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"A TEAM" STAGIONE PER STAGIONE
lunedý 06 novembre 2017
LA PAGINA DEGLI ESPERTI

In questa pagina sono raccolti i commenti pervenuti sulle singole stagioni di A-team. Chi volesse contribuire commentando un'unica e precisa stagione non ha che da CLICCARE QUI e farlo, scrivendo nel forum il proprio commento e facendolo anticipare dal numero della stagione (es. STAGIONE 2) e dal relativo pallinaggio. Il commento verrà prelevato “automaticamente” (per via umana, cioè da me) dal forum e trasferito in questa pagina nel punto esatto.

Nel caso specifico abbiamo recuperato un vecchio lavoro che ci aveva spedito Il Dandi facendo un'eccezione visto che la lunghezza dei commenti e dell'introduzione oggi sono diversi e molto più ristretti.


INTRODUZIONE (A cura di Il Dandi)
“Dieci anni fa gli uomini di un commando specializzato operante in Vietnam, vennero condannati ingiustamente da un tribunale militare. Evasi da un carcere di massima sicurezza si rifugiarono a Los Angeles vivendo in clandestinità. Sono tuttora ricercati, ma se avete un problema che nessuno può risolvere e se riuscite a trovarli forse potrete ingaggiare il famoso A-Team.”


Questo avviso ha introdotto le avventure dell’A-Team per ben quattro anni, che a suon di repliche pressoché ininterrotte sono diventati trentacinque. Si tratta dunque una “Squadra d’assalto” dei Berretti Verdi (i “B-Team” erano invece le squadre di retroguardia) divenuti fuggiaschi perché accusati di aver rapinato la banca di Hanoi nel 1972: il colonnello John Smith detto “Hannibal”, il tenente Templeton Peck detto “Sberla” e il sergente P.E. Baracus detto Pessimo Elemento. Invece il capitano H.M. Murdock (pilota borderline residente in un ospedale psichiatrico per veterani) tecnicamente non fa parte della squadra, cosa che da un lato lo esime dall’essere ricercato dalla Militar Police, dall’altro lo mette in condizione di liberare più volte i suoi compagni.

L’A-Team è protagonista di sensazionali evasioni, espugnazioni e resistenze ad assedi altrui. Il canovaccio vuole che prima della resa dei conti finali con il nemico i quattro organizzino le loro funamboliche strategie con i pochi mezzi di fortuna disponibili: così uno scaldabagno rotto può diventare un lancia fiamme, o una scassata utilitaria può essere rivestita con le pareti di un ascensore e trasformata in un mezzo corazzato. Lo stesso schema qui creato dagli autori Stephen J. Cannel e Frank Lupo verrà poi ripreso ed esasperato per una nuova creatura, Mac Gyver: mostrando in maniera spettacolare l’utilizzo pratico della meccanica, dell’elettricità, dell’idraulica, si ottiene una valenza “didattica” per i bambini bisognosi di essere attirati verso tali attività, ma che risulta divertente anche per gli adulti. Questo era l’A-Team: uno show per grandi e piccini.

Nonostante alcuni tratti fumettistici dei quattro protagonisti (come il sigaro del capo-stratega, le astuzie del belloccio dai molti alias, la simpatia per i bambini del più muscoloso) avrebbe continuato ad ispirare anche il quartetto della squadra d’assalto di una serie ben più recente e cruenta come The Shield, qui la violenza delle scene d’azione è decisamente edulcorata in ossequio al pubblico minorenne della tv generalista dell’epoca: dai loro combattimenti escono sempre tutti incolumi, perfino i cattivi che dopo essere stati immancabilmente sollevati e scaraventati in aria da P.E. restano inermi e mansueti. Nel gergo televisivo si parla anzi di vera e propria “sindrome di A-Team” per descrivere quelle situazioni in cui raffiche di mitra ed esplosioni di dinamite non feriscono mai nessuno, o in cui gruppi di gente armata scelgono inspiegabilmente di risolversela a cazzotti invece di spararsi direttamente.

Se in Derrick vale la regola del “se tocchi qualcuno muore”, nell’A-Team accade esattamente il contrario; tuttavia un tratto comune alle due serie c’è, ed quello dei cosiddetti “ritornanti”: John Saxon, Dennis Franz, Geoffrey Lewis, Jack Ging, l’ex-“Scorpio” Andrew Robinson, sono solo alcuni degli attori che compaiono più volte interpretando cattivi diversi. I nemici dell’A-Team sono criminali di guerra, tagliagole, bande di estorsori, mafiosi, trafficanti di droga, o prepotenti di ogni genere. Anche se i set spaziano da Los Angeles alle più selvagge località esotiche, la maggiorparte dei loro clienti viene dall’America profonda: in genere si tratta di agricoltori, piccoli proprietari terrieri, commercianti o piccoli imprenditori oppressi da criminali che per qualche losco fine cercano di impedire o di rilevare le loro attività. L’A-Team giunge sul posto col suo furgone nero GMC Vandura, raddrizza i torti, abbassa la cresta ai cattivi e poi scappa via di corsa, giusto un attimo prima che la Polizia Militare arrivi per arrestarli. Se ogni tanto qualcuno strada facendo si innamora, c’è giusto il tempo per stampare sulle labbra della bella un bel bacio d’addio prima di spezzarle cuore sparendo per sempre: anche questo era l’A-Team, uno show prettamente maschile (al punto da attirarsi ripetute accuse di “maschilismo” negli Usa).

STAGIONE 1 (1983)
***!
Dopo un lungo pilot di guerriglia militare in Sud America (presentato come film Tv e oggi diviso in due episodi) nel primo episodio seriale è la stessa voce del narratore dell’intro (formula che non verrà mai più usata in seguito) che ci informa che l’A-Team è stato ingaggiato da un riccone per liberare la nipote rapita. Le puntate successive invece definiscono quelle che rimarranno le situazioni standard della serie: i servizi dell’A-Team in teoria costano molto, ma per senso della giustizia intervengono contro ogni forma di prepotenza lavorando spesso gratis e guadagnandosi la fama di moderni Robin Hood. Anche la caratterizzazione dei personaggi si presenta ancora in divenire: Hannibal ancora non porta i guanti di pelle nera ma già ostenta il sigaro, stivali da cowboy e velleità di attore (anzi ha una vera e propria carriera parallela nel cinema come interprete di un mostro acquatico), dividendo con Sberla il ruolo di “truffatore” della squadra e superandolo nei travestimenti grazie all’istrionica abilità nel trucco (uno dei ruoli che Hannibal interpreta è proprio quello di agente di sé stesso come attore). Analogamente Sberla (che di cognome fa Peck, come Gregory) assume solo gradualmente i suoi tratti distintivi (nel primo episodio è addirittura interpretato da un altro), rivelandosi un’incarnazione anni ’80 dei ruoli di avventuriero sofisticato di Simon Templar e di Attenti a quei due: se Hannibal è un mago del travestimento, Sberla lo è della persuasione. Proprio Il Santo di Roger Moore sembra essere il suo modello più diretto, visto che si accenna più volte al fatto che Sberla fosse cresciuto in un orfanotrofio cattolico. Murdock invece è chiaramente modellato (perfino nell’hairstyle dell’attore Dwight Shultz) sul Jack Nicholson di Qualcuno volò sul nido del cuculo, anche se la sua pazzia aleggia il dubbio (più chiaramente che in seguito) che fosse solo abilmente simulata (soprattutto quando per errore viene riabilitato e dimesso). Il forzuto P.E. Baracus è Mr.T tout court (catene d’oro e capello mohicano) quindi gioco forza è il personaggio più monodimensionale e dunque quello che appare più compiuto fin da subito. La giornalista Amy Allen appare francamente poco incisiva e il suo ruolo, inizialmente più attivo, si fa via via sempre più ornamentale. Ben più importante, anche se in realtà compare assai meno, Lynch, il colonnello della Polizia Militare che dà inutilmente la caccia al gruppo. La violenza edulcorata presenta anche parecchi debiti con i film di Bud Spencer & Terence Hill, sopratutto per quanto riguarda le coreografiche scazzottate di prammatica: addirittura in un episodio (Pro e contro) Hannibal e P.E. ripetono la stessa gag del linguaggio dei segni e del forzuto sordomuto de I due super-piedi quasi piatti. Bel cast di villain fra cui emergono le apparizioni di pregio di John Saxon, Dean Stockwell e Andrew Robinson. Gran finale con la puntata del funerale all’ex-commilitone, che dà modo a tutti e quattro i protagonisti di rivivere i loro ricordi di guerra. La formula verrà ulteriormente perfezionata, ma proprio la sua forma ancora “aperta” conferisce alla prima stagione delle interessanti particolarità. (Il Dandi)

STAGIONE 2 (1983)
****
La sigla subisce poche graduali variazioni, dapprima insertando altri frame tratti dalla stagione precedente (e dunque già familiari) poi altri a metà stagione. La giornalista Amy Allen perde ulteriore importanza e dopo pochi episodi esce definitivamente di scena, senza peraltro che la sua assenza venga giustificata in alcun modo. A partire dall’ep. 14 viene “rimpiazzata” da Tawnia Baker, la cui interprete era già apparsa in un ruolo di contorno nell’ep. 4. Tawnia tuttavia pur essendo un personaggio ricorrente non arriverà  mai davvero a sostituire Amy: a differenza sua infatti non verrà mai considerata un membro del “Team”, né assurgerà mai all’onore della menzione nella sigla iniziale. Si perfeziona lo schema che vuole i nostri costruire armi di difesa e offesa con materiali di fortuna, ma anche la caratterizzazione fumettistica: ad Hannibal e P.E. scappano saltuariamente parolacce, cosa che in seguito non accadrà più. Il look di Sberla, prima più casual, si fa sempre più elegante e classico, dal momento che ora è chiaro che nel “tempo libero” il nostro sfrutta le sue abilità persuasive per vivere a scrocco nel jet-set; viene introdotta anche la Chevrolet Corvette bianca che resterà il suo mezzo di trasporto personale (caratterizzata dalle strisce rosse laterali per fare il paio col furgone di P.E.). Murdock, la cui pazzia prima era più “generica”, inizia a caratterizzare ogni puntata con una sua personale fissazione del momento (un particolare hobby, convincersi di essere un eroe di fantasia, parlare con animali, oggetti inanimati o quant’altro). La caccia della Polizia Militare si fa più serrata dal momento che il colonnello Lynch (che aveva una valenza quasi comica finendo sempre intrappolato in meccanismi slapstick alla Tom & Jerry) è sostituito dal colonnello Decker, che con il suo sguardo di ghiaccio come il suo carattere sarà il più temibile (e il più duraturo) segugio dei tre fuggiaschi. È anche grazie a Decker che per molti questa seconda stagione è da considerarsi la migliore e la più rappresentativa. Gli episodi effettivamente appaiono tutti ispirati e oscillano tra il buono e il molto buono, con punte di capolavoro; tra i più memorabili si segnalano quelli di sapore western: lo speciale in due puntate Il ritorno del Ranger a cavallo, la formazione di un sindacato per braccianti oppressi in Il lavoro nobilita l’uomo e soprattutto Con le buone o con le cattive, in cui Hannibal ha modo di giustificare la “filosofia” militare della serie con il soccorso ad una comunità di pacifisti che vorrebbe edificare una chiesa in una valle contesa: inutile dire che l’episodio appare ispirato direttamente al primo Trinità. (Il Dandi)

STAGIONE 3 (1984)
**!
La sigla resta sostanzialmente invariata ma viene introdotta la pratica (comune all’epoca) di far precedere ogni episodio da brevi “trailer” anticipatori, che talvolta hanno la colpa di spoilerare più del dovuto. Per quanto riguarda l’edizione italiana il doppiaggio passa a una nuova cooperativa e tutti i personaggi (tranne Sberla) cambiano voce: chi ne risente di più è il matto Murdock, a cui Saverio Moriones fatica a dare le stesse varietà drammatiche di Roberto Pedicini ai suoi deliri. Le altre voci erano invece già familiari e al cambio ci si abitua: Michele Kalamera (Hannibal) doppiava Lynch nella prima stagione, e Bruno Alessandro (P.E.) prestava voce a vari cattivi. Cambia, per chi non se ne fosse accorto, anche la storica voce narrante che presenta l’A-Team prima della musica. I travestimenti di Hannibal passano in secondo piano, limitandosi al primo approccio con qualche cliente, mentre le astuzie di Sberla e le fughe di Murdock dal manicomio rimangono il piatto forte del menu. Le fissazioni artistiche di Murdock iniziano ad essere condizionate dalla missione del momento, portando l’esuberante pilota via via a dover a modo suo “entrare nel personaggio” di chef, regista d’avanguardia, pittore, guerriero pellerossa, stilista. Tawnia Baker scompare dopo il secondo episodio per convolare a nozze e non sarà più ulteriormente sostituita da nessun’altra presenza femminile, contribuendo a giustificare la fama dell’A-Team di “ultimo grande show maschilista della tv di massa” (Dirk Benedict). In compenso sia P.E. che Murdock hanno finalmente modo di essere protagonisti di un’episodica “simpatia sentimentale” con personaggi di passaggio, cosa che fino ad allora capitava solo a Sberla e Hannibal. All’inizio viene creato anche un nuovo nemico: il colonnello Briggs, personaggio che viene presentato come successore di Decker ma dopo un solo episodio scompare senza essere mai più menzionato; Decker torna quindi saldamente in sella fino all’ultima puntata. Viene introdotto anche l’uso occasionale di canzoni country e rock’n’roll, che diventerà una caratteristica anche della stagione successiva. Le ambientazioni continuano a oscillare: molti sperduti villaggi western, poche località esotiche (un episodio doppio in Sud-America e uno in Kenya) e la Los Angeles metropolitana (assai più vista che in passato). Gli episodi, se la formula piace, restano godibili ma l’effetto “catena di montaggio” inizia a farsi evidente: a causa di quest’ovvia ripetitività alcune puntate risultano più anonime e dimenticabili (anche per via di un cast di contorno meno curato) e poche sono quelli davvero memorabili: tra queste va citata almeno “Aquila pazza non avrai il mio scalpo”, storia circense condita anche da un esilarante ritorno del tonto colonnello Lynch della prima stagione, in cui l’A-Team si trova a fronteggiare un gruppo di suoi impostori (come avveniva spesso anche ai personaggi di altre serie dell’epoca, per esempio la puntata di Supercar con la versione cattiva di Kitt); ma anche “I cavalieri dell’asfalto”, in cui Murdock si traveste da Clint Eastwood ed è accompagnato dalla musica morriconiana di Per un pugno di dollari, o “Assalto a Beverly Hills”, che omaggia il recente successo di Beverly Hills Cop con le note di “The heat is on”. (Il Dandi)

STAGIONE 4 (1985)
****
Dopo una terza stagione diretta col pilota automatico, lo show cerca di rinverdire la sua verve: La prima mossa adottata dai produttori per contrastare il preoccupante calo degli ascolti è il coinvolgimento di guest-star d’eccezione: in “Il cuore del Rock’n’Roll” l’A-Team è ingaggiato dal celebre Rick James per salvare il suo mentore Isaac Hayes; in “Cowboy George” vediamo Boy George dei Culture Club dividere il palco con un Hannibal travestito da cantante country, mentre in ben due episodi (Corpo a corpo e L’appuntamento) P.E. affianca il suo amico Hulk Hogan. Altra caratteristica ben riconoscibile di questa stagione è il fatto che numerose avventure coinvolgano qualcuno del Team in prima persona: in Affitto con clausola mortale i quattro volano a Chicago per difendere la mamma di P.E. (interpretata dalla cantante gospel Della Reese) dai teppisti del suo quartiere; in Sangue, sudore e applausi Hannibal infiltra il Team nel giro delle corse automobilistiche per difendere il figlio di una sua vecchia fiamma; nello stracult La ruota della fortuna Murdock conosce la ribalta diventando campione dell’omonimo quiz; in L’esca è Sberla a diventare una celebrità dopo aver ricevuto la (purtroppo finta) grazia presidenziale dal Pentagono; in Una fantastica bugiarda Murdock trascina il Team nel fantomatico “Curaguay” (in Sud-America) sulle orme del suo psichiatra rapito. Cult assoluto il lungo episodio iniziale in due puntate, che vede George Peppard nel doppio ruolo di Hannibal e di un sosia mafioso e porta l’A-Team in trasferta in un’improbabile Italia stile Padrino, con valli californiane spacciate per Sicilia (introdotte da immagini di repertorio di Roma e Venezia degli anni ’60) e una nave da crociera dove si balla la tarantella: responsabile di tale trashata è peraltro David Hemmings, regista di molti episodi che qui si ritaglia anche il ruolo di medico di bordo e in La ruota della fortuna omaggia Profondo rosso riciclando il trucco della scritta sullo specchio che riaffiora con i vapori dell’acqua calda.  Fra i “ritornanti” di contorno si segnala il cast di cinesi (gli stessi di Grosso guaio a Chinatown). Hannibal torna ad infilare travestimenti gustosi e riprende anche la sua carriera di attore nei panni del mostro marino. Murdock non gli è da meno e infila diverse caratterizzazioni anche lui (spassoso quando in assenza di “Sberla” si mette in testa di prendere il suo posto impossessandosi dei suoi abiti e della sua Corvette). Decker fallisce ancora e quando viene definitivamente silurato al suo posto arriva il generale Fullbright (Jack Ging, che era già apparso come cattivo di turno nelle prime due stagioni): nell’ultimo episodio l’A-Team lavora proprio per Fulbright, accompagnandolo in una drammatica rimpatriata in Vietnam nel tentativo di chiarire i conti col passato. In definitiva, nonostante la cifra ormai decisamente sopra le righe, la quarta stagione è quella più memorabile insieme alla seconda e la più rappresentativa della nuova fase dello show. (Il Dandi)

STAGIONE 5 (1986)
*!
Dimenticate la voce narrante che per tanti anni aveva introdotto la sigla: il nuovo arrangiamento synth-pop della storica musica di Mike Post già ci avverte dei pesanti cambiamenti. L’inizio è folgorante con il maxi episodio in tre puntate “Processo per alto tradimento”, che vede i nostri finire finalmente alla sbarra dopo 4 stagioni da fuggiaschi e che, con apprezzabile sforzo da parte degli sceneggiatori, fa finalmente piena luce sul passato dei protagonisti ricostruendo gli eventi legati alla loro latitanza. Il processo contiene scene cult come l’interrogatorio di Murdock o il ritorno di Decker come testimone, e porta una benvenuta vena di drammaticità in una serie che fino ad allora sembrava svolgersi in un universo parallelo in cui la morte non esiste. Se fossimo alla fine di una stagione anziché all’inizio, la vicenda del processo e dell’ancora di salvezza offerta dall’ambiguo generale Stockwell avrebbe potuto essere una degna chiusura della saga. Ciò che segue invece non convince affatto: Innanzitutto si fa lo sforzo narrativo di reinventare le basi della serie ma non quello di dargli la degna conclusione che avrebbe meritato, restando sospesa in un episodio auto- conclusivo qualsiasi. Non funziona il pur pregevole Robert Vaughn (fortemente voluto sul set dall’amico George Peppard): primo perché agli spettatori più romantici fa rabbia vedere i quattro moderni Robin Hood passare da ricercati ad esecutori di operazioni segrete del Pentagono in stile Mission: Impossible, secondo perché a nessuno piace vedere l’A-Team ridotto a prendere ordini dall’alto, trattati da Stockwell come se fossero le sue Charlie’s Angels. Si storce il naso anche davanti all’innesto coatto di un quinto membro nel team: il tecnico cinematografico Frankie Santana che allarga le quote di minoranze etniche nel gruppo e sostituisce le canoniche fughe con la costruzione di armi con materiali di fortuna (in “stile A-team” appunto) con la realizzazione artigianale di effetti speciali che nelle intenzioni dovrebbero essere un omaggio autocelebrativo, svelando allo spettatore trucchi tipici già visti anche nella serie stessa: idea peraltro già presente in un episodio della stagione precedente (“Dov’è il mostro?”) e alla lunga risulta forzato inserirla come must per una stagione intera. Ma la cosa forse più imperdonabile è che perfino Murdock viene riabilitato dalla sua pazzia e dimesso dall’ospedale: l’ansia del politicamente corretto (il Pentagono non poteva avvalersi di un matto) priva lo show di una delle sue armi principali. Qualche episodio risulta guardabile grazie alla verve degli attori e all’affetto per i personaggi, ma significativamente in tutte le successive rievocazioni e reunion del cast quest’ultima stagione verrà sempre ignorata; la triste verità è che la formula dell’A-Team  non andava cambiata, ma anche in quel caso sarebbe stata condannata all’esaurimento: il meglio era stato già dato, e il successo pluridecennale delle repliche lo dimostra. (Il Dandi)
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