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TIM AND ERIC'S BILLION DOLLAR MOVIE

M. MJ DAVINOTTI JR: MEDIA VOTO DEGLI UTENTI: n.d.N° COMMENTI PRESENTI: 0
Le impressioni del Davinotti non sono vere critiche ma appunti utili a capire che tipo di film si ha di fronte. Scritte dall'età di 18 anni (vintage e ultra baby vintage collection) su quaderno, per i film che Marcel vede al cinema vengono oggi compilate su pc.

TITOLO INSERITO IL GIORNO 23/3/18 DAL DAVINOTTI
In un ambito tanto inflazionato come il demenziale made in USA è ogni giorno più difficile emergere. Il duo comico Tim & Eric, già noto per le tante sortite televisive, ci prova e in buona parte ci riesce. Intervallata (ma molto marginalmente) da false pubblicità e bizzarri intermezzi che mostrano “come capire il vostro film” secondo una logica legata a classici come RIDERE PER RIDERE, la pellicola segue una storia ben precisa che racconta la bizzarra avventura dei due protagonisti. Dopo aver fallito il loro “billion dollar movie”, ovvero un film per il quale gli investitori avevano speso l'assurda cifra di un miliardo di dollari e che si risolveva in una ripresa di tre minuti con un sosia di Johnny Depp in giro per Parigi vestito di diamanti, i due si trovano a dover fuggire cercando di recuperare i soldi mal spesi. Attratti da un piazzista (Ferrell) che in tv promette per l'appunto un miliardo a chi riuscirà a far ripartire il suo grande centro commerciale, i due decidono di trasformarsi in uomini marketing fondando la Dobis P.R. (contrazione di Doing Business). Raggiunto il centro si daran da fare per rimettere in sesto un luogo che pare decisamente in rovina. Ovviamente niente di nuovo nell'idea di fondo, ma è il come viene gestita a convincere. Dopo una prima parte in cui non si capisce bene dove il film voglia andare a parare e in cui Tim ed Eric sembran solo due disadattati nemmeno troppo divertenti, con l'arrivo alla “mall” si ha un deciso cambio di rotta. Lo si capisce soprattutto dall'entrata in scena di due mostri sacri come Will Ferrell (il proprietario) e John C. Reilly (Taquito, il suo aiutante, perennemente afflitto da una tosse insanabile): il primo ha un lungo cameo al colloquio in cui costringe i suoi futuri collaboratori a vedere due volte con lui TOP GUN in videocassetta, il secondo tornerà anche in altre scene lasciando quasi sempre il segno. Ma le idee azzeccate infilate qua e là sono molte, così come divertenti i commessi dei negozi, dal venditore di spade che ne smercia al massimo due all'anno (Forte) all'uomo che recupera carta igienica ripulendola con uno speciale rullo (O'Toole). E che dire della yogurteria che si dice infestata dagli spettri? Il film lavora poi molto sulla grafica: esilaranti gli short pubblicitari very trashy della Dobis o quello del dr. Doone Struts (Wise), che propone di calmarsi e ritrovare serenità attraverso il suo “shrim” (scopriremo in seguito, agghiacciati, cos'è). La volgarità non manca, ma è insolitamente confinata a pochi momenti, perché per il resto si insegue una comicità falsamente ingenua, costruita in modo stravagante e che prevede un finale tanto politicamente scorretto quanto spassoso. Numerose le partecipazioni straordinarie: da “Chef” (Jeff) Goldblum che in apertura reclamizza un'infernale poltrona da cinema casalingo (questa sì in perfetto stile Landis) a un ferocissimo Robert Loggia (è il produttore Tommy Schlaaang, pronto a torturare le anziane madri di Tim e Eric per sapere dove i figli si nascondano), coadiuvato nelle sue inenarrabili azioni da William Atherton e John Downey III. Impossibile poi non ricordare Zach Galifianakis nel ruolo del guru Jim Joe, consulente spirituale dei due ai bei tempi e licenziato con dramma quando i soldi non ci son più: non una performance memorabile, ma il modo di brillare lo trova anche lui. Naturalmente non tutti apprezzeranno il tipo di umorismo ma, rispetto alla media dei prodotti cui s'ispira, TIM AND ERIC'S BILLION DOLLAR MOVIE ha una marcia in più. Nella scrittura, nell'inventiva, nell'impiego intelligente di star come Ferrell e Reilly (i migliori), persino nel ritmo (la regia, sempre dei due, non è affatto male). Insomma, i due comici tuttofare, pur ricalcando modelli ben noti e funzionando soprattutto quando sono in scena con altri, riescono a conservare una loro personalità e talvolta a stupire per l'insolito approccio umoristico legato a una non-espressività particolare e una placidità che aprono in alcuni momenti a strade quasi nuove.
il DAVINOTTI