il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

I MISTERI DI ALLEGHE
al cinema e in tv
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277590 commenti | 9106 papiri originali | 49445 titoli | 20134 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Un viaggio chiamato amore (2002)
  • Luogo del film: La casa in cui abita la famiglia di Dino Campana (Accorsi)
  • Luogo reale: Strada Silla, Scanno, L'Aquila
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  • Film: Nessuna qualità agli eroi (2007)
  • Luogo del film: La villa dove vive Luca (Germano)
  • Luogo reale: Villa Sabella, Strada Comunale Santa Margherita 138, Torino, Torino
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Daniela
Isolato in una base in mezzo ai monti, un esperto di robotica vuol costruire un androide dall'aspetto umano in cui riversare l'archivio mentale della moglie morta in un incidente, ma, come ci ha insegnato la fantascienza, gli androidi femmina sono più complicati dei loro omologhi maschili. Esordio visivamente splendido, soprattutto negli esterni innevati, mentre la trama, che rinvia a Ex Machina ed altri film più o meno recenti, lascia qualche dubbio circa la sua coerenza interna, anche se l'epilogo, non proprio originale ma comunque d'impatto, fa tornare quasi tutti i conti.
Commento di: Trivex
Prodotto a tratti piuttosto estremo, composto da tre episodi di diverso metraggio e risultato. Il primo è di durata molto breve, senza una vera logica apparente nel suo svolgimento, mostra alcune scene forti ma risulta complessivamente debole (*!). Il secondo tratta di terribili crimini d’odio, con scene disturbanti e un elemento horror discretamente riuscito, ma il finale non convince (**). Il terzo è il più lungo e sviluppa una storia insidiosa e con penetranti momenti “gore”; seppur forse non originale, è quello che raggiunge il giudizio più elevato (**!).
Facing it (2018) di Sam Gainsborough con (animazione)
Commento di: Kinodrop
Un interessante esperimento che unisce il risvolto psicologico del riconoscimento delle emozioni alla tecnica della stop motion, con materiale plastico in continuo mutamento. L'originalità è tutta nella combinazione tra corpi reali, la "maschera facciale" e la fonazione alterata dei personaggi, che esprimono la gamma delle sensazioni e dei sentimenti rendendo concrete e visibili anche le metafore con cui questi si esternano (la mano sulla bocca, la lingua sulla graticola, la faccia spalmata sul tavolo ecc). Forte e immediato.
Commento di: Herrkinski
Ultimo film di Milligan, se non altro sembra girato meglio della maggior parte dei suoi titoli "storici"; non ci sono riprese sghembe o traballanti e la confezione assomiglia a un SOV del periodo. Script e svolgimento però sono atroci; è in sostanza una satira del sistema ospedaliero con una flebile sottotrama da slasher, risolta con alcune scene splatter demenziali alternate a continue gag slapstick che risultano vagamente simpatiche all'inizio ma poi diventano solo patetiche. Cinema di serie z, guadagna mezza palla solo per il tentativo di mantenere perlomeno un ritmo sostenuto.
Commento di: Redeyes
Per dirla tutta si rivela ben poco se non che Thomas è furbo, bello, bravo, speciale, unico e pure buono; insomma, se si uccideva lui ci si risparmiava tutta un'opera magna distopica. Oltre a quanto sopra la pellicola segue ciò che aveva intrapreso nel secondo capitolo, vale a dire action (nemmeno pessima tutto sommato) e rivoluzione per un mondo da cui ripartire, insomma niente di nuovo nel genere. La faccette dei protagonisti sono venute un po' a noia e i grandi Esposito, Don McManus  e Aidan Gillen incidono poco, sopratutto per una caratterizzazione banale.
Commento di: Renato
Commovente quanto doveroso omaggio ai leggendari Squallor, musicisti di prim'ordine che sapevano anche divertirsi con questo loro progetto laterale. E non c'è dubbio che si debba condividere il loro senso dell'umorismo, per poter apprezzare i loro brani, che erano irriverenti e spesso anche volgari. Qualche riserva sul montaggio delle interviste, fin troppo spezzettato. Bellissimo il finale con la versione corale di "Cornutone", una delle loro hit. Era proprio meglio quando c'erano gli Squallor...

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Dall'autobiografia di Howard Stern, il più noto deejay d'America, l'omonimo film che propone nella parte di Howard Stern... lo stesso Howard Stern! Operazione oltremodo autocelebrativa ma che dà anche un senso compiuto al tutto, alternando il privato al pubblico per raccontare come Stern sia arrivato a raggiungere un successo clamoroso (che ad ogni modo ben poco conosciamo, qui in Italia). Prodotto da Ivan Reitman, che di cinema a sfondo umoristico qualcosa ne sa, PRIVATE PARTS si pone quindi come obiettivo quello di sfruttare alcune celebri invenzioni "live"...Leggi tutto di Stern per far capire come abbia saputo stravolgere l'approccio radiofonico ben più compito dei suoi predecessori inventando un contatto completamente nuovo col pubblico annullando ogni freno inibitore. Il fatto è che quello che funziona in radio non necessariamente ottiene lo stesso risultato al cinema, e PRIVATE PARTS ne è la riprova: le esagerazioni che debordano nella sfera sessuale ricercando ossessivamente il politicamente scorretto colpiscono di più all'ascolto, perché su grande schermo il pubblico non è lo stesso ed è da tempo abituato ad assistere a sconfinamenti arditi, ad ascoltare volgarità senza sosta senza stupirsene troppo. E tutta la prima parte, in cui si raccontano i primi passi di Stern in famiglia e i suoi poco lusinghieri esordi radiofonici, dura francamente troppo senza che ve ne sia la necessità: non c'è nulla di singolare né nel suo rapporto con i diversi direttori radiofonici né in quello con la futura moglie Alison (McCormack), improntato a un romanticismo di maniera e a un amore vissuto ingenuamente con quella che pretende di essere la sua unica donna e che Stern adora come tale (salvo poi divorziare, nel 2001, ma questa è un'altra storia). Seduto in aereo accanto a una splendida signora disposta ad ascoltarlo (Alt), Stern rivive le sue esperienze in flashback: dopo la lunga fase riguardante le zoppicanti trasmissioni senza successo né innovazioni di sorta, si arriva finalmente all'esplosione del fenomeno con l'affiancamento della giornalista che da sempre lo accompagna in studio (Quivers, nella parte di se stessa) e al compagno sciroccato (Norris, anch'egli ovviamente nella parte di se stesso). E allora i ritmi si alzano, si ascoltano le prime vere trasmissioni "di rottura", le follie per le quali Stern è diventato celebre e s'introduce il personaggio di Kenny "Vomito di maiale" (Giamatti), chiamato ad arginare gli eccessi del vulcanico deejay quando questi viene ingaggiato dalla più grande radio di New York. I loro scontri diventano il pepe del film molto più di quello che si ascolta "on air", appigliandosi a dinamiche tradizionalmente più cinematografiche da "quinto potere" che innervano un secondo tempo migliore e più vivace, in cui comunque si continua a faticare a creare l'osmosi tra i due diversi media.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Un Avati “americano” si trasferisce a Saint Louis, in Missouri, per seguire il viaggio di Gloria (Bonaiuti), che insieme ai due figli Matteo (Accorsi) e Francesco (Federico) raggiunge lì la sorella Lea (Quattrini) per tentare di consolarsi dopo esser stata abbandonata dal marito, rimasto in Italia con l'amante ventenne. Lea vive insieme a Franco (Nero), vedovo e con due figlie a carico: “La bruna è un pezzo di pane, l'altra è una troia”, da simpatiche definizioni della matrigna di fronte a loro stesse (“Tranquilla, non capisce l'italiano”)....Leggi tutto Ci si aspetta che i quattro rispettivi figli si conoscano e si frequentino, ma non è esattamente così: Matteo è quello in gamba, bravo negli sport e con le donne, Francesco il più introverso, quello il cui termine che meglio lo identifica sarebbe "sfigato". Si innamora del "pezzo di pane", che invece con lui tanto pezzo di pane non è e che guarda a suo fratello come unica possibile conquista. Così come fa la loro insegnante d'inglese (Ferrara): segue il trend, si lascia conquistare dal sorriso malizioso di Matteo e si disinteressa di Federico, figura che pare raccogliere tutta la negatività che aleggia nel film e che persino Gloria - ovviamente depressa per la propria situazione - combatte meglio. Ma Federico è rassegnato, non ce l'ha con nessuno; vive la sua condizione di supposta inferiorità senza troppi crucci e anche in questo Avati dimostra di allontanarsi da fruste lezioni morali o figure eccessivamente caricaturali. Il suo è da sempre un cinema che si compiace della capacità di mostrarsi credibile nei ritratti, che trova nella recitazione di cast diretti sempre al meglio delle loro possibilità la sponda per affreschi corali piacevoli. In questo caso, tuttavia, gli manca una traccia vera da seguire e tende a perdersi in segmenti inconcludenti e aleatori, introducendo successivamente (senza un vero perché) figure la cui presenza si giustifica esclusivamente col desiderio di incrementare il numero di personaggi. E' il caso dell'Aldo di Capolicchio, eccentrico amico di Lea che entra ed esce di scena senza poter lasciare il segno, rifugio intimo per una donna che coltiva col nuovo marito un rapporto non certo idilliaco e la cui sorella - per sfogare la propria frustrazione - rimprovera di "averla data all'intera America" senza aver mai saputo coltivare con amore alcun rapporto. La tensione è latente, ma il modo di raccontare la storia ne sopisce le potenzialità stemperandola in bozzetti inoffensivi, a tratti gradevoli ma che non incidono mai davvero, e il mélange linguistico (unito a una presa diretta tutt'altro che eccellente) non favorisce una più diretta interazione tra i protagonisti. Che sono proprio quelli indicati dal titolo (meno insulso di quanto appaia, se riletto con attenzione): le due sorelle in età e i due giovani fratelli. E' nei rapporti tra queste due coppie assolutamente distanti l'una dall'altra (non solo in termini generazionali) che va ricercato il significato del film, con il resto dei personaggi a ruotar loro intorno con scarsa capacità di inserirsi, spesso oggetti e non soggetti. Tutto sembra però fermarsi troppo in superficie come nella descrizione dataci del film che si sta girando proprio fuori della casa di Lea e che resta un altrove non comunicante, elemento periferico che si fa superfluo addobbo come troppi; e come le musiche di Riz Ortolani, non certo memorabili. Innocuo.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Ci sono voluti sessant'anni ma alla fine l'originario progetto di Walt Disney, che come spiega Steve Martin nell'incipit prevedeva un aggiornamento ciclico e costante dell'opera con nuove musiche e nuove immagini, ha trovato uno sbocco. Purtroppo quella che era stata la qualità trainante dell'indimenticato FANTASIA, ovvero l'originalità di un intero lungometraggio che si fondasse sulla ricerca esasperata dell'unione tra musica e visione, qui diventa una replica poco convinta, quasi una celebrazione; e a...Leggi tutto questo sembrano rimandare le introduzioni dei diversi personaggi celebri ai sette segmenti in un clima da varietà televisivo senza pubblico e con orchestra (anche se il blu intenso scelto come sfondo il suo effetto lo fa). E' per l'appunto Martin, da sempre legato a certo cinema per famiglie, a spiegare in cosa consista l'operazione e a introdurre il primo episodio, unico a servirsi di disegni totalmente astratti che accompagnano in questo caso la Quinta di Beethoven: la potenza della notissima composizione classica sovrasta animazioni che lasciano il tempo che trovano e non aggiungono granché a una sinfonia fin troppo conosciuta. Il nostro Ottorino Respighi, con "I pini di Roma" si trova a fare da sfondo a uno strambo segmento in cui un gran numero di balene nuota tra terra e cielo (già, qui le balene volano!) esplorando scenari naturali di ghiaccio riprodotti con un'animazione computerizzata che immediatamente segna un grande solco tra passato e presente a sfavore purtroppo di quest'ultimo: poco pieni i colori, deludenti il tratto, i movimenti... La scelta ruffiana del figlioletto che si perde nell'iceberg è compensata da qualche bel gioco di luci, ma non c'è nulla da ricordare, qui. La "Rapsodia in blu" di Gershwin si fa invece elemento trainante di quello che rappresenta il momento più felice del film: per la sua animazione spigolosa, nervosa, originale e per una perfetta simbiosi con il sonoro, che per una volta appare genuina e non ricercata a bella posta. Ben resa l'atmosfera caotica e convulsa della metropoli, con la scelta di personaggi di diversa estrazione (l'operaio, la bimba oppressa dalla madre, il marito annoiato...) che si alternano donando al tutto una bella coralità. Si rientra nella norma col soldatino di stagno sul concerto numero 2 di Šostakovič. Disegno sicuramente apprezzabile, una cromia vivace e omogenea che lascia notare la qualità di un tratto tradizionale molto valido; tuttavia la storia è resa con scarsa fantasia anche grafica e si può proseguire oltre. Si arriva al "Carnevale degli animali" di Saint-Saëns, in cui un fenicottero gioca con uno yo-yo mentre danza assieme ai suoi simili saltellando a tempo di musica. Esempio di come si riesca a divertire illustrando balli scatenati, senza pretese se non quella di mostrare chiaramente le potenzialità di una bella unione tra suoni e animazione. Sulle note di Paul Dukas si apre invece l'omaggio più eslicito al vecchio classico, che non poteva mancare visto che "L'apprendista stregone" era diventato con gli anni il simbolo stesso di FANTASIA. Il remake pedissequo dell'episodio purtroppo aggiunge poco o nulla all'originale, al di là di una buona regia che movimenta con qualità l'azione. Un tributo forse dovuto ma che risulta superfluo. “Pomp and circumstance” di Edward Elgar accompagna Paperino e Paperina sull'arca di Noè: un semplice episodio da Disney classico, con i suoi pregi e i suoi difetti; una valida animazione moderna senza guizzi, coloratissima ma che francamente dice poco nonostante il chiaro tentativo di creare un nuovo episodio “simbolo”. Chiusura con l'Uccello di fuoco di Stravinskij e una creatura femminile che si aggira tra i boschi trasformandosi ripetutamente e seguendo i tempi dati dalla celebre composizione. Notevole qualità in un'animazione che pare però fine a se stessa. Così come appaiono fredde e meccaniche le presentazioni delle guest star tra loro intercambiabili: Martin prova a metterci del suo sfruttando l'innata spiritosaggine, Bette Midler, Angela Lansbury, Quincy Jones e gli altri si limitano a fare il compitino piazzando due frasette ognuno mentre si muovono spesso come fredde figurine nell'ambiente blu con orchestra che par di stare a Sanremo. Fuori tempo massimo: non potrà mai incidere quanto il suo predecessore.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

SFOGLIA PER GENERE