il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

LUPIN III (LA PRIMA SERIE)
episodio per episodio
ENTRA
310781 commenti | 9692 papiri originali | 57144 titoli | 22748 Location

Location Zone

  • Film: È stata la mano di Dio (2021)
  • Multilocation: Galleria Umberto I
  • Luogo reale: , Napoli, Napoli
VEDI
  • Film: Hammamet (2020)
  • Luogo del film: L'albergo dove avviene l'ultimo incontro tra il "Presidente" (Favino) e la sua amante (Gerini)
  • Luogo reale: Hammamet: Hôtel Résidence Hammamet, 60 Avenue Habib Bourguiba, Tunisia, Estero
VEDI
  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI VOLTI INSERITITUTTI I VOLTI

  • Rossella Cardaci

    Rossella Cardaci

  • Viviana Militello

    Viviana Militello

Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Enzus79
Ex poliziotto uscito di galera dovrà vedersela con mafia e poliziotti (ex colleghi) corrotti. Un piccolo gioiello targato Netflix. La storia, pur non essendo niente di eccezionale, convince e coinvolge, con personaggi da pulp. Violento e con momenti di discreta tensione, il film rasenta anche il divertimento. Finale che lascia a bocca aperta. Bene il cast. Efficace la regia.
Commento di: Teddy
“Il mulino delle donne di pietra” è un film che le sue scene madri non le svende all’horror, le dona al gotico-psichico che inonda la narrazione con la grandiosità dell’estetica e viceversa. Filmato con occhio di riguardo da Giorgio Ferroni, in location rustica e decisamente spettrale, riesce a cogliere la fenomenologia dell’ossessione con le sue frangie estreme e con tutti i suoi macabri rituali. Da brividi l’infuocato finale.
Commento di: Noodles
Festival del sangue in questo film prodotto, tanto per cambiare, da Tarantino e girato da un Eli Roth tanto ispirato nelle scene di violenza quanto inconcludente quando c'è da creare angoscia e ansia. Si toccano vertici incredibili per quanto riguarda il sadismo, che appassionano, specie quando la vittima si trasforma in carnefice. Il tutto però appare un po' forzato specie nel finale, quando viene naturale pensare a quanto si stessero divertendo dietro la macchina da presa. Anche noi ci divertiamo, sicuramente, ma la sensazione è quella di una violenza a sfondo comico.
Commento di: Ronax
Erotico melodrammatico e patinato in classico stile transalpino settantiano, in cui nudi e amplessi di svariata tipologia sono conditi da dialoghi esistenziali e filosofeggianti con una drammatica virata finale nell'horror, tanto prevedebile quanto sostanzialmente immotivata. Alla scarsa consistenza del contenuto fanno da contraltare l'eleganza formale, la suggestione delle location splendidamente fotografate e la musica suadente. Notevole il parco attrici, con una Reynaud matura che sprigiona eccezionale carica di sensualità. Decisamente inquietante lo sguardo spiritato di Lemoine.
Commento di: Magi94
Quello che può sembrare semplicemente un film generazionale da nostalgia anni '70 in chiave scandinava si trasforma pian piano in un'opera più profonda e sfuggente, con echi delle nuove onde. Il coraggio di addentrarsi in temi sociali all'epoca proibiti ormai non sorprende più, mentre colpisce soprattutto il rapporto e opposizione tra le vite dei ragazzi e quelle dei grandi, specie se inquadrati nelle regole di una famiglia "perbene" come quella della ragazza. Un film profondamente pessimista sulla vita adulta e profondamente ottimista sugli slanci degli amori giovanili. Poetico.
Commento di: Herrkinski
Variazione sulla formula dei tornei di lotta clandestini che qui vede gli sfidanti spararsi con un giubbotto antiproiettile; la coppia protagonista si muove tra uno scontro e l'altro in una sorta di thriller on-the-road in verità non troppo eccitante. La confezione è chiaramente low-budget, anche se la povertà generale è mascherata dal contesto desolato in cui si muovono i pistoleri; Rourke però - già irriconoscibile - appare solo nell'ultimissima parte, che porta ad un finale aperto assolutamente deludente e irritante. Guardabile, ma tolta l'idea discreta decisamente dimenticabile.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Non è certo il primo film dedicato a Elvis, i cui ultimi anni di vita vengono inevitabilmente rivisti attraverso il filtro del decadentismo romantico e la cui esistenza si presta a sintetizzare in pochi passaggi la quintessenza dell'eroe rock così come idealizzato dal grande pubblico. Fenomeno prettamente americano (mai una tournee al di fuori degli States), venerato e sognato da torme di fan urlanti, l'Elvis di Boz Luhrmann comincia la sua avventura da ragazzo, mentre apprende il ritmo dalla musica nera lasciando che gli scorra nelle vene fino a esplodere sul palco in mosse...Leggi tutto e ancheggiamenti che spingono al delirio collettivo, a una partecipazione impensabile che la regia di Luhrmann traduce straordinariamente in immagini. Merito della scelta di un Austin Butler assolutamente perfetto (quandanche non troppo simile) nel ruolo di Elvis, ma soprattutto di un lavoro certosino nella scelta delle inquadrature, nel montaggio, negli interventi grafici (mirabilmente riprodotti in italiano nelle copie di casa nostra) e in sintesi di un lavoro dietro la macchina da presa nettamente superiore agli standard. Se Luhrmann aveva già mostrato di trovare nella musica la sponda ideale per il suo slancio immaginifico, qui non fa che confermare il peculiare talento: basti vedere come le sequenze dei concerti dal vivo nei Cinquanta riescano magicamente a restituire in pieno (e anzi amplificare) la travolgente carica di Elvis: la prima parte è dedicata al montare di un fenomeno profondamente legato alle mosse sul palco, agli ammiccamenti alle fan, a una totale immersione nella dimensione live che Elvis a onor del vero non ha mai perso, nemmeno negli ultimi concerti quando ormai faticava quasi a muoversi. E naturalmente testimoniato al meglio è il rapporto col suo manager, il colonnello Tom Parker di Hanks, saltuariamente voce narrante ma presenza chiave e ambigua che - anche grazie alla consueta, impeccabile interpretazione dell'attore - pretende spazio e se lo guadagna sottolineando l'ingenuità della rockstar, mossa da un padre-padrone dal quale non saprà mai davvero scindersi. In questo senso illuminante l'ultimo confronto tra i due, monologo sulle diverse solitudini che apre al malinconico finale. Dopo un breve intermezzo dedicato all'interruzione della carriera dovuto al servizio militare e il vano tentativo di lanciare Elvis come divo di Hollywood, il film si focalizza presto sulla fase declinante, sull'accasamento all'International Hotel di Las Vegas che diventerà - lo affermò lui stesso - il mausoleo del cantante. Una dimensione castrante dalla quale Presley non seppe affrancarsi, prigioniero di pillole, droghe e altri eccessi legati alla vita da rockstar. Ma è evidente quanto la parabola umana, per quanto correttamente affrontata (e con qualche banalità di troppo), sia nel film marginale rispetto all'impatto visivo, all'accuratezza della ricostruzione storica, alla perfetta riproposizione dei look e dei costumi utilizzati da Elvis in concerto: è con ogni evidenza enorme il lavoro fatto osservando i tanti video circolanti. Perfetto anche il dosaggio delle esibizioni musicali, talmente ben integrate nel film da non apparire mai ridondanti, eccessive... Anche non apprezzando lo stile e i brani di Presley il film può essere ugualmente goduto in ogni sua parte, con l'esibizione conclusiva del 1977, reale, che si inserisce meravigliosamente nella storia senza che quasi ci si accorga della cesura. Dovuta qualche scontata parentesi con la moglie Priscilla (DeJonge), concessione a una dimensione privata che evidenzia la fragilità e la genuinità di Elvis, tratteggiati con sufficiente credibilità i personaggi secondari, per quanto destinati a rimanere anonimamente sullo sfondo. Luhrmann è in definitiva abile nel cogliere la carica prima e l'indifesa rassegnazione poi, riscattata dalle performance live, fornendo una panoramica globale buona e convincente dell'artista, riuscendo a non far pesare la durata fiume (2h40'!) e sapendo a tratti commuovere. Un'operazione magari un po' superficiale, poco originale ma sorretta da un lavoro registico imponente, per molti versi impressionante.
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi
Ciò che prima di ogni cosa colpisce, nel film, è la sceneggiatura ottimamente congegnata, un meccanismo di precisione ricco di passaggi interessanti, ricavato da un soggetto che prevede notevoli colpi di scena non necessariamente sleali nei confronti di chi guarda. Poi certo, che TRANSFERT sia un film girato in economia, con pochi mezzi, un cast che in più di un caso non offre prestazioni esaltanti e una regia molto acerba, è cosa facilmente riscontrabile. Eppure – e a dispetto di ritmi che spesso s'incantano rallentando esageratamente la narrazione –...Leggi tutto la storia avvince, così come intrigano i personaggi. In primis quello del protagonista, naturalmente (Mica), giovane psicoterapeuta alle prese con pazienti singolari, com'è giusto che sia. Tra questi, oltre a una madre che pretende di far psicanalizzare il proprio bimbo rimanendo presente in studio, a una coppia che parla dei problemi del loro figlio mai sorridente o di un uomo che mostra molte riserve nei confronti di un medico tanto giovane, vi sono anche due sorelle, Letizia (Roccuzzo) e Chiara (Saccà). Non si capisce chi delle due sia la paziente, perché ognuna dice di essere lì per far curare l'altra. Un caso curioso, che lo psicologo (Pizzuto) a cui il protagonista si rivolge a sua volta precisa di trattare con molta attenzione; anzi, meglio, di abbandonare! Ma non sarà così, e il comportamento delle due sorelle ad ogni seduta diventerà più anomalo, fino a quando un nuovo paziente (Russo) si presenterà in studio per parlare di sé ma anche per piazzare una cimice sotto la scrivania del medico. Perché? La risposta è ciò che fornisce al film l'occasione per la svolta principale, dopo la quale molto cambierà nella vita dello psicoterapeuta, e in negativo. Da un approccio meditativo si passerà a quello drammatico, con un'accelerazione degli imprevisti ma, quel che più conta, un rigore non comune nella scrittura, molto attenta a muoversi nell'ambito della psichiatria con competenza, sforando inevitabilmente in un finale che, per sorprendere, non può che lambire l'improbabile ma mantenendo costantemente alto il livello dei dialoghi, l'intreccio notevole senza mancare di fornire spiegazioni almeno sulla carta attendibili. Ed è sempre grazie alla sceneggiatura se la maggioranza dei personaggi riesce a colpire nel segno con caratterizzazioni azzeccate, se non altro per quanto riguarda i principali; si veda in particolare l'aderenza al ruolo delle due “sorelle”, capaci entrambe di rendere verosimile il loro dramma. La limitatezza di mezzi si sconta altrove, ad esempio nell'unicità di luogo che una regia non certo virtuosistica fatica a non far percepire (si ricordano gli interminabili primi piani sulla sfera che gira come una trottola). La conclusione ad ogni modo è coerente e non lascia l'amaro in bocca. Non è poco. L'ambientazione è catanese, ma se si escludono un paio di panoramiche con l'Etna sullo sfondo la città resta perlopiù invisibile. Tutte le fasi più tese si svolgono in interni, chiuse tra le mura di studi e stanze...
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi
Ricostruzione (con ovvie libertà) di quanto avvenne nelle grotte di Tham Luang, in Thailandia, tra la fine di giugno e gli inizi di luglio del 2018, quando un gruppo di dodici ragazzi e il coach che li allenava rimasero bloccati all'interno di tortuosi budelli di roccia dopo un'avventata visita al luogo. Presto si capì dove fossero scomparsi, ma addentrarsi nelle grotte fino a individuarli e riuscire a estrarli, con i cunicoli invasi dall'acqua, rappresentava davvero un'impresa. Ron Howard, che dirige il film con la consueta professionalità, si focalizza sul...Leggi tutto gruppo di sub britannici chiamati in loco per risolvere il problema insieme ai navy seals thailandesi. Rick Stanton (Mortensen), ormai in pensione, e il più giovane tecnico John Volanthen (Farrell), si immergono tra lo scetticismo generale e raggiungono, dopo lunghe peripezie, i tredici sventurati, che dopo giorni e giorni di digiuno sono ancora vivi; ma farli tornare per quelle stesse vie d'acqua tra le rocce lungo un percorso che a compierlo tutto i più esperti impiegano sei ore sembra praticamente impossibile. Viene allora in mente il SANCTUM prodotto da James Cameron, che nel 2011 aveva saputo trarre il massimo della spettacolarità da una situazione claustrofobica che, in assenza di mostri o fantascientifici pericoli, poco pareva poter offrire. Howard lo sa e preferisce concentrarsi sul dramma umano: parzialmente quello dei tredici del titolo, in maggior parte quello di chi fuori li attende, lasciando poi che l'ottimo cast "occidentale" pensi a dare spessore ai pochi caratteri di rilievo. Se escludiamo Mortensen e Farrell, infatti, l'unico altro "divo" è Joel Edgerton, che nel ruolo dell'anestesista Harry Harris si ricava un discreto spazio al fianco dei due componendo un trio affiatato sulle cui spalle pesa di fatto il film. Gli altri restano piuttosto ai margini nonostante una presenza importante, sottotitolati perché si esprimono quasi sempre nella lingua locale, spesso confusi nella massa salvo in un paio di casi. Dal punto di vista della spettacolarità il film dice poco, in ogni caso, e il lungo andirivieni tra i cunicoli è ripreso senza particolare fantasia né proponendo alcunché di visivamente eccitante. Howard punta a renderci partrecipi del dramma, che se anche sui volti gelidi di Mortensen e Farrell sembra essere affrontato con lucido distacco, poi cresce d'intensità con la percezione dei rischi connessi alla complicata operazione di salvataggio. Al di là delle buone intenzioni, tuttavia, e della stimabile serietà con cui viene affrontato l'argomento, si avverte una certa monotonia nel racconto, una difficoltà nel trovare la chiave su cui insistere per ottenere qualcosa di più di una sorta di documentario arricchito dalla recitazione convinta dei protagonisti. Deboli le parti relative al folclore locale, mai interessante il modo d'affrontare la tragedia da parte delle alte cariche thailandesi, risolto tra frasi di circostanza e il prevedibile atteggiamento improntato al massimo sangue freddo. Se quindi Howard affronta correttamente il lavoro, mantenendo un rigore ineccepibile, non riesce a restituire la dimensione grandiosa data dalla partecipazione corale a una tragedia che sembra già scritta, col risultato che il tutto dà l'impressione di essere confezionato un po' svogliatamente.
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi

Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

SFOGLIA PER GENERE