il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

L'ISTITUTO VIGNA PIA
carcere all'occorrenza
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273439 commenti | 9033 papiri originali | 48547 titoli | 19862 Location

AL CINEMA

LOCATION ZONE

  • Film: Bollenti spiriti (1981)
  • Luogo del film: L'albergo dove alloggia Marta (Guida) dopo essere scappata dal castello che ha ereditato assieme al
  • Luogo reale: Grand Hotel Olympic, Via Properzio 2A, Roma, Roma
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  • Film: L'ingenua (1975)
  • Luogo del film: Il ristorante "Alla Padella" dove Luigi Beton (Vargas) e gli altri protagonisti vanno a pranzare e b
  • Luogo reale: Ristorante Rifugio Monte Rua, Via Monte Rua 31, Torreglia, Padova
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  CINEPROSPETTIVE

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Lupus73
Madre con un figlio adolescente e uno più piccolo si trasferisce, ma nella nuova casa c'è una strana botola; la vicina adolescente li aiuta a capire cos'è. Joe Dante confeziona un horror per ragazzi in 3D che rinuncia al body count in favore di una ghost story con una discreta atmosfera (compreso pupazzo clown alla Poltergeist) e sceneggiatura equilibrata. L'interno della botola sembra un richiamo alle scenografie espressioniste in cui tutto è sghembo, dalle finestre alle pareti ai quadri. Una visione ci può stare.
Commento di: Michelino
Il miglior Bond di sempre. Già dallo scoppiettante prologo e dalla prima scena dopo i titoli di testa, si comprende che si rimarrà incollati allo schermo dall'inizio alla fine. Da sottolineare due italiani tra i "cattivi": la perfida Luciana Paluzzi e un bravissimo Adolfo Celi pre Sassaroli, scelto dall' eterno nemico Blofeld come "cattivo di turno"; cinico e spietato, ma che lascia il segno. Sean Connery supera davvero se stesso, azione da togliere il fiato, bellissime le due Bond girl. Le scene cult non necessitano di presentazioni, perché... si presentano da sole!
Commento di: Anthonyvm
Per un'ora buona assistiamo a un dramma psicologico a tinte erotiche, assai patinato e fintamente colto, salvato da qualche buona performance (la Moore brava come sempre) e da un paio di nudi ben fotografati. Solo nell'ultima mezz'ora il film tenta di trasformarsi in uno stalking-movie al femminile (quasi Attrazione fatale in chiave lesbica), risultando ancora meno convincente e culminando in un finale scontato e di scarso impatto. La confezione è decorosamente mainstream, la conduzione di maniera, tanto che le (poche) scene audaci paiono fuori contesto. Non pessimo, ma deludente.
Commento di: Victorvega
Se non fosse che alcuni gialli anche buoni hanno visto la luce negli anni '80, si potrebbe "giustificare" la pochezza di questo film di Fulci etichettandolo come "fuori tempo massimo" rispetto alla stagione dei primi anni '70 del giallo argentiano (anche fulciano). Di questa serie ricalca lo schema, arricchito a modo suo di nuove ambientazioni queste sì tipiche della sua era (molto Saranno famosi). Il tutto è banale, scontato e, malgrado il contesto americano e alla moda dell'epoca, poco originale. A tratti noioso, con le danze della scuola ad allungare inutilmente il metraggio.
Commento di: Anthonyvm
La prima parte si muove su terreni da horror psicologico, risaputi ma aperti a discreti sviluppi (i sogni delittuosi della madre); peccato che la carta del "big reveal" venga giocata troppo presto, facendo precipitare la seconda metà in una brutta copia di Shining (non mancano porte rotte e depistaggi sulla neve) mixata a incubi filo-edipici tipo Tornato per uccidere. Non mancano scene d'impatto (vedasi il tentato omicidio del figliastro nella vasca da bagno), merito soprattutto della buona prova della Watts, ma c'è veramente poco di memorabile nel complesso. Vedibile e nulla più.
Commento di: Markus
Opera prima per Antonio Manzini, che sceglie la via di una commedia amara, figlia del "Medioevo senza speranza" di questi anni. Un film basato essenzialmente sul carisma dei due protagonisti De Rienzo e Sermonti (già uniti nel ben più celebre Smetto quando voglio): nella loro sagacia romana - che non entusiasma più i cuori, ma riesce sempre a strappare un ghigno e a mascherare le pecche registiche - la summa dell'opera. Ci si trascina non tanto brillantemente in una vicenda scritta in due pagine e saggiamente arricchita da qualche intuizione qua e là.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Ormai quasi settantenne, Harrison Ford è chiamato per la quarta volta a ricoprire i panni dell'archeologo più famoso del mondo. E già l'età porta a sorridere, se consideriamo che l'avventura nella saga di Indiana è sempre stata fortemente mescolata con l'azione. Lo è anche qui, naturalmente, con la non più adeguatissima condizione fisica del protagonista che diventa il grimaldello per una rilettura sempre più divertita del personaggio. Senza rinunciare alle caratteristiche della serie, la sceneggiatura di David Koepp non poteva...Leggi tutto che spingere sul pedale dell'ironia arrivando in alcuni momenti a sfiorare la parodia. Non punge però granché e lascia che i toni si facciano blandi, rimestando nelle solite teorie fantastiche secondo le quali l'uomo, alcuni millenni fa, era dominato da una razza superiore di origine extraterrestre cui appartiene il teschio di cristallo che Indy va cacciando assieme al giovane Mutt Williams (LeBeouf). E' quest'ultimo infatti che, superato un deludente avvio a due passi da una base militare statunitense dove si sperimenta l'atomica, coinvolge il protagonista in un viaggio a Nazca per far liberare sua madre (Allen), trovare il vecchio professor Oxley (Hurt) e andare alla ricerca della perduta Eldorado in Amazzonia. Parte insomma la solita caccia al tesoro che fa questa volta base in Sudamerica tra Inca, Maya e iscrizioni in linguaggi astrusi tradotte come sempre al volo dal nostro. Il nemico questa volta non sono i nazisti ma i russi guidati dall'aitante Irina Spalko (Blanchett), già collaboratrice di Stalin e a capo di un gruppo di militari sovietici la cui efficienza è da considerarsi pari a zero, considerata la facilità con cui si fanno fregare dai “buoni” nei modi più stupidi e prevedibili. Ma in fondo è evidente come ogni elemento sia riletto con toni da commedia, mentre le numerose sequenze d'azione possono usufruire delle nuove tecnologie digitali che ovviamente, associate alla consueta abilità registica di Spielberg (le carrellate sontuose, i movimenti di macchina straordinari, il gusto ancora infallibile per le inquadrature), danno vita a uno spettacolo che appaga l'occhio. Anche perché la fotografia di Janusz Kaminski regala contrasti di luce fortissimi quanto eleganti e le musiche di John Williams (che riprendono il tema classico in infinite variazioni) sostengono il tutto a dovere. Peccato che in assenza di azione i dialoghi ristagnino, i personaggi intorno al protagonista deludano (di rara banalità i cambi di fronte del vecchio amico doppiogiochista, insopportabili i deliri da santone di Hurt o i sorrisi da paresi facciale della Allen, si salvano giusto Labeouf e la Blanchett ma senza brillare) e che non si metta mano al montaggio per accorciare le eterne scene negli antichi sotterranei del finale. Insomma, non ci si può troppo lamentare dal punto di vista spettacolare, ma le scene "di raccordo" in cui dovrebbe svilupparsi la storia sono particolarmente fiacche e puerili, rispetto al passato. Lucas, qui soggettista, inserisce la rivelazione sull'identità paterna in puro stile STAR WARS privandola di ogni suspense e senza certo preoccuparsi di dover stupire qualcuno...
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Come spesso usa oggi, il film è un continuo avanti e indietro nel tempo che ruota intorno all'evento cardine, in questo caso la partita di calcio cui fa riferimento il titolo. A giocarsi la vittoria nella finale del campionato è la squadra dello Sporting Roma, che “in tutta la sua storia non ha vinto mai un cazzo”, come ci ricorda la didascalia iniziale. Allenata da un burbero brav'uomo (Pannofino) che come vuole il ruolo si sfoga negli spogliatoi ma ama profondamente i ragazzini che manda in campo, lo Sporting Roma ha un presidente (Di Stasio) piuttosto lunatico...Leggi tutto che oltre ai consueti problemi economici deve far fronte pure a quelli del figlio cocainomane (Mariani). Se si respira una forte tensione durante il match – che è già in corso nell'incipit ma che verrà poi di frequente interrotto da flashback atti a spiegare i motivi, di suddetta tensione (chiara sui volti dei protagonisti, in campo o sugli spalti) – è sostanzialmente perché lo stesso è legato a una scommessa clandestina che unisce trasversalemente tutti i personaggi principali. Ci sono in ballo 50.000 euro e conseguentemente il rifacimento (in sintetico) del campo, progetto che segna anche metaforicamente il passaggio da un calcio più autentico - quello in cui si suda, ci si sporca, si cade - a uno più artefatto, fasullo, snaturato ma che rappresenta il futuro. E così, mentre la partita si gioca con tempi lunghi e una discreta resa scenografica (le azioni sono ricostruite con una certa credibilità), il film lascia spazio agli incontri tra coloro che sono parti in causa nella scommessa, dal padre (Sabatucci) del bomber e la sua famiglia all'allenatore, il presidente o la cricca di malavitosi locali, guidati da un Giorgio Colangeli irridente e feroce. Sono le perfomance degli attori il pezzo forte di un film che Francesco Carnesecchi scrive e dirige con qualche esitazione (al di là di scambi a volte notevoli); in particolare Di Stasio, necessariamente sopra le righe, sa donare al suo presidente una malinconia drammatica che alterna a improvvise esplosioni d'ira (eccellente il duetto con Mariani riguardo al nuovo rivestimento del campo) riempiendo la scena ammirevolmente. Pure Pannofino è calzante mentre non convincono molto i ruoli femminili, soprattutto quando al ricevimento per la cresima scattano le liti selvagge tra le cognate e pure tra le ragazzine aprendo un colossale parapiglia. A volte si ha la sensazione di un film inconcludente, ambizioso ma frenato da un ritratto di maniera della periferia romana già troppe volte visto su schermo, così come eccessivamente puntati alla sterile sorpresa appaiono alcuni intermezzi destinati a comprendersi appieno solo nel finale. Insomma, un prodotto molto up-to-date spesso ruffiano e velleitario (le cantate in chiesa), con stacchi improvvisi che non sempre dicono granché ma reso vivo dalle valide intepretazioni del cast e da singoli momenti di grande tensione risolti in faccia a faccia di notevole intensità.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Commedia girata con quattro soldi sfruttando la buona caratura dei due protagonisti, le cui qualità permettono di mascherare parzialmente la pochezza del copione. Inutile infatti girarci attorno: se già il soggetto - costruito attorno a una storia che per metà è descrizione del quotidiano d'un buono a nulla (De Rienzo) sempre in attesa della "svorta" e per l'altra metà un road-movie a due che a tratti sa quasi d'improvvisazione - non fa gridare al miracolo, anche la sceneggiatura (entrambi opera del regista Manzini) non si può dire...Leggi tutto sia un trionfo di genialità. Il film qua e là funziona appunto per la spontaneità e l'affiatamento dei "titolari del titolo", amici pronti a rinfacciarsi ogni cosa, a mandarsi a quel paese per poi dimenticarsene subito dopo ritrovando lo spirito solidale che li tiene comunque uniti. Chi sta messo peggio dei due è Cristian (De Rienzo), sicuramente più presente sul set di Palletta (Sermonti): senza un euro in tasca, svogliato, incapace di mantenere un rapporto minimanente onesto e corretto con la fidanzata (Vicario), finisce presto sotto osservazione di due brutti ceffi della zona che lo ingaggiano per un primo lavoretto e, fallito quello, gli offrono centomila euro per imbottire una macchina con 50 chili di cocaina e passare con quella la frontiera. Una bella somma, che Cristian vorrebbe dividere con Palletta coinvolgendolo nella rischiosa "missione". Si penserà che il film racconti di quest'ultima e invece no, ci si ferma all'organizzazione della stessa: l'assistente (Palacios) di un improbabile santone che si fa chiamare John Benzedrina (Manzini), infatti, spiega a Cristian che in Colombia per far passare la droga ai controlli delle unità cinofile usano l'urina di giaguaro. L'obiettivo, quindi, è procurarsi il prezioso liquido e non sarà facile, visto che lo zoo di Roma ha da tempo spedito i ricercati felini a Berlino e per trovarne altri tocca andare fino in Puglia. Sorvolando sull'improbabilità di buona parte delle soluzioni adottate dalla sceneggiatura, ciò che danneggia il film è il ritmo stanco della regia, che azzarda passaggi quasi autoriali pur in assenza dei presupposti minimi. Spesso si nota come si giri intorno alla stessa idea cercando di stirarla il più possibile con risultati strazianti (si vedano certi interminabili scambi al funerale nell'ultima parte,  l'inconcludente faccia a faccia con Benzedrina compreso di “trip”, la puerile scena dell'amplesso con la "balena"...) o si ricerchino la risata, la situazione imbarazzante, senza capire che per ottenere i risultati sperati servirebbero al contrario immediatezza e concisione. Fortunatamente qualche tocco che lambisce il surreale (soprattutto nella lunga parentesi al circo con un eccellente Rocco Ciarmoli) colpisce positivamente, ma i dialoghi sono sciapi, privi di vere battute e di fatto affidati alla grinta dei protagonisti, che non può da sola coprire gli evidenti difetti. Ultima parte che si spegne minuto dopo minuto facendosi insopportabilmente stiracchiata. Con un copione più efficace la coppia (che come tale è riconoscibile solo nel secondo tempo, dopo un primo dominato da De Rienzo) avrebbe potuto facilmente offrire molto di più.
Marcel M.J. Davinotti jr.
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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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