il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

PECCATO CHE SIA UNA CANAGLIA
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271157 commenti | 8998 papiri originali | 48181 titoli | 19726 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Amore e guai... (1958)
  • Luogo del film: Il punto dove, durante il viaggio in treno, Franco (Mastroianni) riesce a trovare posto alla fidanza
  • Luogo reale: Via Roma, Rignano sull'Arno, Firenze
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  • Film: Champagne... e fagioli (1980)
  • Luogo del film: Il caffè esclusivo ove il Conte Cellini (Becherelli) raggiunge la signora Felicioni (Vinci)
  • Luogo reale: Caffè Gilli, Piazza della Repubblica , Firenze, Firenze
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Bruce
Uno di quei film che ti si attacca addosso dall'inizio e che diventa impossibile da abbandonare strada facendo. Merito di Joaquin Phoenix, che dà vita a un personaggio borderline, tenero e sognatore, ma non solo; sono la sceneggiatura, la regia, la fotografia che funzionano, così come il resto del cast, ben assortito, appropriato e credibile. Finale bellissimo e poetico, per nulla banale o consolatorio. Ottima anche la scelta delle musiche. Merita davvero.
Commento di: Pinhead80
Fiacca commedia sexy all'italiana che, oltre a non essere divertente, non regala momenti erotici di particolare interesse. Lino Toffolo come protagonista non funziona e la spalla Pippo Franco interpreta uno dei personaggi meno riusciti di tutta la sua carriera. Ovviamente la sceneggiatura non aiuta gli attori, i quali vengono coinvolti in un'operazione disastrosa sotto ogni punto di vista. La storia è un miscuglio mal assortito di situazioni ripetitive e noiose infarcite di una comicità da barzelletta che lascia il tempo che trova. Assai deludente.
Commento di: Il ferrini
Buone le intenzioni: si parte dai giorni nostri per raccontare il torbido passato di un ospedale, poi il film prosegue fino alla fine su due linee temporali diverse indebolendo a tratti il crescere della tensione. Apprezzabile la voglia di scandagliare argomenti come l'aborto, la sterilizzazione, e non ultimo il razzismo serpeggiante nella società danese. A metà strada fra il noir e il thriller è un film interessante ma non imperdibile.
Commento di: Maurizio98
Richard Dreyfuss, nell'incipit iniziale tra Il Vecchio e il Mare di Hemingway e l'eroe dello Squalo di Spielberg, è già una spiazzante sorpresa con la fragile barca nelle acque torbide e maligne. E il film, nella somma totale, non è niente male, con l'impietoso contrasto tra attrici vere come Elisabeth Shue e altri interpreti decisamente non all'altezza. Splatter à  gogo ed effetti speciali notevoli, comprese le nudissime Kelly Brook e la splendida pornostar Riley Steele che danno vita a una scena acquatica iconicissima.
Commento di: Leandrino
Cast d'eccezione per questa satira del nordest italiano, che nella "sporcatura" di genere ricorda l'Omicron di Gregoretti, uscito solo l'anno prima. La discesa di un disco volante in un paesino della campagna veneta è il pretesto per raccontare vizi e pregiudizi (senza virtù) di una società classista che vede l'alieno con la sola lente del desiderio: il bisogno, di tipo economico o sessuale, accomuna un po' tutti, e così tutti finiscono per essere esenti dalla redenzione. Una satira piuttosto spietata e godibile, che sembra peraltro anticipare gli avvistamenti UFO di massa del '78.
Commento di: Il Dandi
Farsa che si burla dei gialli dell'epoca, a base di intrighi ed equivoci, ma che forse sarebbe stata più adatta a Franco & Ciccio, a partire dal titolo (che promette una parodia solo nominale senza mantenerla) ma anche nel carattere dei due protagonisti: Vianello e Tognazzi, coppia comica già collaudata in televisione, non sembrano funzionare a dovere sul grande schermo (ad apparire fuori posto - spiace dirlo - è soprattutto il secondo), dove comunque troveranno entrambi presto una più adatta collocazione. Mediocre, male invecchiato, guardabile con pazienza.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Giovani ai ferri corti in aula: Mark (Davide) non vuole che la sua ragazza, Giulia (Mancini), tenga il loro bambino e dopo una lunga discussione incontra nei corridoi della scuola la sexy Serena Cursi (Bulankina), che se lo porta in bagno e ci fa sesso con vigore. Tutto bene? No, perché sulla mano di Mark restano tre macchie nere e parlando con suo zio scopre che anche questi, nel lontano 1988, aveva conosciuto un'altra Serena Cursi, la cui descrizione fisica coincide. Pure lui, dopo aver passato una sera di fuoco con lei, ne aveva ereditato tre macchie, che quando scompaiono –...Leggi tutto a quanto pare - annunciano la tua morte. Non è una videocassetta maledetta, non c'è il video che quando lo guardi sei finito in pochi giorni ma il principio dell'evento chiave che ti funesta il futuro discende diretto da THE RING, il film che a cavallo dei due millenni seppe rinnovare il genere riportandolo al successo. Anche visivamente, perché la comparsa della Sadako della situazione, ovvero della ragazza defunta dal volto alterato che ti perseguita fino a ucciderti, è preso di peso dai film di Nakata e Verbinski: di nuovo quei movimenti a scatti, l'avvicinamento minaccioso strisciante... Però siamo in Italia e alla base non può che starci un'antica festina tra riccastri (compresa di ingenua intrusa) finita male, rivissuta in flashback e rievocata da un giornalista (Riche) che diventa il trade union vero tra le due epoche: indagò sulla morte di Serena, allora, e aiuterà un sempre più preoccupato Mark a capire in che razza di ginepraio s'è cacciato accoppiandosi col fantasma. Fioccheranno i cadaveri ma senza che mai un solo delitto riesca ad essere messo in scena in maniera convincente. Senza che la figura del giornalista assuma quei contorni vagamente maledetti che ci si aspetterebbe e ai quali l'interpretazione di Clive Riche punta abbondando coi ghigni e le espressioni di chi la sa lunga. Una storia comunque alle spalle esisterebbe, come nella gran parte degli horror italiani, è poi la realizzazione a impedire che il tutto si riesca a prendere con la dovuta serietà. Pur soprassedendo sulla modestia del cast (ma nei prodotti non di prima fascia s'è visto a dire il vero spesso di peggio), è la sensazione di sciatteria comunicata dalle scenografie e da certe scelte registiche ad abbassare il livello; nonché la limitatezza dei dialoghi e della sceneggiatura, che seguono pedissequamente il soggetto senza aggiungere mai nulla e anzi andando a peggiorare la situazione con frasi talvolta fuori luogo (o scene intere, fuori luogo, come quella in spiaggia la cui utilità è palesemente nulla) e personaggi a cui viene dato spazio senza un vero perché (la giovane sui pattini). Inutile dire che in più occasioni si sfiora il ridicolo o lo si centra in pieno e che se c'è una scusante va unicamente rintracciata nella povertà del budget: gli inevitabili ripiegamenti nelle scelte sviliscono una storia che forse, sviluppata professionalmente, poteva anche trovare il suo pubblico.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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LA TERRA DELL'ABBASTANZA non era evidentemente abbastanza: ci voleva più nero, più decisione nell'affondare i dialoghi nel romanesco fino a renderli a tratti incomprensibili (complice la presa diretta), più spietatezza trascinando nell'incubo i bambini... Chi racconta la vicenda dice di farlo continuando il diario di una bambina che l'ha interrotto. Da lì partendo immagina, confonde volutamente ciò che si presume vero con quello che si dice falso perché non è questo...Leggi tutto che importa. Potrebbe accadere e tanto basta. Siamo a Spinaceto, periferia ovest di Roma, le villette col giardino affiancate e riprese dall'alto; perché il campo lungo conta, la distanza diventa l'ottica di chi osserva ma soprattutto di chi in ogni inquadratura comunica l'ansia di stupire ricercando ostinatamente il punto di vista, il taglio che colpisca. Al punto che la forma travolge la sostanza, la ricopre e la deforma, ne altera la percezione nel costante tentativo di creare un'opera omogenea nella sua difformità, cucita da un reticolato di parole che si fanno suoni, talvolta magma indistinguibile (si provino ad ascoltare i commenti dei mariti che spiano, dall'interno della casa, la signora in verde in piedi fuori dalla finestra), sussurri, biascicamenti, rigurgiti romaneschi. Così come si confondono le famiglie, i padri, i figli... che vivono il loro quotidiano con un atteggiamento dipinto come più maturo rispetto a quello dei loro genitori, capaci di quei sentimenti genuini non ancora induriti, caplestati e riadattati agli isterismi quasi sempre ingiustificati, al dibattersi di chi sembra non sapere mai dove sbattere la testa. La netta separazione generazionale diventa quindi estremamente più significativa e anzi l'unica vera distinzione in un flusso di azioni e incontri che procedono a binari separati. Genitori da una parte, figli dall'altra, per nulla emanazioni gli uni degli altri, trascorrono le giornate senza che - prima dell'ultima fase - nulla segnali anormalità che eccedano quella stessa anormalità fattasi norma. La vuotezza descritta in tutta la sua rotondità avrebbe anche la forza di centrare il bersaglio giusto, se non fosse annacquata da una cascata di vezzi registici che certo, quando sono ben realizzati e trovano la loro giustificazione emotiva lasciano i segno, ma nella gran parte dei casi restano estetismi ancor più vuoti del mondo che illustrano. Troncando la sincerità del messaggio e dell'operazione tutta, nascondendo intuizioni notevoli (il rapporto imprevedibile tra alunni e insegnante, mai mostrato direttamente ma fondamentale) in un patchwork che mescola tracce di sesso freddo alla Larry Clark (ma più poetico) a sfoghi non univocamente interpretabili (la piscina bucata), improvvise frenate o rallentamenti che sottraggono godiblità all'opera lasciando che tutto navighi in un limbo asettico, in un'apatia destinata a concretizzarsi nell'inevitabile tragedia. Perché dev'essere chiaro che una vita così non lascia speranze. Sollevando la patina di sofisticato cinema d'autore ciò che resta non sembra poi molto. Recitazione corretta e niente più (buona la direzione dei bimbi), indubbiamente qualche immagine di grande effetto cui manca tuttavia l'incisività in grado di nobilitarla.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Lagnosissima terza parte della "Trilogia del Baztan" di Dolores Redondo, porta la solita Amaia Salazar (Etura) a indagare sull'omicidio di un neonato. Il padre, che tenta di fuggire col corpicino dello stesso, viene arrestato e interrogato. Bisbiglia qualcosa da cui si capisce che sta addossando la responsabilità a un misterioso demone, forse al centro di tremendi sacrifici di bimbi attuati da una setta del circondario. Amaia, certa che pure la propria madre, creduta morta, sia invischiata nella vicenda, cerca lentamente (molto lentamente) di far luce sul caso di apparente...Leggi tutto stregoneria appoggiandosi al collega (Nene) e al magistrato (che lei chiama appunto così, "magistrato") Juez Markina (Sbaraglia). Il suo compagno americano, con cui continua a parlare inglese (sottotitolato) resta sempre più ai margini della vicenda preferendo occuparsi del loro figlio, la vecchia zia è sempre lì che pare sapere molto più di quel che dice. E poi c'è la caratteristica cittadina spagnola, con quel suggestivo ponte che ha fornito la location più riconoscibile della saga. Insomma, gli ingredienti son quelli che venivano inquadrati soprattutto nel secondo capitolo, in cui però la trama si articolava in modo più intrigante. Qui, al di là del consueto folto numero di nomi, tutto è circoscritto alle cerimonie in cui si officiavano i segreti culti sanguinari, improntati al classico scambio di favori tra seguaci e entità demoniache e la storia procede lasciando molto più spazio del previsto ai sentimenti e alla psicologia dei protagonisti con particolare attenzione rivolta alla pur brava Marta Etura, cui spetta evidentemente di battere tutti i record di lacrime versate in ambito thriller. D'accordo che coloro che le gravitano intorno muoiono come mosche, ma un minimo di solidità sarebbe richiesta: non si può passare dai pianti trattenuti a stento a quelli liberati ogni cinque minuti... Se poi in precedenza qualcosa del mondo oscuro che occupava il campo avverso si intravedeva, qui se ne parla rimanendone assai distanti, escludendoci quindi da una possibile immersione più vera nel fenomeno. A ben vedere succede insomma veramente poco, e in un film che dura due ore e venti è una colpa non facilmente perdonabile. Amaia si sposta come una trottola per concludere di persona quasi niente, combattendo con il magistrato per ottenere i permessi necessari, scoperchia qualche tomba, fissa il vuoto pensierosa... Può farlo in virtù di una recitazione calzante, d'accordo, ma da un thriller ci si aspetterebbe decisamente di più. Di nuovo di grande qualità invece la confezione, a partire da una sicntillante fotografia che si esalta in particolar modo quando comincia a calare la sera. Tirando le somme di una saga che a dire il vero non ha mai convinto in pieno, questo rappresenta il capitolo più debole (ed essendo l'ultimo la cosa giunge inaspettata), concluso peraltro anonimamente senza quel minimo di spettacolarità o quei colpi di scena che dopo un'avventura tanto studiata e diluita ci si sarebbe aspettati. Faticoso.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

SFOGLIA PER GENERE