il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

UGO FANGAREGGI
l'intervista
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273470 commenti | 9034 papiri originali | 48551 titoli | 19868 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: I soliti ignoti vent'anni dopo (1985)
  • Luogo del film: L'autogrill dove l'ex fidanzato di Marisa (Rondinella) cerca di fermare il gruppo
  • Luogo reale: Stazione di servizio Duino Nord, Autostrada A4 "Torino-Trieste", Duino , Duino-Aurisina, Trieste
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  • Film: Justitia (1919)
  • Luogo del film: La chiesa, con tanto di cupola, ove cerca scampo il conte Max (Carotenuto), inseguito da Justitia (A
  • Luogo reale: Chiesa di San Gioacchino in Prati, Via Pompeo Magno, Roma, Roma
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Paulaster
Suicida mancato finisce naufrago su un’isola in mezzo a un fiume. Film permeato dal senso del grottesco per condannare l’individualismo senz'anima e per dare speranza agli emarginati dalla solitudine. A tratti strampalato come il suo protagonista, diviene poetico con l’entrata in scena della ragazza. C’è qualche riferimento all'omonimo film di Zemeckis (lo spaventapasseri) e a Into the wild (la papera gigante al posto del magic bus); si cerca di dare un messaggio universale senza cadere nel melodramma.
Commento di: Reeves
Uno dei divertimenti di Monicelli, un film decisamente pop (basti vedere l'oggettistica spesa qua e là) senza attori famosi ma con una sorta di raduno di vecchie glorie (Cortese, Tofano, Capodaglio) contrapposte ai giovani pseudo alternativi. Lo humour nero è molto (troppo?) raffinato, l'idea di fare un film quasi sperimentale girato a quadri non paga affatto e il risultato è uno dei pochi insuccessi di Monicelli. Però qua e là ci sono trovate divertenti, e poi a descrivere (e massacrare) i riti familiari come Monicelli non riesce nessuno, neanche Bellocchio.
Commento di: Reeves
Un film nato per risolvere le difficoltà economiche dei due grandi protagonisti del neorealismo, ma che poi (proprio come avviene per il protagonista del film) si riscatta e diventa un grande momento di cinema. E' come se De Sica unisse insieme le tante interpretazioni in film commerciali fatte per motivi alimentari e lo spirito dei suoi migliori film del dopoguerra, mentre Rossellini riesce come sempre a infondere umanità nei suoi personaggi. Difficile non commuoversi e non restare con il fiato sospeso.
Commento di: Redeyes
Il giovane Zeffirelli si affida alla verve della sua squadra per questa frizzante commedia sui giovani. Rispetto alle commedie del tempo si nota un piglio più fresco, non innovativo ma sicuramente più proiettato al futuro. I momenti di stanca della sceneggiatura vengono nascosti bene da un Manfredi in gran forma, così come la Allasio e Ferrari. Si giunge fra gag più o meno azzeccate alla fine piuttosto soddisfatti.
Commento di: Trivex
Vicenda che inizia in modo classico per il genere, con il solito “veleno” di laboratorio che crea i mostri antropofagi. Qui gli zombi si muovono lenti oppure veloci, al momento del bisogno o forse seguendo le proprie attitudini di quando non erano morti viventi. Ritmo abbastanza sostenuto e qualche nota di “splatter/gore” significativa ma non eccessivamente rivoltante accompagnano discretamente lo spettatore “specialista” (di quello “mainstream” si sono probabilmente da tempo perse le tracce) verso il finale.
Commento di: Daniela
Diventato civico ed approfittatore dopo essere stato ingiustamente radiato dall'esercito, un ex ufficiale nordista diventa proprietario di una bisca a Silver City ma al culmine del successo il vento cambia..  La trama si concentra sull'ascesa, la caduta ed infine il riscatto di un uomo abile e ambizioso la cui a cui mancanza di scrupoli, che pur gli provoca tanti nemici, è più apparente che reale. La parte migliore è la prima, mentre la seconda risulta più convenzionale e l'epilogo appare piuttosto frettoloso. Nel cast spicca Mitchell nel ruolo di un avvocato alcolizzato.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

La sprezzante definizione data dall'allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (che non era nuovo a infastidirsi quando si toccavano inchieste che scavavano a suo dire con superficialità nelle ramificazioni economiche della mafia) a Rosario Livatino restò per sempre associata allo sfortunato giudice; giovane - è vero - ma fiero e risoluto come non troppi purtroppo hanno saputo esserlo in una terra in cui il crimine organizzato detta legge da tempo immemorabile. La storia di Livatino è la storia di un uomo onesto, integerrimo, che sapeva di mettere a rischio...Leggi tutto la propria vita eppure ha continuato a procedere nella retta direzione. Il film di De Robilant non ne focalizza benissimo le indagini, a dire il vero, e la materia delle stesse si fa spesso inafferrabile, fuggevole. L'attenzione si rivolge soprattutto alla ricreazione di un ambiente preciso, all'ottima caratterizzazione di personaggi cui contribuisce senz'ombra di dubbio un cast perfetto; a cominciare da Giulio Scarpati naturalmente, che bene interpreta le ansie, l'irrefrenabile desiderio di portare avanti ogni inchiesta scoperchiando una rete di connivenze per cercare di sconfiggere l'omertà che la protegge. Trovare per lui qualcuno che ne condivida le medesima sete di giustizia è difficilissimo e i pochi amici sono spesso destinati a fini atroci. L'atteggiamento comune (non estraneo nemmeno alla sua famiglia) è quello di chi preferisce tacere e occuparsi degli affari propri, guardando anzi con malcelato disprezzo allo zelo del collega. Emergono nei suoi confronti il chiaro menefreghismo, la superficialità, la voglia di dedicarsi ad altro (la caccia, per esempio, come nel caso del suo superiore) di un mondo che bene lascia capire perché sconfiggere una piaga come la mafia fosse allora e resti ancora un'impresa. Oggi gli esempi di cinema e televisione che hanno seguito il modo di raccontare freddo, per certi versi distaccato e antispettacolare, del film di De Robilant sono quasi la norma, al tempo invece va riconosciuto come fosse scelta piuttosto inusuale, lontana dall'epica tipicamente magniloquente con cui il cinema affrontava il fenomeno. Ci si avvicina qui molto alla realtà, lasciando che poi i sentimenti più profondi e tradizionalmente legati a quelle terre si facciano strada nelle eccellenti prove offerte da chi sa calarsi strordinariamente nel ruolo, come Leopoldo Trieste (il padre di Rosario). Più banale la figura dell'avvocato "fimmina" adffidato a una giovane Sabrina Ferilli, cui spetterà di avvicinarsi e consolare il protagonista. La regia centra l'atmosfera e il clima irrespirabile entro cui il giudice si dibatte, ma fatica a coinvolgere davvero nel lavoro di ogni giorno in ufficio e non sembra rappresentare un punto di forza del film, se non quando deve organizzare le singole scene sottolineando i giochi di sguardi e le mezze parole.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Ormai quasi settantenne, Harrison Ford è chiamato per la quarta volta a ricoprire i panni dell'archeologo più famoso del mondo. E già l'età porta a sorridere, se consideriamo che l'avventura nella saga di Indiana è sempre stata fortemente mescolata con l'azione. Lo è anche qui, naturalmente, con la non più adeguatissima condizione fisica del protagonista che diventa il grimaldello per una rilettura sempre più divertita del personaggio. Senza rinunciare alle caratteristiche della serie, la sceneggiatura di David Koepp non poteva...Leggi tutto che spingere sul pedale dell'ironia arrivando in alcuni momenti a sfiorare la parodia. Non punge però granché e lascia che i toni si facciano blandi, rimestando nelle solite teorie fantastiche secondo le quali l'uomo, alcuni millenni fa, era dominato da una razza superiore di origine extraterrestre cui appartiene il teschio di cristallo che Indy va cacciando assieme al giovane Mutt Williams (LeBeouf). E' quest'ultimo infatti che, superato un deludente avvio a due passi da una base militare statunitense dove si sperimenta l'atomica, coinvolge il protagonista in un viaggio a Nazca per far liberare sua madre (Allen), trovare il vecchio professor Oxley (Hurt) e andare alla ricerca della perduta Eldorado in Amazzonia. Parte insomma la solita caccia al tesoro che fa questa volta base in Sudamerica tra Inca, Maya e iscrizioni in linguaggi astrusi tradotte come sempre al volo dal nostro. Il nemico questa volta non sono i nazisti ma i russi guidati dall'aitante Irina Spalko (Blanchett), già collaboratrice di Stalin e a capo di un gruppo di militari sovietici la cui efficienza è da considerarsi pari a zero, considerata la facilità con cui si fanno fregare dai “buoni” nei modi più stupidi e prevedibili. Ma in fondo è evidente come ogni elemento sia riletto con toni da commedia, mentre le numerose sequenze d'azione possono usufruire delle nuove tecnologie digitali che ovviamente, associate alla consueta abilità registica di Spielberg (le carrellate sontuose, i movimenti di macchina straordinari, il gusto ancora infallibile per le inquadrature), danno vita a uno spettacolo che appaga l'occhio. Anche perché la fotografia di Janusz Kaminski regala contrasti di luce fortissimi quanto eleganti e le musiche di John Williams (che riprendono il tema classico in infinite variazioni) sostengono il tutto a dovere. Peccato che in assenza di azione i dialoghi ristagnino, i personaggi intorno al protagonista deludano (di rara banalità i cambi di fronte del vecchio amico doppiogiochista, insopportabili i deliri da santone di Hurt o i sorrisi da paresi facciale della Allen, si salvano giusto Labeouf e la Blanchett ma senza brillare) e che non si metta mano al montaggio per accorciare le eterne scene negli antichi sotterranei del finale. Insomma, non ci si può troppo lamentare dal punto di vista spettacolare, ma le scene "di raccordo" in cui dovrebbe svilupparsi la storia sono particolarmente fiacche e puerili, rispetto al passato. Lucas, qui soggettista, inserisce la rivelazione sull'identità paterna in puro stile STAR WARS privandola di ogni suspense e senza certo preoccuparsi di dover stupire qualcuno...
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Come spesso usa oggi, il film è un continuo avanti e indietro nel tempo che ruota intorno all'evento cardine, in questo caso la partita di calcio cui fa riferimento il titolo. A giocarsi la vittoria nella finale del campionato è la squadra dello Sporting Roma, che “in tutta la sua storia non ha vinto mai un cazzo”, come ci ricorda la didascalia iniziale. Allenata da un burbero brav'uomo (Pannofino) che come vuole il ruolo si sfoga negli spogliatoi ma ama profondamente i ragazzini che manda in campo, lo Sporting Roma ha un presidente (Di Stasio) piuttosto lunatico...Leggi tutto che oltre ai consueti problemi economici deve far fronte pure a quelli del figlio cocainomane (Mariani). Se si respira una forte tensione durante il match – che è già in corso nell'incipit ma che verrà poi di frequente interrotto da flashback atti a spiegare i motivi, di suddetta tensione (chiara sui volti dei protagonisti, in campo o sugli spalti) – è sostanzialmente perché lo stesso è legato a una scommessa clandestina che unisce trasversalemente tutti i personaggi principali. Ci sono in ballo 50.000 euro e conseguentemente il rifacimento (in sintetico) del campo, progetto che segna anche metaforicamente il passaggio da un calcio più autentico - quello in cui si suda, ci si sporca, si cade - a uno più artefatto, fasullo, snaturato ma che rappresenta il futuro. E così, mentre la partita si gioca con tempi lunghi e una discreta resa scenografica (le azioni sono ricostruite con una certa credibilità), il film lascia spazio agli incontri tra coloro che sono parti in causa nella scommessa, dal padre (Sabatucci) del bomber e la sua famiglia all'allenatore, il presidente o la cricca di malavitosi locali, guidati da un Giorgio Colangeli irridente e feroce. Sono le perfomance degli attori il pezzo forte di un film che Francesco Carnesecchi scrive e dirige con qualche esitazione (al di là di scambi a volte notevoli); in particolare Di Stasio, necessariamente sopra le righe, sa donare al suo presidente una malinconia drammatica che alterna a improvvise esplosioni d'ira (eccellente il duetto con Mariani riguardo al nuovo rivestimento del campo) riempiendo la scena ammirevolmente. Pure Pannofino è calzante mentre non convincono molto i ruoli femminili, soprattutto quando al ricevimento per la cresima scattano le liti selvagge tra le cognate e pure tra le ragazzine aprendo un colossale parapiglia. A volte si ha la sensazione di un film inconcludente, ambizioso ma frenato da un ritratto di maniera della periferia romana già troppe volte visto su schermo, così come eccessivamente puntati alla sterile sorpresa appaiono alcuni intermezzi destinati a comprendersi appieno solo nel finale. Insomma, un prodotto molto up-to-date spesso ruffiano e velleitario (le cantate in chiesa), con stacchi improvvisi che non sempre dicono granché ma reso vivo dalle valide intepretazioni del cast e da singoli momenti di grande tensione risolti in faccia a faccia di notevole intensità.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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