il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

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277700 commenti | 9108 papiri originali | 49466 titoli | 20134 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Il suo nome è Donna Rosa (1969)
  • Luogo del film: Stabilimento “La Canzone del Mare”
  • Luogo reale: Via Marina Piccola 93, Marina Piccola, Capri, Napoli
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  • Film: Un viaggio chiamato amore (2002)
  • Luogo del film: La casa in cui abita la famiglia di Dino Campana (Accorsi)
  • Luogo reale: Strada Silla, Scanno, L'Aquila
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Fedeerra
Ironico e malinconico, impreziosito da scenografie cartoonesche ma dal fascino a metà tra il macabro e il fiabesco. Angela Lansbury, apprendista strega, è semplicemente straordinaria, ma è notevole anche il resto del cast (sia quello in carne ed ossa che quello animato). Portobello Road, il brano che accompagna la bellissima scena al mercato, è un vero gioiello di nostalgica composizione. Un classico.
Commento di: Siska80
Un cliente si rivolge a un'agenzia investigativa per rintracciare una donna, ma quando poco dopo viene brutalmente assassinato il caso si complica. Più che un film sembra un banale episodio di una qualsiasi serie poliziesca (finale a sorpresa compreso) che non intriga né coinvolge, forse anche a causa di un cast modesto nel quale spicca soltanto la sensuale Malu Mader nel ruolo di una misteriosa prostituta (Assunção, che anni prima aveva recitato insieme a lei nella telenovela La forza del desiderio, è invece poco espressivo e convincente).
Commento di: Pinhead80
Le opere di Yorgos Lanthimos non sono mai banali e si pongono come metafora di un mondo malato e asettico incapace di comunicare. Anche questo cortometraggio continua il discorso iniziato tanti anni fa dal regista e rafforza il suo messaggio attraverso la solita intercambiabilità dell'essere umano nella quotidianità domestica. La società moderna ne esce con le ossa frantumate, schiava di una routine asfissiante, che lobotomizza con il nostro assenso e senza pietà. Tanti i momenti che inducono allo smarrimento e che allo stesso tempo diventano l'occasione per interrogare il presente.
Commento di: Herrkinski
Mix tra sword & sorcery e pellicciottesco prodotto dalla Cannon che s'inserisce nel filone fantasy a basso budget del periodo; la storia, che curiosamente presenta un'idea di base simile a quel che vedremo in L'armata delle tenebre, è comunque abbastanza basilare e tra lotte barbare in una landa desolata si consuma un lavoro di discreta fattura, con un cast raffazzonato che presenta qualche nome di richiamo (anche se Palance compare un minuto) e un Barberini non eccelso ma comunque professionale. Uno tra i tanti film del filone, nel complesso si può vedere senza troppo annoiare.
Commento di: Noodles
Tra i migliori film grotteschi italiani in assoluto, con vette di demenzialità allo stato puro. Una sceneggiatura perfetta nel suo genere, che sembra partire sul serio per poi avvolgerti in una spirale di delirio fantapolitico di orwelliana memoria, con due splendide parodie futuristiche di due famosissime fiabe, insieme a momenti di autentico nonsense, che rendono il tutto ancora più interessante. Ottimo il cast, perfetto per il genere, e notevole anche la collaborazione musicale tra Fabio Frizzi e i Goblin. Da riscoprire, per gli amanti del genere. Per gli altri non sarà facile.
Commento di: Herrkinski
Incredibile opera unica per buona parte di cast e registi che per il tasso di assurdità e valori trash ricorda i peggiori creature-feature giapponesi dei 70s; il mostro acquatico ha un costume talmente farlocco da far rimpiangere Il mostro della laguna nera e le scene di aggressione sono completamente ridicole, così come la maggior parte di quelle in laboratorio. Musiche riciclate da stock degli anni '60 e interpretazioni sommarie ma in compenso la fotografia diurna è inspiegabilmente ottima, ben definita e con colori vivi. Una volta almeno per curiosità va comunque visto...

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Aldrich al penultimo film piazza un rabbino nel far west e azzarda una strana commedia che ben poco diverte. Si lancia nell'avventura e sceglie come vero protagonista un personaggio davvero insolito cui Gene Wilder contribuisce a donare un'aria stralunata e fuori dal tempo che permette di cambiare il punto di vista rispetto a un genere codificato come pochi (e che anche per questo, va detto, è stato oggetto di parodie e rivisitazioni di ogni tipo). Partito dalla Polonia per raggiungere il "villaggio" di San Francisco dove insediarsi come rabbino e sposare una donna di cui...Leggi tutto ha solo un ritratto, Abramo Belinksi, che mai si separa dal suo cappello nero e dalla Torah, sbarca nella Filadelfia del 1850. Perde però il treno per Frisco, partito il giorno prima (c'è la febbre dell'oro laggiù!), e s'accoda a due loschi figuri che per 50 dollari accettano di accompagnarlo fin lì col loro carro. Poco dopo esser partiti, però, sbatton giù il poveretto e si tengono tutto il suo denaro, abbandonandolo nelle campagne solo e sperduto. L'incontro con Tommy (Fors), un bandito dal cuore tenero, lo salverà da più di un impiccio e i due faranno coppia fissa a lungo, traversando deserti e lande desolate a cavallo, fuggendo da chi li insegue dopo la prima rapina in banca e finendo catturati dagli indiani. Ma è l'atteggiamento risoluto e ostinato del rabbino a colpire: non cavalca il sabato, si rifiuta di usare le armi, predica la non violenza sempre e comunque, non capisce comportamenti che noi diamo per consolidati e naturali, nel Far West, facendo imbestialire Tommy il quale però, chissà perché, non lo abbandona mai al suo destino. Una coppia bizzarra, non c'è dubbio, ma che per riuscire a rendersi davvero simpatica avrebbe avuto bisogno di una sceneggiatura più brillante. Invece quel che accade sembra ripetersi con minime varianti dovute semplicemente alla diversità dei loro interlocutori. Troppo poco per giustificare ritmi catatonici da western quasi d'autore (non che Aldrich non lo sia) applicati a un genere che poco li accetta per natura. Tanto che forse lo spasso maggiore ce lo regala Oreste Lionello col suo virtuosistico doppiaggio di un Gene Wilder dall'accento straniero spesso in difficoltà con la lingua. Ford fa sostanzialmente da spalla: rappresenta la tradizione, l'aggancio al western che, col suo comportamento da cowboy tipicizzato, permette di far risaltare i contrasti con l'approccio bizzarro del rabbino. I due insieme suscitano tenerezza e lo sanno (si veda quando Tommy abbraccia l'amico per scaldarsi di notte), la regia provvede a muoverli in ambienti sempre ben ripresi (anche se la ricostruzione storica talvolta suona fasulla) ma non riesce ad appassionare nemmeno in presenza di scene sulla carta spettacolari (il doppio salto dalla rupe col cavallo). E il finale, con l'accenno all'immancabile duello, chiude senza gloria un film tronfio che non ingrana mai e che troppo di rado regala qualche sana risata liberatoria. La recitazione è di qualità, la confezione anche meglio, ma tutto è condotto sottotraccia, con l'ambizione di fare del cinema di qualità dimenticando che una commedia ha i suoi tempi, da rispettare. Anonima pure la colonna sonora.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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L'idea di scegliere come protagonista della storia un maestro degli effetti speciali è piuttosto originale: sono loro gli illusionisti del cinema (mica un caso se per i titoli di coda si è scelta la "Just an Illusion" degli Imagination), capaci di farti credere in una falsa realtà avvalendosi di tecniche all'avanguardia; per questo è plausibile che anche le forze dell'ordine se ne possano servire, in casi estremi. Dovendo proteggere De Franco (Orbach), un testimone scottante che ha deciso di tradire la criminalità organizzata, la polizia...Leggi tutto decide di fingere che sia morto per non doversi troppo preoccupare degli inevitabili agguati. Ma per farlo ha bisogno di un'azione eclatante che tolga ogni dubbio sul trapasso e per questo ingaggia Roland Tyler (Brown), effettista in campo horror che prepara così un delitto coi fiocchi in un ristorante italiano ("La gente"!): Roland stesso, travestito da gangster, spara a bruciapelo contro De Franco e lo stende in un tripudio di sangue. Tutto come previsto? Sì, ma il nostro non sa ancora che i poliziotti che l'hanno pagato sono corrotti e schierati dalla parte dei gangster! Tentano infatti di farlo fuori quanto prima, ma lui si salva e fugge pensando a come risolvere il suo grosso problema. Un noir d'azione, scritto meglio della media e con una vena ironica che non dispiace, perlopiù appannaggio del personaggio sicuramente più centrato che è quello di Leo McCarthy, lo sbirro buono, un Brian Dennehy baffuto che, rude e risoluto come sempre, sa dare una bella svolta grintosa al film; perché fin lì, con Brown protagonista, ci si era limitati all'ordinaria amministrazione contando soprattutto sulla trama e le singole trovate spettacolari (meno del previsto a dire il vero: gli effetti speciali non si sprecano). Con una regia (di Robert Mandel) poco brillante, spunti meno fantasiosi dello sperato e un ripiego su elementi tipici da guardie e ladri, non si sfruttano a dovere le grandi potenzialità dell'idea di base. Ci sono le solite maschere, il furgoncino attrezzato con ogni diavoleria pronto a trasfomarsi in una specie di Aston Martin bondiana, bombe ed esplosioni incendiarie, colpi a salve, illusionismo da maghi alle prime armi (la parete a specchio colpita dai proiettili di chi ci vede riflesso il buon Tyler) e un accenno di sesso troncato quasi subito: non c'è spazio per romanticherie inutili, bisogna pensare a portare a casa la pelle e non tutti ce la fanno. Quando è con la sua assistente (Gehman) Roland agisce citando i film che hanno realizzato insieme per farle capire l'effetto di cui ha bisogno e ogni tanto, anche per questo, emerge una certa artificiosità, con un protagonista piuttosto debole e una colonna sonora che inchioda subito il film alla sua epoca (pieni Ottanta), di cui F/X rappresenta l'anima "nobile" e di successo, pur non facendosi ricordare per nulla in particolare. Funziona lo spunto di base insomma, attorno al quale si cuce una storia come tante appena più stratificata nella sua costruzione ma decisamente banale.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Sette puntate di quasi un'ora ciascuna per risolvere l'interrogativo del titolo, un vero tormentone che vede il marito Carlo Ortesi (Rigillo) e il commissario Bramante (Capponi) unire le loro forze per stabilire cosa accadde ad Anna quel 5 dicembre, quando dopo una puntata dal droghiere scomparve come dissolta nel nulla. Il marito, convinto di vivere felicemente con lei, non riesce a farsene una ragione, il commissario non sa dove sbattere la testa perché i primi tre mesi di ricerche non sembrano portare a nulla. Poi d'improvviso, nella seconda puntata, si apre un mondo di ipotesi...Leggi tutto che sembrano andare in contraddizione con l'idea che ci si è fatti della donna e che coinvolgono una serie di personaggi insospettabilmente a lei vicini. A cominciare da Paola (Gabel), la bella collega sola che sembra guardare con un occhio più che interessato a Carlo, venditore di enciclopedie porta a porta ogni giorno più frustrato dal faticoso procedere delle indagini. La bravura degli autori sta nel saper far montare magistralmente la tensione escogitando continue svolte inattese e oscurando progressivamente non solo gli ultimi giorni ma anche il passato recente, di Anna. Il napoletano Rigillo per il ruolo di protagonista di questo singolare sceneggiato è scelta azzeccatissima e ce lo fa amare. Per la sincerità, l'umanità e quella caparbietà necessaria a far proseguire le ricerche che riesce a non apparire mai come forzata. Capponi, attore di rango, lo segue bene, non deve dimostrare l'infallibilità del suo Bramante ma al contrario la credibilità, evidenziando tutte le difficoltà di chi non sa dove appigliarsi e più di una volta è costretto a farsi guidare da Carlo, intervenendo però quando serve dimostrando bella autorità. Nel corso delle puntate scopriremo come ognuna di esse abbia un tema portante che lentamente ci accompagna alla soluzione disseminando la storia di false piste, di piccoli misteri autoconclusivi che però non dispiace affatto seguire (tranne forse il capitolo delle adozioni, meno legato alla matrice gialla che invece riguarda la maggior parte delle puntate). Notevole la scelta delle location, che con una fotografia meno televisiva e una messa in scena più ricca avrebbero sicuramente impreziosito di molto il risultato. Anche così, in ogni caso, una Roma periferica fa sentire forte la sua presenza variando bene il paesaggio. Colpisce l'accuratezza con cui sono dosati i tanti indizi che hanno il sapore del giallo puro e qualche coincidenza un po' eccessiva non danneggia troppo la plausibilità delle progressive scoperte. E se fino alla puntata cinque ci si accorge che effettivamente si è divagato oltre ogni limite, ecco che con la sei si entra nel vivo del mistero per non uscirvi più, pronti per il bel colpo di scena finale (che gli appassionati del genere azzeccheranno con un certo anticipo). Recitato con garbo e misura (c'è anche la "guest star" Silvano Tranquilli, in un ruolo marginale), ricco di scene che sanno come spiazzare e diretto da Schivazappa con meritevole agilità, DOV'E' ANNA si ricorda anche per il teso tema musicale di Stelvio Cipriani, eccellente musicista che provvede a una colonna sonora di tutto rispetto.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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