il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

ROBERTO LEONI
l'intervista
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271002 commenti | 8995 papiri originali | 48149 titoli | 19716 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: La banca di Monate (1976)
  • Luogo del film: La strada all’ingresso di Monate dove Melissa (Noël) rinfaccia al marito di aver lasciato Milano
  • Luogo reale: Via per Pella, Alzo, Pella, Novara
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  • Film: Champagne... e fagioli (1980)
  • Luogo del film: Palazzo Vecchio
  • Luogo reale: Piazza della Signoria, Firenze, Firenze
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Anthonyvm
Declinazione intimista dell'horror epidemico (di fatto si tratta di un dramma familiare a tema zombi, un Contracted di England per sentimentali): niente sparatorie o infetti che saltano da tutte le parti, solo una giovane vita che lentamente si spegne e il cieco rifiuto di un padre (un sorprendente Schwarzy) che non può accettare la sorte della figlia. Il ritmo è lentissimo, lo script lungi dalla perfezione (Arnold a metà film sembra sparire di scena), il plot (seppur ripreso da un'ottica non convenzionale) prevedibile, ma l'insieme è elegante ed efficacemente deprimente. Discreto.
Commento di: Minitina80
Non può che essere un’opera recitata benissimo, ma è un particolare che da solo non basta a salvarla dalla noia. La sceneggiatura è ambiziosa, volendo scardinare l’indissolubilità del matrimonio che non ammette deroghe. Purtroppo, si rivela estenuante, pesante da inghiottire in un sol boccone e soprattutto ripetitiva, poiché gira attorno allo stesso assunto qualche volta di troppo. Insopportabile la Vitti, imprigionata in un ruolo fastidioso fatto di continui piagnistei e bisticci. Si salva appena la colonna sonora di Piccioni.
Commento di: Anthonyvm
Come talvolta accade nei film di de la Iglesia, le premesse sono oltremodo promettenti, poi verso il terzo atto le cose sfuggono di mano e il regista opta per soluzioni che vanno dal prevedibile all'illogico, lasciando lo spettatore insoddisfatto. Nonostante il gioco dell'homo homini lupus del microcosmo in isolamento forzato sia risaputo (The mist docet), i dialoghi e i personaggi sono ben scritti e diverse le gag riuscite. Anche la componente horror, tesa e grottesca al contempo, convince. Non si può dire lo stesso del climax conclusivo, che si adagia pigramente sulla banalità.
Commento di: Pessoa
Interessante film grottesco di Brusa che attraversa con disinvoltura commedia, thriller e splatter (più intuito che mostrato). Il regista all'esordio cerca e trova una sua personale cifra stilistica in un prodotto che al netto di alcune ingenuità da budget ridotto racconta una storia attuale, originale e interessante non risparmiando strali, talvolta grossolani, a certo cinema mainstream e al social trash. Alcuni momenti godibili e qualche intelligente inquadratura promettono grande futuro. Molto buona la prova del cast. Un cinema italiano che piace, da vedere e supportare.
Commento di: Faggi
Enigma nel clima lounge cotto dal sole e velato di salsedine, tanto inverosimile quanto affascinante. La sfrontatezza edonistica di Orsini e Pani, la bellezza e gli sguardi di Loncar non si dimenticano, ma sarà il leggiadro e pericoloso girovagare sugli scogli di Politoff (una sorta di danza premonitrice) a imprimersi bene nella memoria. Complotto pop in piena regola, decorato e ambientato con intelligenza. Il J&B non manca - e non mancano le frasi a effetto (in linea con lo spirito di quel tempo). Film che è come una piacevole apparizione suscitatrice di sorpresa e dubbi.
Commento di: Minitina80
Appare chiaro come fin da subito le mire puntino dritte alla censura del tempo, plausibilmente rigida oltre il dovuto. Il ruolo chiave è assunto da un poliedrico Sordi in grado di caratterizzare bene il proprio personaggio. Lo sviluppo della trama non tarda a farsi capire e, per quanto sia lecito e condivisibile, rappresenta allo stesso tempo un piccolo limite. Ben venga, ad ogni modo, una commedia che pretende di criticare senza appesantire la visione, lasciando agli attori il compito di divertire (pur non raggiungendo punte elevate).

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Scatenata commedia che si propone come una sorta di variante comica di SPEED. L'autobus senza freni qui è l'auto di una famigliola in partenza per le vacanze, superaccessoriata e con servoguida. Impostata però in autotrada la velocità di crociera di 130, il dispositivo s'incanta e impedisce alla macchina (una Mercedes Classe V truccata da Danjoon Medusa, marca inventata) di rallentare e di frenare. Papà (Garcia), mamma in cinta (Vigneaux), nonno (Dussollier), i due figlioletti e una ragazza (Gabris) introdotta...Leggi tutto segretamente in auto dal nonno a una stazione di servizio (l'abitacolo è molto spazioso, tre file di sedili) si ritrovano lanciati a grande velocità senza poter far nulla per evitarlo e dovendo anzi impegnarsi a schivare i mezzi più lenti per non schiantarsi. Una situazione folle ben gestita da una regia che sa come porre l'accento sulla "full speed" del titolo internazionale, che presto si assesta sui 160 a causa del fallito intervento sul pedale del freno suggerito sciaguratamente del nonno. Ed è un peccato che la sceneggiatura non sia calibrata al meglio, perché le potenzialità per dar vita a un piccolo classico della commedia francese c'erano tutte. Il soggetto mette idee gustose a disposizione, in primis il pazzo furioso che, vistosi sfasciare la portiera dall'auto in corsa mentre stava uscendo, decide di inseguire la disgraziata famiglia per fargliela pagare (materialmente), ritagliandosi uno spazio importante e le parentesi forse più spassose del film. Ma anche il cast, a cominciare da un ottimo José Garcia, aveva i numeri per reggere bene lo spasso e creare gag a ripetizione. Si valutino in questo senso i due poliziotti in motocicletta lanciati all'inseguimento, la coppia di anziani con lei in preda a una piena crisi di rigetto di botox (il protagonista è un chirurgo estetico) che continua a chiamare via telefono per chiedere assistenza o il concessionario incapace a cui è invece la famiglia a richiedere vanamente assistenza. L'unica a non funzionare è la poliziotta che dirige le operazioni dalla centrale, ossessionata dal ping-pong che la costringe a battute spesso infelici e scontate, presenza ingombrante che fa capire meglio degli altri personaggi i limiti di una sceneggiatura che non pare all'altezza né di soggetto né di regia. Fortunatamente l'azione garantita dalla tragica situazione e le numerose trovate che vanno a segno permettono di chiudere un occhio sulla goffaggine di certi scambi tra gli occupanti dell'auto e la non perfetta gestione dei tempi comici. Le varianti lungo la strada sono molte, i pericoli si moltiplicano e anche se è evidente quanto l'auto e chi la segue non procedano a 160 all'ora (anche nella finzione sarebbe impossibile recuperare terreno così facilmente per chi si ferma e riparte dietro di loro a distanza di tempo), l'effetto comico è garantito. Al solito le commedie francesi più recenti sfruttano una sola idea di base efficace e ricamano di conseguenza, sfruttando la bravura del cast. E' questo il caso (meno divertenti le figure femminili rispetto a quelle maschili), con un film veloce, scoppiettante e in alcuni tratti esilarante, che la regia sostiene a dovere anche nelle fasi più spettacolari. Peccato per certi cali di ritmo inattesi che spezzano la tensione senza esser giustificati da battute all'altezza, ma per una volta possiamo chiudere un occhio e gustarci una commedia vivace, dinamica e brillante (soprattutto nelle scene in cui meno si parla).
Marcel M.J. Davinotti jr.
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La cupa storia del reverendo Jones (un caso che l'attore che ne interpreta il personaggio “parallelo” si chiami davvero Gene... Jones?) e della sua setta continuano ad affascinare, a distanza di anni; a colpire, per l'illuminante sintesi che focalizza il limite a cui può arrivare un essere umano quando si mette nelle mani di chi ha il potere di condizionare le menti più deboli. Inevitabile quindi che il cinema ciclicamente torni sul punto rievocando, con l'introduzione di figure carismatiche, quei cupi giorni di fine Settanta. In questo caso Ti West, sotto...Leggi tutto l'ala di Eli Roth, dirige un film che a una storia dichiaratamente ispirata al massacro della Guyana aggiunge l'idea del falso reportage seguendo la moda che permette di velocizzare l'azione - almeno in apparenza - attraverso le riprese "a mano". A portare con sé la telecamera di rito si ritrovano un paio di giornalisti della rivista "Vice" contattati da un fotografo la cui sorella si è autoconfinata in una comunità assai misteriosa nel verde. Il ragazzo (Audley) riesce a convincerli che in quello strano mondo c'è qualcosa di molto singolare su cui vale la pena indagare e i due accettano di accompagnarlo fin lì, atterrando in una radura con l'elicottero come nei vecchi cannibal di casa nostra e facendosi dare dal pilota un appuntamento preciso per risalire a bordo e tornare. La comunità, chiamata Eden Parish, è sorvegliata da uomini con fucili così e già questo lascerebbe da pensare; una volta dentro, tuttavia, pare davvero di entrare nel Paradiso promesso, dove ci si ama e non c'è spazio per l'arrivismo, l'ingordigia, la cupidigia e i troppi peccati dell'era moderna. I tre visitatori si ambientano facilmente e chiedono quanto prima un'intervista al gran capo che tutti chiamano Padre (Jones), il quale la sera accetta di buon grado presentandosi come uomo assolutamente assennato e di grande comprensione, anche se qualche piccola crepa nei suoi discorsi il giornalista che conduce l'intervista comincia a notarla. Vuoi vedere che non è tutto oro quel che luccica? West giostra bene le riprese concitate fregandosene delle regole che imporrebbero di riprendere solo dal punto di vista dei protagonisti: è evidente come la trovata della camera a mano sia solo un espediente per movimentare l'azione, penalizzata da una sceneggiatura che poco offre a livello di dialoghi o di invenzioni, poco inclini a fornire variazioni stimolanti a sviluppi risaputi. Ciononostante la recitazione complessiva riesce a rendere sufficientemente credibile la situazione ed è indubbio che Jones possegga il carisma necessario a interpretare quello che è il ruolo cardine. Già, perché i due giornalisti col fotografo diventano maschere necessariamente anonime, testimoni appartenenti a un mondo che deve rappresentare il massimo della normalità per solcare il distacco; con gli ospiti di Eden Parish trasformati in una voluminosa massa amorfa, poco più che robot pronti a sorridere e ripetere concetti elementari ispirati dal loro burattinaio. E poi, come in un imbuto che raccoglie tutto per travasarlo in un altrove imprevisto, la svolta. Che cambia marcia ma nemmeno troppo, lasciando irrompere il sangue ma continuando a seguire una narrazione piuttosto piatta, in cui si avverte la mancanza di una vera idea registica che sorregga la pochezza di una storia cui difettano i personaggi, condotta come un'indagine fin troppo esterna i cui protagonisti riprendono e poco altro fanno. Ad ogni modo l'atmosfera inquietante è ben resa e non ci si annoia; e in film così, in cui il rischio di ripetersi è sempre ben presente, non è qualità da sottovalutare.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Traffico di corpi, giovani bellezze americane catturate sulla strada e internate in uno scantinato in attesa di venir esibite sugli schermi di un'asta online per essere acquistate da riccastri senza scrupoli affiliati alla mafia o al narcotraffico internazionale. E' in questo abisso di crudeltà che precipita la "magnetica" Carly (Tennant), figlia adolescente di una bella avvocatessa (Rose) appena promossa a giudice. Il tempo di festeggiare il nuovo incarico, di aprire una discussione con la figlia chiusa in camera che quest'ultima, poco dopo, è già chiusa...Leggi tutto in un bagagliaio pronta a raggiungere altre ragazze come lei, tutte messe in riga da un'aguzzina che le tratta come semplice merce. E l'organizzatore del traffico chi è? Proprio il belloccio (Cupo) che al ricevimento riempiva di complimenti la fresca giudice e che subito si offre di aiutarla per rintracciare la figlia in modo da seguire così lo stato delle indagini. Indagini che peraltro procedono a rilento: tra la donna - che ben poco può fare e passa il tempo ad attaccare manifesti di "Missing" in giro per la città (la solita Vancouver, comune in cento di questi thriller tv) - e la polizia, che dovrebbe darle una mano ma che - nella figura di un suo ex ancora innamorato - continua a ripertere che il caso è top secret e che lei non può esserne informata, il film per farsi interessante si appende all'ambigua figura del laido organizzatore del tutto. Che in apparenza gestisce una comunità di recupero per ragazzi "difficili" ma che lì a due passi tiene segregate le ragazze pronte alla vendita. Bizzarro? Non quanto i tanti particolari altamente implausibili, le assurdità e le ingenuità disseminate per l'intera durata. Eppure, a dispetto di evidenti difetti che coinvolgono anche una sceneggiatura non certo virtuosistica, il film si lascia vedere, si presenta come un tv-movie non dei peggiori che la regia di Farhad Mann (da sempre votato alla televisione e talvolta con risultati rimarchevoli) riesce a mantenere vivo senza mai incappare in fastidiose pause. La storia procede spedita anche quando ha poco o niente da dire; il desiderio di capire come mamma Annalise scoprirà dove è tenuta rinchiusa Carly (che naturalmente è la più bella del lotto: vergine, affascinante, il pezzo forte della collezione) incuriosisce e pazienza se il finale non è all'altezza e il ricorso a schematismi ampiamente prevedibili fa spesso precipitare il film nella banalità. Emily Rose, al di là delle lacrime obbligatorie e del coraggio mostrato nel tentativo di scoprire qualcosa, è meno lagnosa del previsto e riesce a essere credibile persino quando in ufficio respinge la segretaria che vorrebbe continuamente fissarle appuntamenti di lavoro almeno nella misura minima: "Mia figlia è più importante, rimandi tutto". Poi gli appelli ai tg, le pressanti, instancabili rischieste al detective della polizia che ripete sempre e solo: "Devi calmarti Annalise, questo non posso dirtelo"... Un thrillerino standard che intrattiene l'appassionato, ben conscio dei limiti di prodotti simili.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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