il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO
le location esatte parte 1
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273774 commenti | 9039 papiri originali | 48615 titoli | 19883 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Vengo anch'io (2018)
  • Luogo del film: Scavi di Altilia
  • Luogo reale: Altilia, Sepino, Campobasso
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  • Film: Toh è morta la nonna! (1969)
  • Luogo del film: L'albergo dove prendono alloggio Titina (Ronée) e il suo ragazzo Guido in occasione del funerale
  • Luogo reale: Palazzo della Meridiana, Piazza Giacomo Matteotti , Tuscania, Viterbo
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Pinhead80
Una giovane donna entra in possesso di un vecchio albergo e cerca di rimetterlo a nuovo. Ignorando numerosi avvertimenti che la invitano a lasciar perdere, finisce in un vortice di follia e orrore senza fine. Il film più visionario di Lucio Fulci sfrutta la sceneggiatura di un ispirato Dardano Sacchetti, che pesca nelle cose migliori del cinema horror dell'epoca. Nonostante non ci sia una trama ben definita, la sensazione è quella di scivolare poco alla volta in un mondo parallelo e angosciante che inghiotte ogni cosa. La scena delle tarantole e il finale sono notevoli.
Commento di: Giùan
Come altrove e ben più autorevolmente scritto, a colpire è la discrasia tra la virulenza (più che la potenza e il virtuosismo) visionaria e la puerilità (più ancor che l'incongruenza) della sceneggiatura. E proprio l'aggressiva, quasi "infettiva" forza macbethiana delle immagini viene in qualche modo sottolineata più trucemente dall'evidente necessità di metter in luce, attraverso la figura di Charleson, la propria stessa crisi di identità registica e personale. Una sincerità senza pelle che fa comunque impressione e rende stordenti anche idee surrogate (da Uccelli alle cure Ludwig).
Commento di: Siska80
Commedia amara nella quale c'è ben poco da ridere ma che sicuramente fa riflettere sul destino infame di alcune persone. Grandissimo come sempre Totò, qui nel ruolo del ferroviere condannato a una vita anonima nella sperduta località di Piovarolo. La vicenda (che all'inizio ha un ritmo un po' lento) si rianima dal momento in cui il protagonista prende moglie (passandone di tutti i colori), ma il finale rimane comunque malinconico.
Commento di: Thedude94
Jodorowsky esprime tutta la sua arte espressiva in quest'opera personalissima, che non rinnega una forte componente di critica sociale e religiosa e mette in luce tutte le ipocrisie della vita. Lo stesso regista interpreta un alchimista sopra le righe, che induce una serie di personaggi bizzarri in questo viaggio assurdo, iper-sessualizzato e grottesco fino al limite massimo. La fotografia e le scenografie sono da far brillare gli occhi per la potenza visiva che mostrano; le scene più estreme rimangono nella mente. Non manca anche un pizzico di ironia che fa da intermezzo ai deliri.
Commento di: Fulcanelli
Un lungo videoclip sulla Schallerová che va in giro scalza o sta sdraiata da qualche parte a far niente. Ogni tanto mostra il seno, ogni tanto viene più o meno (non si capisce mai) morsa al collo da qualcuno. Non basta trasporre un film da un romanzo sulla base di una nuova “geniale” corrente di cinema (Nová vlna) perché sia per forza buono. La sceneggiatura è talmente inestricabile da rendere il film tanto incomprensibile quanto inclassificabile. Al di là della discreta fattura non c'è proprio nulla.
Commento di: Anthonyvm
Partendo da un soggetto potenzialmente curioso, sebbene fortemente debitore nei confronti di Seven e simili (un serial killer che si ispira a opere d'arte famose), il bosniaco Tanovic costruisce un thriller piatto e di scarso interesse. Una volta che l'identità del colpevole è rivelata (a circa metà film), la suspense si riduce considerevolmente e la ripetitività del plot non dà tregua. Come se non bastasse il movente dei delitti pare campato in aria. Restano una regia tecnicamente buona, una fotografia fredda azzeccata e diversi dettagli raccapriccianti. Cast discreto. Evitabile.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Blake Edwards scrive e dirige una commedia senza alcuna pretesa che non sia quella ricavabile da quanto il titolo (che riprende correttamente quello originale) promette: toni altamente farseschi e personaggi privi di spessore seguono una traccia creata col semplice scopo di incrociare diverse storie che mettano protagonisti e antagonisti in contrapposizione; il tutto verrà condito con mafiosi da operetta, belle donne, una vagonata di musica eighties da classifica (Los Lobos, Mr. Mister, Christine McVie, Smokey Robinson...), inseguimenti di corsa o in auto, un accenno di sesso e un Ted Danson...Leggi tutto sciupafemmine che dovrebbe fungere da mattatore. La ricetta funziona? Sì e no. E' indubbio che qualche buona gag verbale (più di quelle slapstick) funzioni, che la regia di Edwards confermi di saper manovrare questo tipo di cinema con grande competenza, ma a lungo andare l'estrema superficialità emerge assieme al numero piuttosto scarso di battute centrate. Si inizia con un attore da strapazzo, Spence Holden (Danson), che per caso ascolta il discorso tra due tirapiedi d'un mafioso: il cavallo di una corsa verrà pesantemente dopato e vincerà sicuro. Contattato l'amico Dennis (Mandel), che lavora in un fast food, si fa prestare i suoi risparmi e li punta all'ippodromo vincendo 10.000 dollari. Tutto bene? No, perché i due tirapiedi, accortisi che Spence li ha spiati, inseguono lui e Dennis spietatamente fino a un'asta dove i nostri, alzando per errore un braccio, si aggiudicano una pianola da... 10.000 dollari. Fortunatamente per loro un'assistente delle casa d'aste (Edwards), che si scoprirà avere un debole per Dennis, trova poco dopo un aquirente per la pianola: si tratta di Claudia Pazzo (Alonso), moglie del boss (Sorvino) che ha fatto drogare il cavallo. Capito il giro? Tutto si incrocia, tutto si muove al servizio di una girandola di colpi di scena che si susseguono e vengono travolti un minuto dopo da una nuova scena d'azione, con tanto di fast motion a testimoniare una chiara discendenza di certe sequenze dalle comiche d'un tempo. Un'operazione vecchio stile quindi, riverniciata alla luce delle nuove tecniche di ripresa, da musiche ben presenti che tengono il ritmo (i sintetizzatori dominano, visto l'anno) e da una recitazione sovreccitata che si placa giusto nelle parentesi sexy (quindi in presenza di Danson, soprattutto). La polizia fa da corollario con pedinamenti e interrogatori di routine talvolta spassosi; eppure, nonostante l'esperienza di Edwards in regia, i passaggi stanchi non mancano e spesso anche quelli veloci hanno il sapore di una comicità difficilmente digeribile che punta troppo sulla simpatia invero non irresistibile della coppia protagonista. Sovente massacrato dalla critica oltre i suoi demeriti, ha comunque alcune sapide frecce al proprio arco. Saggiamente dura un'ora e mezza e non un minuto di più...
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Le paradisiache immagini delle Florida Keys sulle quali si apre sono già quanto di meglio si possa ottenere dal film di Jared Cohn, che finché riprende meravigliose panoramiche di mari dai colori incredibili, spiagge bianche, isole e scogli predispone al meglio l'appassionato. L'ambientazione c'è. Manca tutto il resto, purtroppo... Produzione Asylum tra le meno fantasiose di sempre in tema, si limita a piazzare tre ragazzi in kayak in balia degli squali: Jason (Pearson), ex fidanzato della protagonista Sarah (McGarvin), sta accompagnando lei e una giovane make-up...Leggi tutto artist in ascesa, Meghan (DeStefano), verso una nuova isola da poco emersa grazie a un uragano. L'idea è quella di realizzare un bel servizio fotografico (Jason lavora nel campo) in un Eden tutto da scoprire. Già alla prima tappa su uno scoglio in mare aperto, tuttavia, il gruppo si ritrova a che fare con gli squali. Rimasti sullo scoglio, capiscono che non ce ne sarà per molto: la marea è destinata a sommergere tutto e allora... Solo il telefonino di Sarah, a corto di batteria, prende; ma può essere utilizzato per un'unica chiamata. La ragazza decide di contattare il padre (Meghan l'aveva inutilmente supplicata di comporre il 911): lavorando per la Civil Air Patrol, quest'ultimo (Madsen) si mette immediatamente a studiare come aiutare la figlia. Lo fa via computer a dire il vero, perché Madsen dalla sua stanzetta (anzi, dalla sua sedia) non si muove praticamente mai per tutto il film, limitandosi a fingere preoccupazione e terrore, a lanciare messaggi telefonici alla segreteria del cellulare della figlia, a sgranare gli occhi senza perdere la bussola. Non che diriga grandi operazioni... Giusto qualche chiamata alla Guardia Costiera o ai suoi uomini, il minimo indispensabile per farci capire che qualcosa sta facendo. Ma ovviamente il film è altrove, in mare, dove in kayak tocca combattere contro le immancabili orde di squali digitali e sperare di pagaiare fino alla vicina isola (che è poi quella alla quale il gruppo puntava inizialmente). Attacchi contenutissimi e ben poco spettacolari, lunghe riprese subacquee dei pescecani alternate ad altre dall'alto che mostrano le sagome muoversi intorno ai protagonisti o altre ancora (un paio di una certa suggestione) che inquadrano le minacciose pinne in avvicinamento. Il problema è che non c'è niente da dire: esaurite quelle quattro parole riguardanti i ricordi di Sarah circa la madre morta di cancro o il suo periodo con Jason, si raschia il fondo del barile troppo a lungo rifugiandosi per forza di cose, appena possibile, sulle espressioni di terrore dipinte sui volti. Con una sceneggiatura tanto misera, incapace di rendere minimamente coinvolgenti pure le ricerche di papà Madsen dalla sua stanzetta in legno (non che lui si sprechi, sa bene in che film è finito e non è certo la prima volta), si rimpiangono le riprese documentaristiche iniziali, in cui almeno qualcosa di più di qualche canoa in mare aperto si vedeva. Inutile soffermarsi sulla sfida finale, ovviamente lontana da ogni credibilità e risolta sbrigativamente nel peggiore dei modi. Recitato decentemente (soprattutto dalla McGarvin), impacchettato in una piacevole fotografia dai colori sparatissimi, con effetti speciali che nel 2020 cominciano a farsi quasi accettabili anche quando non ci sono i soldi, è purtroppo debole in troppi reparti nonché superfluo nella migliore delle ipotesi: tensione inesistente, inquadrature sempre uguali e un Madsen in versione mummia che ripete instancabilmente alla figlia via telefonino (in diretta e via segreteria): “Ti  voglio bene, I love you, ghe pensi mi”.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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L'undicenne Amy (Youssouf), senegalese a Parigi oppressa da una realtà familiare legata a tradizioni diverse da quelle europee, guarda con invidia alle coetanee ben più disinibite. In special modo a quattro ragazzine che hanno formato un piccolo gruppo di ballo (chiamato Mignonnes) col quale contano di vincere lo speciale concorso che si svolgerà di lì a poco. Di poche parole, intensa negli sguardi, intimamente triste, Amy sente che è arrivato il momento di dare una svolta alla propria vita. Non ha però ancora capito bene come, e questo la farà...Leggi tutto incorrere in ripetuti sbagli, atteggiamenti equivocabili, atti di ingenua ribellione... Un fratello più piccolo che è solo un inciampo, un altro poco più che neonato che non ne parliamo, una vecchia zia che si atteggia a saggia della famiglia ma non sembra in grado di capirla, una madre che ha da pensare al matrimonio dell'ex marito, che ha scelto di lasciarla per vivere con un'altra donna. Nessuno pare avere tempo per Amy, che si ritrova così sola in un mondo per lei difficilmente interpretabile, combattuta tra il rigore imposto dalla famiglia e dalla religione e l'allegria disincantata e (perché no?) provocante di quelle quattro ragazze che prima la guardavano come un'intrusa ma ora hanno deciso di accettarla nel loro gruppo di ballo. I primi passi in un mondo adulto che la regista Maïmouna Doucouré segue non senza malizia, sapendo che mostrare i corpi di ragazzine inguainati in tutine provocanti e aderenti espone a ovvie accuse. Il film decide di non arretrare; non esagera ma nemmeno finge che un certo mondo non esista, che i telefonini, le fotografie, l'accesso a una socialità diversa e universale non abbia in parte cambiato il nostro tempo. Perché chiudere gli occhi? Non si può credere che a undici anni non esistano pulsioni sessuali, ma non è certo questo ciò su cui il film fonda la sua storia. Vi rientra perché è un tema sotteso alla ricerca interiore da parte della protagonista, perché è parte integrante della vita, ma il percorso verso una veloce maturazione passa attraverso molto altro: il rapporto personale con le amiche, con la madre, con il ballo visto come atto liberatorio in cui sfogare tutta la voglia di comunicare gioia e innocente voglia d'esibirsi. Una regia competente, una bella capacità nel riprendere i volti e cogliere la spontaneità delle protagoniste, indubbiamente calzanti senza eccezioni. Per quanto appaia legittimo il desiderio (premiato) del film di raccontare una complessa fase preadolescenziale senza voler chiudere gli occhi di fronte alla realtà, non è difficile capire i motivi che hanno portato molti (troppi?) a condannare una certa insistenza nel riprendere i corpi spesso in costume o in calzoncini aderenti delle mignonnes. D'altra parte come raccontare il ballo moderno astendendosi da primi piani come quelli che il film ci mostra? Astuto espediente? Necessità? Portare in scena la femminilità a quell'età sarà sempre una sfida che comporterà rischi, rinunciarci a priori per timore di offendere qualcuno vorrebbe dire non raccontare una realtà che esiste. Polemiche che hanno distolto l'attenzione dal film vero e proprio, non eccelso ma piacevole da seguire e interpretato con bel trasporto da tutte le piccole protagoniste.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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