il Davinotti

il Davinotti: migliaia di recensioni e commenti cinematografici completi di giudizi arbitrari da correggere

LA BANDA DEL GOBBO
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339883 commenti | 64282 titoli | 25514 Location | 12710 Volti

Streaming: pagine dedicate

Location Zone

  • Film: L'afide e la formica (2021)
  • Luogo del film: La scuola in cui insegna Michele Scimone (Fiorello)
  • Luogo reale: Liceo Tommaso Campanella, Via Bachelet, Lamezia Terme, Catanzaro
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  • Film: Crepuscolo (1961)
  • Luogo del film: La piazza dove Sandra saluta il fidanzato Carlo, in procinto di partire per Berlino
  • Luogo reale: Piazza Libero Vinco, Verona, Verona
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ULTIMI VOLTI INSERITITUTTI I VOLTI

  • Ottavio Marcelli

    Ottavio Marcelli

  • Gennaro Palummella

    Gennaro Palummella

Nella pagina che si apre cliccando qui sono catalogati migliaia di volti di attori legati direttamente o marginalmente al cinema italiano, ognuno con nome e filmografia (davinottica e non). La pagina (e conseguentemente le schede dei film) sono costantemente aggiornate con nuove introduzioni.

ULTIMI COMMENTI

Commento di: Il ferrini
Va riconosciuta a Loy una grande modernità in fase di scrittura. Dopo oltre mezzo secolo, i temi che affronta il film sono infatti di un'attualità sconcertante, sia per ciò che concerne il ruolo della donna che l'educazione dei figli. Manfredi in mezzo a tanto fracasso restituisce un gran senso di solitudine, la Caron con grazia e misura dipinge una moglie e madre di grande forza espressiva. Lacerante l'ultimo dialogo fra i due, una macchia di colore (rossa) la presenza di Tognazzi trovatosi a dover sostituire Totò. Molto bello.
Commento di: Pinhead80
Negli Stati Uniti dilaniati da una guerra civile intestina, un gruppo di reporter cerca di raggiungere Washington per intervistare il presidente. Comincerà un viaggio disperato nel cuore degli USA. L'occhio della macchina fotografica è quello dello spettatore, che viene accompagnato in questo viaggio on the road con spirito voyeuristico. Poco importa capire come stanno in realtà le cose, mentre è fondamentale essere presenti e documentare la deriva sociale e morale di una società che non smette mai di essere in guerra. Ottime le scene d'azione, male i dialoghi e la sceneggiatura.
Commento di: Nicola81
Garrone nel western qualcosa di buono ha anche combinato, ma sono più numerose le occasioni in cui è rimasto impantanato nella mediocrità. Qui prova a inserire nel genere alcuni elementi gialli, ma l'innesto non gli riesce a causa di sviluppi narrativi non troppo accattivanti e di una certa piattezza nella messa in scena. In un cast non di quelli che risollevano le sorti, ha modo di farsi notare Cianfriglia in un ruolo quasi da protagonista e sostanzialmente positivo, mentre la Galli è radiosa come al solito ma resta in scena troppo poco. Non disprezzabile l'epilogo.
Commento di: Cotola
In un hotel sul fiume Mekong si incrociano le vite di alcuni personaggi e anche dei Pob, fantasmi che si impossessano degli umani e li rendono cannibali. Ma niente paura: "l'horror" è solo accennato ed è più che altro metaforico. Chi conosce già il cinema di Weerasethakul sa cosa aspettarsi: una storia impalpabile, sospesa tra realtà e finzione e con chiari riferimenti politici cui i personaggi accennano più volte e con al centro anche il tema della memoria. Lo stile è quello solito, rigoroso e meritevolmente coerente con altre sue opere. La breve durata lo rende più fruibile.
Commento di: Teddy
C’è la leggerezza del cinema d’avventura e c’è il tormento del survival-movie. Poi c’è la ruggente regia di Deodato, che perlustra i corpi e i volti dei personaggi e diventa tutt’uno con la sinfonica flora della foresta malese. Nessun sottotesto antropologico o politico, la sostanza per una volta è la forma stessa. Stratificata la fotografia di Marcello Masciocchi; perfetti Massimo Foschi e Ivan Rassimov.
Commento di: Cotola
A quasi cinquant'anni Etero, che vive in un villaggio georgiano, scopre per la prima volta l'amore. Delicato e pudico film che dà vita a un bel ritratto di donna: merito della sceneggiatura che non fa nulla per rendere simpatica la protagonista, che anzi mostra la sua natura a tratti respingente e selvatica ma anche forte, indipendente e libera dai condizionamenti sociali. La storia è semplice, fatta di pochi accadimenti: si concentra piuttosto sui caratteri dei vari personaggi, per poi regalare un inaspettato e bell'epilogo aperto. Ottima la prova di Eka Chavleishvili.

ULTIMI PAPIRI DIGITALI

Alessandro Paci s'è ritagliato il suo spazio, soprattutto in Toscana. Ha girato anche un certo numero di film (quelli da protagonista spesso ai limiti dell'amatoriale), ma a teatro e in tv s’è visto di più. Passata l'esperienza giovanile a fianco di Ceccherini è rimasto nella memoria di molti per la capacità di raccontare barzellette in sequenza. Non tutte di qualità, come ben si può immaginare, ma salvate da un'esperienza che gli permette comunque di costruirle a dovere. E se anche il titolo dello spettacolo sembra alludere...Leggi tutto a qualcosa che sappia uscire dal campo (a proposito, il teatro è a Campi Bisenzio, anche se l'apertura a Times Square faceva pensare a un'improbabile trasferta a Broadway), in verità abbiamo a che fare con un one man show centrato appunto sulle barzellette. Magari dissimulate, inserite in racconti che le raccolgono a gruppi tematici che possano far pensare a semplici ricordi di gioventù o più recenti, ma alla fine dei conti si capisce che l'ossatura dello spettacolo sono le barzellette, integrate da qualche scambio di battute di Paci col pubblico delle prime file, l'intervento in un caso di una bella collaboratrice (Tonini) e, nel finale, di sua moglie Willow Gene Curry, con la quale condivide sui titoli di coda il letto per un'ultima veloce serie di freddure in una situazione da perfetta CASA VIANELLO.

Descrivere lo spettacolo quindi, considerata la sua particolare composizione, significherebbe stilare un arido elenco delle barzellette, alcune delle quali supportate da un look ad hoc (Paci in versione cowboy per una paio di "cow-boyate") ma perlopiù agganciate l'una all'altra pretestuosamente fino a quando, nell'ultima parte, si apre la raffica conclusiva in cui ogni filo conduttore scompare e si spazia da un argomento all'altro senza più preoccuparsi che esista uno straccio di attinenza tra una e l'altra. Giudicare uno show simile significa di conseguenza valutare anche il livello qualitativo delle barzellette, che se non altro nella maggior parte dei casi non suonano risapute, ed è già un piccolo vantaggio. Non che Paci sia un fenomeno alla Proietti nel raccontarle, ma risulta simpatico grazie anche a un uso contenuto e comprensibile del dialetto toscano e a un approccio molto amichevole, nient'affatto divistico, decisamente "alla buona".

Inutile dire che le volgarità non possono non far parte del pacchetto, ma non si esagera e tutto resta nell'ambito della "bischerata"... Nulla di eccezionale, ad ogni modo, e la citazione a Ceccherini (con tanto di proiezione d'una fotografia dello stesso) sembra quasi un richiamo nostalgico ai bei tempi in cui i due si presentavano in coppia con un repertorio modesto (Paci ne cita qualche buffo esempio) ma al quale rimediavano con un bell'affiatamento. Ceccherini ha poi imboccato (grazie al traino di Pieraccioni) la via del cinema nazionale, mentre Paci è rimasto più confinato a un ambito regionale, all'interno del quale resta comunque sempre amato.

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“Campus Cool” è una sorta di show universitario presentato dalla coppia Naomi (Stause) e Jake (Dolley), che vediamo invitare sul palco il quarterback della scuola. Lo sportivo fa gli occhi dolci a Naomi (non insensibile al fascino del fusto) e Jake rosica. Poco dopo il quarterback finisce accoltellato nella notte...

Dieci anni dopo siamo sempre a Buffalo, nello stato di New York, e Naomi ha fatto carriera: conduce una trasmissione televisiva insieme a Robert (O’Connell) quando riappare in scena proprio il frattanto disperso Jake, prosciolto dalle accuse di aver ucciso...Leggi tutto il quarterback. Baci e abbracci ma non solo. Il giovane è in cerca di lavoro e Naomi forse riesce a procurarglielo presentandolo alla sua principale, Scarlett (Bilderback), che resta affascinata da lui e – non appena Robert ha un infarto (provocato da un avvelenamento di Jake) – lo affianca a Naomi per la conduzione. Arriva il successo, ma intanto anche il marito (Dewitt Henson) di Naomi, architetto in rampa di lancio, finisce in ospedale dopo aver bevuto una birra, a cui Jake ha aggiunto un po’ di droga dello stupro per farlo guidare con la vista offuscata e farlo schiantare.

Insomma, si è ben capito che il nuovo arrivato punta a riprendersi la donna che amava fin dai tempi del campus e studia un piano non troppo complesso per arrivarci: far fuori tutti quello che lo ostacolano. La solita storia da thriller paratelevisivo che non offre certo gran novità, sotto il profilo degli spunti. Pur tuttavia Jason Dolley interpreta un killer meno stupido dei “colleghi”, che riesce a rendersi più credibile del consueto nel suo porsi agli occhi degli altri come quello sempre pronto ad aiutare, consolare, proporre idee brillanti. Non solo Scarlett lo trova attraente e privo di difetti ma anche Naomi e suo marito non possono che congratularsi più volte per la sua intraprendenza. Certo, a lungo andare ci si chiede come nessuno capisca che tante tragedie ravvicinate e sospette accadono esattamente da quando è comparso in scena lui, ma tant’è…

Il gioco è sempre lo stesso, con Chrishell Shue nel ruolo della bella protagonista amata da tutti: triste per i drammi improvvisi e subito dopo felice per come Jake la aiuta a superarli senza troppo pensarci perché… “The show must go on”, come ripete chi lavora al suo fianco. Tutto preordinato, tutto già visto come quasi sempre capita in presenza di film simili, ma se non altro la figura di Jake è tratteggiata con bella malizia (come dev’essere) e il gioco regge a lungo, prima che caschi il palco. Dosata correttamente l’introduzione della gola profonda che riemerge dal passato (Ballesteros), soggetto e regia che funzionano a dovere. Meno la sceneggiatura, con dialoghi elementari privi di ogni attrattiva, ma in fondo ci si può accontentare.

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Lo chiamavano “il biondino” degli 883; era il numero due, quello che dopo appena un paio di dischi con Max Pezzali e dopo aver co-fondato il celebre gruppo… nel 1993, all'apice del successo, lo abbandonò d'improvviso per trasferirsi in America e inseguire il suo sogno, quello di scrivere e girare un film con la modella Brandi (che mai aveva conosciuto né ebbe modo di conoscere). Fallì ogni obiettivo.

Questa è la storia che sanno un po' tutti, che ha sempre raccontato Repetto stesso renedendosi conto ogni giorno di più di essersi...Leggi tutto trasformato in una figura quasi eroica, donchisciottesca, nell'incarnazione di chi, abbandonando fama e denaro, si lancia nel vuoto per cercare di realizzare davvero se stesso infischiandosene di cosa si lascia alle spalle. Certo, c'era anche la consapevolezza di apparire per molti inadeguato alle spalle di un cantante e compositore straordinario come Max Pezzali, ma non era solo quello il motivo dell’abbandono e l'entusiasmo con cui il nostro spiega ogni passaggio dallo split in poi funge da preziosa conferma.

Repetto, senza perdere un'oncia della sua verve giovanile nemmeno oggi che di anni ne ha 56, compie con grande umiltà un'autoanalisi lucida del complicato percorso intrapreso presentandosi a teatro per raccontare né più né meno che una parte della propria vita, la stessa parte che ha per anni ripetuto nelle interviste e in qualche sporadica partecipazione televisiva.

Sotto la regia di due autori d'eccezione come Stefano Salvati (dietro la mdp in tanti celebri videoclip, non solo degli 883) e Maurizio Colombi (produttore di musical teatrali di grande successo), Repetto porta in scena la sua storia corredandola con più di una buona idea. Innanzitutto quella principale, ovvero l'interpretazione live dei classici degli 883 cantati dalla voce "mai ascoltata" del gruppo. Da qui viene la più gradita delle sorprese: per quanto il talento vocale non sia lo stesso di Pezzali (la personalità e la particolarità uniche della voce di Max non si battono), Repetto dimostra di saper cantare bene, intonato, potente e di potersi riappropriare a pieno diritto di quelli che erano brani anche suoi con una grinta che gratifica la qualità di pezzi entrati nella storia della canzone italiana. Non solo l'Uomo Ragno ma anche "Rotta per casa di Dio", "Non me la menare", "Tieni il tempo", "Nella notte", "Sei un mito", "Nord Sud Ovest Est", "Come mai", "Con un deca" (in versione acustica seduto con la chitarra classica) e altre hit diventano un piacevolissimo modo di integrare la narrazione, supportata da tre schermi che proiettano immagini alle sue spalle.

Repetto racconta la propria storia in terza persona: lui e l'amico di sempre diventano Flash (lo chiamavano così per la reattività e l'entusiasmo) e Max, eroi in un'Italia che ritorna, in un Medioevo fumettistico, alla corte del Duca Claudio Cecchetto, contornato dalla sua cerchia di scudieri (Amadeus, Jovanotti, Linus, Sandy Marton, Tracy Spencer...). Max e Flash - che in un breve sketch realizzato con l'ausilio dell'Intelligenza Artificiale interagiscono giovani dai due schermi laterali con il Repetto di oggi che a loro si rivolge dal palco - diventano personaggi in costume disegnati sugli schermi alle spalle del narratore, chiamato a narrarne le gesta. I primi passi nel rap (fondamentali per la creazione di testi che infilano nelle strofe pop mille parole con effetti originalissimi), la voglia di sfondare, gli appuntamenti con la Warner, il brano scritto per Massimo Ranieri, le feste...

Intervallata dai brani che vengono inseriti come in un musical agganciandone i titoli ai temi che di volta in volta si affrontano, la storia prosegue arenandosi poi nella palude americana senza spiegare cosa sia accaduto dopo (e senza quindi mai citare "Zucchero Filato Nero", l'unico album solista di Repetto, del 1995). Ed è un peccato, perché è l’intera parabola - ascendente e discendente - di Repetto ad averlo trasformato in una sorta di sfuggente, affascinante Icaro moderno.

Apprezzabili gli interventi canori in inglese di Célie, cantante soul dalla splendida voce, curiosi quelli ripetuti di un Uomo Ragno in maschera che nel buio della scena funge da confessore del protagonista in uno scambio di filosofici pareri sulle diverse visioni della vita. Il Repetto attore risulta magari imperfetto, acerbo, ma è dotato di un'innata, contagiosa simpatia che si sposa al meglio con la sua genuina semplicità d'animo. Lo spettacolo non sarà travolgente ma è piacevole, ben realizzato, e le gustose interpetazioni "a cappella" nei bis confermano le inattese doti vocali di Repetto. Peccato ci delizi solo molto parzialmente con i suoi spassosi passi di danza scatenata che rendevano bizzarre e uniche le performance del gruppo, ma chi ha amato gli 883 difficilmente resterà deluso dalla possibilità di ritrovare on stage un personaggio mitizzato tanto “oscuro” e insieme solare.

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Il tenente Colombo

Da sempre una grande passione del Davinotti, il tenente Colombo ha storicamente avuto sul sito uno spazio fondamentale. Ogni puntata uscita ha un suo singolo commento da parte di Marcel MJ Davinotti jr. e di molti altri fan, ma per Colombo è stata creata fin dagli albori del Davinotti una homepage personale che raccoglie non solo i commenti ma anche informazioni e curiosità su uno dei più grandi personaggi televisivi mai apparsi. ENTRA

L'ISPETTORE DERRICK

L'unico altro telefilm che col tempo ha raggiunto un'importanza paragonabile a Colombo (con le dovute differenze) sul Davinotti è “L'ispettore Derrick”. Anche qui ogni singolo episodio della serie (e sono 281!) è stato commentato, da Zender prima e da molti altri fan poi, ma con un approccio più sdrammatizzante, in ricercato contrasto con la compostezza del telefilm. Il link porta a una pagina collegata anche agli approfondimenti in tema. ENTRA

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