il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

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269575 commenti | 8968 papiri originali | 47826 titoli | 19653 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Quell'estate (2008)
  • Luogo del film: Il ristorante di Antonio (Bertolucci) nel quale Vittorio (Haber) si presenta infuriato
  • Luogo reale: La Locanda del Ponte, SS 223 a San Lorenzo a Merse, Monticiano, Siena
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  • Film: Quell'estate (2008)
  • Luogo del film: La villa di vacanze dei Bandini, per la cui figlia Matteo (Troiani) prende una cotta
  • Luogo reale: Tenuta di Paganico, Via della Stazione 10, Civitella Paganico, Grosseto
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Herrkinski
Tra avventuroso e thriller/action, un film sudafricano in cui un commando si reca su un'isola per salvare una ragazza rapita da una tribù adoratrice dei coccodrilli. L'impianto è praticamente quello dei cannibal-movies ma l'esecuzione è decisamente poco horror e più film d'avventura nella giungla, con un'enfasi sui coccodrilli; i dettagli splatter ci vengono purtroppo risparmiati togliendo potenziale al film ma tra vittime divorate dai feroci rettili e lotte all'ultimo sangue con gli indigeni ci si diverte comunque moderatamente. Cast e confezione funzionali all'opera; si può vedere.
Commento di: Minitina80
Peccato che la trama sia abbastanza prevedibile, perché avrebbe potuto regalare qualche emozione in più. Tuttavia, per quanto non manchino cliché narrativi, si riscatta con una messa in scena semplice e priva di ricorsi alla CGI, rimandando a un’idea di cinema più diretta e schietta. Non mancano, infatti, inseguimenti rocamboleschi per le strade, davvero ben realizzati, che riempiono degnamente la casella delle sequenze d’azione. Un’ora e mezza di intrattenimento è garantita da uno “scorrimento veloce” che non consente di annoiarsi.
Commento di: Enzus79
Un albero è l'epicentro di una disputa fra vicini, che crescerà fino al limite dell'esponenziale. Film islandese cupo, a tratti grottesco e surreale che decisamente coinvolge e convince per come mette in evidenza la cattiveria dell'uomo, con momenti di alto cinema e un finale che lascia abbastanza spiazzati. Ottime la regia di Hafsteinn Gunnar Sigurosson e la fotografia. Davvero notevole.
Commento di: Siska80
A parte la straordinaria vis comica di Totò (il quale meriterebbe sempre un pallinaggio massimo), le poche cose da salvare sono la filosofia da obiettore di coscienza che sta alla base del film, estremizzata ma non totalmente errata (perché salvare la vita a una persona disperata per poi abbandonarla con tutti i suoi problemi al proprio destino?) e il geniale finale a sorpresa. Il cast è piuttosto anonimo (per quanto bravo, Cervi non è all'altezza delle altre celebri spalle del Principe), i buchi nella sceneggiatura consistenti, la love story giovanile scontatissima.
Commento di: Cotola
Uomo e cavallo: binomio inscindibile sin dai tempi antichi. Come quello tra Eros e Thanatos, anche se qui non siamo in presenza di zoofilia in senso erotico. La pellicola, ambientata in un paesino islandese, è costellata appunto di storie di uomini e cavalli: i primi amano i secondi ma a volte si intromette la morte (sia per gli uni, sia per gli altri) a volte gratuita, a volte giustificata. Le strade sono quelle del dramma e della commedia che si mescolano tra loro. Il risultato finale è apprezzabile anche a livello formale, ma si resta su livelli medi. 
Commento di: Thedude94
Di certo questo film di Misischia non si può dire che sia così male, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto tecnico ed effettistico, ma c'è da dire che pecca in molti punti della sceneggiatura e nella recitazione. Sicuramente per gli standard italiani può rappresentare un buon punto di partenza, perché gli spunti interessanti ci sono e il post apocalittico nazionale non viene trattato dal nostro cinema quasi mai. Ma alla fine resta soltanto la buona volontà e nulla più per una storia che vede un protagonista quasi privo di personalità, per nulla approfondita.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Denso di riferimenti al jazz fin dal titolo originale (il "Misty" da suonare è un brano di Eroll Garner), il primo film da regista di Clint Eastwood si apre sulle scogliere della West Coast e lì si sofferma, cercando fin da subito di dare un'impronta che per tutti i titoli di testa prosegue lasciando che sia la musica a commentare le immagini di Eastwood in auto lungo le strade panoramiche sul mare. D'altra parte David è un deejay, che in una radio jazz riceve sempre la telefonata di un'ascoltatrice che gli chiede di "suonare Misty" per lei....Leggi tutto Un disco che David mette volentieri senza poter immaginare che di lì a poco il destino lo porterà a conoscerla, la misteriosa ammiratrice. E' Evelyn (Walters), che al bar dove lui passa il tempo con l'amico oste (Don Siegel, il regista del CASO SCORPIO) una sera gioca a fare la femme fatale attraendo l'attenzione di lui (ops...), che da playboy incallito si fa avvicinare e conquistare. Una notte di fuoco, che però trascina con sé più di un problema. Perché Evelyn è piuttosto possessiva, esige di stare al centro dei pensieri di David e quando capisce che lui sta tentando di riallacciare i rapporti con l'ex fidanzata (Mills) comincia a dare di matto, alternando irritazione e sprazzi di follia ad altri in cui sembra la donna più ragionevole e conciliante si possa immaginare. Un comportamento schizoide che il protagonista fatica ad affrontare. Vorrebbe allontanarsene, certo, ma come farlo se le reazioni di Evelyn sono imprevedibili e pure pericolose? Un bel soggetto (mica un caso che Lyne ci abbia costruito poi parte del suo successo sfruttandolo in chiave più universale e urbana) che Eastwood regista mostra già di saper sfruttare con intelligenza, senza eccessi ma lasciando spazio agli attori (soprattutto al se stesso davanti alla macchina da presa, naturalmente), ricamando bene su dialoghi e personaggi (notevoli e carichi di sapida ironia certi scambi col sergente McCallum di John Larch) e trovando una solidità narrativa che diventerà sempre più parte del suo stile. Certo, non tutto è ancora messo a fuoco, gli inserti jazz nel copione talvolta si fanno forzati così come pare eccessivamente leziosa la lunga scena d'amore con la Mills sulle note della "The First Time I Saw Your Face" di Roberta Flack e sicuramente il rendez-vous finale non pare all'altezza delle premesse. Però la storia avvince, la Walters tratteggia una paranoica da antologia e Eastwood si conferma eccellente interprete per un ruolo che indubbiamente gli si addice (benché risulti difficile immaginarsi uno come lui intrattenere gli ascoltatori davanti al microfono). Si tocca un tema forte, si cede un po' sul versante sentimentale ma senza vere stonature. La tensione cresce mirabilmente e Eastwood piace per come si mostra spiazzato e titubante al di là delle apparenze da macho.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Thriller d'ambiente giudiziario, vede la bella avvocatessa Kate McIntyre (de Boer) contrapposta a un faccendiere loschissimo (Kidd) che fa uccidere tutti i testimoni del processo in cui è imputato. Una figura comunque poco presente in scena, quest'ultimo, semplice brutto ceffo in tenuta elegante che si limita a dare ordini ai suoi sicari per esser certo di non aver brutte sorprese al processo. L'avvocatessa, che sulle prime rassegna le dimissioni dopo aver assistito in diretta all'assassinio del testimone che stava proteggendo, accetta di rientrare nei ranghi su invito dell'amico...Leggi tutto procuratore. Affiancata da un collega (Nealand) che sul lavoro pare poco sveglio e che intanto azzarda l'approccio sentimentale con lei, Kate si ritrova sulla strada altri cadaveri e una bomba in archivio, che fa saltare in aria la ragazza con cui lavorava e che spinge il procuratore a farla sorvegliare da un detective con la pistola pronta (Gibson). L'avvocatessa è un tipo sveglio, ha intuito e individua subito una finanziaria che è convinta possa servire al faccendiere per riciclare denaro sporco. Indagini che si svolgono seguendo gli sviluppi di un qualsiasi telefilm in tema, dal quale questo CORRUPT non si distingue per nulla in particolare. La confezione è discreta, la protagonista tutto sommato pare l'unica a crederci un po', ma è proprio la storia che non riesce a creare un minimo di tensione, con dinamiche tra i personaggi che non riescono a farsi mai interessanti, una "talpa" che si capisce fin da subito chi possa essere (e il cui svelamento giustamente non viene spacciato come vero colpo di scena), sviluppi del caso pari a zero o zerovirgola tanto che alla fine si riempiono i buchi con un po' d'azione e e persino un inseguimento in auto girato senza fantasia né estro. Quello che si avverte mancare è proprio un minimo di intreccio in grado di farci uscire da una semplice serie di incontri tra personaggi che il più delle volte ci si rende conto non abbiano nulla o quasi da dirsi. Ogni azione pare telefonata, ogni dialogo pure al punto che si scoprono essere più sfiziosi i timidi tentativi del collega single di avvicinarsi alla protagonista (single pure lei), in cui i botta e risposta si fanno leggermente più imprevedibili (si fa per dire). Un numero di cadaveri superiori alla media del genere e un cattivone spregevole che non manca di essere ripreso in limousine o sullo yacht seduto accanto a qualche bellezza in bikini mentre ripete come un mantra il suo: "Ma le avete le prove?", cui fa seguire un sogghigno d'ordinanza. Al di là di una confezione decente e di una regia competente siamo nel più pieno anonimato.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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L'idea su cui il film sembrerebbe basarsi, ribadita dal titolo italiano e da quello originale, più ricercato (tradotto suonerebbe un po' come “VENTO COL VIA”) è folgorante: a Rio Pico, un minuscolo paesino della Patagonia, l'unico svago è dato dal cinemino locale. Le pizze dei film, però, vi arrivano in condizioni pietose e devono essere rabberciate in qualche modo dal proiezionista, che le rimonta come capita cucendo come può i fotogrammi. La visione diventa di conseguenza qualcosa di mistico, come dimostrano alcune testimonianze degli...Leggi tutto scempi perpetrati per necessità: attori che entrano da una porta e immediatamente ne riescono senza dir nulla, immagini rovesciate, tagli, bruciature, dialoghi interrotti... E' l'ultimo cinema del mondo appunto, l'ultima tappa di un percorso accidentato che le pellicole compiono passando da mille mani diverse che le maltrattano in ogni modo. Purtroppo si tratta solo di uno spunto ripreso qua e là, perché poi la storia che ci viene raccontata tocca l'argomento solo marginalmente: i film manomessi sono uno dei tanti aspetti bizzarri di un paese fuori dal mondo, dove il progresso non è mai arrivato e dove si rifugia Soledad (Fogwill), ventenne in fuga dal caos di Buenos Aires finita lì in seguito a un incidente con l'auto. Vi si stabilirà a lungo, cominciando a conoscere gli strampalati personaggi che vi abitano e addirittura coltivando una relazione col "critico cinematografico" locale (Vena), di fatto un semplice appassionato di cinema (per quel che ne può capire in base a ciò che vede) poco sano di mente che con una specie di cinepresa in mano confeziona riprese da mal di mare (è zoppo e non usa certo treppiedi, carrelli o dolly) con cast improvvisati. Un attore vero un giorno arriva, però: è quell'Edgard Wexley (Rochefort) che lì tutti conoscono perché interprete di buona parte dei film proiettati. A Rio Pico lo accolgono come la star più grande e lui gioca col ruolo mostrandosi filosofo un po' come tanti, lì, a cominciare da un inventore di fumose teorie che un bel giorno parte per Buenos Aires scomparendo di scena per un bel pezzo. Tutto viaggia sui binari del surreale, con qualche buona scena che però nell'insieme si rende difficilmente digeribile. Apprezzabile la descrizione di un microcosmo autonomo lontano dalle tentazioni tecnologiche e sociali del progresso, ma la gran parte dei dialoghi sembra basarsi sul nulla, girare a vuoto, azzardare grandi interrogativi sulla natura stessa del cinema senza fornire né risposte né interpretazioni di sorta. C'è da cogliere il senso delle cose nascosto in qualche criptico passaggio che potrebbe suggerire chissà quali teorie sui massimi sistemi, ma dopo un po' tutto puzza di esperimento fallito, di un'ottima idea sfruttata in direzione di un ribaltamento non solo della finzione cinematografica ma della realtà stessa, con intenti alti cui non corrisponde una realizzazione all'altezza. Un'opera velleitaria e priva di una vera direzione, in cui a personaggi che potevano avere un buon motivo d'esistere non si riescono ad assegnare pensieri e azioni sufficientemente interessanti. Se il messaggio ultimo si coglie facilmente, è quel che si segue nelle diverse scene a lasciare perplessi, con tracce di un umorismo piuttosto infantile (si pensi al pubblico che all'unisono piega ripetutamente la testa per seguire al cinema i film traballanti del “critico”) associate ad altre più poetiche solo raramente ficcanti. Rarefazione e dispersione troppo spesso, insomma, si traducono qui in noia.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

SFOGLIA PER GENERE