il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

IL CONTE TACCHIA
Confronto tra le due versioni
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277349 commenti | 9101 papiri originali | 49404 titoli | 20117 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Lezioni di cioccolato (2007)
  • Luogo del film: La strada dove Kamal (Shapi) fornisce a Mattia (Argentero) abiti da extracomunitario per passare da
  • Luogo reale: Via Fratelli Cairoli, Terni, Terni
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  • Film: Squadra antimafia - Palermo oggi (8 stagioni) (2009)
  • Luogo del film: Micromegas Studios
  • Luogo reale: Via Bolognola 29/31, Roma, Roma
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Ultimo
Una commedia divertente ben riuscita grazie alla buona prova della Lodovini nei panni di una quarantenne che cerca di dare una svolta alla propria vita, sia privata che lavorativa. Non mancano i momenti statici, ma nel complesso il film funziona e non annoia, pur cedendo nell'ultima parte. Non una grandissima prova del cast di contorno (delude soprattutto Abbrescia, dal quale era lecito aspettarsi qualcosa in più). Irritante il personaggio della ragazza "influencer". Non male, complessivamente.
Commento di: Keyser3
Opera ultima di uno degli intellettuali più acuti del '900, uno dei film più controversi di sempre, che ancora oggi divide e lascia aperto il dubbio: disastro o capolavoro? Il libro di Sade è ancora più spietato e feroce nel mostrare efferatezze di ogni genere, ma chissà cosa ci avrebbe riservato Pasolini nella mai vista versione originale di 145 minuti. Le parti di rilievo sono affidate ad attori improvvisati (Cataldi, Quintavalle) e così pure il doppiaggio, eppure la scelta paga alla grande e quasi non ci si fa caso. Un pugno nello stomaco, non per tutti.
Commento di: Caesars
Troppo verboso. Cassavetes e Falk si caricano sulle spalle tutto il peso della pellicola svolgendo bene il loro mestiere. Vista la scarsità di eventi che si generano durante la "nottata" che attraversano i due protagonisti, i dialoghi assumono una dimensione preponderante. Alla lunga la situazione diventa un po' troppo ripetitiva, ma il film viene riscattato da un finale che, per quanto ampiamente prevedibile, risulta efficace nella sua secchezza. La regia della May, visto il tipo di prodotto, è assai lontana dal film precedente e molto più affine alle opere dirette da Cassavetes.
Commento di: Daniela
Film appartenente al filone impegnato nella filmografia del regista: ispirandosi a fatti storici, narra la rivolta degli schiavi a bordo di una nave negriera spagnola, la loro cattura e il conseguente processo in terra americana. Opera dagli intenti nobili, diretta ed interpretata con alta professionalità, anche se carente sotto il profilo della capacità di emozionare e coinvolgere: la rappresentazione delle condizioni in cui erano trasportati i prigionieri fa inorridire, ma l'estenuante parte processuale con le sue disquisizioni legali rischia di disperderne l'impatto emotivo.  
Commento di: Caesars
Non disprezzabile questa, forse anche banale, analisi della vita di un politico rampante, ben interpretato da Delon, disposto a sacrificare tutto pur di assicurarsi un ministero. Buona anche la prova fornita dalla Moreau, mentre la Rome si dimostra, per quanto splendida, del tutto inadeguata a reggere il ruolo. Il ritmo è molto lento e le situazioni risultano abbastanza ripetitive, ma risultano azzeccate le scelte di narrare tutto in flashback e di costellare Parigi con le immagini pubblicitarie della Rome, che "ossessionano" Delon. Lontano dal capolavoro, ma un prodotto dignitoso.
Gunda (2020) di Viktor Kosakovskiy con (n.d.)
Commento di: Cotola
(Quasi) documentario - il sonoro è, volutamente, ultra finto - che segue la vita di una scrofa e dei suoi maialini con in più, ogni tanto, un paio di mucche e di una gallina senza una zampa. Difficile da recensire, visti anche gli ampi ed entusiastici consensi riscossi sotto ogni punto di vista. Sì, il bianco e nero è visivamente stupendo, ma ci si può ancora stupire per una forma così scintillante? Sì, certo: gli animali hanno dei sentimenti e soffrono. Ma lo scopriamo oggi? E la sincerità del tutto? Il finale spezza il cuore, ma sembrano proprio "lacrime" di coccodrillo.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Dopo il grande successo di ANIMAL HOUSE il National Lampoon - com'è ovvio che fosse - ci riprova col cinema, ma gli dice male. Lontanissimo dai fasti del predecessore (e pure da Hollywood o da un qualsiasi discorso sul cinema, nonostante il titolo), MOVIE MADNESS si articola in tre episodi non legati da nulla in particolare se non un vago senso parodistico che si esplicita soprattutto nel terzo (e nettamente migliore) segmento. Il primo, GROWING YOURSELF, riprende dal classico di Landis...Leggi tutto il giovane Peter Riegert e gli assegna il ruolo di Jason, che in apertura, senza apparente motivo, rompe il matrimonio suggerendo alla moglie di dedicarsi a... crescere. La felicità apparente non è tutto, bisogna evolvere, e chi se ne importa se ci sono quattro figli di mezzo. Lei accetta e se ne va lasciandoli tutti a Jason, che comincia a frequentare altre donne (tra cui una splendida Diane Lane) senza badar troppo a come i piccoli crescano. L'approccio è quasi surreale, con una serie di dialoghi che sfiorano (e in alcuni casi oltrepassano) il nonsense, un Riegert particolarmente lunatico che sembra lasciarsi scivolare tutto addosso e che quando rivede la moglie – felicissima di aver intrapreso una nuova strada – non sa bene cosa dire. Una chiara presa in giro dei film in cui la famiglia pur di restare unita affronta ogni genere di avversità, con figli non più da educare con amore e insegnamenti che li instradino sulla retta via ma lasciati crescere come capita; tutto è preso alla leggera, dai protagonisti come dagli autori della sceneggiatura e tanta sana distruzione delle istituzioni americane porta effettivamente a sorridere, anche in presenza di un episodio non certo trascendentale. Contano più le idee della realizzazione. Nel secondo segmento, SUCCESS WANTERS, si ironizza sul rampantismo di una donna disposta a tutto pur di vendicarsi e... perché no, di realizzarsi. Un bizzaro "rape & revenge" in cui la protagonista Dominique Corsaire (Dusenberry), dotata di una carrozzeria da sballo, dopo esser stata violentata col burro da un gruppo di ricchi satiri in un locale per soli uomini (gestito da un laidissimo Joe Spinell) decide di vendicarsi a modo suo. Comincia con un lavoretto sotto il tavolo d'ufficio al proprietario (Culp) di una importante azienda di margarine arrivando presto ad affiancarlo e infine a sbarazzarsene ereditandone ogni bene. La Dusenberry (quasi sempre vestita in stile coniglietta, anche nei frangenti meno indicati) è brava a mescolare, a una naturale ingenuità, la spietata perfidia di chi non si ferma davanti a nulla seducendo e tradendo, sfruttando la propria avvenenza senza vergogna per arrivare ai posti di comando più importanti. Ovviamente anche qui l'impianto è farsesco, lontano da ogni verosimiglianza e la scelta della margarina come mezzo per raggiungere il potere muove già al sorriso. Dominique incontrerà il ricco figlio del re del burro, poi uno sguaiato imprenditore greco (Vandis) e a tutti riserverà trattamento simile e irridente. L'idea era simpatica, ma anche qui poco funziona e il tutto si fa presto ripetitivo e mai davvero interessante. Il terzo episodio, MUNICIPALIANS, è il più dichiaratamente comico e ha come protagonista una classica coppia di poliziotti: la fresca recluta (Benson) e il più navigato e cinico collega (Widmark), sulle tracce di un serial killer (Loyd) che sulle sue vittime lascia sempre una fotocopia della propria patente (!). Lo spunto è quello, non certo nuovo, delle forze dell'ordine che se ne fregano di tutto ciò che capita loro intorno senza badare a “nulla che non s'intrometta tra me e il mio hamburger”: il ragazzino resta sconvolto da tanto disprezzo nei confronti del lavoro, ma il divertimento sta proprio nel registrare la totale passività della polizia in presenza di crimini di ogni genere. Un po' per la bravura di Widmark, un po' per un bel carico di politically uncorrect, tutto sommato non ci si può troppo lamentare. Sono gli altri due episodi a lasciare interdetti e freddi, benché contengano qualche traccia indelebile della sana follia del Lampoon.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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E' la parodia di quella che già era una sorta di parodia di James Bond ovvero IL NOSTRO AGENTE FLINT, in cui James Coburn mostrava un attitudine alla ricerca investigativa nettamente superiore a quella del più noto collega britannico. Inutile dire che nella variante italiana tale abilità viene centuplicata e, laddove il film americano ancora si limitava, qui Vianello - l'agente Flit, per l'appunto - diventa un fenomeno imbattibile in ogni campo. Curioso come in questo caso si parta riprendendo rigorosamente...Leggi tutto il modello: dapprima con la sala di Washington dove i gran capi riflettono sul da farsi terrorizzati dalla minaccia mondiale (in questo caso una forza superiore e invisibile ipnotizza importanti personalità che d'improvviso perdono la ragione e si producono in gesti e azioni riprovevoli), poi con Flit raggiunto a casa per essere ingaggiato dal governativo Hayes (Marchetti). Qui il nostro (o vostro?) eroe si cimenta in arti marziali, scacchi e scherma ma... contemporaneamente! Anche altre scene verranno in seguito riprodotte (il travestimento col turbante in bagno), ma a dire il vero l'ambito è per il resto più una sorta di farsa autonoma a tratti surreale che ci presenta i “galassiani” (si chiamava Galaxy anche l'organizzazione dell'originale) come autentici alieni, discesi per occupare la Terra ma contrari alla violenza e giocoforza costretti ad attendere che noi ci si elimini a vicenda. Terrorizzati dai pesci, che Flit userà quindi come arma impropria portandosi sempre dietro in un sacchetto Gianfilippo, il suo pesciolino rosso, i galassiani mandano in avanscoperta la procace Aura (Carrà), scambiata da Flit per un uomo a causa d'una parrucca un po' equivoca: seguirà il suo obiettivo fino (poteva non avvenire?) a innamorarsene. Gli elementi utilizzati in chiave umoristica sono quelli di ogni 007 movie che si conosca, lo spirito quello giusto e Raimondo Vianello un agente speciale insolito, rispetto agli standard nostrani. Allampanato, di eleganza innata perfino quando gli fanno indossare una terrificante giacca a quadrettoni, si produce con bel gusto demenziale in gag non sempre all'altezza ma talvolta geniali (se così si può dire). Rispetto al Flint americano, insomma, la nostra è una parodia nettamente più spinta verso il comico, ricca di trovate buffe e qualche gag slapstick che non stona. Nell'insieme ciò che forse meno convince è la regia dell'esordiente Laurenti, poco vivace né granché adeguata al genere: tratta con ritmi più vicini alla commedia quella che invece meritava di essere girata come una scatenata follia. Anche l'innesto del buon Fernando Sancho poco può per migliorare le cose, ma l'approccio originale di Vianello e la buona vena degli sceneggiatori permette comunque al film di essere archiviato come esperimento simpatico e ricco di uno spirito ingenuo quanto in più occasioni azzeccato. Decisamente poco influente la partecipazione della Carrà, che non riesce proprio a lasciare il segno.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Sfruttando l'abusato espediente del found footage ecco che anche nel Belpaese si tenta la via della vera/falsa storia dei tre ragazzi scomparsi, dati per morti e che uno strano signore olandese (Hauer) dice di sapere che fine abbiano fatto consegnando al giornalista di una rivista italiana (Sartoretti) una preziosa chiavetta USB: in essa, dice, sono contenuti i filmati dell'ultima settimana dei tre giovani (tutti sui trenta/trentacinque anni), a quanto pare morti nell'esplosione del bed and breakfast che li ospitava a Nizza. Sono il regista (Bicocchi), il direttore di produzione (Paganini)...Leggi tutto e la casting director (Gouverner) di uno spot che avrebbero dovuto girare in Costa Azzurra per promuovere un nuovo suv. Il filmato rappresenta quindi una sorta di loro diario per immagini, dal momento che Dario stava registrando nel contempo un resoconto di quella che doveva essere la sua prima esperienza da regista. In poche parole un modo come un altro per rifilarci le solite riprese finto-amatoriali che peraltro sono montate in modo che non possano proprio sembrarlo davvero (montaggio a parte, spesso non si capisce chi tenga in mano una camera che non è mai fissa e segue con grande consapevolezza i loro movimenti). Poi certo, inutile ricercare in film di questo genere la verosimiglianza dell'operazione, l'abbiamo ormai imparato; bisogna semplicemente fingere di credere che lo sia in virtù del fatto che il tipo di riprese restituisce correttamente il gusto dell'amatorialità. E così partiamo con i nostri tre eroi da Fiumicino in direzione Nizza. La scelta di girare quasi tutto in esterni favorisce l'inquadratura di paesaggi affascinanti, di location in Costa Azzurra che in più di un'occasione danno in verità l'impressione di un autentico spot in favore della zona, ma tant'è. E se i dialoghi non sono sempre il massimo, va detto che la spontaneità dei tre (pur se a tratti un po' forzata) non è in discussione; tutti a loro modo funzionano: Dario il più introverso e timido, disilluso e non troppo segretamente innamorato della bella Joelle, Livio il più disfattista, caustico e irritabile e lei, Joelle, a mediare giocando un po' con i sentimenti di entrambi nel comporre un trio disinibito che vuole godersi il momento e cioè la settimana precedente al giorno X, in cui dovrà avvenire l'incontro previsto col loro boss (Renzi). Ognuno racconta parte del suo passato; specialmente Joelle, che riguarda sul telefonino vecchi filmati in cui scherza con le sue amiche del cuore, con una delle quali almeno vorrebbe recuperare i rapporti. Tappe nei negozi, a discutere sulle panchine in riva al mare, a raccontarsi sogni e aspirazioni, a rinfacciarsi magari cattive abitudini nazionali (voi italiani non risolvete i problemi, li "sistemate"), a lasciarsi andare in qualche accenno di sesso a tre. In tutto questo ci si dimentica facilmente la componente thriller che sembrava inizialmente dover dare la direzione al film. Non c'è invece nulla di anomalo o di misterioso nelle giornate di chi vive quella che dovrebbe essere una trasferta di lavoro come una vacanza, con una regia che comunque discretamente sa descrivere l'anima sperduta di una generazione preda di forti insicurezze (la generazione X del titolo, per l'appunto). Qualche parentesi poco centrata (l'incontro col divo francese, lo stesso incipit fin troppo fasullo con Rutger Hauer) non danneggia troppo un film che comunque procede senza una vera trama, in apparenza quasi improvvisato, con spunti sfiorati e presto ignorati (l'orsetto di pezza di Livio, che però s'era guadagnato il titolo del capitoletto) e dal finale decisamente improbabile, che rende d'un colpo risibile e un po' caricaturale l'insieme. Ben ritmata la colonna sonora, che sostiene in più punti il film e meravigliosa l'ultima inquadratura tra le dune.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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