il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

GINA ROVERE
l'intervista
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273440 commenti | 9033 papiri originali | 48547 titoli | 19866 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Nemiche per la pelle (2016)
  • Luogo del film: Il casale nel quale il defunto Paolo (Santospago) aveva ospitato il figlio Paolo jr (Cabal)
  • Luogo reale: Agriturismo ?Il Castoro?, Via di Polline 343, Roma, Roma
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  • Film: Gramigna (2017)
  • Luogo del film: La piazza (con tavoli) dove si ferma a mangiare Luigi (Di Gennaro)
  • Luogo reale: Piazza della Vita, Civitavecchia, Roma
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Victorvega
Se non fosse che alcuni gialli anche buoni hanno visto la luce negli anni '80, si potrebbe "giustificare" la pochezza di questo film di Fulci etichettandolo come "fuori tempo massimo" rispetto alla stagione dei primi anni '70 del giallo argentiano (anche fulciano). Di questa serie ricalca lo schema, arricchito a modo suo di nuove ambientazioni queste sì tipiche della sua era (molto Saranno famosi). Il tutto è banale, scontato e, malgrado il contesto americano e alla moda dell'epoca, poco originale. A tratti noioso, con le danze della scuola ad allungare inutilmente il metraggio.
Commento di: Anthonyvm
La prima parte si muove su terreni da horror psicologico, risaputi ma aperti a discreti sviluppi (i sogni delittuosi della madre); peccato che la carta del "big reveal" venga giocata troppo presto, facendo precipitare la seconda metà in una brutta copia di Shining (non mancano porte rotte e depistaggi sulla neve) mixata a incubi filo-edipici tipo Tornato per uccidere. Non mancano scene d'impatto (vedasi il tentato omicidio del figliastro nella vasca da bagno), merito soprattutto della buona prova della Watts, ma c'è veramente poco di memorabile nel complesso. Vedibile e nulla più.
Commento di: Markus
Opera prima per Antonio Manzini, che sceglie la via di una commedia amara, figlia del "Medioevo senza speranza" di questi anni. Un film basato essenzialmente sul carisma dei due protagonisti De Rienzo e Sermonti (già uniti nel ben più celebre Smetto quando voglio): nella loro sagacia romana - che non entusiasma più i cuori, ma riesce sempre a strappare un ghigno e a mascherare le pecche registiche - la summa dell'opera. Ci si trascina non tanto brillantemente in una vicenda scritta in due pagine e saggiamente arricchita da qualche intuizione qua e là.
Commento di: Lupus73
Giovane babysitter risponde a un annuncio ma si trova in una strana situazione. Ti west confeziona un horror che non solo è ambientato negli '80 ma ne è intriso fino al midollo, dal montaggio, alla fotografia, fino ai credits; solo verso la fine nel rito satanico c'è qualche traccia di cinema moderno. La casa eclettico-storicizzante ha il tocco macabro e obsolescente di una Amytiville più aristocratica. Dimenticate le frivolezze digitali di molto horror attuale (tra cui l'Innkeepers dello stesso West) e tuffatevi in questo revival pregno di cruda e plumbea drammaticità polanskiana.
Commento di: Daraen4
Terzo capitolo della saga che, a differenza del precedente episodio, dimostra di avere una sua personalità e un'idea di regia dietro, nonostante la solita flotta di personaggi monodimensionali al servizio di situazioni tanto retoriche da sfociare nel grottesco (vedi il rapporto padre-figli delle due famiglie in scena); a parte qualche mossa registica eccessivamente trash, la tensione è creata e gestita in maniera abbastanza buona e anche in questo caso il piatto forte del lungometraggio sono gli extraroditori, assoluti mattatori dell'evento. Scena finale apprezzabile.
Commento di: Rufus68
Un'arma terribile, il Cyclotrode, è ambita dal supercriminale Crimson Ghost; il professor Richards, però, vigila... Serial d'azione oggi datatissimo, si lascia ancora guardare per la giocosa semplicità dell'impianto, tutto basato su ipercinetiche ed esilaranti scazzottate (dell'atletico Quigley) e su una serie di colpi di scena di empatica puerilità. Qualche colpo va a segno (la maschera, i collari di controllo, i fumi velenosi) ed è apprezzabile il sottofondo da Guerra Fredda; la reiterazione drammaturgica alla lunga, però, mostra la corda. Graziosa e pugnace la Stirling.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

La sprezzante definizione data dall'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (che non era nuovo a infastidirsi quando si toccavano inchieste che scavavano a suo dire con superficialità nelle ramificazioni economiche della mafia) a Rosario Livatino restò per sempre associata allo sfortunato giudice; giovane - è vero - ma fiero e risoluto come non troppi purtroppo hanno saputo esserlo in una terra in cui il crimine organizzato detta legge da tempo immemorabile. La storia di Livatino è la storia di un uomo onesto, integerrimo, che sapeva di mettere a rischio...Leggi tutto la propria vita eppure ha continuato a procedere nella retta direzione. Il film di De Robilant non ne focalizza benissimo le indagini, a dire il vero, e la materia delle stesse si fa spesso inafferrabile, fuggevole. L'attenzione si rivolge soprattutto alla ricreazione di un ambiente preciso, all'ottima caratterizzazione di personaggi cui contribuisce senz'ombra di dubbio un cast perfetto; a cominciare da Giulio Scarpati naturalmente, che bene interpreta le ansie, l'irrefrenabile desiderio di portare avanti ogni inchiesta scoperchiando una rete di connivenze per cercare di sconfiggere l'omertà che la protegge. Trovare per lui qualcuno che ne condivida le medesima sete di giustizia è difficilissimo e i pochi amici sono spesso destinati a fini atroci. L'atteggiamento comune (non estraneo nemmeno alla sua famiglia) è quello di chi preferisce tacere e occuparsi degli affari propri, guardando anzi con malcelato disprezzo allo zelo del collega. Emergono nei suoi confronti il chiaro menefreghismo, la superficialità, la voglia di dedicarsi ad altro (la caccia, per esempio, come nel caso del suo superiore) di un mondo che bene lascia capire perché sconfiggere una piaga come la mafia fosse allora e resti ancora un'impresa. Oggi gli esempi di cinema e televisione che hanno seguito il modo di raccontare freddo, per certi versi distaccato e antispettacolare, del film di De Robilant sono quasi la norma, al tempo invece va riconosciuto come fosse scelta piuttosto inusuale, lontana dall'epica tipicamente magniloquente con cui il cinema affrontava il fenomeno. Ci si avvicina qui molto alla realtà, lasciando che poi i sentimenti più profondi e tradizionalmente legati a quelle terre si facciano strada nelle eccellenti prove offerte da chi sa calarsi strordinariamente nel ruolo, come Leopoldo Trieste (il padre di Rosario). Più banale la figura dell'avvocato "fimmina" adffidato a una giovane Sabrina Ferilli, cui spetterà di avvicinarsi e consolare il protagonista. La regia centra l'atmosfera e il clima irrespirabile entro cui il giudice si dibatte, ma fatica a coinvolgere davvero nel lavoro di ogni giorno in ufficio e non sembra rappresentare un punto di forza del film, se non quando deve organizzare le singole scene sottolineando i giochi di sguardi e le mezze parole.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Ormai quasi settantenne, Harrison Ford è chiamato per la quarta volta a ricoprire i panni dell'archeologo più famoso del mondo. E già l'età porta a sorridere, se consideriamo che l'avventura nella saga di Indiana è sempre stata fortemente mescolata con l'azione. Lo è anche qui, naturalmente, con la non più adeguatissima condizione fisica del protagonista che diventa il grimaldello per una rilettura sempre più divertita del personaggio. Senza rinunciare alle caratteristiche della serie, la sceneggiatura di David Koepp non poteva...Leggi tutto che spingere sul pedale dell'ironia arrivando in alcuni momenti a sfiorare la parodia. Non punge però granché e lascia che i toni si facciano blandi, rimestando nelle solite teorie fantastiche secondo le quali l'uomo, alcuni millenni fa, era dominato da una razza superiore di origine extraterrestre cui appartiene il teschio di cristallo che Indy va cacciando assieme al giovane Mutt Williams (LeBeouf). E' quest'ultimo infatti che, superato un deludente avvio a due passi da una base militare statunitense dove si sperimenta l'atomica, coinvolge il protagonista in un viaggio a Nazca per far liberare sua madre (Allen), trovare il vecchio professor Oxley (Hurt) e andare alla ricerca della perduta Eldorado in Amazzonia. Parte insomma la solita caccia al tesoro che fa questa volta base in Sudamerica tra Inca, Maya e iscrizioni in linguaggi astrusi tradotte come sempre al volo dal nostro. Il nemico questa volta non sono i nazisti ma i russi guidati dall'aitante Irina Spalko (Blanchett), già collaboratrice di Stalin e a capo di un gruppo di militari sovietici la cui efficienza è da considerarsi pari a zero, considerata la facilità con cui si fanno fregare dai “buoni” nei modi più stupidi e prevedibili. Ma in fondo è evidente come ogni elemento sia riletto con toni da commedia, mentre le numerose sequenze d'azione possono usufruire delle nuove tecnologie digitali che ovviamente, associate alla consueta abilità registica di Spielberg (le carrellate sontuose, i movimenti di macchina straordinari, il gusto ancora infallibile per le inquadrature), danno vita a uno spettacolo che appaga l'occhio. Anche perché la fotografia di Janusz Kaminski regala contrasti di luce fortissimi quanto eleganti e le musiche di John Williams (che riprendono il tema classico in infinite variazioni) sostengono il tutto a dovere. Peccato che in assenza di azione i dialoghi ristagnino, i personaggi intorno al protagonista deludano (di rara banalità i cambi di fronte del vecchio amico doppiogiochista, insopportabili i deliri da santone di Hurt o i sorrisi da paresi facciale della Allen, si salvano giusto Labeouf e la Blanchett ma senza brillare) e che non si metta mano al montaggio per accorciare le eterne scene negli antichi sotterranei del finale. Insomma, non ci si può troppo lamentare dal punto di vista spettacolare, ma le scene "di raccordo" in cui dovrebbe svilupparsi la storia sono particolarmente fiacche e puerili, rispetto al passato. Lucas, qui soggettista, inserisce la rivelazione sull'identità paterna in puro stile STAR WARS privandola di ogni suspense e senza certo preoccuparsi di dover stupire qualcuno...
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Come spesso usa oggi, il film è un continuo avanti e indietro nel tempo che ruota intorno all'evento cardine, in questo caso la partita di calcio cui fa riferimento il titolo. A giocarsi la vittoria nella finale del campionato è la squadra dello Sporting Roma, che “in tutta la sua storia non ha vinto mai un cazzo”, come ci ricorda la didascalia iniziale. Allenata da un burbero brav'uomo (Pannofino) che come vuole il ruolo si sfoga negli spogliatoi ma ama profondamente i ragazzini che manda in campo, lo Sporting Roma ha un presidente (Di Stasio) piuttosto lunatico...Leggi tutto che oltre ai consueti problemi economici deve far fronte pure a quelli del figlio cocainomane (Mariani). Se si respira una forte tensione durante il match – che è già in corso nell'incipit ma che verrà poi di frequente interrotto da flashback atti a spiegare i motivi, di suddetta tensione (chiara sui volti dei protagonisti, in campo o sugli spalti) – è sostanzialmente perché lo stesso è legato a una scommessa clandestina che unisce trasversalemente tutti i personaggi principali. Ci sono in ballo 50.000 euro e conseguentemente il rifacimento (in sintetico) del campo, progetto che segna anche metaforicamente il passaggio da un calcio più autentico - quello in cui si suda, ci si sporca, si cade - a uno più artefatto, fasullo, snaturato ma che rappresenta il futuro. E così, mentre la partita si gioca con tempi lunghi e una discreta resa scenografica (le azioni sono ricostruite con una certa credibilità), il film lascia spazio agli incontri tra coloro che sono parti in causa nella scommessa, dal padre (Sabatucci) del bomber e la sua famiglia all'allenatore, il presidente o la cricca di malavitosi locali, guidati da un Giorgio Colangeli irridente e feroce. Sono le perfomance degli attori il pezzo forte di un film che Francesco Carnesecchi scrive e dirige con qualche esitazione (al di là di scambi a volte notevoli); in particolare Di Stasio, necessariamente sopra le righe, sa donare al suo presidente una malinconia drammatica che alterna a improvvise esplosioni d'ira (eccellente il duetto con Mariani riguardo al nuovo rivestimento del campo) riempiendo la scena ammirevolmente. Pure Pannofino è calzante mentre non convincono molto i ruoli femminili, soprattutto quando al ricevimento per la cresima scattano le liti selvagge tra le cognate e pure tra le ragazzine aprendo un colossale parapiglia. A volte si ha la sensazione di un film inconcludente, ambizioso ma frenato da un ritratto di maniera della periferia romana già troppe volte visto su schermo, così come eccessivamente puntati alla sterile sorpresa appaiono alcuni intermezzi destinati a comprendersi appieno solo nel finale. Insomma, un prodotto molto up-to-date spesso ruffiano e velleitario (le cantate in chiesa), con stacchi improvvisi che non sempre dicono granché ma reso vivo dalle valide intepretazioni del cast e da singoli momenti di grande tensione risolti in faccia a faccia di notevole intensità.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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