai pass
  • Luogo reale: Piazzza principale, Colledara, Teramo
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Cotola
La pellicola prova a raccontare, con stile alla Nouvelle Vague, le storie di due "figli della Madonna". Lo fa attraverso la finzione, mentre la parte "d'inchiesta" ha più che altro un ruolo provocatorio. Il limite del film, proiettato alla Berlinale del '66 e poi mai distribuito e sparito nel nulla, è forse proprio quello di non riuscire a far capire appieno il dramma di questa sorta di figli di un Dio minore. Le lungaggini abbondano e non giovano al ritmo ed alla fruizione della pellicola. Non male la colonna sonora del film firmata da Umiliani ed eseguita dal sax di Gato Barbieri.
Commento di: Renato
Meraviglioso dramma con un Gabin in stato di grazia. Lui non sopporta più la moglie, senza un vero perché come spesso accade, e lei non si capacita. Il film è praticamente tutto qua: dolorosamente realistico nella descrizione delle piccole meschinità della vita coniugale. Proprio questa sua spietata verosimiglianza rende la visione ardua, come vedere la morte al lavoro. Un insospettabile capolavoro, spacciato dalla distribuzione italiana per il solito poliziesco. Bellissime anche le musiche di Sarde.
Commento di: Victorvega
Belle l'ambientazione e l'atmosfera create da questo thriller: notturna, molto poco all'italiana secondo quanto ci ha abituato il nostro cinema. Il punto di partenza è interessante e la presenza di un grande attore come Castellitto curiosa. Tuttavia le grandi premesse si confermano solo in parte perché la storia non cresce del tutto se non nella svolta finale. I toni sussurrati in certi casi non permettono l'immediata comprensione. Valido, meritevole di considerazione ma con il rimpianto di un film non interamente riuscito. Foglietta sempre bella e brava. Curiose le finte location.
Commento di: Anthonyvm
Ragazzino orfano, umiliato dai bulletti e dai crudeli nonni, passa il tempo giocando con le bambole lasciategli dalla madre, finché queste non lo invitano a vendicarsi. Commedia nera spesso grottesca (la famigliola disfunzionale richiama il John Waters di Female trouble), a tratti persino inquietante (le bamboline mosse in stop motion), che ricalca le orme dell'Halloween di Rob Zombie in veste drag queen. Il budget ridotto all'osso, ahimè, macchia di sciatteria un paio di trovate visive interessanti (la danza lynchiana della donna meccanica) e gli SFX gore. Per indie-cultori curiosi.
Commento di: Anthonyvm
A metà strada fra il dramma più nero e l'horror più violento, l'opera di Schirmer riesce a nascondere bene i suoi limiti pecuniari grazie alla grezza efficacia dei dialoghi e delle interpretazioni (i due fratelli in primis), ma anche agli effetti speciali splatter (non moltissimi ma decisamente espliciti), realizzati con molta cura. Fra glaciale disagio (le tensioni domestiche, i soprusi dei bulletti) e sconfinamenti nel grottesco (il finale sanguinario, le esplosioni gore del film nel film), una miscela di angoscia e di gustosi riferimenti nostalgici all'horror anni '80. Da provare.
Commento di: Il Dandi
Incipit promettente, con Castel che fotografa per caso un delitto travestito da incidente. Poi però la carne messa al fuoco inizia a puzzare (l'investigazione mafiosa) o resta cruda (gli omicidi del killer in trench, mai veramente argentiani come si vorrebbe) e si arriva a un twist-end la cui "trappola" tesa all'assassino richiede troppo alla credulità dello spettatore. La resa, pur routinaria, degli interpreti (Celi e la Loncar su tutti) rende la visione scorrevole. C'è pure Baldini, senza baffi, nel ruolo dell'aiutante del commissario.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Sette puntate di quasi un'ora ciascuna per risolvere l'interrogativo del titolo, un vero tormentone che vede il marito Carlo Ortesi (Rigillo) e il commissario Bramante (Capponi) unire le loro forze per stabilire cosa accadde ad Anna quel 5 dicembre, quando dopo una puntata dal droghiere scomparve come dissolta nel nulla. Il marito, convinto di vivere felicemente con lei, non riesce a farsene una ragione, il commissario non sa dove sbattere la testa perché i primi tre mesi di ricerche non sembrano portare a nulla. Poi d'improvviso, nella seconda puntata, si apre un mondo di ipotesi...Leggi tutto che sembrano andare in contraddizione con l'idea che ci si è fatti della donna e che coinvolgono una serie di personaggi insospettabilmente a lei vicini. A cominciare da Paola (Gabel), la bella collega sola che sembra guardare con un occhio più che interessato a Carlo, venditore di enciclopedie porta a porta ogni giorno più frustrato dal faticoso procedere delle indagini. La bravura degli autori sta nel saper far montare magistralmente la tensione escogitando continue svolte inattese e oscurando progressivamente non solo gli ultimi giorni ma anche il passato recente, di Anna. Il napoletano Rigillo per il ruolo di protagonista di questo singolare sceneggiato è scelta azzeccatissima e ce lo fa amare. Per la sincerità, l'umanità e quella caparbietà necessaria a far proseguire le ricerche che riesce a non apparire mai come forzata. Capponi, attore di rango, lo segue bene, non deve dimostrare l'infallibilità del suo Bramante ma al contrario la credibilità, evidenziando tutte le difficoltà di chi non sa dove appigliarsi e più di una volta è costretto a farsi guidare da Carlo, intervenendo però quando serve dimostrando bella autorità. Nel corso delle puntate scopriremo come ognuna di esse abbia un tema portante che lentamente ci accompagna alla soluzione disseminando la storia di false piste, di piccoli misteri autoconclusivi che però non dispiace affatto seguire (tranne forse il capitolo delle adozioni, meno legato alla matrice gialla che invece riguarda la maggior parte delle puntate). Notevole la scelta delle location, che con una fotografia meno televisiva e una messa in scena più ricca avrebbero sicuramente impreziosito di molto il risultato. Anche così, in ogni caso, una Roma periferica fa sentire forte la sua presenza variando bene il paesaggio. Colpisce l'accuratezza con cui sono dosati i tanti indizi che hanno il sapore del giallo puro e qualche coincidenza un po' eccessiva non danneggia troppo la plausibilità delle progressive scoperte. E se fino alla puntata cinque ci si accorge che effettivamente si è divagato oltre ogni limite, ecco che con la sei si entra nel vivo del mistero per non uscirvi più, pronti per il bel colpo di scena finale (che gli appassionati del genere azzeccheranno con un certo anticipo). Recitato con garbo e misura (c'è anche la "guest star" Silvano Tranquilli, in un ruolo marginale), ricco di scene che sanno come spiazzare e diretto da Schivazappa con meritevole agilità, DOV'E' ANNA si ricorda anche per il teso tema musicale di Stelvio Cipriani, eccellente musicista che provvede a una colonna sonora di tutto rispetto.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Dall'autobiografia di Howard Stern, il più noto deejay d'America, l'omonimo film che propone nella parte di Howard Stern... lo stesso Howard Stern! Operazione oltremodo autocelebrativa ma che dà anche un senso compiuto al tutto, alternando il privato al pubblico per raccontare come Stern sia arrivato a raggiungere un successo clamoroso (che ad ogni modo ben poco conosciamo, qui in Italia). Prodotto da Ivan Reitman, che di cinema a sfondo umoristico qualcosa ne sa, PRIVATE PARTS si pone quindi come obiettivo quello di sfruttare alcune celebri invenzioni "live"...Leggi tutto di Stern per far capire come abbia saputo stravolgere l'approccio radiofonico ben più compito dei suoi predecessori inventando un contatto completamente nuovo col pubblico annullando ogni freno inibitore. Il fatto è che quello che funziona in radio non necessariamente ottiene lo stesso risultato al cinema, e PRIVATE PARTS ne è la riprova: le esagerazioni che debordano nella sfera sessuale ricercando ossessivamente il politicamente scorretto colpiscono di più all'ascolto, perché su grande schermo il pubblico non è lo stesso ed è da tempo abituato ad assistere a sconfinamenti arditi, ad ascoltare volgarità senza sosta senza stupirsene troppo. E tutta la prima parte, in cui si raccontano i primi passi di Stern in famiglia e i suoi poco lusinghieri esordi radiofonici, dura francamente troppo senza che ve ne sia la necessità: non c'è nulla di singolare né nel suo rapporto con i diversi direttori radiofonici né in quello con la futura moglie Alison (McCormack), improntato a un romanticismo di maniera e a un amore vissuto ingenuamente con quella che pretende di essere la sua unica donna e che Stern adora come tale (salvo poi divorziare, nel 2001, ma questa è un'altra storia). Seduto in aereo accanto a una splendida signora disposta ad ascoltarlo (Alt), Stern rivive le sue esperienze in flashback: dopo la lunga fase riguardante le zoppicanti trasmissioni senza successo né innovazioni di sorta, si arriva finalmente all'esplosione del fenomeno con l'affiancamento della giornalista che da sempre lo accompagna in studio (Quivers, nella parte di se stessa) e al compagno sciroccato (Norris, anch'egli ovviamente nella parte di se stesso). E allora i ritmi si alzano, si ascoltano le prime vere trasmissioni "di rottura", le follie per le quali Stern è diventato celebre e s'introduce il personaggio di Kenny "Vomito di maiale" (Giamatti), chiamato ad arginare gli eccessi del vulcanico deejay quando questi viene ingaggiato dalla più grande radio di New York. I loro scontri diventano il pepe del film molto più di quello che si ascolta "on air", appigliandosi a dinamiche tradizionalmente più cinematografiche da "quinto potere" che innervano un secondo tempo migliore e più vivace, in cui comunque si continua a faticare a creare l'osmosi tra i due diversi media.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Un Avati “americano” si trasferisce a Saint Louis, in Missouri, per seguire il viaggio di Gloria (Bonaiuti), che insieme ai due figli Matteo (Accorsi) e Francesco (Federico) raggiunge lì la sorella Lea (Quattrini) per tentare di consolarsi dopo esser stata abbandonata dal marito, rimasto in Italia con l'amante ventenne. Lea vive insieme a Franco (Nero), vedovo e con due figlie a carico: “La bruna è un pezzo di pane, l'altra è una troia”, da simpatiche definizioni della matrigna di fronte a loro stesse (“Tranquilla, non capisce l'italiano”)....Leggi tutto Ci si aspetta che i quattro rispettivi figli si conoscano e si frequentino, ma non è esattamente così: Matteo è quello in gamba, bravo negli sport e con le donne, Francesco il più introverso, quello il cui termine che meglio lo identifica sarebbe "sfigato". Si innamora del "pezzo di pane", che invece con lui tanto pezzo di pane non è e che guarda a suo fratello come unica possibile conquista. Così come fa la loro insegnante d'inglese (Ferrara): segue il trend, si lascia conquistare dal sorriso malizioso di Matteo e si disinteressa di Federico, figura che pare raccogliere tutta la negatività che aleggia nel film e che persino Gloria - ovviamente depressa per la propria situazione - combatte meglio. Ma Federico è rassegnato, non ce l'ha con nessuno; vive la sua condizione di supposta inferiorità senza troppi crucci e anche in questo Avati dimostra di allontanarsi da fruste lezioni morali o figure eccessivamente caricaturali. Il suo è da sempre un cinema che si compiace della capacità di mostrarsi credibile nei ritratti, che trova nella recitazione di cast diretti sempre al meglio delle loro possibilità la sponda per affreschi corali piacevoli. In questo caso, tuttavia, gli manca una traccia vera da seguire e tende a perdersi in segmenti inconcludenti e aleatori, introducendo successivamente (senza un vero perché) figure la cui presenza si giustifica esclusivamente col desiderio di incrementare il numero di personaggi. E' il caso dell'Aldo di Capolicchio, eccentrico amico di Lea che entra ed esce di scena senza poter lasciare il segno, rifugio intimo per una donna che coltiva col nuovo marito un rapporto non certo idilliaco e la cui sorella - per sfogare la propria frustrazione - rimprovera di "averla data all'intera America" senza aver mai saputo coltivare con amore alcun rapporto. La tensione è latente, ma il modo di raccontare la storia ne sopisce le potenzialità stemperandola in bozzetti inoffensivi, a tratti gradevoli ma che non incidono mai davvero, e il mélange linguistico (unito a una presa diretta tutt'altro che eccellente) non favorisce una più diretta interazione tra i protagonisti. Che sono proprio quelli indicati dal titolo (meno insulso di quanto appaia, se riletto con attenzione): le due sorelle in età e i due giovani fratelli. E' nei rapporti tra queste due coppie assolutamente distanti l'una dall'altra (non solo in termini generazionali) che va ricercato il significato del film, con il resto dei personaggi a ruotar loro intorno con scarsa capacità di inserirsi, spesso oggetti e non soggetti. Tutto sembra però fermarsi troppo in superficie come nella descrizione dataci del film che si sta girando proprio fuori della casa di Lea e che resta un altrove non comunicante, elemento periferico che si fa superfluo addobbo come troppi; e come le musiche di Riz Ortolani, non certo memorabili. Innocuo.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

SFOGLIA PER GENERE