Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.
Questo primo e unico film di Guercio approfitta degli stilemi da road movie per tentare una sorta di denuncia delle contraddizioni dell'America post Vietnam, attraverso una storia un po' manichea che ruota attorno a una piccola stazione di polizia nell'immensità della Monument Valley. Ben delineata la personalità dell'agente/bravo ragazzo che cerca di non farsi travolgere dai pregiudizi e dai riprovevoli metodi di qualche collega, anche se alla fine si tratta più di un caso individuale che sociale, che fa nascere la sensazione di incompletezza e immaturità. Eccellente la fotografia.
Sei già il primo capitolo non presentava elementi di rilievo dal punto di vista della narrazione, qui si riesce a fare decisamente di peggio. La trama è totalmente inesistente o quantomeno assolutamente ininfluente; ciò che interessa al regista è mostrare, per l'interminabile durata di due ore, balletti che sconfinano più di una volta nel volgare gratuito e donne assatanate pronte a tutto pur di soddisfare un piacere effimero. Il film è lento e noioso e non riesce mai a uscire da quell'unica idea che lo pervade dall'inizio alla fine. Avvilente sia per gli uomini che per le donne.
Laddove il noto film di culto fulciano cominciava, negli stessi luoghi del vizio e della depravazione c'era stato - tra la Broadway e la 69a - il noto, "killer di Times Square", seviziatore, mutilatore e assassino di prostitute negli alberghi a ore del distretto dei peep show. Berlinger stavolta rievoca - e in forma smagliante, restaurata in alta definizione nei filmati originali di repertorio e delle tv - l'atmosfera malata e laida di certi posti della N. Y. di un periodo irripetibile, tra '70 e '80. Convince meno l'equazione pornografia=violenza e sopraffazione sulle donne, follia.
Penultimo fim cinematografico scritto e diretto da Garson Kanin e racconto generazionale caratteristicamente sessantottino, tra un padre (Jannsen) direttore di casinò a Las Vegas e la figlia Vaccaro, che ha preso per scelta un'altra strada di vita e a suo modo contesta. Bella prova di Don Rickles nei panni del braccio destro di Jannsen, in una parte non comica, e rara occasione tra i protagonisti per il rodato teatrante Robert Drivas. Burnett Guffey riprende Las Vegas e la sua vita 24ore in un sensazionale caleidoscopio d'immagini, liquide e scintillanti. Sottovalutato e dimenticato.
Gli eventi che portarono alla strage di Marzabotto durante la Seconda Guerra Mondiale visti attraverso gli occhi di una bambina di otto anni. Film, recitato tutto in dialetto bolognese, discretamente riuscito. Raccontata in modo alquanto realistico e convincente la vita contadina, fatta di sacrifici e paura. Discreta la fotografia. Educativo. Cast convincente.
La sensazione è che il film, considerando il regista e il cast, avrebbe potuto essere molto migliore. Mauro Bolognini preferisce trastullarsi in dialoghi didascalici e pseudo-intellettuali anziché dare ritmo e colore alla vicenda, che invece risulta a più riprese scialba. Tema molto interessante, un po' come la storia, che però non è stata sfruttata al meglio. A salvare il tutto ci pensano l'ottimo cast (tranne Mastroianni, scialbo come la messa in scena) e l'ottima fotografia, nonché alcuni bei momenti in cui la mano di Bolognini si sente. Non male, ma ci si dovrà accontentare.
Il fascino del film, come nella stragrande maggioranza degli z-movie a base squali dei Polonia brothers, si esaurisce nel titolo – che qui fa simpaticamente il verso a Spielberg – e nella locandina. Quando si comincia, ogni aspettativa viene immediatamente disintegrata dall'evidente budget zero. Se vogliamo, qui c'è l'aggiunta di una colonna sonora tutta sintetizzatori...Leggi tutto che un briciolo di inquietudine potrebbe metterla, ma che ovviamente viene piazzata a commento di immagini terribili perdendo ogni originario appeal.
La trama è particolarmente caotica e buttata lì, con un gruppo di alieni che giunge sulla Terra probabilmente per invaderci, o magari per recuperare i resti di una nave extraterrestre che giace sul fondo del mare da anni e che un gruppo di avventurieri (gruppo... diciamo tre) è convinto sia un sommergibile nazista affondato col suo solito inestimabile tesoro. Uno di questi ultimi s'immerge ma non pare più risalire, gli altri due a bordo della barca lo mollano lì senza troppi problemi.
A terra, intanto, una psicologa (Russo) che ha da poco perso il padre, cerca di proseguirne gli studi curando un gruppo di pazienti convinti di essere stati rapiti dagli extraterrestri (anche qui del gruppo di pazienti se se ne vede uno, ma basta e avanza); sua madre, che sta per raggiungerla dopo un periodo di lontananza, viene a sua volta intercettata dagli alieni che stazionano in zona nei boschi o in riva al mare, un po' dappertutto. Si presentano con maschere alla BAD TASTE e indumenti che vanno dalle tuniche alle t-shirt oversize di scarsissima qualità. Stracci, insomma. Come mani dei guantoni gonfi e giganti che conferiscono loro un perfetto aspetto da pagliacci.
Hanno un rapporto particolare con gli squali, con i quali comunicano non si sa cosa (ordinano solitamente di attaccare qualche bagnante) salvo poi prelevarli dal mare rimpicciolendoli e infilandoli all'interno di piccole bolle nelle quali urlacchiano (quando sono nel loro ambiente invece ruggiscono, anche se il più delle volte pare che ruttino). Sono pescecani dalla forma improbabile, disegnati maldestramente a computer; pieni di bozzi, rigidi come stoccafissi... Gli shark-movie dei Polonia d'altra parte questo offrono. Produzioni da quattro dollari per soddisfare chi sogna un po' di trash a buon mercato da guardare con gli amici. Solo che dopo i primi dieci minuti è già difficile sorridere: è tutto talmente tirato via da non dare nemmeno l'impressione che si sian voluti spendere due dollari per una sceneggiatura o un soggetto degni.
Di fatto di questi alieni - in visita coi loro catorci digitali che neanche nella fantascienza Anni Cinquanta avrebbero osato proporre - si capisce nulla o quasi: pochissimo parlano, per gran parte del tempo muovono le manone a casaccio su uno schermo nella loro astronave o si guardano emettendo strani suoni... L'invasione extraterrestre più scalcinata che il nostro pianeta ricordi, e che nel finale si conclude con i cattivoni che s'impadroniscono presumibilmente di tutti gli squali in mare spiegando telepaticamente agli umani il loro piano: “In acqua dominiamo noi e se ci venite vi mangiamo, vper cui statevene in riva che non tanto lì non arriviamo”...
Un paio di attacchi comunque si vedono, tutti uguali: bellona che va in acqua (inquadrata da tergo per mezz'ora), squalo di cartone che si muove dritto nelle profondità, primo piano di una bocca di cartapesta che addenta qualcosa che dovrebbe essere carne umana, un po' di liquido rosso cacciato in mezzo... fine. I Polonia invece continueranno, imperterriti. Marcel M.J. Davinotti jr. Chiudi
Dopo aver flirtato a lungo - come giustiziere - con la polizia, pur rimanendone fieramente all'esterno per conservare mano più libera, Charles Bronson fa qui il grande passo e si trova nei panni di un tenente, aiutato da un detective (Stevens) che molto più di lui ha a cuore la giustizia "tradizionalmente intesa". Perché è chiaro che Bronson, per natura, le maniere forti le controlla a fatica e si inserisce nel solco di Callaghan incarnandone una deriva ulteriormente reazionaria come da tradizione del personaggio. E' sulle tracce di un serial killer...Leggi tutto piuttosto anomalo, dal fisico scolpito, che prima di uccidere si spoglia e si dà all'azione solo quando è completamente nudo, costringendo la regia a vertiginosi equilibrismi (talora esilaranti) per non inquadrarne mai la zona pubica.
Uccide prevalentemente giovani donne, come è facile immaginare (anche se il primo delitto è in pieno stile "Mostro di Firenze", contro una coppia che amoreggia in auto nel verde): le accoltella barbaramente e l'indomani si ripresenta al lavoro come se niente fosse, in un open space dove si occupa di riparazioni e dove era impiegata anche la prima vittima. Ci va pure, al funerale della poveretta, attirando presto su di sé le attenzioni del dinamico duo: grazie al diario trovato nella casa della poveretta uccisa, Leo Kessler (Bronson) e il suo braccio destro indirizzano subito le loro attenzioni su di lui e capiscono di aver centrato il bersaglio grosso.
D'altra parte il film non cerca in alcun modo di nascondere l'identità del killer né si occupa degli indizi che potrebbero condurre gradualmente la polizia sulle sue tracce. Tutto è chiaro come il sole fin dall'inizio perché, inaspettatamente, il regista J. Lee Thompson rifiuta qualsiasi tentazione mystery per giocare a carte scoperte, lasciando in chi guarda la strana sensazione di doversi chiedere: "Ma allora...?". Allora resta la guerra psicologica, condotta da due menti semplici e contrapposte, con Kessler (quasi un'anagramma di Kersey, il giustiziere per eccellenza) che pensa a come ottenere le prove decisive per incastrare chi sappiamo già tutti essere il colpevole. Facendo poi i conti con l'immancabile figlia (Eilbacher) di cui mette come sempre a repentaglio la vita; perché sfidato a viso scoperto era impensabile che il killer non pensasse di sfruttare il punto debole del suo avversario. Il quale reagirà tuttavia in modo inatteso, perseguitando il persecutore!
Ma qui siamo già avanti, perché nella prima fase l'impostazione da thriller non è affatto preponderante. Prevale piuttosto un gioco di azioni e reazioni rese imprevedibili da una sceneggiatura (di William Roberts) che ha voglia di variare sul tema, pur sguazzando sfacciatamente nei topoi del genere. E' a causa di questo che il risultato conta molteplici colpi di scena, cambi di direzione... Si sperimenta senza che lo si dia troppo a vedere, poggiando la storia su dialoghi onesti, la solita confezione da solido B-movie di Golan e Globus e una regia che pur senza grandi picchi fa il suo dovere. Gene Davis è un killer folle e insieme lucido, lontano dalle caratterizzazioni ricercate di "colleghi" più blasonati eppure a tratti spiazzante, assai credibile nel ruolo. E anche Bronson, rigido e monocorde una volta di più, si sposa bene a un contesto vivacizzato pure da una colonna sonora incalzante. Marcel M.J. Davinotti jr. Chiudi
Nelle campagne inglesi di fine Seicento sorge Compton House, lussuosa residenza con elegantissimo parco annesso il cui proprietario, mr. Herbert (Hill), è in procinto di partire lasciando sola moglie (Suzman) e figlia (Lambert), quest'ultima in compagnia del marito mr. Talmann (Fraser). Tutti sepolti da pesantissime parrucche e abiti a dieci strati, ricevono in villa il celebre disegnatore paesaggista mr. Neville (Higgins), altezzoso personaggio al quale mrs. Herbert chiede una dozzina di vedute della casa. L'uomo rifiuta, poi ci ripensa aggiungendo al ricco contratto una clausola...Leggi tutto in cui si garantisce la disponibilità sessuale della donna, che ogni giorno dovrà a lui concedersi carnalmente. Lei non fa una piega e Neville comincia il suo lavoro, posizionandosi con gli strumenti del mestiere nel giardino e tratteggiando con grande perizia quanto vede; anche ciò che lascia più di un dubbio in chi guarda, perché tra muri, siepi, statue (umane) e alberi, compaiono sulla scena abiti e altri oggetti riconducibili a mr. Herbert, che forse non è affatto partito come si crede.
Una geniale trovata per introdurre elementi da vero e proprio giallo in quello che fin lì tutt'altro appariva. Perché un cadavere verrà rinvenuto davvero, legittimando ogni più cupo pensiero; senza che tuttavia la macabra scoperta sconvolga poi troppo l'andamento delle giornate, con nobili signore e signori interessati a dirimere le questioni riguardo a patti di sesso che coinvolgeranno ben presto non solo mrs. Herbert ma anche sua figlia, delusa dall'impotenza del marito incapace di darle un figlio e quindi un erede (la madre ha partorito solo figli maschi morti o incapaci di sopravvivere allo svezzamento).
In un clima bucolico che la riconosciuta maestria di Greenaway (al tempo ancora poco noto) riveste di una magnificenza visiva con pochi eguali nel cinema - capace di rendere percepibile la luce del sole che riempie la scena, che azzecca scorci come quadri, che quasi infonde la vita alle architetture della residenza - si anima un film che ha anche negli strutturatissimi dialoghi una caratteristica fondamentale. Non si pensi tuttavia a un autentico giallo, men che meno tradizionale, giacché la tardiva entrata in scena dell'allegoria rivelatrice è per buona parte del film complemento secondario agli impicci contrattuali, agli scorni tra i protagonisti, alle conseguenze di atteggiamenti sorprendenti racchiusi in dialoghi da doversi seguire con grande attenzione, resi nella traduzione italiana con virtuosismi presumibilmente pari a quelli originali. Ma la quantità di frivolezze, di scambi autocompiacenti, di parole che si perdono nel vuoto rischia nel contempo di apparire irritante per chi non sia disposto ad accoglierne la ricercatezza.
Mascherata da frasi e contorsionismi lessicali, emerge una superficialità con buona probabilità specchio del tempo ma ugualmente desolante, che solo a tratti intercetta il vero interesse di chi guarda, inevitabilmente più attratto dal ricchissimo impianto visivo. Soprattutto nella prima parte molto si confonde in un chiacchiericcio di maniera traducendosi in una pesantezza che a lungo andare si tramuta in noia, appena risvegliata di quando in quando da un'intuizione azzeccata, un dialogo sfacciato, una presa di posizione inattesa tuffata in un clima solare che la calzante colonna sonora di Nyman contribuisce a contestualizzare pregevolmente. Un esercizio di stile a tratti sorprendente (Greenaway dona con la cinepresa consistenza tridimensionale ai disegni di Neville gratificando l'occhio dello spettatore), più spesso tuttavia sterile e calligrafico. Marcel M.J. Davinotti jr. Chiudi
Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA
L'ISPETTORE DERRICK
L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA