il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

267530 commenti | 8932 papiri originali | 47350 titoli | 19546 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: La mortadella (1971)
  • Luogo del film: La guardiola dove un addetto legge l’articolo di Jack (Devane) sul sequestro della mortadella
  • Luogo reale: New York: Peter Minuit Plaza, Stati Uniti, Estero
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  • Film: La mossa del pinguino (2013)
  • Luogo del film: La chiesa dove si svolge il funerale del padre (Fiorentini) di Salvatore (Memphis)
  • Luogo reale: Chiesa dell'Immacolata, Via Laurentina 440, Roma, Roma
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Rambo90
Storia molto affascinante, messa in scena senza moralismi (ma con qualche ingenuità d'epoca, come i riferimenti biblici e qualche patriottismo) e con un arguto senso dell'umorismo, spesso bilanciato da una spruzzata d'orrore puro come alla festa da ballo con i morti, che ha un che di surrealista. Gradissimo testa a testa d'attori tra Arnold e Huston, mentre poco felice è la scelta di Craig, imbambolato per la maggior parte del film. Bella regia, ritmo più che discreto.
Commento di: Rambo90
Visivamente molto affascinante, con Coppola che dimostra tecnicamente di saperci ancora fare molto e di avere qualcosa da dire anche nel campo del digitale. Peccato che la sceneggiatura non esalti allo stesso modo, con un inizio promettente che poi si perde tra sogno e realtà, dialoghi ripetitivi col fantasma di Poe e un'indagine fumosa che alla fine lascia molti dubbi e nessuna certezza. Kilmer ce la mette tutta e conquista, Dern esagera un po'. Sa di esperimento mancato.
Commento di: 124c
Il classico americano medio, felicemente sposato ma anche annoiato che si concede una scappatella con una bella bionda, ma quando all'amante chiede di troncare questa non solo gli risponde picche, ma lo ricatta e lo osseessiona perché psicopatica. Michael Douglsas, da questo film in poi, inizia una carrellata d'incontri con donne fatali; qui recita benissimo nel ruolo di vittima, mentre Glenn Close è perfetta e sexy in quello dell'amante abbandonata e pazza. Brava anche Anne Archer come moglie tradita ma comprensiva. Triangolo fatale.
Commento di: Siska80
Remake shot for shot (con le varianti dell'ambientazione moderna e dei riferimenti sessuali  espliciti) di cui non si capisce il motivo e del quale si poteva tranquillamente fare a meno.  Mancano il pathos e la suspense del capostipite, senza contare che la scelta del protagonista si rivela fallimentare: Il Norman Bates di Vaughn è inespressivo, anonimo, incolore: non che il resto del cast sia da Oscar, soprattutto la Heche, candidata al ruolo di peggiore attrice ai Razzie Award del 1999 (Vas Sant ha giustamente vinto nella categoria regia). 
Commento di: Daniela
Uscito di galera dopo aver scontato una ingiusta condanna per omicidio, un ex poliziotto è ben deciso a smascherare chi lo ha incastrato, ossia un boss che controlla i traffici portuali con la violenza e la corruzione... L'intreccio è piuttosto convenzionale, ma il film si fa seguire con interesse per il ritmo stringente e la prova di Robinson in un ruolo congeniale che lo porta a dominare nel confronto col pur convincente Ladd. Buon ruolo anche per Stewart,  braccio destro del boss da lui umiliato e deriso, più defilata Dru. L'epilogo, molto movimentato, chiude in bellezza. 
Commento di: Jdelarge
Capitolo finale di Star Wars che, visto lo scarso apporto dato dai personaggi comprimari, decide di rendere assoluta protagonista Rey, la giovane Jedi che dovrà vedersela continuamente con Kylo Ren e addirittura con il redivivo Palpatine. Fatta eccezione per le ottime scene di combattimento, nelle quali Daisy Ridley risulta veramente adeguata, il resto del film paga a caro prezzo l'inconsistenza della trama, affidandosi semplicemente al tema della scelta di appartenza che vince sulla logica della discendenza di sangue.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Se c'è un Oscar scrosanto è quello assegnato a Dustin Hoffman per questo film, la cui efficacia è quasi esclusivamente da attribuirsi alla sua performance, assistita solo marginalmente dalla solita impeccabile Meryl Streep (qui tuttavia un po' troppo lagnosa, per quanto l'Oscar da non protagonista se lo sia guadagnato pure lei). E' Hoffman il Ted Kramer del titolo, marito troppo dedito al lavoro (è pubblicitario di successo) per ascoltare le crisi di Joanna (Streep), l'altra Kramer che, sentendosi trascurata, dopo pochi minuti è già... Leggi tuttopronta a fare le valigie e lasciare seduta stante lui e Billy (Henry), il figlio di sette anni, per andare a cercare se stessa altrove. Non usuale come scelta, da parte di una madre, ma Ted non può che prenderne atto e sobbarcarsi sulle spalle il peso di un'educazione pedagogica tutta da inventare. Billy è un bravo ragazzino, certo, ma come tutti ha le sue esigenze, le sue fissazioni, pretende attenzione (memorabile quando Ted lo minaccia e gli intima, senza alzare mai le mani, di non mangiare il gelato alla stracciatella accendendo una sfida dagli esiti incerti)... I problemi sopraggiungono anche dal lavoro, dove Ted sconta l'ovvio moltiplicarsi degli impegni familiari. Non bastasse quello, dopo poco più di un anno si rifà viva pure Joanna pretendendo la custodia del figlio, e la cosa può sembrare impossibile solo a chi non bazzica i tribunali dei minori: si sa che la madre ha di norma la precedenza, sui figli. Ma Ted non ci sta e si apre una disputa legale destinata a finire in tribunale. Temi non certo originali trattati però con sincerità e un bel rifiuto dei prevedibili schematismi. Merito di Hoffman in primis, certo, che riesce a infondere nel suo Ted Kramer la giusta dose di umanità e nervosismo senza mai mostrarsi irragionevole; piuttosto spaesato, ecco, insicuro ma allo stesso tempo risoluto quando c'è da cercarsi un nuovo lavoro in 24 ore (altra scena da ricordare) solo per dimostrare di poter mantenere Billy senza problemi. Brillante, intenso e - va detto - meravigliosamente doppiato in Italia da Ferruccio Amendola, il protagonista tiene la scena tutta per sé lasciando agli altri le briciole, relazionandosi al meglio non solo con l'ex moglie ma anche con l'amica di sempre o coll'avvocato che si occupa della sua causa. Tutto gira come deve e la regia di Robert Benton serve con rigore una storia impostata correttamente, gestita bene anche quando c'è da puntare al lacrimevole lasciando alla Streep una figura difficile e scopertamente negativa, che solo la bravura dell'attrice riesce a rendere empatica. Traspaiono dal film tutto l'amore di un padre per il proprio figlio, le debolezze evidenziate nel destreggiarsi tra lavoro e famiglia. Finale forse un po' troppo accondiscendente che tuttavia chiude con una sua apprezzabile coerenza interna una parabola psicologicamente interessante che fa riflettere sulla condizione di chi - i bambini - è costretto a subire una separazione con tutte le implicazioni del caso.


Marcel M.J. Davinotti jr.
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Nell'idilliaca cornice di una villa ai margini della spiaggia, la storia vissuta in flashback (ma senza interruzioni) di una pittrice del XVIII secolo che lì giunge per realizzare il ritratto di una giovane promessa in sposa a un signore milanese. E' la madre (Golino) di lei a commissionare il lavoro ma non sarà facile, perché Heloise (Haenel) non accetta di posare e quindi Marianne (Merlant) dovrà arrangiarsi sfruttando le passeggiate con la ragazza per memorizzarne tratti e caratteristiche da riprodurre poi a memoria sulla tela. Un lavoro insolito, per Marianne,... Leggi tuttoche tuttavia non si perde d'animo e durante la prima escursione sulle scogliere comincia a conoscere una giovane introversa quanto fiera stabilendo una relazione che si intuisce possa evolvere in qualcosa di più profondo, capace di superare il semplice rapporto professionale. La madre di fatto si defila e reclama invece il suo piccolo spazio la servitrice di casa (Bajrami), dalla quale Marianne cerca di carpire qualche informazione che possa in qualche modo definire lo strano carattere di Heloise. Ma non è la storia a contare, nel film, quanto piuttosto gli scambi di sguardi e le poche parole che nascondono sentimenti sempre più intensi, inevitabilmente destinati ad esplodere. Marianne mantiene intatta la correttezza professionale, Heloise non sembra volersi mai sciogliere, trattenuta dalla freddezza naturale imposta dalla casta e dai tempi. Il mondo sembra magicamente sospeso in ambienti esterni ed esterni ripresi con eccellente gusto e valorizzati dalla splendente fotografia di Claire Mathon. Un'opera tutta al femminile (il primo maschio parla nel finale ed è solo di passaggio), diretta da una donna (Céline Sciamma, anche sceneggiatrice unica) e interpretata in primis da una coppia di protagoniste azzeccate, espressive, capaci di comunicare con gli occhi la tenerezza e il distacco, soprattutto il progressivo avvicinamento tra due anime vicine, complici. E' infatti la complicità la chiave di lettura più evidente, che si esplicita anche nel modo simile di dialogare: le parole sono soppesate, centellinate col risultato di non rendere facilmente accessibile il film a tutti. Vi regnano ostinati silenzi, ritmi dilatati che sembrano non accelerare mai e una semplicità di pensiero che fa parzialmente a pugni con le evidenti ambizioni del progetto. La scoperta del sesso si fa strada tra sprazzi di vera poesia ma anche un eccesso di didascalismo, di calligraficità che sottrae talvolta autenticità alla proposta. Il film s'infila in una branca ben precisa del cinema d'autore che conta già un buon numero di pellicole strutturate allo stesso modo, particolarmente attente alla messa in scena, spesso in costume, delicatissime nella conduzione; che lasciano forse molto ma non troppo la voglia di rivederle.


Marcel M.J. Davinotti jr.
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Padre di un ragazzino con del talento, lo sciamannato Patrick (Poelvoorde) incontra a una riunione di classe Agathe (Huppert), tipica esponente dell'alta borghesia francese il cui figlio è al contrario molto meno dotato di quello di Patrick (suo amico). Degli adolescenti tuttavia il film si disinteressa quasi completamente, accessori utili quasi esclusivamente per favorire la conoscenza e lo scontro tra due mondi opposti. Patrick irrompe con tutta la sua genuina rozzezza nella vita di Agathe e del maturo compagno (Dussolier): lei annichilita dalla sua volgarità esibita senza... Leggi tuttofreni, lui imbarazzato ma in fondo anche divertito e parzialmente complice. Una delle idee più sfruttate dalla commedia di ogni tempo genera in questo caso scintille fin dal primo imprevedibile incrocio a scuola e viene intelligentemente piegata alle esigenze di un film che vorrebbe anche riflettere sulle diverse qualità dei due diversi tipi di approcci alla vita, cosa che purtroppo affievolisce il divertimento nella seconda parte. La prima è invece un susseguirsi di gag talvolta davvero azzeccate e che coinvolgono come quarta "incomoda" la donna (Efira) a cui Patrick si rivolge per cercare di capire come evitare che i servizi sociali gli sottraggano la custodia del figlio. Se Poelvoorde è un torrente in piena che conferma le sue già note potenzialità comiche, la Huppert offre una eccellente performance nei panni della gallerista gelida, altezzosa e ovviamente disgustata dalla totale mancanza di savoir faire di Patrick. Ma come ampiamente prevedibile il fascino dell'uomo "animale" finirà col fare breccia persino nella fredda Agathe, il cui compagno da vent'anni si lascerà invece travolgere dalla bionda amica di Patrick stesso in uno scambio di coppie mai scatenato e condotto anzi con stile a suo modo sobrio dalla regista Anne Fontaine, che lascia comunque intuire una bella predisposizione alla commedia. I personaggi che animano la vicenda sono quindi solo quattro, con gli altri che restano ampiamente ai margini e danno modo ai protagonisti di farsi valere dal punto di vista attoriale grazie a una sceneggiatura ben studiata, che solo col tempo perde smalto andando a lambire quasi il lacrimevole in una seconda parte in cui tuttavia il tempo per farsi qualche sana risata non manca. Alla Huppert il compito di impersonare la figura più sfaccettata, a Poelvoorde quello di seguirla lasciando trasparire anche nel suo Patrick un animo nobile che sappia guardare al di là della battutaccia più o meno consapevole. Se poi la Efira incide poco o nulla nel ruolo della giovane entusiasta amante della natura e dello sport, più interessante è quello di Dussolier, per quanto in assoluto il più ovvio dei quattro: stimolato da Patrick, ammette la rigidità del suo rapporto con Agathe aprendosi alla nuova avventura fino a condurci verso una conclusione meno scontata del previsto. Una commedia incisiva, forte di quattro o cinque momenti davvero spassosi e di altri comunque centrati, va annoverata tra le più riuscite del periodo, cui la Huppert soprattutto regala un'aura di autenticità non comune pur dovendo impersonare un personaggio caricaturale.


Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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