il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

IL CASOLARE DELLE PIETRISCHE
insospettabile multilocation
ENTRA
271020 commenti | 8996 papiri originali | 48159 titoli | 19720 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Imputato, alzatevi! (1939)
  • Luogo del film: La piazza dove Cipriano (Macario), a causa di un potente siero che gli era stato iniettato, nitrisce
  • Luogo reale: Largo Bangladesh, Roma, Roma
VEDI
  • Film: La banca di Monate (1976)
  • Luogo del film: La strada all’ingresso di Monate dove Melissa (Noël) rinfaccia al marito di aver lasciato Milano
  • Luogo reale: Via per Pella, Alzo, Pella, Novara
VEDI
  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Cotola
Il comandante Steckler si è perso un cacciatorpediniere americano e viene considerato una spia nemica. E' così? Tra i film di Jerry Lewis uno dei meno memorabili e, infatti, non meraviglia che sia poco conosciuto. Il motivo fondamentale è semplice: si ride poco. Perché? Semplice: le gag, a parte qualche eccezione, sono deboli e non vanno quasi mai a segno. Così di risate manco a parlarne, se non, come già scritto, in rare occasioni. La confezione è accettabile, la sceneggiatura no, con i suoi ritmi bassi e la sua ripetitività. Per completisti; evitabile per gli altri.
Commento di: Nando
Fallimento totale per una pellicola ad episodi povera che definire pecoreccia sembra quasi esaltarla. Momenti che forse all'epoca potevano generare risate visti oggi generano solo tristezza per come può finire in basso la commedia italiana; eppure Corbucci, regista di rango, creò (per quanto non da solo) Giraldi/Milian e qualche discreta pellicola con Bud Spencer.  Da segnalare in semi positivo Mattioli e qualche starlet del periodo tipo la Omaggio, ma per il resto pollice verso.
Commento di: Cotola
Fievel, per vincere le sue paure, si troverà coinvolto nelle indagini per smascherare il "mostro" che impaurisce la città. Terza piccola (dura una settantina di minuti) avventura (direttamente in home-video) che vede coinvolto il tenero topolino russo. Stavolta, dopo il western ed il "dramma storico", si affronta il genere thriller-horror. Ovviamente lo si fa ad altezza di bambino con tanto di messaggio di fondo: bisogna affrontare le proprie paure, per vincerle. Ci sono anche le solite canzoncine tipiche del genere, ma per fortuna non sono troppe. Adatto ai più piccini.  
Commento di: Giùan
Serie Tv caratterizzata nelle sue diverse edizioni da improvvidi e inopinati cambi di format e di cast, con la "vergine americana" che passa da vedova con due figli a carico che si ritira in un ranch in campagna (l'edizione certamente più piacevole col bravo Denver Pyle nel ruolo di nonno Buck) a segretaria pendolare fra casa e Cisco, fino a trasferirsi definitivamente in città diventando giornalista a tempo pieno (serie in qualche modo parallela alla più riuscita Mary Tyler Moore). Piuttosto piatto, sfrutta la popolarità della Day, le cui quotazioni cinematografiche precipitavano.
Commento di: Daniela
Al termine di una corsa, un taxista scopre una neonata abbandonata sul sedile posteriore. E' l'inizio di un'odissea di 24 ore per strade, locali ed uffici di Teheran nel tentativo di liberarsi del fagotto, mentre la sua donna vorrebbe invece tenere la bimba... Splendido ritratto di una città alla vigilia della rivoluzione khomeinista in cui le luci di una illusoria modernità convivono con le molte ombre della miseria, del sospetto e della paura. Neorealista ma anche sottilmente onirico, per il cinema iraniano riveste un'importanza simile a quella del nostro Ladri di biciclette.
Commento di: Buiomega71
Quintessenza del cinema delle ninfette lolitesche lattuadiane (che varrebbe da solo la visione). Se la storiella è striminzita (la solita quindicenne in fregola per l'uomo che può essere suo padre), si apprezza l'abilità del regista di ritrarre le ragazzette smaniose senza malizia passando dal lesbismo platonico al voyeurismo, alla decadenza della borghesia (Sorel toy boy per la principessa). Si spera in un finale che anticipa Il sorpasso ma che non avviene, mentre la Spaak tiene il broncio. Brutte le musiche di Piccioni e bellissima Juanita Faust. Piacevolmente  frivolo.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Lagnosissima terza parte della "Trilogia del Baztan" di Dolores Redondo, porta la solita Amaia Salazar (Etura) a indagare sull'omicidio di un neonato. Il padre, che tenta di fuggire col corpicino dello stesso, viene arrestato e interrogato. Bisbiglia qualcosa da cui si capisce che sta addossando la responsabilità a un misterioso demone, forse al centro di tremendi sacrifici di bimbi attuati da una setta del circondario. Amaia, certa che pure la propria madre, creduta morta, sia invischiata nella vicenda, cerca lentamente (molto lentamente) di far luce sul caso di apparente...Leggi tutto stregoneria appoggiandosi al collega (Nene) e al magistrato (che lei chiama appunto così, "magistrato") Juez Markina (Sbaraglia). Il suo compagno americano, con cui continua a parlare inglese (sottotitolato) resta sempre più ai margini della vicenda preferendo occuparsi del loro figlio, la vecchia zia è sempre lì che pare sapere molto più di quel che dice. E poi c'è la caratteristica cittadina spagnola, con quel suggestivo ponte che ha fornito la location più riconoscibile della saga. Insomma, gli ingredienti son quelli che venivano inquadrati soprattutto nel secondo capitolo, in cui però la trama si articolava in modo più intrigante. Qui, al di là del consueto folto numero di nomi, tutto è circoscritto alle cerimonie in cui si officiavano i segreti culti sanguinari, improntati al classico scambio di favori tra seguaci e entità demoniache e la storia procede lasciando molto più spazio del previsto ai sentimenti e alla psicologia dei protagonisti con particolare attenzione rivolta alla pur brava Marta Etura, cui spetta evidentemente di battere tutti i record di lacrime versate in ambito thriller. D'accordo che coloro che le gravitano intorno muoiono come mosche, ma un minimo di solidità sarebbe richiesta: non si può passare dai pianti trattenuti a stento a quelli liberati ogni cinque minuti... Se poi in precedenza qualcosa del mondo oscuro che occupava il campo avverso si intravedeva, qui se ne parla rimanendone assai distanti, escludendoci quindi da una possibile immersione più vera nel fenomeno. A ben vedere succede insomma veramente poco, e in un film che dura due ore e venti è una colpa non facilmente perdonabile. Amaia si sposta come una trottola per concludere di persona quasi niente, combattendo con il magistrato per ottenere i permessi necessari, scoperchia qualche tomba, fissa il vuoto pensierosa... Può farlo in virtù di una recitazione calzante, d'accordo, ma da un thriller ci si aspetterebbe decisamente di più. Di nuovo di grande qualità invece la confezione, a partire da una sicntillante fotografia che si esalta in particolar modo quando comincia a calare la sera. Tirando le somme di una saga che a dire il vero non ha mai convinto in pieno, questo rappresenta il capitolo più debole (ed essendo l'ultimo la cosa giunge inaspettata), concluso peraltro anonimamente senza quel minimo di spettacolarità o quei colpi di scena che dopo un'avventura tanto studiata e diluita ci si sarebbe aspettati. Faticoso.
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi
Scatenata commedia che si propone come una sorta di variante comica di SPEED. L'autobus senza freni qui è l'auto di una famigliola in partenza per le vacanze, superaccessoriata e con servoguida. Impostata però in autotrada la velocità di crociera di 130, il dispositivo s'incanta e impedisce alla macchina (una Mercedes Classe V truccata da Danjoon Medusa, marca inventata) di rallentare e di frenare. Papà (Garcia), mamma in cinta (Vigneaux), nonno (Dussollier), i due figlioletti e una ragazza (Gabris) introdotta...Leggi tutto segretamente in auto dal nonno a una stazione di servizio (l'abitacolo è molto spazioso, tre file di sedili) si ritrovano lanciati a grande velocità senza poter far nulla per evitarlo e dovendo anzi impegnarsi a schivare i mezzi più lenti per non schiantarsi. Una situazione folle ben gestita da una regia che sa come porre l'accento sulla "full speed" del titolo internazionale, che presto si assesta sui 160 a causa del fallito intervento sul pedale del freno suggerito sciaguratamente del nonno. Ed è un peccato che la sceneggiatura non sia calibrata al meglio, perché le potenzialità per dar vita a un piccolo classico della commedia francese c'erano tutte. Il soggetto mette idee gustose a disposizione, in primis il pazzo furioso che, vistosi sfasciare la portiera dall'auto in corsa mentre stava uscendo, decide di inseguire la disgraziata famiglia per fargliela pagare (materialmente), ritagliandosi uno spazio importante e le parentesi forse più spassose del film. Ma anche il cast, a cominciare da un ottimo José Garcia, aveva i numeri per reggere bene lo spasso e creare gag a ripetizione. Si valutino in questo senso i due poliziotti in motocicletta lanciati all'inseguimento, la coppia di anziani con lei in preda a una piena crisi di rigetto di botox (il protagonista è un chirurgo estetico) che continua a chiamare via telefono per chiedere assistenza o il concessionario incapace a cui è invece la famiglia a richiedere vanamente assistenza. L'unica a non funzionare è la poliziotta che dirige le operazioni dalla centrale, ossessionata dal ping-pong che la costringe a battute spesso infelici e scontate, presenza ingombrante che fa capire meglio degli altri personaggi i limiti di una sceneggiatura che non pare all'altezza né di soggetto né di regia. Fortunatamente l'azione garantita dalla tragica situazione e le numerose trovate che vanno a segno permettono di chiudere un occhio sulla goffaggine di certi scambi tra gli occupanti dell'auto e la non perfetta gestione dei tempi comici. Le varianti lungo la strada sono molte, i pericoli si moltiplicano e anche se è evidente quanto l'auto e chi la segue non procedano a 160 all'ora (anche nella finzione sarebbe impossibile recuperare terreno così facilmente per chi si ferma e riparte dietro di loro a distanza di tempo), l'effetto comico è garantito. Al solito le commedie francesi più recenti sfruttano una sola idea di base efficace e ricamano di conseguenza, sfruttando la bravura del cast. E' questo il caso (meno divertenti le figure femminili rispetto a quelle maschili), con un film veloce, scoppiettante e in alcuni tratti esilarante, che la regia sostiene a dovere anche nelle fasi più spettacolari. Peccato per certi cali di ritmo inattesi che spezzano la tensione senza esser giustificati da battute all'altezza, ma per una volta possiamo chiudere un occhio e gustarci una commedia vivace, dinamica e brillante (soprattutto nelle scene in cui meno si parla).
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi
La cupa storia del reverendo Jones (un caso che l'attore che ne interpreta il personaggio “parallelo” si chiami davvero Gene... Jones?) e della sua setta continuano ad affascinare, a distanza di anni; a colpire, per l'illuminante sintesi che focalizza il limite a cui può arrivare un essere umano quando si mette nelle mani di chi ha il potere di condizionare le menti più deboli. Inevitabile quindi che il cinema ciclicamente torni sul punto rievocando, con l'introduzione di figure carismatiche, quei cupi giorni di fine Settanta. In questo caso Ti West, sotto...Leggi tutto l'ala di Eli Roth, dirige un film che a una storia dichiaratamente ispirata al massacro della Guyana aggiunge l'idea del falso reportage seguendo la moda che permette di velocizzare l'azione - almeno in apparenza - attraverso le riprese "a mano". A portare con sé la telecamera di rito si ritrovano un paio di giornalisti della rivista "Vice" contattati da un fotografo la cui sorella si è autoconfinata in una comunità assai misteriosa nel verde. Il ragazzo (Audley) riesce a convincerli che in quello strano mondo c'è qualcosa di molto singolare su cui vale la pena indagare e i due accettano di accompagnarlo fin lì, atterrando in una radura con l'elicottero come nei vecchi cannibal di casa nostra e facendosi dare dal pilota un appuntamento preciso per risalire a bordo e tornare. La comunità, chiamata Eden Parish, è sorvegliata da uomini con fucili così e già questo lascerebbe da pensare; una volta dentro, tuttavia, pare davvero di entrare nel Paradiso promesso, dove ci si ama e non c'è spazio per l'arrivismo, l'ingordigia, la cupidigia e i troppi peccati dell'era moderna. I tre visitatori si ambientano facilmente e chiedono quanto prima un'intervista al gran capo che tutti chiamano Padre (Jones), il quale la sera accetta di buon grado presentandosi come uomo assolutamente assennato e di grande comprensione, anche se qualche piccola crepa nei suoi discorsi il giornalista che conduce l'intervista comincia a notarla. Vuoi vedere che non è tutto oro quel che luccica? West giostra bene le riprese concitate fregandosene delle regole che imporrebbero di riprendere solo dal punto di vista dei protagonisti: è evidente come la trovata della camera a mano sia solo un espediente per movimentare l'azione, penalizzata da una sceneggiatura che poco offre a livello di dialoghi o di invenzioni, poco inclini a fornire variazioni stimolanti a sviluppi risaputi. Ciononostante la recitazione complessiva riesce a rendere sufficientemente credibile la situazione ed è indubbio che Jones possegga il carisma necessario a interpretare quello che è il ruolo cardine. Già, perché i due giornalisti col fotografo diventano maschere necessariamente anonime, testimoni appartenenti a un mondo che deve rappresentare il massimo della normalità per solcare il distacco; con gli ospiti di Eden Parish trasformati in una voluminosa massa amorfa, poco più che robot pronti a sorridere e ripetere concetti elementari ispirati dal loro burattinaio. E poi, come in un imbuto che raccoglie tutto per travasarlo in un altrove imprevisto, la svolta. Che cambia marcia ma nemmeno troppo, lasciando irrompere il sangue ma continuando a seguire una narrazione piuttosto piatta, in cui si avverte la mancanza di una vera idea registica che sorregga la pochezza di una storia cui difettano i personaggi, condotta come un'indagine fin troppo esterna i cui protagonisti riprendono e poco altro fanno. Ad ogni modo l'atmosfera inquietante è ben resa e non ci si annoia; e in film così, in cui il rischio di ripetersi è sempre ben presente, non è qualità da sottovalutare.
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi

Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

SFOGLIA PER GENERE