Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.
Questione antica come il mondo, quella del rapporto fra colpa e responsabilità: chi è senza peccato è meglio non scagli nessuna pietra, pena il ribaltamento del disequilibrio specista fra uomo e animale nel più classico (e sanguinario) degli homo homini lupus. Un lustro dopo la macelleria messicana (è il caso di dirlo) di Atroz Ortega torna con la sua rivisitazione sociale dell'home invasion: pretesto tutto sommato labile, ma ingombrante quanto basta per impedire di prendere coerentemente le difese di una o dell'altra parte. Se tutto è caos, tutti sono a loro modo malvagi: eureka.
Otto mesi dopo l'uscita nelle sale di Relic, ecco Mimic, film dell'orrore diretto da Benicio Del Toro. Al di là del tema francamente repellente (si parla niente meno che di scarafaggi), la tensione c'è ed è presente, crescendo con il procedere della pellicola. Pane per i denti degli affezionati al genere? In parte sì, ma stride forse troppo l'idea di ambientare il tutto al buio, anche se trattandosi di film dell'orrore... insomma, qualche dubbio sulla realizzazione finale del prodotto c'è. Da vedere solo per gli appassionati del genere. Nel cast anche Giancarlo Giannini.
Compton arriva prima di Rambo e Jacknife (ma anche di Taxi driver), sui reduci del Vietnam che si portano la guerra a casa. Sembra di vedere La morte dietro la porta ma senza orpelli horror, quasi un Ragazzi della porta accanto (ma in branco) allo stadio embrionale. Pezzi di malinconica musica country scandiscono il bighellonare del gruppo di veterani, tra misoginia (la ragazza maltrattata e sbattuta fuori dall'auto in corsa), goliardie (al motel) e piccoli crimini che muteranno in un feroce western urbano, dove, nel massacro da guerriglia cittadina, non ci sarà pietà per nessuno.
Da una pièce di Angelo Longoni, qui in veste di produttore, l'esordio alla regia per l'attrice Eleonora Ivone, che si ritaglia un personaggio nel film. L'impostazione teatrale è spesso scappatoia per ottimizzare le spese: bastano un’unica location e un generoso impiego di dialoghi. Spesso funziona, qui purtroppo no. Un'opera che mette in evidenza povertà sotto tutti i punti di vista, a partire dalla scarsezza dei dialoghi e dalle situazioni scontate; si palesa persino una notevole carenza interpretativa (Tognazzi sottotono, Pannofino fuori ruolo, la Incontrada qui la peggiore).
Dopo l'improvvisa morte della madre, per motivi di eredità il giovane accordatore Zinedine (Jallab) si mette alla ricerca del padre Farid, che lo ha abbandonato 25 anni prima. Al suo posto, tuttavia, trova l'istruttrice di danza del ventre Lola (Ardant)... Lo spunto narrativo, seppur non originalissimo, è ottimo e certi passaggi che indulgono sulle origini algerine dei protagonisti sembrerebbero suggerire un'ulteriore e più radicale problematizzazione del tema. Nella seconda metà, invece, il racconto si arena, procedendo col pilota automatico verso uno sgonfio finale stereotipato.
Ennesima trasposizione (e certamente non la migliore) del racconto di Aladino, giovane povero che farà fortuna grazie a una lampada magica (che comunque gli procurerà parecchi guai). Abbastanza esaustiva per la sua breve durata, la pellicola gode di un buon design tipicamente anni Ottanta e di un ritmo costante, mentre i punti deboli sono un doppiaggio italiano non esaltante e uno snodo non troppo coinvolgente (nonostante ambedue le cose siano estranee al prodotto in sé perché dovute a fattori esterni). Disimpegnativo.
Thriller diviso tra il dramma e la commedia, il film di Eleonora Ivone ambienta nel negozio d'un panettiere (Pannofino) buona parte della sua storia, cominciata poco prima con le angosce di un imprenditore (Tognazzi) in grave crisi finanziaria alle prese con un avvocato (Bocci) cui non può nemmeno pagare le parcelle. Disperato, rapina da solo gli uomini di un furgone portavalori scappandosene col malloppo e rifugiandosi, pistola alla mano, all'interno del suddetto negozio la cui vetrina dà sulla piazza del Centro Commerciale Metropolis di Rende (Cosenza), destinata a diventare...Leggi tutto il centro di gravità attorno al quale ruoteranno tutti i personaggi. Nel momento in cui l'imprenditore entra si trova di fronte il panettiere (Pannofino), una scafatissima prostituta (Incontrada), un extracomunitario lì per comprare una pizza (Bashir) e un'anziana signora (Cotta). Ad esclusione del panettiere nessuno di loro sembra troppo terrorizzato dalle minacce a mano armata dell'uomo. In particolar modo la prostituta lo sfida apertamente con fare cinico e strafottente, mentre sul posto giungono intanto un commissario di polizia (Haber), una negoziatrice (Ivone) e un gruppo di agenti insieme agli immancabili cecchini, immediatamente spediti sui tetti a mirare. In film così, inevitabilmente condannati da una staticità per molti versi penalizzante, è fondamentale poter disporre di una sceneggiatura o almeno di una regia in grado di far montare la necessaria tensione. Purtroppo né l'una né l'altra centrano il bersaglio: la sceneggiatura (scritta dalla stessa regista con Angelo Longoni) non trova mai un dialogo davvero brillante, un guizzo che possa farla uscire dai binari della banalità, un coraggio che la traghetti fuori dalle paludi di una retorica talvolta irritante, una battuta che possa risultare se non divertente almeno ficcante, mentre la regia difetta soprattutto nella gestione del ritmo e nella direzione del cast: in particolar modo la Incontrada (il personaggio più caratterizzante), che pure l'espressività e la vivacità giusta in altre occasioni ha dimostrato di possederle, risulta spesso poco naturale recitando sopra le righe quasi come stesse leggendolo, il copione. Se non appare troppo antipatica è solo in virtù dell'innata grazia che le permette di tenersi comunque a galla imponendosi come l'unica vera figura in grado di incuriosire. Tognazzi, che con gli anni ha ormai acquisito invidiabile padronanza del mestiere, riesce a dare un minimo di spessore psicologico al suo imprenditore evidentemente incapace di sparare, gli altri fanno da contorno almeno fino a quella sorta di fugace "colpo di scena" che coinvolge l'extracomunitario e che in realtà si esaurisce nello spazio di pochi minuti. All'esterno Haber si trova per le mani il personaggio più insignificante in assoluto e non ha modo di riparare ricorrendo alla certificata bravura, costretto a qualche urlaccio, un paio di volgarità e un frustrante senso di malmostosa sudditanza rispetto alla negoziatrice interpretata da Eleonora Ivone; quest'ultima (regista/sceneggiatrice del film e nemmeno male come attrice), ripara invece nello sterotipo e lì resta, guadagnandosi spazio coi minuti e limitandosi a far procedere l'azione. La sensazione è quella di un budget ridotto all'osso che traspira da fotografia, location e scenografie e che avvolge il film in un grigiore entro cui si legge in filigrana la natura paratelevisiva del prodotto. Quasi assenti le musiche. Il versante drammatico prevale sulla commedia (cui il solo Pannofino sembra dare linfa) e la tensione alla quale si puntava viene sostituita da una ripetitività che stanca presto, con variazioni minime come la malattia dell'anziana signora interpretata dalla brava (e purtroppo mal sfruttata) Elena Cotta. Deludente: nonostante le molte scusanti, qualche buon momento e un clima di rassegnazione generale figlio del preciso momento storico, l'inevitabile confronto con i classici del genere (magari apertamente citati, come QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI) si fa impegnativo e penalizzante. Nel ruolo della figlia dell'imprenditore... la vera figlia dell'attore, Andrea Viola Tognazzi. Marcel M.J. Davinotti jr. Chiudi
Ennesimo thriller canadese con bella giovane bionda al centro di una losca vicenda, in questo caso legata a truffe immobiliari. Lei è Lauren Baker (Rose) e lavora in un'agenzia che non naviga nelle migliori acque. Vive con un compagno scrittore in piena crisi d'ispirazione e c'è bisogno che qualcuno i soldi cominci a portarli, a casa... Sembra quindi quasi un regalo dal cielo l'entrata in scena del giovane Sean (Bryant), baldo ragazzone che dice di voler vendere una meravigliosa villa di cui è proprietario assieme alla sorella. I genitori sono morti in un incidente...Leggi tutto ed è arrivato il momento di cambiar vita. Non solo pare sincero ma anche molto ben disposto nei confronti di Lauren, che appena capisce come la provvigione potrebbe portare a lei e alla sua socia (Leroux) ampi quanto insperati introiti, si dedica anima e corpo alla vendita individuando presto un compratore. Ci si chiede nel frattempo chi sia la coppia uccisa in pieno bosco nel prologo e chi l'uomo (Watton) che da tempo partecipa alle indagini per ritrovarla. Scopriamo presto che è il fratello delle due vittime, ma non come sia legato alla vicenda principale, la quale procede senza troppi sussulti almeno fino al primo colpo di scena. A questo punto l'intreccio prende una direzione vagamente imprevista (almeno per chi non è abituale frequentatore del genere) e Lauren si trasforma in una sorta di detective in gonnella in sostituzione di chi quel mestiere dovrebbe farlo realmente e al contrario non sembra procedere con troppa arguzia. I personaggi in scena si moltiplicano e il quadro generale comincia lentamente a comporsi delineando un giallo studiato con buona coerenza e stile. Dal momento che si parla di un tv movie nato in catena di montaggio non c'è da aspettarsi troppo, ma bisogna ammettere che ogni componente dell'ingranaggio raggiunge la sufficienza e potrà moderatamente soddisfare gli appassionati: il cast, ad esempio, recita con bella naturalezza a cominciare dalla protagonista, decisa ma anche fragile, a tratti spaesata, dolce e conscia della difficile situazione in cui si è cacciata. Se Bryant è il più stereotipato del gruppo, buone risposte vengono da personaggi marginali che centrano bene il loro personaggio regalando credibilità al tutto. E se regia e sceneggiatura svolgono correttamente il compito, è da apprezzare anche il discreto valore del soggetto, che nell'ultima parte propone svolte interessanti senza concedersi a inutili break d'azione o a vani tentativi di creare tensione ad ogni costo. Alla fin fine tutto torna con chiarezza e in una trama che gode di una certa relativa complessità non è poco. Pretestuose e inutilmente prolungate le due scene di sesso soft, inserite tanto per allungare un po' il brodo, per il resto non si perde mai di vista la storia. Chicago fa da sfondo un po' cartolinesco senza mai diventare realmente parte integrante delle riprese, ma si sa che le location in questi film sono "di servizio", utili giusto a dare una collocazione geografica sommaria... Marcel M.J. Davinotti jr. Chiudi
Breve documentario (appena 44 minuti) che ricostruisce per sommi capi quanto accadde al volo MH370 della Malaysia Airlines la notte dell'8 marzo 2014. Un velo di autentico mistero avvolge la vicenda: il Boeing 777 in questione semplicemente scomparve e, a distanza di tanti anni, non è mai stato ritrovato (benché detriti ad esso appartenenti siano stati rinvenuti sull'isola di Riunione e sulle coste del Mozambico). Partito da Kuala Lumpur in direzione Pechino, 38 minuti dopo il decollo lanciò un'ultima comunicazione dal mar Cinese Meridionale per poi non dare più...Leggi tutto notizia di sé. Disinserito il transponder (chi lo fece? Perché?) si trasformò di fatto in un oggetto non identificato compiendo una virata improvvisa e scomparendo dai radar civili senza che nessuno avvvisasse per tempo dell'assurdo fenomeno. Solo alcune installazioni militari malesi lo avvistarono ma se ne disinteressarono (!), non avendolo valutato un mezzo pericoloso. A dare conferme sul fatto che l'aereo rimase in volo oltre sette ore dopo il decollo è un rilevamento satellitare Inmarsat, che lo segnalò a nord di Sumatra in viaggio verso il nulla... Il documentario riesce a restituire piuttosto bene il clima di mistero che aleggia fin dal principio sulla vicenda: filmati notturni dell'aeroporto di Kuala Lumpur, disegni in 3D del velivolo, scene di panico dei parenti all'aeroporto (non dimentichiamo che siamo nel 2014, i documenti visivi non mancano), interviste ad esperti del settore e colleghi del pilota che confermano l'assoluta follia di quanto accadde. Non solo a bordo dell'aereo (nulla si sa di ciò) ma anche a terra, dove le rilevazioni di quanto stava succedendo non smossero l'attenzione che il fenomeno pretendeva. Per questo finirono sotto accusa il ministero della difesa malese e altre autorità preposte alla sorveglianza, anche per la gestione delle comunicazioni a media e parenti delle vittime. Si illustra il viaggio del Boeing con le tracciature su di una mappa, si racconta dei militari che non intervennero e si assembla il tutto con la conduzione di una giornalista cui spetta il compito di guidare le interviste. Una lunga parte è dedicata naturalmente alla figura del capitano, dai più ritenuto il più probabile responsabile della disgrazia; ipotesi su problemi familiari, politici, ma nulla che mai sia stato confermato: un curriculum impeccabile! Perché quel giorno virò per iniziare una lunga traversata verso l'Oceano Indiano, dove con tutta probabilità l'aereo si inabissò una volta finito il carburante? Un enigma inquietante (tanto più perché verificatosi in un'era in cui la tecnologia permette ogni tipo di controllo) di cui si possono riportare i pochi dati a disposizione ma che (con la sospensione delle ricerche del 2018, l'operazione più costosa nella storia dell'aviazione) non ha alcuna risposta certa. Il documentario insiste a più riprese sull'inesplicabilità dell'accaduto, anche ponendo agli intervistati domande che puntano ad accrescerne il lato più misterioso; come si stesse raccontando un autentico thriller, e l'effetto funziona discretamente. Si riporta l'essenziale, con la preziosa testimonianza del cognato del pilota (il primo della famiglia a parlare, dopo anni) e si conclude dopo soli 44 minuti anche perché non c'è troppo da raccontare: la mancanza di qualsiasi comunicazione di bordo rende univoche le direzioni dell'indagine, e poiché anche chi doveva controllare da Terra si rese responsabile di un'infinità di omissioni le informazioni scarseggiano... Marcel M.J. Davinotti jr. Chiudi
Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA
L'ISPETTORE DERRICK
L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA