il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

IL GATTO A NOVE CODE
le location esatte
ENTRA
275055 commenti | 9063 papiri originali | 48898 titoli | 19983 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Graziella (1954)
  • Luogo del film: La Locanda del Postino
  • Luogo reale: Via Marina di Corricella n°43, Procida, Napoli
VEDI
  • Film: Provaci anche tu, Lionel (1973)
  • Luogo del film: Il portone di via del Banco di Santo Spirito 3
  • Luogo reale: , Roma, Roma
VEDI
  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Pessoa
La Wertmüller torna a parlare di Sud attraverso la penna di Marcello D'Orta, maestro elementare autore di un bestseller molto sui generis. Probabilmente le esigenze di produzione hanno frenato la mano della regista lucana che ci rende una periferia napoletana piuttosto stereotipata, in cui i blandi tentativi di critica sociale si perdono nei meandri del "volemose bene". Buona la prova di Villaggio e del resto del cast, con un compassato Bonacelli e una schiera di bambini abbastanza credibili. Belle le ambientazioni pugliesi, che danno veridicità al racconto. Guardabile e niente più.
Commento di: Anthonyvm
Come già era successo in occasione dell'uscita del primo Blair witch, anche per il sequel è stato realizzato un mockumentary promozionale: in questo caso si cerca di far credere che gli eventi narrati in BW2 siano avvenuti realmente. Data la natura metafilmica della pellicola in questione, il gioco risulta assai meno efficace in fatto di credibilità rispetto a Curse of the Blair witch (anche perché le immagini mostrate, ai limiti dello shockumentary, sono ben poco verosimili), ma aggiunge un ulteriore livello di "contraffazione" artistica alla già complessa struttura dell'operazione.
Commento di: Daidae
Inutilmente blasfemo, con scene di tortura su povere lucertole, interpretato male soprattutto dal cast femminile (la migliore è la bambina...). Tra gli uomini anche attori rodati quali Fernando Sancho, Raf Vallone e Mario Adorf (che però si vede pochissimo), ma ciò non basta a risollevare le sorti della pellicola. Ambientazioni monotone, alcuni momenti quasi a livello trash (la scena della falce), a tratti veramente noioso.
Commento di: Anthonyvm
Vivace neo-noir che parte da elementi tipici del genere (furti, inganni, innocenti incastrati, femme fatale) per raccontare l'estenuante corsa contro il tempo di un Denzel Washington nei guai fino al collo. Il ritmo è incalzante e il cast si presenta bene, ma forse il tono adottato dal regista di High crimes non è quello giusto: il plot è così inverosimile e la portata umoristica di certe situazioni talmente accentuata (i sotterfugi di Washington per non essere beccato dai colleghi) che spesso si ha l'impressione di assistere a una black comedy con troppe gag tagliate. Irrisolto.
Commento di: Michelino
Carlo non tradisce le aspettative, riproponendo la formula dei primi due successi, in cui la raggiunta maturità della commedia che fa ridere, ma al tempo stesso riflettere, sicuramente qui lascia il segno. Tre viaggi incrociati uno più spassoso dell' altro, ma il vero Verdone è proprio lo ''sfigato'' Giovannino insieme a Valeriana, con battute al momento giusto da far scompisciare, grazie anche alla simpatia di Nanni Tamma nel ruolo del padre. Curiosamente viene spesso sbagliato il cognome De Berardi con De Bernardi, quello di uno dei suoi ''storici'' sceneggiatori.
Commento di: Siska80
Nonostante un ritmo non sempre costante che alterna momenti di stanca ad altri di ilarità dovuti a Sordi (non particolarmente in forma, tuttavia) ma soprattutto al bravo Carlo Taranto e al suo spagnolo maccheronico, il film è comunque godibile. La durata è forse un po' eccessiva dal momento che la trama ha davvero poco da raccontare; il finale è comunque azzeccato, come il carattere determinato e ambizioso del protagonista che nulla riesce a fermare.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Refn ci seppellisce nello stesso incubo che perseguita Harry Caine (Turturro), ossessionato dalla morte della moglie che stava per darle un bambino, uccisa nel garage del supermarket in Wisconsin dove lui lavora come sorvegliante. Il colpo di pistola di un killer misterioso, senza apparente motivo, che nell'agguato ha poi fatto fuori anche un poliziotto probabilmente corrotto. Annientato, annichilito dal dolore, ridotto a una larva umana, John impiega il suo tempo visionando vecchie vhs della sorveglianza nella speranza di scoprire un dettaglio che lo possa condurre alla verità, ma un...Leggi tutto indizio vero gli arriva solo da una fotografia trovata nella casa di fronte alla sua, abitata da qualcuno che non c'è mai ma che forse qualcosa sapeva, perché è in quella casa che, in un sogno ricorrente, Harry vede entrare sua moglie. Una prima forte coincidenza: la fotografia mostra una donna col proprio bambino sostare di fronte alla stessa tavola calda del Montana dove lui e la moglie erano stati qualche tempo prima. Ce n'è abbastanza per partire in caccia, una ricerca che vorremmo seguire con passione ma che Refn si diverte a frantumare nello sguardo quasi sempre assente di un John Turturro in parte rallentato dai riflessi di chi sembra farsi condurre verso la soluzione da una forza superiore. E' in questo strano territorio di mezzo, tra l'acuta ricerca e il destino già segnato, che Refn affonda i colpi giocando con le immagini e i colori, staccando l'esperienza ai confini col surreale di Harry da quella di chi invece (Remar) si insospettisce quando l'uomo mostra la foto chiave alla tavola calda nella speranza di arrivare all'identità della donna. Una storia sotto però c'è, eccome; lo si capisce fin da subito, dall'analisi di Harry dei filmati in vhs. Refn s'impossessa degli stilemi tipici del thriller per piegarli a una concezione più alta di cinema che li fonde insieme a uno studio profondo dei personaggi (in primis quello di Turturro, naturalmente), da osservare anche quando tacciono per cercare di leggerne i pensieri e quindi le mosse, altrimenti non sempre chiare. Così come colpisce l'inserimento di coincidenze che talvolta tali sono destinate a rimanere (scelta non certo comune, al cinema). Un film quindi assai particolare, figlio legittimo di un regista che prendendo spunto dai maestri del campo (il linguaggio cinematografico di Lynch e Kubrick è ampiamente saccheggiato) sa ammaliare, pur irritando a tratti per l'estenuante lentezza con cui guida le scene; una lentezza tuttavia parte costitutiva del fascino che l'opera emana, e scendere a compromessi Refn non può. FEAR X è a tratti davvero conturbante, avvolto in una colonna sonora ipnotica (cui ha partecipato il celebre Brian Eno) che ne diventa elemento fondamentale. Il finale lascia interdetti, ma è evidente quanto si sia lontani dall'approccio tradizionale al genere.
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi
Dalla raccolta di racconti di James Franco (presente nel cast) tradotta da noi col titolo di “In stato di ebbrezza” Gia Coppola trae l'ennesimo ritratto di gioventù americana in cui emerge una solitudine dissimulata dall'esuberanza, nascosta dietro la facciata turbolenta di due amici modereatamente ribelli e di una loro coetanea, April (Roberts), che li fequenta marginalmente coltivando problemi diversi a partire da quelli in famiglia: sua madre è donna di rara superficialità, il patrigno fumato (Val Kilmer, in partecipazione straordinaria, si ritaglia un...Leggi tutto paio di veloci e spassose scenette ma è lì giusto per accompagnare l'esordio su grande schermo del figlio Jack) vive in un mondo a parte e chi attrae la sua attenzione è semmai il coach (Franco) della squadra di calcio femminile in cui gioca. April gli fa da babysitter al figlio, ma le compagne la convincono che lui la guarda con occhio interessato. I due amici invece, Fred (Wolff) e Teddy (Jack Kilmer), si divertono alle feste, approfittano a turno sessualmente della bambolina disponibile (Levin), bevono e si lanciano in discorsi spesso senza alcun costrutto. Il liceo dove studiano resta uno sfondo secondario: pochi i momenti in classe (i più frequenti sono durante il corso di disegno) perché la vita pulsa all'esterno, magari in uno dei parchi di Palo Alto (California) che vediamo ripresi di notte con belle luci a esaltare le forme degli alberi. Il racconto è volutamente frammentato, interrotto e non sempre ripreso dallo stesso punto, utile a far emergere il caratteri dei protagonisti e il loro modo di interagire con chi li circonda. C'è più interesse ad avvicinare davvero il loro mondo che a cesellare una sceneggiatura di qualità. Contano di più gli sguardi, i primi piani sui volti espressivi, i tormenti di April indecisa sulle decisioni da prendere soprattutto nel suo contrastato rapporto col coach, i discorsi tra ragazze sulla “carineria” delle controparti maschili, sul sesso ma senza mai caricare. Come se lo sguardo della Coppola non volesse insistere troppo su un singolo tema scegliendo piuttosto una sorta di panoramica ampia che prenda le distanze dalla volgarità (nonostante qualche inevitabile ricorso a una terminologia non sempre oxfordiana) per cogliere i sentimenti più profondi o inquadrare qualche momento di insospettabile imbarazzo (l'incontro tra Teddy e il padre di Fred). C'è gusto, c'è capacità nel mantenere esemplare misura, ma anche un approccio anonimo nel modo di raccontare che non incide e che in definitiva condanna il film all'irrilevanza. Curioso come si citino Stallone e Rocky per poi recuperare Adriana (Shire) nel ruolo della signora che ascolta i piani scolastici futuri di April.
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi
Ambiziosissimo progetto wendersiano, prevede che in una Berlino ingrigita da un bianco e nero di grande effetto si segua la quotidianità di due angeli (Bruno Ganz e Otto Sanders) coinvolti con altri come loro nella muta osservazione degli umani. Questi ultimi, a loro volta silenziosi, lasciano scorrere pensieri che, captati dagli angeli, si sovrappongono in una perenne, sussurrata litania entro cui leggere le differenze sociali e di approccio alla vita. Mai emergono tuttavia quella rabbia e quel risentimento che in molti casi ci si aspetterebbe di ascoltare, e per questo la somiglianza di...Leggi tutto fondo delle voci, delle loro riflessioni che spesso si slanciano in afflati poetici, tradiscono in alcuni casi un forte distacco dalla realtà, un abbandono costante a una malinconia ineludibile che riesce difficile associare all'intera razza umana o quasi. Non che l'operazione non possegga il fascino intrinseco che ha saputo intrigare molta parte della critica, ma la ripetizione monotona di pensieri futili che presi singolarmente assai di rado coinvolgono induce alla sonnolenza; anche perché spesso non in grado di elevarsi da quella piattezza attraverso la quale evidentemente Wenders (e Peter Handke, che con lui ha sceneggiato il film) ha deciso di conferire omogeneità al proprio lavoro; o forse è anch'esso un effetto ritenuto necessario per cullare lo spettatore conducendolo quasi estatico nella dimensione ultraterrena degli angeli. Per creare un film diverso, nuovo, caratteristica che gli va effettivamente ascritta come merito primario e che permette di fissare IL CIELO SOPRA BERLINO nella memoria lasciando che sedimenti nei ricordi. Così come sarà difficile dimenticare i volti dei due angeli, la ieraticità della loro postura, l'appollaiamento di Ganz sui tetti della città ad osservarla dall'alto. Perché Berlino emerge con forza, ripresa con magnfico gusto estetico (eccellente la fotografia di Henry Alekan) nei suoi spazi e nelle sue architetture, presenza fondamentale fin dal titolo e teatro ideale di un'avventura che è difficile poter immaginare in altro luogo (ci penserà il remake americano a farlo). Tuttavia, al di là della magnificenza offerta dalla patina esteriore (con il bianco e nero che si alterna a minoritarie, improvvise sequenze a colori), della potenza dell'idea e dalla novità della proposta, racchiusa da una colonna sonora "mistica" impeccabile, due ore e più ad ascoltare frasi perlopiù sconnesse, scelte sovente senza apparente criterio, a seguire gli angeli muoversi lenti, accarezzare bonari e invisibili i loro protetti, non sono facili da digerire. Anche perché se Peter Falk nella parte di se stesso, attore americano in trasferta per girare un poliziesco (doppiato dal soito fenomenale Giampiero Albertini), ha guizzi di commovente autenticità (ed è molto più presente di quanto la "partecipazione straordinaria" citata nei titoli possa far immaginare), non lo stesso si può dire per l'impossibile storia d'amore tra l'angelo "bruno" e la trapezista (Dommartin), portata avanti tra troppe sterili elucubrazioni sintesi delle velleità frustrate di una sceneggiatura lontanissima dall'impeccabilità. C'è sostanza, certamente, ma anche tanta supponenza.
Marcel M.J. Davinotti jr.
Chiudi

Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

SFOGLIA PER GENERE