il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

RIMINI RIMINI
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273518 commenti | 9035 papiri originali | 48558 titoli | 19872 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Justitia (1919)
  • Luogo del film: Giardino degli oratori di S. Gregorio al Celio
  • Luogo reale: Salita di S. Gregorio al Celio, Roma, Roma
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  • Film: Il giovane Montalbano (2 stagioni) (2012)
  • Luogo del film: Il ristorante in cui Montalbano (Riondino) si reca per pranzare in diversi episodi
  • Luogo reale: Pizzeria Pura Follia, Via Nazionale, Scicli, Ragusa
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Graf
Film turistico-balneare in cui la trama non disegna una mosaico di storie intrecciate ma narra una sola vicenda che, in realtà, è quanto mai inverosimile: una miliardaria americana desidera sposarsi in Italia con... un povero spiantato. Storia improbabile e successivi sviluppi narrativi che alternano l’assurdo e il ripetitivo, con momenti di noia che si avvicendano a vistosi buchi logici. Ma la magica suggestione di Taormina, il clima rilassato e spensierato, la simpatia degli attori, il fascino muliebre di tante giovani attrici predispongono, in ogni modo, al buonumore.
Commento di: Daniela
Bellico ambientato in Italia durante l'occupazione tedesca, spiazzante non in senso positivo. Inizia col massacro degli abitanti inermi di un piccolo paese, prosegue come avventura picaresca di un gruppo di ragazzini superstiti che cercano vendetta con l'aiuto di un paracadutista USA da loro sottratto alla cattura, butta nel mezzo un'improbabile chirurga tedesca bonazzo/materna, in un mix mal amalgamato tra dramma e commedia che prevede punte di violenza mescolate a spunti farseschi. Certo non c'è tempo per annoiarsi di fronte ad un simile ottovolante, ma la perplessità resta forte.
Commento di: Capannelle
C'è un pregevolissimo lavoro sulla fotografia in b/n e un ritmo costantemente controllato da parte di Cuarón. Questo da una parte permette di elogiare una certa eleganza di ripresa e alcune carrellate significative (per esempio tra le onde), dall'altra sembra ripetere lo stesso canovaccio e far affiorare una stasi narrativa che non può risolvere tutto solo sulle espressioni candide della brava Aparicio e del contrasto con tutto quanto le gravita attorno. Traguardare le oltre due ore richiede quindi pazienza, non è un film banale ma nemmeno avvincente.
Commento di: B. Legnani
Discreta comica del 1919 (poco meno di un quarto d'ora), con Stan Laurel che ricopre il primo ruolo in un film sostanzialmente corale. Il nostro eroe fa il portinaio in un condominio in cui vive una "femme fatale" (la Mosquini). Ovviamente combina pasticci a tutto spiano, persino favorendo un tentativo di omicidio per gelosia... Il ritmo è buono, le trovate non mancano. Comica non esilarante, in verità, ma che senz'altro riesce, qua e là, a sorprendere e a strappare qualche piacevole sorriso.
Commento di: Daniela
Un capo sindacale sotto inchiesta per corruzione nega sotto giuramento di conoscere un boss malavitoso, salvo ricordarsi che due operai potrebbero smentirlo mettendolo nei guai... Uno dei tanti film degli anni cinquanta che ritraggono indistintamente i sindacati come organizzazioni criminali, contrapponendoli alla concezione liberista del lavoro che non prevede intermediari tra proprietari e lavoratori. A parte questo, un noir solido, diretto con competenza e interpretato con grinta, anche se compromesso però da un epilogo effettistico e troppo consolatorio.
Commento di: B. Legnani
Serie televisiva di cartoni animati dei pomeriggi domenicali targati RAI dei remoti Anni Sessanta. "Famiglia" quasi disneiana (un adulto e tre ragazzetti), ma con questi ultimi dai caratteri ben diversi. Il mattatore è Alvin, sin dalla sigla d'apertura (tavola imbandita, lui tira la tovaglia con forza e tutto resta in equilibrio, mentre l'adulto è preoccupatissimo), il cui personaggio dà ritmo scanzonato, ironia e, per certi versi, configura l'ondeggiare (da positivo a critico) del rapporto padre-figlio.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Thriller che punta molto sull'atmosfera esaltata dalla fotografia in bianco e nero di Douglas Slocombe, con bei giochi di luce che favoriscono il montare della tensione. Il ritrovamento di un cadavere nelle acque d'un lago di montagna durante il fascinoso incipit sembrava però aprire a qualcosa di diverso dal solito incubo chiuso tra le quattro mura d'una villa. Invece l'arrivo nella stessa della figlia paralitica (Strasberg) del proprietario, che a quanto pare è fuori qualche giorno per affari, prelude a un intreccio complottistico tipicamente discendente dal classico di Clouzot...Leggi tutto che sei anni prima aveva aperto la strada a un filone particolarmente florido. La storia quindi non sembra inizialmente stupire nessuno, con la giovane che, una volta accolta calorosamente in villa a Nizza dalla seconda moglie (Todd) del padre comincia, quando è sola, ad avere strane visioni dominate proprio dall'inquietante figura del padre. Una telefonata dello stesso (che lei non vede da dieci anni) sembrerebbe poterla tranquilizzare; invece no, perché quelle che anche il medico di famiglia (Lee) definisce allucinazioni non sembrano fermarsi e l'unico a credere nella giovane - che comincia a pensar male di chi la ospita - è l'autista (Lewis). Buona parte del film è occupata dagli sviluppi non particolarmente originali di un'idea presumibile in pochi istanti, a cui però si intuisce dovrà seguire un nuovo ribaltamento che dia un minimo di senso al tutto. Nell'attuarlo tuttavia non ci si accorge che le implausiblilità e le forzature non sono poche (non ultimo il finale sulla scogliera), con comportamenti che come spesso capita in questi casi si rivelano disonesti nei confronti dello spettatore, inseriti cioè esclusivamente per confondere le acque e mascherare la soluzione. Relegate le sorprese allo spiegone conclusivo, però, il film è costretto a vivere su poco o nulla, con dialoghi che restano nella norma e qualche simpatica idea in alcuni casi sintomatica di scelte piuttosto inspiegabili: si pensi all'immersione in una piscinetta poco più grande d'una vasca da bagno che vede l'autista nuotarvi come si trovasse in una laguna amazzonica (Argento saprà riprendere lo spunto ricavandone una scena davvero memorabile in un film in cui però si gioca per scelta con l'assurdo). Si apprezzano la buona resa degli interpreti (notevole la Todd, mentre Lee è decisamente in ombra), lo studio delle scene spaventevoli che al tempo devono aver sortito effetti terrorizzanti ben diversi da oggi, ma sono troppi i momenti in cui si ha la sensazione che la sceneggiatura di Jimmy Sangster sia tirata via, soprattutto in alcuni snodi cruciali della trama.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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La sprezzante definizione data dall'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (che non era nuovo a infastidirsi quando si toccavano inchieste che scavavano a suo dire con superficialità nelle ramificazioni economiche della mafia) a Rosario Livatino restò per sempre associata allo sfortunato giudice; giovane - è vero - ma fiero e risoluto come non troppi purtroppo hanno saputo esserlo in una terra in cui il crimine organizzato detta legge da tempo immemorabile. La storia di Livatino è la storia di un uomo onesto, integerrimo, che sapeva di mettere a rischio...Leggi tutto la propria vita eppure ha continuato a procedere nella retta direzione. Il film di De Robilant non ne focalizza benissimo le indagini, a dire il vero, e la materia delle stesse si fa spesso inafferrabile, fuggevole. L'attenzione si rivolge soprattutto alla ricreazione di un ambiente preciso, all'ottima caratterizzazione di personaggi cui contribuisce senz'ombra di dubbio un cast perfetto; a cominciare da Giulio Scarpati naturalmente, che bene interpreta le ansie, l'irrefrenabile desiderio di portare avanti ogni inchiesta scoperchiando una rete di connivenze per cercare di sconfiggere l'omertà che la protegge. Trovare per lui qualcuno che ne condivida le medesima sete di giustizia è difficilissimo e i pochi amici sono spesso destinati a fini atroci. L'atteggiamento comune (non estraneo nemmeno alla sua famiglia) è quello di chi preferisce tacere e occuparsi degli affari propri, guardando anzi con malcelato disprezzo allo zelo del collega. Emergono nei suoi confronti il chiaro menefreghismo, la superficialità, la voglia di dedicarsi ad altro (la caccia, per esempio, come nel caso del suo superiore) di un mondo che bene lascia capire perché sconfiggere una piaga come la mafia fosse allora e resti ancora un'impresa. Oggi gli esempi di cinema e televisione che hanno seguito il modo di raccontare freddo, per certi versi distaccato e antispettacolare, del film di De Robilant sono quasi la norma, al tempo invece va riconosciuto come fosse scelta piuttosto inusuale, lontana dall'epica tipicamente magniloquente con cui il cinema affrontava il fenomeno. Ci si avvicina qui molto alla realtà, lasciando che poi i sentimenti più profondi e tradizionalmente legati a quelle terre si facciano strada nelle eccellenti prove offerte da chi sa calarsi strordinariamente nel ruolo, come Leopoldo Trieste (il padre di Rosario). Più banale la figura dell'avvocato "fimmina" adffidato a una giovane Sabrina Ferilli, cui spetterà di avvicinarsi e consolare il protagonista. La regia centra l'atmosfera e il clima irrespirabile entro cui il giudice si dibatte, ma fatica a coinvolgere davvero nel lavoro di ogni giorno in ufficio e non sembra rappresentare un punto di forza del film, se non quando deve organizzare le singole scene sottolineando i giochi di sguardi e le mezze parole.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Ormai quasi settantenne, Harrison Ford è chiamato per la quarta volta a ricoprire i panni dell'archeologo più famoso del mondo. E già l'età porta a sorridere, se consideriamo che l'avventura nella saga di Indiana è sempre stata fortemente mescolata con l'azione. Lo è anche qui, naturalmente, con la non più adeguatissima condizione fisica del protagonista che diventa il grimaldello per una rilettura sempre più divertita del personaggio. Senza rinunciare alle caratteristiche della serie, la sceneggiatura di David Koepp non poteva...Leggi tutto che spingere sul pedale dell'ironia arrivando in alcuni momenti a sfiorare la parodia. Non punge però granché e lascia che i toni si facciano blandi, rimestando nelle solite teorie fantastiche secondo le quali l'uomo, alcuni millenni fa, era dominato da una razza superiore di origine extraterrestre cui appartiene il teschio di cristallo che Indy va cacciando assieme al giovane Mutt Williams (LeBeouf). E' quest'ultimo infatti che, superato un deludente avvio a due passi da una base militare statunitense dove si sperimenta l'atomica, coinvolge il protagonista in un viaggio a Nazca per far liberare sua madre (Allen), trovare il vecchio professor Oxley (Hurt) e andare alla ricerca della perduta Eldorado in Amazzonia. Parte insomma la solita caccia al tesoro che fa questa volta base in Sudamerica tra Inca, Maya e iscrizioni in linguaggi astrusi tradotte come sempre al volo dal nostro. Il nemico questa volta non sono i nazisti ma i russi guidati dall'aitante Irina Spalko (Blanchett), già collaboratrice di Stalin e a capo di un gruppo di militari sovietici la cui efficienza è da considerarsi pari a zero, considerata la facilità con cui si fanno fregare dai “buoni” nei modi più stupidi e prevedibili. Ma in fondo è evidente come ogni elemento sia riletto con toni da commedia, mentre le numerose sequenze d'azione possono usufruire delle nuove tecnologie digitali che ovviamente, associate alla consueta abilità registica di Spielberg (le carrellate sontuose, i movimenti di macchina straordinari, il gusto ancora infallibile per le inquadrature), danno vita a uno spettacolo che appaga l'occhio. Anche perché la fotografia di Janusz Kaminski regala contrasti di luce fortissimi quanto eleganti e le musiche di John Williams (che riprendono il tema classico in infinite variazioni) sostengono il tutto a dovere. Peccato che in assenza di azione i dialoghi ristagnino, i personaggi intorno al protagonista deludano (di rara banalità i cambi di fronte del vecchio amico doppiogiochista, insopportabili i deliri da santone di Hurt o i sorrisi da paresi facciale della Allen, si salvano giusto Labeouf e la Blanchett ma senza brillare) e che non si metta mano al montaggio per accorciare le eterne scene negli antichi sotterranei del finale. Insomma, non ci si può troppo lamentare dal punto di vista spettacolare, ma le scene "di raccordo" in cui dovrebbe svilupparsi la storia sono particolarmente fiacche e puerili, rispetto al passato. Lucas, qui soggettista, inserisce la rivelazione sull'identità paterna in puro stile STAR WARS privandola di ogni suspense e senza certo preoccuparsi di dover stupire qualcuno...
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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