il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

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273342 commenti | 9032 papiri originali | 48527 titoli | 19854 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: I soliti ignoti vent'anni dopo (1985)
  • Luogo del film: La spiaggia dove Brunino (Gobbi) e Marisa (Rondinella) si fermano per un bagno
  • Luogo reale: Viale Miramare, Trieste, Trieste
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  • Film: Gramigna (2017)
  • Luogo del film: Il posto dove viene arrestato ingiustamente Luigi (Di Gennaro) per spaccio di droga
  • Luogo reale: Il posto dove viene arrestato ingiustamente Luigi (Di Gennaro) per spaccio di droga, Civitavecchia, Roma
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Pigro
Due ragazzi in attesa, potentemente beckettiana, di andare altrove. Ma sono neri di un quartiere a rischio, e i bianchi che passano di lì sono il segno tangibile di un violento e letale conflitto razziale in atto. Notevole testo senza edulcoramenti pacificatori, anzi con questioni scottanti irrisolte e (forse) irrisolvibili. E notevole la scelta di Lee di riprendere con fedeltà lo spettacolo teatrale (bravissimi interpreti), scegliendo però di osservare il pubblico: altri neri ai quali si chiede di prendere coscienza. Una spina nel fianco.
Commento di: Daidae
Si tratta di uno dei quattro film sui Vangeli diretti da David Batty. E' un misto tra drammatico e documentario nel quale viene narrata la vita di Gesù basandosi sul Vangelo di Marco. Non è recitato, si sentono poche battute in lingua originale mentre una voce narrante spiega gli avvenimenti. Musiche quasi assenti, buona la prova del cast, belle le ambientazioni e la fotografia.
Commento di: Pigro
Un uomo vive autorecluso in una casa zeppa di anticaglie, assediato da paure e ricordi. Nonostante la lontanissima ispirazione kafkiana, qui siamo più dalle parti di Poe, infiltrato da suggestioni attuali come la guerra atomica incombente che balena in qualche immagine e alla radio. Ma il mistero su personaggi e contesto è totale, e può rimandare semplicemente alla pazzia. Corto dal linguaggio sperimentale con sapore post-espressionista, enfatizzato dalla fotografia, che alle parole sostituisce una colonna sonora particolarmente tesa e curata.
Shrek 2 (2004) di Andrew Adamson, Kelly Asbury, Conrad Vernon con (animazione)
Commento di: Domila1
Si mantiene ancora su un alto numero di risate e soprattutto non perde molta originalità rispetto al primo film. La storia è meno banale di quanto si creda (il patto tra re Harold e la fata madrina) e interessante come la fata madrina diventi un’antagonista davvero perfida (ma meno efficace di Lord Farquaad). Buono l’inserimento del gatto con gli stivali, nuova efficace e divertente spalla. Finale un po’ amaro. La scena con il biscottone (che poi annega perdendo le braccia) è piuttosto inquietante...
Commento di: Galbo
Il ritorno di Kechiche dopo La vita di Adele è all’insegna della continuità stilistica con il film precedente. Un inno alla giovinezza, colta nel momento di massimo splendore, quello vacanziero dei corpi al sole, della spensieratezza e della luce. Tecnicamente impeccabile e interpretato in modo assai realistico da un ottimo gruppo di attori, è limitato tuttavia dalla lunghezza spropositata e da una storia poco interessante limitandosi alla fotografia di un momento e senza alcun sottotesto che lo renda narrativamente intrigante.
Commento di: Pessoa
Un manager di grande successo si trova a fare i conti con la propria coscienza e realizza il suo fallimento familiare. Un monumentale Danny Aiello finalmente protagonista e una volta tanto non confinato nel solito ruolo dell'italo-americano domina un cast di buon livello. La storia, per quanto non originale, viene valorizzata da una sceneggiatura molto ispirata che sfrutta l'intelligente storia parallela in flashback che regolano la tensione. Un ritmo sostenuto e una splendida fotografia ne impreziosiscono la confezione. Un film più che buono che merita sicuramente una visione.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Come spesso usa oggi, il film è un continuo avanti e indietro nel tempo che ruota intorno all'evento cardine, in questo caso la partita di calcio cui fa riferimento il titolo. A giocarsi la vittoria nella finale del campionato è la squadra dello Sporting Roma, che “in tutta la sua storia non ha vinto mai un cazzo”, come ci ricorda la didascalia iniziale. Allenata da un burbero brav'uomo (Pannofino) che come vuole il ruolo si sfoga negli spogliatoi ma ama profondamente i ragazzini che manda in campo, lo Sporting Roma ha un presidente (Di Stasio) piuttosto lunatico...Leggi tutto che oltre ai consueti problemi economici deve far fronte pure a quelli del figlio cocainomane (Mariani). Se si respira una forte tensione durante il match – che è già in corso nell'incipit ma che verrà poi di frequente interrotto da flashback atti a spiegare i motivi, di suddetta tensione (chiara sui volti dei protagonisti, in campo o sugli spalti) – è sostanzialmente perché lo stesso è legato a una scommessa clandestina che unisce trasversalemente tutti i personaggi principali. Ci sono in ballo 50.000 euro e conseguentemente il rifacimento (in sintetico) del campo, progetto che segna anche metaforicamente il passaggio da un calcio più autentico - quello in cui si suda, ci si sporca, si cade - a uno più artefatto, fasullo, snaturato ma che rappresenta il futuro. E così, mentre la partita si gioca con tempi lunghi e una discreta resa scenografica (le azioni sono ricostruite con una certa credibilità), il film lascia spazio agli incontri tra coloro che sono parti in causa nella scommessa, dal padre (Sabatucci) del bomber e la sua famiglia all'allenatore, il presidente o la cricca di malavitosi locali, guidati da un Giorgio Colangeli irridente e feroce. Sono le perfomance degli attori il pezzo forte di un film che Francesco Carnesecchi scrive e dirige con qualche esitazione (al di là di scambi a volte notevoli); in particolare Di Stasio, necessariamente sopra le righe, sa donare al suo presidente una malinconia drammatica che alterna a improvvise esplosioni d'ira (eccellente il duetto con Mariani riguardo al nuovo rivestimento del campo) riempiendo la scena ammirevolmente. Pure Pannofino è calzante mentre non convincono molto i ruoli femminili, soprattutto quando al ricevimento per la cresima scattano le liti selvagge tra le cognate e pure tra le ragazzine aprendo un colossale parapiglia. A volte si ha la sensazione di un film inconcludente, ambizioso ma frenato da un ritratto di maniera della periferia romana già troppe volte visto su schermo, così come eccessivamente puntati alla sterile sorpresa appaiono alcuni intermezzi destinati a comprendersi appieno solo nel finale. Insomma, un prodotto molto up-to-date spesso ruffiano e velleitario (le cantate in chiesa), con stacchi improvvisi che non sempre dicono granché ma reso vivo dalle valide intepretazioni del cast e da singoli momenti di grande tensione risolti in faccia a faccia di notevole intensità.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Commedia girata con quattro soldi sfruttando la buona caratura dei due protagonisti, le cui qualità permettono di mascherare parzialmente la pochezza del copione. Inutile infatti girarci attorno: se già il soggetto - costruito attorno a una storia che per metà è descrizione del quotidiano d'un buono a nulla (De Rienzo) sempre in attesa della "svorta" e per l'altra metà un road-movie a due che a tratti sa quasi d'improvvisazione - non fa gridare al miracolo, anche la sceneggiatura (entrambi opera del regista Manzini) non si può dire...Leggi tutto sia un trionfo di genialità. Il film qua e là funziona appunto per la spontaneità e l'affiatamento dei "titolari del titolo", amici pronti a rinfacciarsi ogni cosa, a mandarsi a quel paese per poi dimenticarsene subito dopo ritrovando lo spirito solidale che li tiene comunque uniti. Chi sta messo peggio dei due è Cristian (De Rienzo), sicuramente più presente sul set di Palletta (Sermonti): senza un euro in tasca, svogliato, incapace di mantenere un rapporto minimanente onesto e corretto con la fidanzata (Vicario), finisce presto sotto osservazione di due brutti ceffi della zona che lo ingaggiano per un primo lavoretto e, fallito quello, gli offrono centomila euro per imbottire una macchina con 50 chili di cocaina e passare con quella la frontiera. Una bella somma, che Cristian vorrebbe dividere con Palletta coinvolgendolo nella rischiosa "missione". Si penserà che il film racconti di quest'ultima e invece no, ci si ferma all'organizzazione della stessa: l'assistente (Palacios) di un improbabile santone che si fa chiamare John Benzedrina (Manzini), infatti, spiega a Cristian che in Colombia per far passare la droga ai controlli delle unità cinofile usano l'urina di giaguaro. L'obiettivo, quindi, è procurarsi il prezioso liquido e non sarà facile, visto che lo zoo di Roma ha da tempo spedito i ricercati felini a Berlino e per trovarne altri tocca andare fino in Puglia. Sorvolando sull'improbabilità di buona parte delle soluzioni adottate dalla sceneggiatura, ciò che danneggia il film è il ritmo stanco della regia, che azzarda passaggi quasi autoriali pur in assenza dei presupposti minimi. Spesso si nota come si giri intorno alla stessa idea cercando di stirarla il più possibile con risultati strazianti (si vedano certi interminabili scambi al funerale nell'ultima parte,  l'inconcludente faccia a faccia con Benzedrina compreso di “trip”, la puerile scena dell'amplesso con la "balena"...) o si ricerchino la risata, la situazione imbarazzante, senza capire che per ottenere i risultati sperati servirebbero al contrario immediatezza e concisione. Fortunatamente qualche tocco che lambisce il surreale (soprattutto nella lunga parentesi al circo con un eccellente Rocco Ciarmoli) colpisce positivamente, ma i dialoghi sono sciapi, privi di vere battute e di fatto affidati alla grinta dei protagonisti, che non può da sola coprire gli evidenti difetti. Ultima parte che si spegne minuto dopo minuto facendosi insopportabilmente stiracchiata. Con un copione più efficace la coppia (che come tale è riconoscibile solo nel secondo tempo, dopo un primo dominato da De Rienzo) avrebbe potuto facilmente offrire molto di più.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Fa pensare un po' a un DIAVOLO VESTE PRADA privato dell'acidità che ne aveva sancito l'efficacia, THE HIGH NOTE, nel quale viene riproposto come centrale il rapporto tutto al femminile tra la principale (in questo caso una cantante di grande successo) e la sua assistente. La prima, ovvero la star un po' in declino, è Grace Davis (Ross), reduce da un album che non ha saputo rilanciarne l'immagine e che si prepara a recuperare qualche posizione con il solito album dal vivo. La seconda, Maggie Sherwoode...Leggi tutto (Johnson), lavora per Grace con rara meticolosità anche perché prima di diventarne l'assistente ne era grandissima fan. Dovrebbe per questo essere soddisfatta del suo lavoro e lo è, ma sogna di diventare un giorno una producer e quando si tratta di mixare il disco in uscita ne propone a Grace una propria versione (molto in controtendenza rispetto alle soluzioni proposte dal produttore ufficiale) che alla star piace. E qui Maggie si monta un po' la testa. Conosciuto un ragazzo al supermarket (Harrison jr.), scopre che è un cantante e gli si propone come produttrice fingendosi da tempo affermata nel campo. Lui accetta e le cose sembrano poter girare proprio come Maggie ha sempre sognato, ma gli inconvenienti e le incomprensioni sono dietro l'angolo... Non c'è niente di nuovo nel film di Nisha Ganatra (scritto da Flora Greeson a confermare un lavoro all-female), ma una certa grazia è indubbia e si rispecchia nell'approccio risoluto eppure sempre pacato di Maggie (ottima la scelta di Dakota Johnson, la figlia di Don e Melanie Griffith diventata celebre con l'eros patinato dalle sfumature grigie). Non si legge nei suoi occhi l'arrivismo o l'esaltazione cui il cinema americano ci ha abituato in personaggi simili: Maggie è una ragazza semplice, che ha le sue idee ed è riuscita comunque a stabilire con l'altezzosa Grace Davis un rapporto di fiducia e stima. Assecondandone i capricci certo, ma trovando in lei anche il rispetto e forse persino l'amicizia. Piace come la Johnson lascia emergere discretamente le aspirazioni di Maggie gestendole in modo del tutto diverso con Grace e con Kelvin, il giovane cantante al quale si sente legittimata di dare più di un consiglio in sala di registrazione. E così, tralasciando l'ultimo colpo di scena (decisamente forzato), la storia procede tra un concerto live al Caesar's Palace di Las Vegas (dove Grace si esibisce), le ore al mixer, delicati accenni sentimentali, inevitabili frizioni e fraintendimenti, un po' di cantate di qualità e qualche dialogo - un po' trito - da music business che però permette di godersi un simpatico Ice Cube in versione manager di Grace. E ci sta bene nel finale anche Bill Pullman come padre deejay di Maggie. Un buon casting per un film che si lascia vedere piacevolmente, scirtto con competenza pur senza mai davvero brillare. Eccessi di zucchero in alcune parti, ma d'altronde il film è politicamente corretto e intriso di buoni sentimenti, costruito seguendo le buone regole del cinema hollywoodiano di consumo. Epilogo tuttavia piuttosto patetico.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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